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2019-05-12
Il domatore Saviano
chiude il circo del Salone e benedice la censura
Ansa
«Il massacro sistematico di una propaganda non risponde mai sui temi ma attacca i suoi oppositori sul personale. Appena hai una posizione critica verso la loro propaganda, non rispondono sui temi, ma sempre sulla persona che ha parlato». Sono parole pronunciate ieri, al Salone del libro di Torino, da Roberto Saviano. E descrivono perfettamente l'azione del regime sottoculturale vigente, anche se lo scrittore campano le rivolge al bersaglio sbagliato, cioè ai populisti. Alla fiera letteraria più triste che si ricordi è successo proprio quello che il caro Roberto ha descritto. Di fronte a editori e autori critici verso la propaganda che infetta i media asserviti al pensiero dominante, non si è risposto «sui temi», ma «sulla persona». La casa editrice Altaforte è stata bandita e costretta a organizzare una presentazione in un albergo torinese distante dal Lingotto. Dei libri pubblicati dal marchio «fascista» non si è discusso. Però si è fatto un gran parlare dell'editore Francesco Polacchi, delle sue posizioni politiche, della sua fedina penale, delle sue attività imprenditoriali. Non hanno risposto sui temi, si sono concentrati sulla persona. Come fanno i regimi.
Ecco che cosa resterà del Salone di quest'anno: il sapore stomachevole di «dittatura dolce» e un po' vigliacca, di intellettuali che si nascondono dietro ai celerini per eliminare di soppiatto i nemici politici. La caricatura di un regime, debole nei toni ma sufficientemente violenta negli esiti.
Il direttore del circo, Nicola Lagioia, è soddisfatto: «Tutta l'organizzazione messa a punto da Torino Città del libro penso stia soddisfacendo gli editori e questo è un punto importante», dice. «Il modello di collaborazione tra il pubblico e i privati, che peraltro erano già fornitori del Salone, funziona. Certo è un meccanismo che va oliato per evitare che si creino situazioni come quella di Altaforte, ma penso che sia un modello da promuovere». Chiaro, bisogna oliare il meccanismo, di modo che - dall'anno prossimo - gli editori sgraditi non possano nemmeno avvicinarsi, così ci si risparmia il fastidio di chiamare la derattizzazione.
Sorride Lagioia, gongolano tutti i partigiani del terzo millennio, quelli che si ritirano in montagna (ma solo per farsi una settimana alla spa): Michela Murgia, Zerocalcare, Sandro Veronesi, e gli altri saltimbanchi. Persino uno capace di lampi d'intelligenza come Michele Serra, ieri su Repubblica, offriva la sua benedizione alla mordacchia democratica. Hanno vinto: si sono fatti tra di loro persino il dibattito sul fascismo. Del resto, l'intera pantomima se la sono gestita in famiglia. Prima, tramite il commissario Christian Raimo, hanno invocato la censura. Poi si sono divisi in correnti: chi voleva boicottare; chi voleva andare mai in polemica; chi ne approfittava per pubblicizzare il libretto fresco di stampa. E poi, immancabili, i sinceri «liberali», quelli che tifano libertà di pensiero. Come Pierluigi Battista, che in segno di protesta ha acquistato i libri di Altaforte e subito (lo ha detto lui) li ha buttati nel cestino. Chiaro: si acquistano così si fa bella figura, ma lo schifo per l'idea diversa rimane. In ogni caso, non c'è stato uno che i libri di Altaforte li abbia sfogliati e commentati. Solo sdegno e sberleffi.
Il volume con l'intervista a Matteo Salvini è stato defenestrato, in compenso ieri il Saviano di cui sopra ha potuto concionare fino allo sfinimento, attaccando il governo a ogni sospiro (si è concentrato soprattutto sulla chiusura dei porti, definita «orrore umano e politico»). Via il ministro dell'Interno, largo allo scrittore narciso che attacca i poliziotti e si fa lo spot accanto ai taxisti del mare di Medici senza frontiere (di cui ha presentato il libro). Questa sì che è democrazia.
