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2019-05-12
Il domatore Saviano
chiude il circo del Salone e benedice la censura
Ansa
«Il massacro sistematico di una propaganda non risponde mai sui temi ma attacca i suoi oppositori sul personale. Appena hai una posizione critica verso la loro propaganda, non rispondono sui temi, ma sempre sulla persona che ha parlato». Sono parole pronunciate ieri, al Salone del libro di Torino, da Roberto Saviano. E descrivono perfettamente l'azione del regime sottoculturale vigente, anche se lo scrittore campano le rivolge al bersaglio sbagliato, cioè ai populisti. Alla fiera letteraria più triste che si ricordi è successo proprio quello che il caro Roberto ha descritto. Di fronte a editori e autori critici verso la propaganda che infetta i media asserviti al pensiero dominante, non si è risposto «sui temi», ma «sulla persona». La casa editrice Altaforte è stata bandita e costretta a organizzare una presentazione in un albergo torinese distante dal Lingotto. Dei libri pubblicati dal marchio «fascista» non si è discusso. Però si è fatto un gran parlare dell'editore Francesco Polacchi, delle sue posizioni politiche, della sua fedina penale, delle sue attività imprenditoriali. Non hanno risposto sui temi, si sono concentrati sulla persona. Come fanno i regimi.
Ecco che cosa resterà del Salone di quest'anno: il sapore stomachevole di «dittatura dolce» e un po' vigliacca, di intellettuali che si nascondono dietro ai celerini per eliminare di soppiatto i nemici politici. La caricatura di un regime, debole nei toni ma sufficientemente violenta negli esiti.
Il direttore del circo, Nicola Lagioia, è soddisfatto: «Tutta l'organizzazione messa a punto da Torino Città del libro penso stia soddisfacendo gli editori e questo è un punto importante», dice. «Il modello di collaborazione tra il pubblico e i privati, che peraltro erano già fornitori del Salone, funziona. Certo è un meccanismo che va oliato per evitare che si creino situazioni come quella di Altaforte, ma penso che sia un modello da promuovere». Chiaro, bisogna oliare il meccanismo, di modo che - dall'anno prossimo - gli editori sgraditi non possano nemmeno avvicinarsi, così ci si risparmia il fastidio di chiamare la derattizzazione.
Sorride Lagioia, gongolano tutti i partigiani del terzo millennio, quelli che si ritirano in montagna (ma solo per farsi una settimana alla spa): Michela Murgia, Zerocalcare, Sandro Veronesi, e gli altri saltimbanchi. Persino uno capace di lampi d'intelligenza come Michele Serra, ieri su Repubblica, offriva la sua benedizione alla mordacchia democratica. Hanno vinto: si sono fatti tra di loro persino il dibattito sul fascismo. Del resto, l'intera pantomima se la sono gestita in famiglia. Prima, tramite il commissario Christian Raimo, hanno invocato la censura. Poi si sono divisi in correnti: chi voleva boicottare; chi voleva andare mai in polemica; chi ne approfittava per pubblicizzare il libretto fresco di stampa. E poi, immancabili, i sinceri «liberali», quelli che tifano libertà di pensiero. Come Pierluigi Battista, che in segno di protesta ha acquistato i libri di Altaforte e subito (lo ha detto lui) li ha buttati nel cestino. Chiaro: si acquistano così si fa bella figura, ma lo schifo per l'idea diversa rimane. In ogni caso, non c'è stato uno che i libri di Altaforte li abbia sfogliati e commentati. Solo sdegno e sberleffi.
Il volume con l'intervista a Matteo Salvini è stato defenestrato, in compenso ieri il Saviano di cui sopra ha potuto concionare fino allo sfinimento, attaccando il governo a ogni sospiro (si è concentrato soprattutto sulla chiusura dei porti, definita «orrore umano e politico»). Via il ministro dell'Interno, largo allo scrittore narciso che attacca i poliziotti e si fa lo spot accanto ai taxisti del mare di Medici senza frontiere (di cui ha presentato il libro). Questa sì che è democrazia.
