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Ci impongono la propaganda trans quando gli altri se ne sono già pentiti

Ci impongono la propaganda trans quando gli altri se ne sono già pentiti
Matteo Renzi (Ansa)
Oddio, nel dibattito sulla legge Zan contro l'omofobia ci mancava solo Chiara Ferragni. La quale, forse per difendere il business del marito nel ramo smalti per la manicure maschile, è scesa in campo contro Matteo Renzi, per dire che l'Italia è il Paese più transfobico d'Europa e sostenere che i politici fanno schifo.

Ogni riferimento al fondatore di Italia viva era ovviamente voluto, anche perché, a campeggiare sul post della nota influencer, c'era l'immagine dell'ex presidente del Consiglio. Insomma, il dibattito su una legge in una materia tanto delicata, che interviene penalmente non solo su un tema riguardante il sesso e l'educazione sessuale dei bambini, ma pure sul diritto a sostenere opinioni contrarie in materia di orientamento e genere sessuale, è ormai questione di tweet e post, da banalizzare in 280 caratteri.

Per quanto mi riguarda, sono convinto che della questione ce ne si debba occupare in altro modo, di certo non con una legge bavaglio come quella che vorrebbero introdurre i 5 stelle e il Pd. Men che meno con le battute di Chiara Ferragni o di suo marito. Prova ne sia che nel numero di Panorama che trovate in edicola questa settimana, ci occupiamo in maniera un po' più approfondita che in un tweet di che cosa significhi cambiare sesso e come, una volta fatta la scelta, non sia possibile tornare indietro, neanche quando ci si rende conto di avere sbagliato. Già, perché nonostante ogni giorno il movimento pro gender aggiunga una consonante alla sigla che lo rappresenta (una volta erano Lg, cioè lesbiche e gay, poi sono diventati Lgbt, infine Lgbtqia), i sessi rimangono due, tutto il resto appartiene a ciò che si sente, non all'identità sessuale. E dunque si può essere maschio o femmina, si può decidere di amare chi si vuole o di cambiare sesso, ma sempre maschio o femmina si rimane.

E però, nei cosiddetti Paesi culturalmente più avanzati, quelli che secondo Chiara Ferragni non sono transfobici, ci si comincia a rendere conto che la politica pro gender può provocare gravi danni, da cui un ragazzo e una ragazza potrebbero non riprendersi mai. Marianna Baroli, giornalista che sia sulla Verità che su Panorama si è occupata spesso di queste tematiche, oltre che di quelle legate a un'altra materia sensibile come l'utero in affitto, è riuscita a intervistare i pentiti del cambio di sesso. Non solo ragazzi e ragazze che hanno compiuto il grande passo sperando di risolvere i propri problemi, ma anche medici che, dopo aver lavorato per anni accompagnando centinaia di giovani verso la trasformazione della loro identità sessuale, poi si sono resi conto di aver sbagliato. In Europa, il centro più noto per il trattamento dei casi della cosiddetta disforia di genere è un ospedale pubblico inglese che si chiama Tavistock, un centro dove bambini e ragazzi, in un'età compresa fra i 24 mesi e i 17 anni, vengono sottoposti a terapie per cambiare genere. Dalla clinica di Londra, dal 2014 al 2019, sono passati 2.500 giovani e il fenomeno è in aumento. Tuttavia, non sempre il trattamento ormonale che blocca la pubertà e che prepara al cambio di sesso è la soluzione per i disagi di questi ragazzi, perché forse la soluzione non è liberarsi di un corpo in cui non ci si ritrova. Prova ne sia che a fine 2020 al Tavistock, a seguito di varie denunce presentate da ex pazienti, dalle loro famiglie e dai medici che vi lavoravano, l'ospedale ha subìto un processo e la catena di montaggio del cambio di sesso è stata ridimensionata. David Bell, per 24 anni psichiatra della clinica britannica, in un rapporto stilato prima di lasciare la struttura, ha scritto: «Sembra una vetrina in cui si cambiano gli abiti senza prestare troppa attenzione». E un'indagine interna, voluta dal dottor Dinesh Sinha, a capo del Tavistock and Portman Nhs Trust, ossia della struttura che regola i servizi di aiuto alla transizione sessuale, ha portato a raccogliere decine di testimonianze di medici e infermieri, tutti dubbiosi sull'effettiva moralità dei trattamenti ormonali per bambini e bambine affetti da presunta disforia di genere. Marianna Baroli ha raccolto molte dichiarazioni dei sanitari impegnati nella struttura: «Prego di sbagliarmi, perché se così non fosse, molti bambini vulnerabili sono stati trattati molto male e pagheranno negli anni a venire». «Potenzialmente stiamo curando i bambini nel modo sbagliato». «La celerità della diagnosi di disforia di genere può portare a interpretare in modo errato il volere dei bambini». Già, basta niente per essere giudicato, a 24 mesi, con un'identità sessuale diversa da quella biologica ed essere incamminato verso un percorso irreversibile. Bambini magari depressi, anoressici o autistici o semplicemente incerti, incoraggiati a una transizione senza ritorno. Il tutto in nome di una tendenza, di una propaganda. Anzi, forse di una moda. Ecco, in Gran Bretagna e anche altrove si sono fatti molti errori e qui, con le lezioni di transomofobia imposte per legge, si vorrebbe farne altrettanti.