Dato che abbiamo citato Michele Serra, viene proprio voglia di parafrasare un celebre titolo del suo Cuore, quello che recitava: «Hanno la faccia come il culo». Perdonate il tono da bar, ma la frase descrive perfettamente i piccoli censori del Salone e tutti i loro fiancheggiatori. Ad esempio Nicola Zingaretti, segretario del Pd. Allo stand della Feltrinelli di Torino, come noto, era in vendita il suo libro Piazza grande, nel quale il leader democratico fa una bella esibizione di revisionismo storico sull'Urss: «Se non ci fosse stata l'Unione sovietica [...] non sarebbero state possibili le lotte dei partiti democratici e di sinistra».
Costui è lo stesso Zingaretti che ieri, su Repubblica, si permetteva di dare consigli sull'insegnamento della storia nelle scuole. «Dobbiamo rafforzare la presenza degli insegnanti», ha scritto, «e contribuire a una formazione continua e aggiornata (per molti la seconda metà del Novecento rimane un terreno sconosciuto)». Vero: infatti Zingaretti è il primo a ignorare la storia dell'Urss, dei gulag e dei massacri perpetrati in nome del socialismo reale. Lui però, non è stato estromesso dal Salone, e anzi può continuare a farsi bello sputando banalità sulla memoria e lo studio del passato.
Questa è la cultura dominante in Italia, e il Salone è il suo profeta.
Il Salone canta «Bella ciao». Altaforte: «Class action contro chi ci ha allontanato»
E ti pareva che non saltava fuori pure Bella ciao. Ieri l'autrice del libro-intervista a Matteo Salvini, la giornalista Chiara Giannini, si è «intrufolata» al Salone del libro di Torino con una copia del volume pubblicato da Altaforte, il temibile ed eversivo editore fascista. Non appena l'ha notata, un prode commesso dello stand di Feltrinelli ha intonato i primi versi del canto partigiano. A quel punto, la vibrante energia del grido battagliero ha contagiato anche diversi visitatori, che si sono uniti al coro, mentre la Giannini brandiva il testo come un esorcista brandisce il crocifisso. Una scena epica, con picchi di pathos che chi ha seguito la serie Netflix, La casa di carta e ricorda il momento in cui i due protagonisti si abbracciano, sussurrandosi commossi proprio le parole di Bella ciao, avrà di sicuro colto.
Ennesima giornata di passione, dunque, alla kermesse libraria del capoluogo piemontese, da cui, dopo interminabili polemiche, lo stand di Altaforte è stato escluso. La casa editrice vicina a Casapound, guidata da Francesco Polacchi, ha presentato il libro della Giannini in un hotel in pieno centro a Torino. «La polemica su Altaforte si è scatenata prima delle dichiarazioni di Francesco Polacchi», ha detto la giornalista: «Penso sia semplicemente un attacco strumentale al ministro Matteo Salvini, che si è fidato di me. Quando ho fatto la richiesta ai suoi più stretti collaboratori di poter pubblicare il libro-intervista, ho inviato una mail dicendo che l'avrei fatto con Altaforte. Il ministro non ha rilasciato un'intervista ad Altaforte, ma a Chiara Giannini. E per quanto riguarda Casapound», ha proseguito, «non mi sembra sia un partito illegale». Accalorata, l'autrice si è lasciata andare anche a un paragone un po' ardito: «Massimo rispetto per gli scampati ai campi di concentramento, è un capitolo della storia vergognoso che mi addolora moltissimo. Loro hanno subito una restrizione della loro libertà, la stessa che sto subendo io». Ma a parte questo discutibile passaggio, la Giannini su una cosa ha ragione: è ingiusto che «un piccolo gruppo di personaggi italiani» voglia imporre il proprio «punto di vista sugli altri: è veramente assurdo». Così, mentre Polacchi annunciava che molti autori della sua casa editrice sono pronti a sottoscrivere una class action contro i responsabili della censura al Salone, la legale della giornalista spiegava che chiederà un risarcimento agli organizzatori per aver danneggiato la sua cliente. Dopo la conferenza stampa, la Giannini si è recata al Lingotto, sede della rassegna libraria, per denunciare la censura subita e «per far vedere a tutti quelli che me l'hanno impedito, compreso il signor Nicola Lagioia (direttore del Salone, ndr) e la sindaca Chiara Appendino, che la cultura spacca i ponti e può entrare ovunque». La Giannini ha anche rifiutato di essere etichettata come fascista: «L'editore», che invece aveva orgogliosamente ammesso le proprie simpatie, «parla a nome personale. Io non sono fascista, non mi sono mai schierata politicamente. Per quale motivo impedirmi di presentare il libro?».