Dato che abbiamo citato Michele Serra, viene proprio voglia di parafrasare un celebre titolo del suo Cuore, quello che recitava: «Hanno la faccia come il culo». Perdonate il tono da bar, ma la frase descrive perfettamente i piccoli censori del Salone e tutti i loro fiancheggiatori. Ad esempio Nicola Zingaretti, segretario del Pd. Allo stand della Feltrinelli di Torino, come noto, era in vendita il suo libro Piazza grande, nel quale il leader democratico fa una bella esibizione di revisionismo storico sull'Urss: «Se non ci fosse stata l'Unione sovietica [...] non sarebbero state possibili le lotte dei partiti democratici e di sinistra».
Costui è lo stesso Zingaretti che ieri, su Repubblica, si permetteva di dare consigli sull'insegnamento della storia nelle scuole. «Dobbiamo rafforzare la presenza degli insegnanti», ha scritto, «e contribuire a una formazione continua e aggiornata (per molti la seconda metà del Novecento rimane un terreno sconosciuto)». Vero: infatti Zingaretti è il primo a ignorare la storia dell'Urss, dei gulag e dei massacri perpetrati in nome del socialismo reale. Lui però, non è stato estromesso dal Salone, e anzi può continuare a farsi bello sputando banalità sulla memoria e lo studio del passato.
Questa è la cultura dominante in Italia, e il Salone è il suo profeta.
Il Salone canta «Bella ciao». Altaforte: «Class action contro chi ci ha allontanato»
E ti pareva che non saltava fuori pure Bella ciao. Ieri l'autrice del libro-intervista a Matteo Salvini, la giornalista Chiara Giannini, si è «intrufolata» al Salone del libro di Torino con una copia del volume pubblicato da Altaforte, il temibile ed eversivo editore fascista. Non appena l'ha notata, un prode commesso dello stand di Feltrinelli ha intonato i primi versi del canto partigiano. A quel punto, la vibrante energia del grido battagliero ha contagiato anche diversi visitatori, che si sono uniti al coro, mentre la Giannini brandiva il testo come un esorcista brandisce il crocifisso. Una scena epica, con picchi di pathos che chi ha seguito la serie Netflix, La casa di carta e ricorda il momento in cui i due protagonisti si abbracciano, sussurrandosi commossi proprio le parole di Bella ciao, avrà di sicuro colto.
Ennesima giornata di passione, dunque, alla kermesse libraria del capoluogo piemontese, da cui, dopo interminabili polemiche, lo stand di Altaforte è stato escluso. La casa editrice vicina a Casapound, guidata da Francesco Polacchi, ha presentato il libro della Giannini in un hotel in pieno centro a Torino. «La polemica su Altaforte si è scatenata prima delle dichiarazioni di Francesco Polacchi», ha detto la giornalista: «Penso sia semplicemente un attacco strumentale al ministro Matteo Salvini, che si è fidato di me. Quando ho fatto la richiesta ai suoi più stretti collaboratori di poter pubblicare il libro-intervista, ho inviato una mail dicendo che l'avrei fatto con Altaforte. Il ministro non ha rilasciato un'intervista ad Altaforte, ma a Chiara Giannini. E per quanto riguarda Casapound», ha proseguito, «non mi sembra sia un partito illegale». Accalorata, l'autrice si è lasciata andare anche a un paragone un po' ardito: «Massimo rispetto per gli scampati ai campi di concentramento, è un capitolo della storia vergognoso che mi addolora moltissimo. Loro hanno subito una restrizione della loro libertà, la stessa che sto subendo io». Ma a parte questo discutibile passaggio, la Giannini su una cosa ha ragione: è ingiusto che «un piccolo gruppo di personaggi italiani» voglia imporre il proprio «punto di vista sugli altri: è veramente assurdo». Così, mentre Polacchi annunciava che molti autori della sua casa editrice sono pronti a sottoscrivere una class action contro i responsabili della censura al Salone, la legale della giornalista spiegava che chiederà un risarcimento agli organizzatori per aver danneggiato la sua cliente. Dopo la conferenza stampa, la Giannini si è recata al Lingotto, sede della rassegna libraria, per denunciare la censura subita e «per far vedere a tutti quelli che me l'hanno impedito, compreso il signor Nicola Lagioia (direttore del Salone, ndr) e la sindaca Chiara Appendino, che la cultura spacca i ponti e può entrare ovunque». La Giannini ha anche rifiutato di essere etichettata come fascista: «L'editore», che invece aveva orgogliosamente ammesso le proprie simpatie, «parla a nome personale. Io non sono fascista, non mi sono mai schierata politicamente. Per quale motivo impedirmi di presentare il libro?».
