Papa Leone XIV è tornato ieri a parlare di aborto e lo ha fatto con un linguaggio straordinariamente forte e aggressivo che non si sentiva forse dai tempi di Giovanni Paolo II (1978-2005). Il pontefice polacco infatti - detto per antonomasia il «Papa della vita» - per quasi 27 anni lottò contro il trionfo della «cultura della morte», come lo stesso Wojtyla la ribattezzò, per toglierle l’ipocrita maschera di «progresso» con cui la velavano i suoi apologeti (Evangelium vitae, 1995, n. 24).
Trent’anni dopo l’enciclica wojtiliana, appare evidente a tutti che se c’è un punto in cui la distanza tra l’insegnamento perenne della Chiesa e l’opinione dominante tende ad allargarsi sempre più, questo punto dolente è proprio l’aborto. Facciamo quindi un piccolo passo indietro per cogliere più in profondità la portata dell’insegnamento coraggioso e dirompente di papa Prevost. Come noto a tutti, la Chiesa cattolica, senza alcuna soluzione di continuità fra prima e dopo il Concilio (1965), difende a spada tratta la «sacralità della vita umana innocente» e la sua «indisponibilità» dal concepimento sino alla morte naturale. In nome di sofismi, invece, le democrazie occidentali si sono incamminate nell’ultimo mezzo secolo su una strada radicalmente antitetica. All’inizio i fautori del «progresso» e della «liberazione della donna» hanno cercato di legittimare l’aborto come una mera tolleranza di fatto, una sorta di «male minore» rispetto a una gravidanza non voluta, scabrosa o «difficile».
Ma poi, esattamente come previsto dall’insegnamento ecclesiastico, hanno allargato pian piano le maglie etiche, fino al punto di considerare la soppressione dell’embrione umano, a volte sino al nono mese di gravidanza, come un «diritto assoluto della donna». È quasi la «cartina di tornasole» della moderna «teoria dei diritti», da inserire - come ha fatto di recente Emmanuel Macron - nelle Carte costituzionali delle nazioni e nelle «dichiarazioni universali» promosse dagli «Stati di diritto».
Il pontefice statunitense, dal canto suo, in questo primo anno di governo, si è espresso già molte volte, e in termini chiarissimi, sull’aborto (e sull’eutanasia), collocandosi sulla scia di tutti i suoi predecessori. Ultimamente lo aveva fatto il 9 gennaio, ricevendo i membri del corpo diplomatico accreditati in Vaticano e osservando che l’aborto «interrompe una vita nascente» e «nega l’accoglienza del dono della vita». Giudicando quindi «deplorevole» il fatto che tante «risorse pubbliche» vengano «destinate alla soppressione della vita», anziché essere investite nel «sostegno alle madri e alle famiglie».
Ieri dunque, papa Leone, ricevendo nella Sala clementina i partecipanti al Convegno «One humanity, One planet» ha voluto riprendere il suo insegnamento pro life, spingendosi però fino a dove non era mai arrivato prima. Parlando a un gruppo giovanile che vorrebbe operare per la «pace nel mondo», il pontefice ha spiegato che la politica «svolge qui una funzione sociale insostituibile» notando però che «non ci sarà pace» nel mondo «senza porre fine alla guerra che l’umanità fa a sé stessa».
Infatti, citando alla lettera l’immensa Madre Teresa di Calcutta (1910-1997) e facendo proprio il suo insegnamento, «il più grande distruttore della pace è l’aborto» (Discorso al National Prayer Breakfast, 3 febbraio 1994).
Con questa dirompente citazione, il vicario di Cristo sembra dire ai laicisti che guidano l’Unione europea e l’intero Occidente, che la Chiesa di Roma non cesserà mai di difendere la verità del Vangelo, costi quel che costi. E ai progressisti cattolici papa Leone sta dicendo in fondo lo stesso: su vita e famiglia, ogni compromesso al ribasso è impossibile.