Proprio nei momenti in cui la Giannini inscenava la sua protesta al Lingotto, si è consumato l'eroico atto di resistenza del libraio di Feltrinelli, che a Repubblica ha raccontato: «La signora Inge Feltrinelli è morta da un anno e non mi è sembrato proprio il caso di venire a fare propaganda davanti alla sua fotografia. È stata una provocazione. Ho intonato Bella ciao perché sono un antifascista, sono un democratico».
Curioso, però, che i «democratici» tollerino solamente chi la pensa come loro e siano, al limite, disposti a pubblicare i libri di pericolosi estremisti di destra (Carl Schmitt, Ernst Jünger, Martin Heidegger e altri), purché rechino il marchio delle case editrici politicamente rispettabili. Curioso che gli antifascisti, quelli che deridono l'oscurantismo medievale e commemorano contriti i roghi di libri del regime nazista, usino con i loro avversari ideologici metodi molto simili a quelli di chi, gli oppositori, li mandava al confino. E pensare che durante il fascismo, grazie alla lungimiranza del filosofo Giovanni Gentile, non mancarono gli intellettuali ostili a Benito Mussolini che potevano godere di una certa libertà.
Sulla vicenda si è espresso anche Giampaolo Rossi, consigliere d'amministrazione Rai, che in un'intervista al Primato Nazionale ha puntato il dito su una «élite intellettuale sempre più arrogante e chiusa nella sua autoreferenzialità», capace di compiere un «atto di ottusità barbarica». D'altro canto, i sinistri, che si percepiscono vittime di un un permanente assedio neofascista, vanno compresi.
Questi signori sono sopravvissuti a decenni senza potere grazie al subappalto alla cultura concesso dalla Democrazia cristiana. Dopo il crollo della prima Repubblica si erano abituati pure ad averlo, il potere. Ora sono saltati tutti gli schemi. Destra e sinistra sono categorie afasiche. Loro perdono sempre più consenso e sempre più potere. E mentre si squalifica il culturame che producono, il «nemico», di cultura, ne macina parecchia. Immaginate il trauma: scalzati dalle poltrone, scalzati dalle cattedre. È logico che i figliastri di Antonio Gramsci reagiscano scompostamente, ora che si vedono sfuggire ogni ambizione egemonica. Peraltro, pur essendo noi convinti che sia opportuno evitare ogni riferimento a tragedie come quella dei lager, non possiamo non notare che l'esultanza della scrittrice Halina Birenbaum, sopravvissuta all'Olocasuto, per la cacciata di Altaforte, è stata inopportuna. Possibile che ciò che l'esperienza della persecuzione razziale le ha insegnato, sia il valore morale della censura?