Proprio nei momenti in cui la Giannini inscenava la sua protesta al Lingotto, si è consumato l'eroico atto di resistenza del libraio di Feltrinelli, che a Repubblica ha raccontato: «La signora Inge Feltrinelli è morta da un anno e non mi è sembrato proprio il caso di venire a fare propaganda davanti alla sua fotografia. È stata una provocazione. Ho intonato Bella ciao perché sono un antifascista, sono un democratico».
Curioso, però, che i «democratici» tollerino solamente chi la pensa come loro e siano, al limite, disposti a pubblicare i libri di pericolosi estremisti di destra (Carl Schmitt, Ernst Jünger, Martin Heidegger e altri), purché rechino il marchio delle case editrici politicamente rispettabili. Curioso che gli antifascisti, quelli che deridono l'oscurantismo medievale e commemorano contriti i roghi di libri del regime nazista, usino con i loro avversari ideologici metodi molto simili a quelli di chi, gli oppositori, li mandava al confino. E pensare che durante il fascismo, grazie alla lungimiranza del filosofo Giovanni Gentile, non mancarono gli intellettuali ostili a Benito Mussolini che potevano godere di una certa libertà.
Sulla vicenda si è espresso anche Giampaolo Rossi, consigliere d'amministrazione Rai, che in un'intervista al Primato Nazionale ha puntato il dito su una «élite intellettuale sempre più arrogante e chiusa nella sua autoreferenzialità», capace di compiere un «atto di ottusità barbarica». D'altro canto, i sinistri, che si percepiscono vittime di un un permanente assedio neofascista, vanno compresi.
Questi signori sono sopravvissuti a decenni senza potere grazie al subappalto alla cultura concesso dalla Democrazia cristiana. Dopo il crollo della prima Repubblica si erano abituati pure ad averlo, il potere. Ora sono saltati tutti gli schemi. Destra e sinistra sono categorie afasiche. Loro perdono sempre più consenso e sempre più potere. E mentre si squalifica il culturame che producono, il «nemico», di cultura, ne macina parecchia. Immaginate il trauma: scalzati dalle poltrone, scalzati dalle cattedre. È logico che i figliastri di Antonio Gramsci reagiscano scompostamente, ora che si vedono sfuggire ogni ambizione egemonica. Peraltro, pur essendo noi convinti che sia opportuno evitare ogni riferimento a tragedie come quella dei lager, non possiamo non notare che l'esultanza della scrittrice Halina Birenbaum, sopravvissuta all'Olocasuto, per la cacciata di Altaforte, è stata inopportuna. Possibile che ciò che l'esperienza della persecuzione razziale le ha insegnato, sia il valore morale della censura?