La potente voce della fondatrice delle «Missionarie della Carità», ricordata dal papa come «santa degli ultimi» e «premio Nobel per la pace», «rimane profetica». E questo perché «nessuna politica» può porsi al «servizio dei popoli» se «esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo», come appunto i nascituri.
Secondo il conteggio dell’autorevole sito Worldometer gli aborti nel mondo intero avrebbero superato i 45 milioni nel solo anno 2025, segnando un nuovo tristissimo record, che parla di oltre 123.000 vite spezzate ogni giorno, più di 5.000 bambini impediti di nascita ad ogni ora che passa.
Leone - si badi bene - non si è limitato a dire che l’aborto, come già denunciato da Wojtyla e Ratzinger, è un «delitto» che viene fatto passare per «diritto» ma ha aggiunto una dimensione più «politica» ad una questione propriamente etica. Se infatti le leggi che legalizzano e promuovono l’aborto, sono distruttive per la «pace nel mondo», i partiti e le ideologie che ne sono gli alfieri e gli strumenti, favoriscono, lo vogliano o meno, «la guerra» e la violenza.
E perché mai? Perché, seguendo il discorso tenuto da Madre Teresa a Washington nel 1994 e citato da Leone, «se accettiamo che una madre uccida il proprio figlio» - di cui oggi è ascoltabile il battito cardiaco e sono visibili più chiaramente le fattezze - «come possiamo allora dire agli altri di non uccidersi a vicenda?».
«Aggiornamento» fu la parola magica che san Giovanni XXIII propose e suggerì ai cattolici del mondo intero, convocando nel 1959 a Roma, presso la basilica di san Pietro, il XXI Concilio ecumenico della Chiesa, chiamato il Vaticano II (1962-1965), poi concluso da Paolo VI.
Il Concilio, secondo Benedetto XVI, non costituì una «apertura al mondo», ma certamente si fece strada tra i cattolici e i vescovi la volontà di superare gli storici steccati che parevano dividere in modo drastico e assoluto la «civiltà moderna» e il cristianesimo. Molto presto, secondo quanto riportava ieri Il Messaggero, sullo spazioso tetto di quella stessa basilica romana, tesoro di arte e di fede, sarà aperto un bistrot, dove sarà possibile degustare una «amatriciana divina» come scrive con facile (e legittima) ironia il quotidiano. Da tempo infatti «si sta silenziosamente lavorando» alla realizzazione del primo ristorante al mondo sul tetto di una basilica, approfittando del «grande terrazzamento» che sovrasta la chiesa più grande e più importante del mondo. Il bistrot sarà collocato alle spalle delle bianche statue degli apostoli, quelle stesse statue che sovrastano il colonnato del Bernini e che sono ben visibili dalla piazza, all’interno di uno spazio «fino a poco tempo fa» assolutamente inaccessibile. E da cui dovrebbe godersi «una vista mozzafiato» sulla Città eterna, anche perché la Basilica pontificia annessa al Vaticano è altresì il punto più alto del centro storico della città.
Il «mistico bistrot» sarà realizzato sfruttando «alcuni dei locali» che un tempo servivano per la conservazione «dei materiali usati dai Sampietrini», i famosi addetti alla cura e alla manutenzione della basilica. Anzi, secondo le indiscrezioni trapelate, «proprio in queste settimane» sarebbero arrivati gli «arredi» destinati al locale, e ciò potrebbe significare che i lavori in corso siano «ormai a buon punto» benché la data di apertura resti per ora ignota.
Secondo il quotidiano, il progetto in verità «non è nuovo» anzi sarebbe «in incubazione» da un bel po’, tanto che alcuni davano per scontata la sua realizzazione «in occasione del Giubileo». È anche vero che già oggi molte basiliche cattoliche del mondo intero, incluse quelle patriarcali di Roma, presentano degli «spazi profani» per acquisti di oggetti, non solo strettamente religiosi, ma anche dei piccoli punti di ristoro, molto apprezzati da pellegrini e turisti, come a santa Maria Maggiore e a san Paolo fuori le mura. Forse, a Giubileo finito, per il lancio del bistrot si attenderanno i 400 anni dalla consacrazione della basilica moderna di san Pietro, che sostituì la chiesa costantiniana, e che venne effettuata da papa Urbano VIII il 18 novembre 1626.