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Finisce la rassegna segnata dalla guerra a un piccolo editore. E pure Nicola Zingaretti (Pd) loda la polizia culturale.Anche l'autrice del volume-intervista a Matteo Salvini chiederà i danni agli organizzatori. E quando si è presentata al Lingotto, dallo stand Feltrinelli è partito il coro rosso Bella ciao.Lo speciale contiene due articoli.«Il massacro sistematico di una propaganda non risponde mai sui temi ma attacca i suoi oppositori sul personale. Appena hai una posizione critica verso la loro propaganda, non rispondono sui temi, ma sempre sulla persona che ha parlato». Sono parole pronunciate ieri, al Salone del libro di Torino, da Roberto Saviano. E descrivono perfettamente l'azione del regime sottoculturale vigente, anche se lo scrittore campano le rivolge al bersaglio sbagliato, cioè ai populisti. Alla fiera letteraria più triste che si ricordi è successo proprio quello che il caro Roberto ha descritto. Di fronte a editori e autori critici verso la propaganda che infetta i media asserviti al pensiero dominante, non si è risposto «sui temi», ma «sulla persona». La casa editrice Altaforte è stata bandita e costretta a organizzare una presentazione in un albergo torinese distante dal Lingotto. Dei libri pubblicati dal marchio «fascista» non si è discusso. Però si è fatto un gran parlare dell'editore Francesco Polacchi, delle sue posizioni politiche, della sua fedina penale, delle sue attività imprenditoriali. Non hanno risposto sui temi, si sono concentrati sulla persona. Come fanno i regimi. Ecco che cosa resterà del Salone di quest'anno: il sapore stomachevole di «dittatura dolce» e un po' vigliacca, di intellettuali che si nascondono dietro ai celerini per eliminare di soppiatto i nemici politici. La caricatura di un regime, debole nei toni ma sufficientemente violenta negli esiti. Il direttore del circo, Nicola Lagioia, è soddisfatto: «Tutta l'organizzazione messa a punto da Torino Città del libro penso stia soddisfacendo gli editori e questo è un punto importante», dice. «Il modello di collaborazione tra il pubblico e i privati, che peraltro erano già fornitori del Salone, funziona. Certo è un meccanismo che va oliato per evitare che si creino situazioni come quella di Altaforte, ma penso che sia un modello da promuovere». Chiaro, bisogna oliare il meccanismo, di modo che - dall'anno prossimo - gli editori sgraditi non possano nemmeno avvicinarsi, così ci si risparmia il fastidio di chiamare la derattizzazione. Sorride Lagioia, gongolano tutti i partigiani del terzo millennio, quelli che si ritirano in montagna (ma solo per farsi una settimana alla spa): Michela Murgia, Zerocalcare, Sandro Veronesi, e gli altri saltimbanchi. Persino uno capace di lampi d'intelligenza come Michele Serra, ieri su Repubblica, offriva la sua benedizione alla mordacchia democratica. Hanno vinto: si sono fatti tra di loro persino il dibattito sul fascismo. Del resto, l'intera pantomima se la sono gestita in famiglia. Prima, tramite il commissario Christian Raimo, hanno invocato la censura. Poi si sono divisi in correnti: chi voleva boicottare; chi voleva andare mai in polemica; chi ne approfittava per pubblicizzare il libretto fresco di stampa. E poi, immancabili, i sinceri «liberali», quelli che tifano libertà di pensiero. Come Pierluigi Battista, che in segno di protesta ha acquistato i libri di Altaforte e subito (lo ha detto lui) li ha buttati nel cestino. Chiaro: si acquistano così si fa bella figura, ma lo schifo per l'idea diversa rimane. In ogni caso, non c'è stato uno che i libri di Altaforte li abbia sfogliati e commentati. Solo sdegno e sberleffi. Il volume con l'intervista a Matteo Salvini è stato defenestrato, in compenso ieri il Saviano di cui sopra ha potuto concionare fino allo sfinimento, attaccando il governo a ogni sospiro (si è concentrato soprattutto sulla chiusura dei porti, definita «orrore umano e politico»). Via il ministro dell'Interno, largo allo scrittore narciso che attacca i poliziotti e si fa lo spot