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Finisce la rassegna segnata dalla guerra a un piccolo editore. E pure Nicola Zingaretti (Pd) loda la polizia culturale.Anche l'autrice del volume-intervista a Matteo Salvini chiederà i danni agli organizzatori. E quando si è presentata al Lingotto, dallo stand Feltrinelli è partito il coro rosso Bella ciao.Lo speciale contiene due articoli.«Il massacro sistematico di una propaganda non risponde mai sui temi ma attacca i suoi oppositori sul personale. Appena hai una posizione critica verso la loro propaganda, non rispondono sui temi, ma sempre sulla persona che ha parlato». Sono parole pronunciate ieri, al Salone del libro di Torino, da Roberto Saviano. E descrivono perfettamente l'azione del regime sottoculturale vigente, anche se lo scrittore campano le rivolge al bersaglio sbagliato, cioè ai populisti. Alla fiera letteraria più triste che si ricordi è successo proprio quello che il caro Roberto ha descritto. Di fronte a editori e autori critici verso la propaganda che infetta i media asserviti al pensiero dominante, non si è risposto «sui temi», ma «sulla persona». La casa editrice Altaforte è stata bandita e costretta a organizzare una presentazione in un albergo torinese distante dal Lingotto. Dei libri pubblicati dal marchio «fascista» non si è discusso. Però si è fatto un gran parlare dell'editore Francesco Polacchi, delle sue posizioni politiche, della sua fedina penale, delle sue attività imprenditoriali. Non hanno risposto sui temi, si sono concentrati sulla persona. Come fanno i regimi. Ecco che cosa resterà del Salone di quest'anno: il sapore stomachevole di «dittatura dolce» e un po' vigliacca, di intellettuali che si nascondono dietro ai celerini per eliminare di soppiatto i nemici politici. La caricatura di un regime, debole nei toni ma sufficientemente violenta negli esiti. Il direttore del circo, Nicola Lagioia, è soddisfatto: «Tutta l'organizzazione messa a punto da Torino Città del libro penso stia soddisfacendo gli editori e questo è un punto importante», dice. «Il modello di collaborazione tra il pubblico e i privati, che peraltro erano già fornitori del Salone, funziona. Certo è un meccanismo che va oliato per evitare che si creino situazioni come quella di Altaforte, ma penso che sia un modello da promuovere». Chiaro, bisogna oliare il meccanismo, di modo che - dall'anno prossimo - gli editori sgraditi non possano nemmeno avvicinarsi, così ci si risparmia il fastidio di chiamare la derattizzazione. Sorride Lagioia, gongolano tutti i partigiani del terzo millennio, quelli che si ritirano in montagna (ma solo per farsi una settimana alla spa): Michela Murgia, Zerocalcare, Sandro Veronesi, e gli altri saltimbanchi. Persino uno capace di lampi d'intelligenza come Michele Serra, ieri su Repubblica, offriva la sua benedizione alla mordacchia democratica. Hanno vinto: si sono fatti tra di loro persino il dibattito sul fascismo. Del resto, l'intera pantomima se la sono gestita in famiglia. Prima, tramite il commissario Christian Raimo, hanno invocato la censura. Poi si sono divisi in correnti: chi voleva boicottare; chi voleva andare mai in polemica; chi ne approfittava per pubblicizzare il libretto fresco di stampa. E poi, immancabili, i sinceri «liberali», quelli che tifano libertà di pensiero. Come Pierluigi Battista, che in segno di protesta ha acquistato i libri di Altaforte e subito (lo ha detto lui) li ha buttati nel cestino. Chiaro: si acquistano così si fa bella figura, ma lo schifo per l'idea diversa rimane. In ogni caso, non c'è stato uno che i libri di Altaforte li abbia sfogliati e commentati. Solo sdegno e sberleffi. Il volume con l'intervista a Matteo Salvini è stato defenestrato, in compenso ieri il Saviano di cui sopra ha potuto concionare fino allo sfinimento, attaccando il governo a ogni sospiro (si è concentrato soprattutto sulla