Sempre secondo Il Messaggero, l’idea di allargare l’area terrazzata - dove «già ora esiste un minuscolo bar» - sfruttando la parte ancora chiusa per il ristoro, offrirebbe la possibilità di pranzare «praticamente sospesi su Roma».
Più d’una volta questo giornale ha fatto notare che papa Leone XIV sta intraprendendo un’opera sottile e incisiva - anche a livello culturale - di recupero dei contenuti, dei linguaggi e dei simboli della tradizione cattolica. Così, ieri, la Prefettura della Casa pontificia, che si occupa del calendario degli incontri e degli appuntamenti del Papa, ha annunciato che il pontefice, il 2 aprile prossimo, celebrerà la messa «in Coena Domini», in occasione del Giovedì santo e dell’inizio del Triduo pasquale, «nella basilica di San Giovanni in Laterano».
Secondo quanto comunicato dall’agenzia stampa della Cei, il tradizionale rito della «lavanda dei piedi», dopo anni di esilio e di assenza, «ritornerà così a svolgersi» all’interno della «cattedrale del vescovo di Roma». Senza timore di palesare una discontinuità evidente, il Servizio informazione religiosa (Sir) ricorda che papa Francesco, «durante il suo pontificato» era solito celebrare la messa «in Coena Domini» in luoghi da lui ritenuti significativi «in quanto simbolo della sofferenza e della fragilità», come le «carceri o i centri di accoglienza per migranti».
E in effetti, il pontefice venuto «dalla fine del mondo», ha sempre celebrato la liturgia del Giovedì santo, con annessa lavanda dei piedi, all’interno di carceri (anche minorili e femminili), e per due volte in centri di accoglienza per migranti, nel 2015 a Castelnuovo di Porto e nel 2017 a Castel Volturno. L’ultima volta, il 17 aprile 2025, pochi giorni prima di morire, si era recato a Regina Coeli.
Addirittura Bergoglio, in questo suo slancio particolarmente «inclusivo», ha cambiato le norme e le collaudate prassi liturgiche, permettendo per la prima volta nella storia della Chiesa la presenza di donne e di persone non cristiane, tra i 12 fedeli a cui il pontefice lava i piedi. Ripetendo il nobile gesto che fece Gesù con gli apostoli, i quali però erano uomini, cristiani, sacerdoti e vescovi.
Ovviamente Leone XIV come ha detto lui stesso in tante allocuzioni e omelie, e specialmente nell’esortazione apostolica Dilexi te, non vuole minimizzare l’impegno preferenziale della Chiesa «per i poveri e i sofferenti» (Dt, n. 3). Ma desidera inserire il nobile ed evangelico ideale della carità verso i bisognosi, all’interno dell’alveo della missione tradizionale e spirituale della Chiesa, la quale, come disse lo stesso Francesco, «non è una Ong» (Udienza del 18 giugno 2014).
Fermo restando che non è contrario al Vangelo celebrare la messa del Giovedì santo in nessun luogo della terra (nobile o ignobile), dovrebbero riflettere tutti coloro che vedevano nelle scelte di papa Francesco un «progresso», un «frutto dello Spirito santo» o «un punto di non ritorno». No, papa Leone non ha torto nel voler «tornare all’antico», riprendendo ad esempio Giovanni Paolo II e Benedetto XVI che celebravano le messe del sacro Triduo nelle maestose basiliche dell’Urbe. Perché il linguaggio della «misericordia» deve coniugarsi con quello della «giustizia» e l’immagine della Chiesa «in uscita» verso le «periferie esistenziali» non deve correre il rischio di sembrare un appoggio a chi vuole «servirsi di Cristo» per le sue agende laiche e irreligiose.