accanto ai taxisti del mare di Medici senza frontiere (di cui ha presentato il libro). Questa sì che è democrazia. Dato che abbiamo citato Michele Serra, viene proprio voglia di parafrasare un celebre titolo del suo Cuore, quello che recitava: «Hanno la faccia come il culo». Perdonate il tono da bar, ma la frase descrive perfettamente i piccoli censori del Salone e tutti i loro fiancheggiatori. Ad esempio Nicola Zingaretti, segretario del Pd. Allo stand della Feltrinelli di Torino, come noto, era in vendita il suo libro Piazza grande, nel quale il leader democratico fa una bella esibizione di revisionismo storico sull'Urss: «Se non ci fosse stata l'Unione sovietica [...] non sarebbero state possibili le lotte dei partiti democratici e di sinistra». Costui è lo stesso Zingaretti che ieri, su Repubblica, si permetteva di dare consigli sull'insegnamento della storia nelle scuole. «Dobbiamo rafforzare la presenza degli insegnanti», ha scritto, «e contribuire a una formazione continua e aggiornata (per molti la seconda metà del Novecento rimane un terreno sconosciuto)». Vero: infatti Zingaretti è il primo a ignorare la storia dell'Urss, dei gulag e dei massacri perpetrati in nome del socialismo reale. Lui però, non è stato estromesso dal Salone, e anzi può continuare a farsi bello sputando banalità sulla memoria e lo studio del passato. Questa è la cultura dominante in Italia, e il Salone è il suo profeta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chiude-il-salottino-del-libro-di-cui-resta-solo-la-censura-2636881965.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-salone-canta-bella-ciao-altaforte-class-action-contro-chi-ci-ha-allontanato" data-post-id="2636881965" data-published-at="1775561859" data-use-pagination="False"> Il Salone canta «Bella ciao». Altaforte: «Class action contro chi ci ha allontanato» E ti pareva che non saltava fuori pure Bella ciao. Ieri l'autrice del libro-intervista a Matteo Salvini, la giornalista Chiara Giannini, si è «intrufolata» al Salone del libro di Torino con una copia del volume pubblicato da Altaforte, il temibile ed eversivo editore fascista. Non appena l'ha notata, un prode commesso dello stand di Feltrinelli ha intonato i primi versi del canto partigiano. A quel punto, la vibrante energia del grido battagliero ha contagiato anche diversi visitatori, che si sono uniti al coro, mentre la Giannini brandiva il testo come un esorcista brandisce il crocifisso. Una scena epica, con picchi di pathos che chi ha seguito la serie Netflix, La casa di carta e ricorda il momento in cui i due protagonisti si abbracciano, sussurrandosi commossi proprio le parole di Bella ciao, avrà di sicuro colto. Ennesima giornata di passione, dunque, alla kermesse libraria del capoluogo piemontese, da cui, dopo interminabili polemiche, lo stand di Altaforte è stato escluso. La casa editrice vicina a Casapound, guidata da Francesco Polacchi, ha presentato il libro della Giannini in un hotel in pieno centro a Torino. «La polemica su Altaforte si è scatenata prima delle dichiarazioni di Francesco Polacchi», ha detto la giornalista: «Penso sia semplicemente un attacco strumentale al ministro Matteo Salvini, che si è fidato di me. Quando ho fatto la richiesta ai suoi più stretti collaboratori di poter pubblicare il libro-intervista, ho inviato una mail dicendo che l'avrei fatto con Altaforte. Il ministro non ha rilasciato un'intervista ad Altaforte, ma a Chiara Giannini. E per quanto riguarda Casapound», ha proseguito, «non mi sembra sia un partito illegale». Accalorata, l'autrice si è lasciata andare anche a un paragone un po' ardito: «Massimo rispetto per gli scampati ai campi di concentramento, è un capitolo della storia vergognoso che mi addolora moltissimo. Loro hanno subito una restrizione della loro libertà, la stessa che sto subendo io». Ma a parte questo discutibile passaggio, la Giannini su una cosa ha ragione: è ingiusto che «un piccolo gruppo di personaggi italiani» voglia imporre il proprio «punto di vista sugli altri: è veramente assurdo». Così, mentre