chiusura dei porti, definita «orrore umano e politico»). Via il ministro dell'Interno, largo allo scrittore narciso che attacca i poliziotti e si fa lo spot accanto ai taxisti del mare di Medici senza frontiere (di cui ha presentato il libro). Questa sì che è democrazia. Dato che abbiamo citato Michele Serra, viene proprio voglia di parafrasare un celebre titolo del suo Cuore, quello che recitava: «Hanno la faccia come il culo». Perdonate il tono da bar, ma la frase descrive perfettamente i piccoli censori del Salone e tutti i loro fiancheggiatori. Ad esempio Nicola Zingaretti, segretario del Pd. Allo stand della Feltrinelli di Torino, come noto, era in vendita il suo libro Piazza grande, nel quale il leader democratico fa una bella esibizione di revisionismo storico sull'Urss: «Se non ci fosse stata l'Unione sovietica [...] non sarebbero state possibili le lotte dei partiti democratici e di sinistra». Costui è lo stesso Zingaretti che ieri, su Repubblica, si permetteva di dare consigli sull'insegnamento della storia nelle scuole. «Dobbiamo rafforzare la presenza degli insegnanti», ha scritto, «e contribuire a una formazione continua e aggiornata (per molti la seconda metà del Novecento rimane un terreno sconosciuto)». Vero: infatti Zingaretti è il primo a ignorare la storia dell'Urss, dei gulag e dei massacri perpetrati in nome del socialismo reale. Lui però, non è stato estromesso dal Salone, e anzi può continuare a farsi bello sputando banalità sulla memoria e lo studio del passato. Questa è la cultura dominante in Italia, e il Salone è il suo profeta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chiude-il-salottino-del-libro-di-cui-resta-solo-la-censura-2636881965.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-salone-canta-bella-ciao-altaforte-class-action-contro-chi-ci-ha-allontanato" data-post-id="2636881965" data-published-at="1774130285" data-use-pagination="False"> Il Salone canta «Bella ciao». Altaforte: «Class action contro chi ci ha allontanato» E ti pareva che non saltava fuori pure Bella ciao. Ieri l'autrice del libro-intervista a Matteo Salvini, la giornalista Chiara Giannini, si è «intrufolata» al Salone del libro di Torino con una copia del volume pubblicato da Altaforte, il temibile ed eversivo editore fascista. Non appena l'ha notata, un prode commesso dello stand di Feltrinelli ha intonato i primi versi del canto partigiano. A quel punto, la vibrante energia del grido battagliero ha contagiato anche diversi visitatori, che si sono uniti al coro, mentre la Giannini brandiva il testo come un esorcista brandisce il crocifisso. Una scena epica, con picchi di pathos che chi ha seguito la serie Netflix, La casa di carta e ricorda il momento in cui i due protagonisti si abbracciano, sussurrandosi commossi proprio le parole di Bella ciao, avrà di sicuro colto. Ennesima giornata di passione, dunque, alla kermesse libraria del capoluogo piemontese, da cui, dopo interminabili polemiche, lo stand di Altaforte è stato escluso. La casa editrice vicina a Casapound, guidata da Francesco Polacchi, ha presentato il libro della Giannini in un hotel in pieno centro a Torino. «La polemica su Altaforte si è scatenata prima delle dichiarazioni di Francesco Polacchi», ha detto la giornalista: «Penso sia semplicemente un attacco strumentale al ministro Matteo Salvini, che si è fidato di me. Quando ho fatto la richiesta ai suoi più stretti collaboratori di poter pubblicare il libro-intervista, ho inviato una mail dicendo che l'avrei fatto con Altaforte. Il ministro non ha rilasciato un'intervista ad Altaforte, ma a Chiara Giannini. E per quanto riguarda Casapound», ha proseguito, «non mi sembra sia un partito illegale». Accalorata, l'autrice si è lasciata andare anche a un paragone un po' ardito: «Massimo rispetto per gli scampati ai campi di concentramento, è un capitolo della storia vergognoso che mi addolora