Ma i bambini e il sesso non sono una moda. Anche se c'è da vendere uno smalto per soli uomini.

«Oggi c’è la dittatura del sapore che va a completare quella del sapere»
Diego Fusaro (Imagoeconomica)
Il filosofo Diego Fusaro: «Il cibo nutre la pancia ma anche la testa. È in atto una vera e propria guerra contro la nostra identità culinaria».

La filosofia si nutre di pasta e fagioli, meglio se con le cotiche. La filosofia apprezza molto l’ossobuco alla milanese con il ris giald, il riso allo zafferano giallo come l’oro. E i bucatini all’amatriciana? I saltinbocca alla romana? La finocchiona toscana? La filosofia è ghiotta di questa e di quelli. È ghiotta di ogni piatto che ha un passato, una tradizione, un’identità territoriale, una cultura. Lo spiega bene Diego Fusaro, filosofo, docente di storia della filosofia all’Istituto alti studi strategici e politici di Milano, autore del libro La dittatura del sapore: «La filosofia va a nozze con i piatti che si nutrono di cultura e ci aiutano a combattere il dilagante globalismo guidato dalle multinazionali che ci vorrebbero tutti omologati nei gusti, con le stesse abitudini alimentari, con uno stesso piatto unico. Sedersi a tavola in buona compagnia e mangiare i piatti tradizionali del proprio territorio è un atto filosofico, culturale. La filosofia è pensiero e i migliori pensieri nascono a tavola dove si difende ciò che siamo, la nostra identità dalla dittatura del sapore che dopo averci imposto il politicamente corretto vorrebbe imporci il gastronomicamente corretto: larve, insetti, grilli».

La saudita Pif investe in Leonardo
Leonardo
Il fondo è pronto a entrare nella divisione aerostrutture della società della difesa. Possibile accordo già dopo l’incontro di settimana prossima tra Meloni e Bin Salman.

La data da segnare con il circoletto rosso nell’agenda finanziaria è quella del 3 dicembre. Quando il presidente del consiglio, Giorgia Meloni, parteciperà al quarantaseiesimo vertice del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg), su espressa richiesta del re del Bahrein, Hamad bin Isa Al Khalifa. Una presenza assolutamente non scontata, perché nella Penisola araba sono solitamente parchi con gli inviti. Negli anni hanno fatto qualche eccezione per l’ex premier britannica Theresa May, l’ex presidente francese François Hollande e l’attuale leader cinese Xi Jinping e poco altro.

L’Ue accusa il Golden power di Roma mentre Macron nazionalizza Arcelor
Emmanuel Macron (Ansa)
Bruxelles apre una procedura sull’Italia per le banche e tace sull’acciaio transalpino.

L’Europa continua a strizzare l’occhio alla Francia, o meglio, a chiuderlo. Questa volta si tratta della nazionalizzazione di ArcelorMittal France, la controllata transalpina del colosso dell’acciaio indiano. La Camera dei deputati francese ha votato la proposta del partito di estrema sinistra La France Insoumise guidato da Jean-Luc Mélenchon. Il provvedimento è stato approvato con il supporto degli altri partiti di sinistra, mentre Rassemblement National ha ritenuto di astenersi. Manca il voto in Senato dove l’approvazione si preannuncia più difficile, visto che destra e centro sono contrari alla nazionalizzazione e possono contare su un numero maggiore di senatori. All’Assemblée Nationale hanno votato a favore 127 deputati contro 41. Il governo è contrario alla proposta di legge, mentre il leader di La France Insoumise, Mélenchon, su X ha commentato: «Una pagina di storia all’Assemblea nazionale».

«La famiglia nel bosco era molto unita. Errore dividerla, trauma per i bimbi»
Maria Rita Parsi (Imagoeconomica)
La celebre psicologa e psicoterapeuta Maria Rita Parsi: «È mancata la gradualità nell’allontanamento, invece è necessaria Il loro stile di vita non era così contestabile da determinare quanto accaduto. E c’era tanto amore per i figli».

Maria Rita Parsi, celebre psicologa e psicoterapeuta, è stata tra le prime esperte a prendere la parola sulla vicenda della famiglia del bosco.

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