Polacchi annunciava che molti autori della sua casa editrice sono pronti a sottoscrivere una class action contro i responsabili della censura al Salone, la legale della giornalista spiegava che chiederà un risarcimento agli organizzatori per aver danneggiato la sua cliente. Dopo la conferenza stampa, la Giannini si è recata al Lingotto, sede della rassegna libraria, per denunciare la censura subita e «per far vedere a tutti quelli che me l'hanno impedito, compreso il signor Nicola Lagioia (direttore del Salone, ndr) e la sindaca Chiara Appendino, che la cultura spacca i ponti e può entrare ovunque». La Giannini ha anche rifiutato di essere etichettata come fascista: «L'editore», che invece aveva orgogliosamente ammesso le proprie simpatie, «parla a nome personale. Io non sono fascista, non mi sono mai schierata politicamente. Per quale motivo impedirmi di presentare il libro?». Proprio nei momenti in cui la Giannini inscenava la sua protesta al Lingotto, si è consumato l'eroico atto di resistenza del libraio di Feltrinelli, che a Repubblica ha raccontato: «La signora Inge Feltrinelli è morta da un anno e non mi è sembrato proprio il caso di venire a fare propaganda davanti alla sua fotografia. È stata una provocazione. Ho intonato Bella ciao perché sono un antifascista, sono un democratico». Curioso, però, che i «democratici» tollerino solamente chi la pensa come loro e siano, al limite, disposti a pubblicare i libri di pericolosi estremisti di destra (Carl Schmitt, Ernst Jünger, Martin Heidegger e altri), purché rechino il marchio delle case editrici politicamente rispettabili. Curioso che gli antifascisti, quelli che deridono l'oscurantismo medievale e commemorano contriti i roghi di libri del regime nazista, usino con i loro avversari ideologici metodi molto simili a quelli di chi, gli oppositori, li mandava al confino. E pensare che durante il fascismo, grazie alla lungimiranza del filosofo Giovanni Gentile, non mancarono gli intellettuali ostili a Benito Mussolini che potevano godere di una certa libertà. Sulla vicenda si è espresso anche Giampaolo Rossi, consigliere d'amministrazione Rai, che in un'intervista al Primato Nazionale ha puntato il dito su una «élite intellettuale sempre più arrogante e chiusa nella sua autoreferenzialità», capace di compiere un «atto di ottusità barbarica». D'altro canto, i sinistri, che si percepiscono vittime di un un permanente assedio neofascista, vanno compresi. Questi signori sono sopravvissuti a decenni senza potere grazie al subappalto alla cultura concesso dalla Democrazia cristiana. Dopo il crollo della prima Repubblica si erano abituati pure ad averlo, il potere. Ora sono saltati tutti gli schemi. Destra e sinistra sono categorie afasiche. Loro perdono sempre più consenso e sempre più potere. E mentre si squalifica il culturame che producono, il «nemico», di cultura, ne macina parecchia. Immaginate il trauma: scalzati dalle poltrone, scalzati dalle cattedre. È logico che i figliastri di Antonio Gramsci reagiscano scompostamente, ora che si vedono sfuggire ogni ambizione egemonica. Peraltro, pur essendo noi convinti che sia opportuno evitare ogni riferimento a tragedie come quella dei lager, non possiamo non notare che l'esultanza della scrittrice Halina Birenbaum, sopravvissuta all'Olocasuto, per la cacciata di Altaforte, è stata inopportuna. Possibile che ciò che l'esperienza della persecuzione razziale le ha insegnato, sia il valore morale della censura?
Christian Raimo (Imagoeconomica)
La premessa, in stile lotta di classe d’antan, si lega alle difficoltà economiche di una fascia di popolazione che una volta veniva definita classe media e che oggi fatica a tirare avanti. «Metà o più dei miei amici, quarantenni, cinquantenni», annota il prof, «cerca casa o lavoro o un lavoro in più con cui provare ad arrivare a fine mese. Nei giorni di Pasqua e di bilanci la ferita è più evidente. È una classe media o ormai ex-media, tutti più o meno laureati e dottorati, molti insegnano, ma da quest’anno non stanno in piedi».
