2022-04-06
Cira: «La nostra società corretta e trasparente»
In riferimento all’articolo apparso il 4 aprile u.s. a firma Alessandro Da Rold, si ritiene doveroso evidenziare alcune manifeste imprecisioni:
- 1) Innanzitutto l’Agenzia Spaziale Italiana (azionista di riferimento del Cira) non ha mai proposto in assemblea il rinvio della trattazione delle tematiche della Due Diligence. L’Asi ha, per contro, esplicitamente proposto la tempestiva ed esaudiente trattazione del tema, dichiarandosi pronta a esperire specifiche azioni. La proposta di rinvio è stata formulata da altri soci. Ne consegue che ogni altra considerazione in merito alla “consapevole collaborazione dell’Agenzia Spaziale Italiana” è, nei fatti, pura artata fantasia.
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- 2) L’attività di ricerca non è affatto in fase di stallo, come mostra il piano triennale, con proiezioni di crescita dei ricavi da parte terza per il 2022 – in valore assoluto e percentuale -senza precedenti. Inoltre, relativamente alla evocata scarsa capacità del Management del Cira, del Presidente (a cui nessuno ha mai attribuito irregolarità) e del Consiglio di Amministrazione, si evidenzia che i risultati oggettivi descritti dal bilancio suggeriscono tutt’altro, come apprezzato dagli azionisti: l’esercizio 2020 si è chiuso con un utile di 2,2 milioni di euro, valore apprezzabile anche alla luce dell’introduzione di più ampi fondi rischi rispetto a quelli del Bilancio 2019. Nonostante gli effetti della pandemia il Valore della Produzione da gestione caratteristica si è assestato su 42,7 milioni, in crescita del 6% rispetto al 2019 (40,2 milioni), mentre il costo del lavoro si è assestato su 24,8 milioni, in discesa del 3%, il che ha consentito che il rapporto Costo del Lavoro su Valore della Produzione scendesse al 58% ovvero 4 punti percentuali al di sotto del tetto del 62% assegnato dalla controllante Asi, e ben 6 punti percentuali sotto il valore del 2019, mentre i ricavi da fonti terze, pur penalizzati dal contesto epidemiologico, si sono confermati in valore assoluto (11,1 milioni) su livelli confrontabili con quelli del 2019, come pure la specifica componente dei ricavi dai servizi di prova, per di più con crescita significativa del backlog accumulato a fine esercizio.
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- 3) Riguardo al Dirigente citato nell’articolo si evidenzia che è stato assunto con ordinaria procedura competitiva, e che in fase di rinnovo è stato mantenuto inalterato il tetto retribuzione + bonus. Peraltro, l’immagine scelta per accompagnare l’articolo, fa riferimento proprio ad uno dei segmenti più promettenti della ricerca aerospaziale curato, tra gli altri, proprio dal dirigente citato.
Quanto rappresentato nell’articolo appare invece plausibilmente essere effetto ad orologeria di qualche malcontento generato proprio dagli interventi posti in essere dal Presidente e dal Consiglio di Amministrazione finalizzati ad una gestione della società ispirata alla correttezza ed alla trasparenza.
La risposta di Alessandro Da Rold
Grazie per le vostre precisazioni, ma non c’è nulla di fantasioso in quanto affermato. Il report di Deloitte è stato consegnato, a Cira ed Asi, a settembre del 2017, e questo è noto a tutti. Dopo oltre 4 anni non è stata ancora presa una decisione a fronte di 25 milioni di euro di danni valutati da Deloitte. Oltre un anno fa il Cira, dopo aver commissionato 3 pareri legali, si è limitato a trasferire gli stessi all’Asi senza deliberare nulla in merito ai responsabili ed ai danni da essi provocati. L’Asi, a sua volta, ha pensato bene di inviare il tutto all’Avvocatura dello Stato che, dopo un anno, ha rimandato indietro l’incartamento in quanto ogni decisione sulla questione due Diligence era, per competenza, di responsabilità Cira ed Asi.
Nell’ultima assemblea dei soci del primo aprile, Asi, che pure poteva da sola deliberare diversamente avendo la maggioranza del capitale societario di Cira presente, ha votato, insieme con per rimandare ogni decisione al nuovo consiglio di amministrazione del Cira, che si insedierà presumibilmente a maggio e che avrà bisogno di mesi solo per comprendere una vicenda così complessa. Da qui la domanda: perché non è stata assunta alcuna decisione durante una consiliatura Cira durata 4 anni ed una presidenza Asi in corso da 3 anni?
Se la gestione del Cira è stata così regolare come mai il bilancio 2020 è stato approvato solo ad aprile 2022? Come mai è stato bocciato varie volte in consiglio di amministrazione? Come mai sono ci sono state tante osservazioni da parte degli organi di controllo? Inoltre, senza i contributi supplementari da parte Mur e Mise i bilanci 2019 e 2020 si sarebbero chiusi in attivo o, al contrario, in rilevante passivo?
E non è forse vero che il Cira si porta appresso da anni un passivo di oltre 10 milioni di euro mai ripianato dai soci?