moltissimo. Loro hanno subito una restrizione della loro libertà, la stessa che sto subendo io». Ma a parte questo discutibile passaggio, la Giannini su una cosa ha ragione: è ingiusto che «un piccolo gruppo di personaggi italiani» voglia imporre il proprio «punto di vista sugli altri: è veramente assurdo». Così, mentre Polacchi annunciava che molti autori della sua casa editrice sono pronti a sottoscrivere una class action contro i responsabili della censura al Salone, la legale della giornalista spiegava che chiederà un risarcimento agli organizzatori per aver danneggiato la sua cliente. Dopo la conferenza stampa, la Giannini si è recata al Lingotto, sede della rassegna libraria, per denunciare la censura subita e «per far vedere a tutti quelli che me l'hanno impedito, compreso il signor Nicola Lagioia (direttore del Salone, ndr) e la sindaca Chiara Appendino, che la cultura spacca i ponti e può entrare ovunque». La Giannini ha anche rifiutato di essere etichettata come fascista: «L'editore», che invece aveva orgogliosamente ammesso le proprie simpatie, «parla a nome personale. Io non sono fascista, non mi sono mai schierata politicamente. Per quale motivo impedirmi di presentare il libro?». Proprio nei momenti in cui la Giannini inscenava la sua protesta al Lingotto, si è consumato l'eroico atto di resistenza del libraio di Feltrinelli, che a Repubblica ha raccontato: «La signora Inge Feltrinelli è morta da un anno e non mi è sembrato proprio il caso di venire a fare propaganda davanti alla sua fotografia. È stata una provocazione. Ho intonato Bella ciao perché sono un antifascista, sono un democratico». Curioso, però, che i «democratici» tollerino solamente chi la pensa come loro e siano, al limite, disposti a pubblicare i libri di pericolosi estremisti di destra (Carl Schmitt, Ernst Jünger, Martin Heidegger e altri), purché rechino il marchio delle case editrici politicamente rispettabili. Curioso che gli antifascisti, quelli che deridono l'oscurantismo medievale e commemorano contriti i roghi di libri del regime nazista, usino con i loro avversari ideologici metodi molto simili a quelli di chi, gli oppositori, li mandava al confino. E pensare che durante il fascismo, grazie alla lungimiranza del filosofo Giovanni Gentile, non mancarono gli intellettuali ostili a Benito Mussolini che potevano godere di una certa libertà. Sulla vicenda si è espresso anche Giampaolo Rossi, consigliere d'amministrazione Rai, che in un'intervista al Primato Nazionale ha puntato il dito su una «élite intellettuale sempre più arrogante e chiusa nella sua autoreferenzialità», capace di compiere un «atto di ottusità barbarica». D'altro canto, i sinistri, che si percepiscono vittime di un un permanente assedio neofascista, vanno compresi. Questi signori sono sopravvissuti a decenni senza potere grazie al subappalto alla cultura concesso dalla Democrazia cristiana. Dopo il crollo della prima Repubblica si erano abituati pure ad averlo, il potere. Ora sono saltati tutti gli schemi. Destra e sinistra sono categorie afasiche. Loro perdono sempre più consenso e sempre più potere. E mentre si squalifica il culturame che producono, il «nemico», di cultura, ne macina parecchia. Immaginate il trauma: scalzati dalle poltrone, scalzati dalle cattedre. È logico che i figliastri di Antonio Gramsci reagiscano scompostamente, ora che si vedono sfuggire ogni ambizione egemonica. Peraltro, pur essendo noi convinti che sia opportuno evitare ogni riferimento a tragedie come quella dei lager, non possiamo non notare che l'esultanza della scrittrice Halina Birenbaum, sopravvissuta all'Olocasuto, per la cacciata di Altaforte, è stata inopportuna. Possibile che ciò che l'esperienza della persecuzione razziale le ha insegnato, sia il valore morale della censura?
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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