Il post, da oltre 2.000 reazioni, è diventato subito uno sfogatoio da follower. Nei 300 commenti c’è chi auspica iper tassazioni per le case sfitte, chi sente di vivere nel «Quarto mondo», chi sostiene l’occupazione illegale. E chi sente di saperne un po’ in più e blatera «sul monopolio unilaterale dell’offerta». Ovviamente ispirato dal ragionamento di Raimo, che trasuda uno slang da sindacalismo rosso degli anni Sessanta, in cui il proprietario trasloca per lasciare il posto al padrone: «Chi vive in affitto», scrive Raimo, «è in piena angoscia. Sa che nel 2027 o nel 2028 il padrone di casa di sicuro non rinnoverà l’affitto, gliel’ha già detto o fatto capire». Per dare consistenza al disagio, il prof, usando qualche passaggio in romanesco, cita un episodio concreto: «Oggi chiacchieravo con un mio collega, 50 anni, separato e single, senza figli, a cui il padrone di casa ha aumentato l’affitto ancora, altrimenti “se te non la voi la casa la do ai bengalesi, ai filippini” gli ha detto, “quelli je faccio scucire 2.000 euro per 35 metri quadrati, ce stanno due famije co i fiji”».
È il passaggio in cui il disagio, nella narrazione di Raimo, prende forma. Ma con un paradosso: in un racconto che nasce all’interno di una sensibilità progressista, la figura dell’immigrato diventa una leva retorica per una minaccia implicita. Il «padrone» evoca gli stranieri per alzare il prezzo, Raimo li usa per rafforzare la narrazione sull’ingiustizia. Ma il risultato non cambia: restano uno strumento. Finché non si arriva al cuore del post: «Mentre mi raccontava questo obbrobrio io ho pensato alla ricina». La potente tossina che si estrae dai semi della pianta del ricino e che viene usata come veleno (tornata alla ribalta dopo l’apertura, nei giorni scorsi, di un’inchiesta a Campobasso su un presunto duplice avvelenamento di una mamma e di sua figlia). A questo punto il professore mette da parte l’analisi sociale e, prendendo la china da sceneggiatore thriller, scrive: «L’odio che mi viene per i proprietari di molte case che sfruttano, per pura speculazione, la presunta mancanza di case mi fa immaginare trame per polizieschi in cui uno dopo l’altro una serie di padroni di case, gestori di Airbnb, gestori di fondi immobiliari vengono avvelenati a morte senza che si capisca se c’è un disegno comune o un serial killer ispirato da sentimenti di ghiaccio, dopo che sua madre è stata sfrattata a 87 anni per metterci un b&b nel suo vecchio appartamento («Trama clamorosa! L’avrei tenuta nascosta per non farmi rubare l’idea», gli scrive tra i commenti un follower, ndr)». Altro che politiche pubbliche. Raimo, a questo punto del suo racconto, si è completamente lasciato alle spalle le elucubrazioni da antagonista sociale per avventurarsi in uno scenario crime che ricorda gli attacchi all’antrace del 2001 negli Stati Uniti. Poi, certo, alla fine arriva la retromarcia. «Fuori dalla vendetta romanzesca», scrive il prof piegando il racconto verso la polemica, «ci vorrebbero almeno delle politiche serie dell’abitare contro questa violenza di massa». La scena madre, però, è già andata in onda: il professore che, davanti al caro affitti, pensa alla ricina. Quasi a completare il Salis pensiero sulla proprietà privata. Perché la traiettoria l’aveva tracciata proprio l’eurodeputata con la quale Raimo ha condiviso la campagna delle europee con Avs. Ilaria Salis, icona degli occupatori abusivi di abitazioni, che sui rapporti di proprietà ha costruito la sua identità politica anche a colpi di emendamenti al Parlamento europeo, ritiene infatti che non sia possibile perseguire le occupazioni abusive contro «i proprietari con molteplici patrimoni residenziali». La casa è il terreno di conflitto e il proprietario una figura da contrastare. Il post di Raimo, dopo essersi collocato esattamente sullo stesso piano, però, introduce uno scenario in cui il nemico «padrone» viene eliminato. Neppure l’ultrà finita nei guai in Ungheria con la Banda del martello era riuscita a spingersi così tanto.
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Daniele Dell'Orco racconta il Libano come un fronte dimenticato ma ancora in fiamme: bombardamenti continui, un Paese diviso tra Hezbollah e oppositori, e comunità civili, soprattutto cristiane, strette tra due fuochi. Una guerra che dura da decenni e che oggi rischia di degenerare ulteriormente.