In riferimento all’articolo apparso il 4 aprile u.s. a firma Alessandro Da Rold, si ritiene doveroso evidenziare alcune manifeste imprecisioni:1) Innanzitutto l’Agenzia Spaziale Italiana (azionista di riferimento del Cira) non ha mai proposto in assemblea il rinvio della trattazione delle tematiche della Due Diligence. L’Asi ha, per contro, esplicitamente proposto la tempestiva ed esaudiente trattazione del tema, dichiarandosi pronta a esperire specifiche azioni. La proposta di rinvio è stata formulata da altri soci. Ne consegue che ogni altra considerazione in merito alla “consapevole collaborazione dell’Agenzia Spaziale Italiana” è, nei fatti, pura artata fantasia. 2) L’attività di ricerca non è affatto in fase di stallo, come mostra il piano triennale, con proiezioni di crescita dei ricavi da parte terza per il 2022 – in valore assoluto e percentuale -senza precedenti. Inoltre, relativamente alla evocata scarsa capacità del Management del Cira, del Presidente (a cui nessuno ha mai attribuito irregolarità) e del Consiglio di Amministrazione, si evidenzia che i risultati oggettivi descritti dal bilancio suggeriscono tutt’altro, come apprezzato dagli azionisti: l’esercizio 2020 si è chiuso con un utile di 2,2 milioni di euro, valore apprezzabile anche alla luce dell’introduzione di più ampi fondi rischi rispetto a quelli del Bilancio 2019. Nonostante gli effetti della pandemia il Valore della Produzione da gestione caratteristica si è assestato su 42,7 milioni, in crescita del 6% rispetto al 2019 (40,2 milioni), mentre il costo del lavoro si è assestato su 24,8 milioni, in discesa del 3%, il che ha consentito che il rapporto Costo del Lavoro su Valore della Produzione scendesse al 58% ovvero 4 punti percentuali al di sotto del tetto del 62% assegnato dalla controllante Asi, e ben 6 punti percentuali sotto il valore del 2019, mentre i ricavi da fonti terze, pur penalizzati dal contesto epidemiologico, si sono confermati in valore assoluto (11,1 milioni) su livelli confrontabili con quelli del 2019, come pure la specifica componente dei ricavi dai servizi di prova, per di più con crescita significativa del backlog accumulato a fine esercizio. 3) Riguardo al Dirigente citato nell’articolo si evidenzia che è stato assunto con ordinaria procedura competitiva, e che in fase di rinnovo è stato mantenuto inalterato il tetto retribuzione + bonus. Peraltro, l’immagine scelta per accompagnare l’articolo, fa riferimento proprio ad uno dei segmenti più promettenti della ricerca aerospaziale curato, tra gli altri, proprio dal dirigente citato. Quanto rappresentato nell’articolo appare invece plausibilmente essere effetto ad orologeria di qualche malcontento generato proprio dagli interventi posti in essere dal Presidente e dal Consiglio di Amministrazione finalizzati ad una gestione della società ispirata alla correttezza ed alla trasparenza. La risposta di Alessandro Da RoldGrazie per le vostre precisazioni, ma non c’è nulla di fantasioso in quanto affermato. Il report di Deloitte è stato consegnato, a Cira ed Asi, a settembre del 2017, e questo è noto a tutti. Dopo oltre 4 anni non è stata ancora presa una decisione a fronte di 25 milioni di euro di danni valutati da Deloitte. Oltre un anno fa il Cira, dopo aver commissionato 3 pareri legali, si è limitato a trasferire gli stessi all’Asi senza deliberare nulla in merito ai responsabili ed ai danni da essi provocati. L’Asi, a sua volta, ha pensato bene di inviare il tutto all’Avvocatura dello Stato che, dopo un anno, ha rimandato indietro l’incartamento in quanto ogni decisione sulla questione due Diligence era, per competenza, di responsabilità Cira ed Asi.Nell’ultima assemblea dei soci del primo aprile, Asi, che pure poteva da sola deliberare diversamente avendo la maggioranza del capitale societario di Cira presente, ha votato, insieme con per rimandare ogni decisione al nuovo consiglio di amministrazione del Cira, che si insedierà presumibilmente a maggio e che avrà bisogno di mesi solo per comprendere una vicenda così complessa. Da qui la domanda: perché non è stata assunta alcuna decisione durante una consiliatura Cira durata 4 anni ed una presidenza Asi in corso da 3 anni?Se la gestione del Cira è stata così regolare come mai il bilancio 2020 è stato approvato solo ad aprile 2022? Come mai è stato bocciato varie volte in consiglio di amministrazione? Come mai sono ci sono state tante osservazioni da parte degli organi di controllo? Inoltre, senza i contributi supplementari da parte Mur e Mise i bilanci 2019 e 2020 si sarebbero chiusi in attivo o, al contrario, in rilevante passivo? E non è forse vero che il Cira si porta appresso da anni un passivo di oltre 10 milioni di euro mai ripianato dai soci?
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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