(Ansa)
Il caldo di Pasquetta è niente se paragonato alla settimana bollente che attende l’esecutivo. Oggi alle 16 è prevista un’informativa urgente con il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nell’Aula della Camera, sull’Iran e sull’utilizzo delle basi militari nel territorio italiano da parte delle Forze armate statunitensi. Crosetto parlerà di Sigonella e, al contrario di quanto avviene per le comunicazioni in Aula, essendo un’informativa, non ci saranno risoluzioni né voti. Il ministro ha già spiegato che ha fatto scattare il divieto perché mancava la consultazione preventiva, come previsto dagli accordi internazionali. Puntualizzerà anche che nulla è cambiato e nulla vuole cambiare nei rapporti con gli Stati Uniti. «Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti Usa. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato». A rinforzare il concetto ci penserà poi il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, giovedì in Aula. La sua informativa è stata calendarizzata per le 9 a Montecitorio cui seguirà alle 12 quella nell’Aula del Senato. Sarà un intervento articolato, ad ampio spettro, dai temi strettamente legati alla politica interna, con le tensioni seguite alla vittoria del no al referendum sulla riforma della giustizia, alle grandi questioni internazionali, a cominciare dai rincari dell’energia dovuti al conflitto in Iran ed al blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz: a tal proposito, il premier farà quasi sicuramente un resoconto del suo recente viaggio a sorpresa, di 48 ore, nei Paesi del Golfo (Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti), missione che ha avuto l’obiettivo, come da lei stessa dichiarato, di «difendere l’interesse italiano». Anche qui, trattandosi di una informativa, non è previsto alcun voto delle Assemblee parlamentari su risoluzioni.
Tutto avviene in uno scenario sempre più complicato. I razionamenti sono già realtà perché all’aeroporto di Brindisi ieri sera è terminato il carburante per gli aerei «almeno fino alle 12 del 7 aprile» scrivono sui nuovi Notam, i bollettini aeronautici, emessi nelle ultime ore. Viene spiegato che il carburante in quello scalo non è disponibile e si prega le compagnie di calcolare la quantità di carburante sufficiente dall’aeroporto precedente per le tratte di volo successive. Sono disponibili «quantità limitate» concesse solo per voli statali, Sar e ospedalieri. Mentre alla lista degli aeroporti italiani con quantità limitate di carburante se ne aggiungono altri due. Oltre a Milano Linate, Venezia, Treviso e Bologna adesso anche quelli di Reggio Calabria, e Pescara fanno sapere di poter fornire una quota massima di rifornimento.
D’altronde il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, aveva avvertito: «È chiaro che siamo pronti al razionamento, se necessario. Valutiamo diverse possibili azioni, ma non ci sono ancora le condizioni per intervenire» ha detto a Repubblica. «Al ministero lavora una commissione apposita per studiare il piano per l’emergenza, vedremo dove e come intervenire, calcoliamo le possibili misure, anche se certo non reagiremmo con le domeniche in bicicletta come cinquant’anni fa». In questo caso «le azioni dovranno essere misurate sulla situazione attuale. Noi sappiamo che se tutto si blocca, con le riserve si va avanti un mese», ha chiarito riferendosi a una ipotesi «di choc», di un blocco generalizzato, ma per il ministro «è possibile che le cose vadano diversamente, la penuria potrebbe incidere di più in un settore o un altro, per una risorsa o un’altra».
Insomma il caro energia è al centro così come spiegato da Meloni al suo viaggio di rientro dai Paesi del Golfo. Si apre una fase molto delicata per il Paese, e in questa fase è convinzione di molti che non ci sia spazio elettorale. Bisogna andare avanti e farlo nel miglior modo possibile. Dopo le dimissioni all’interno dell’esecutivo si attendono nuovi innesti per rinforzare le squadre. Sono troppi i sottosegretari caduti, almeno quattro non sono mai stati rimpiazzati. Oltre a quello di Andrea Del Mastro (le cui deleghe sono state spacchettate) sempre al ministero della Giustizia c’è da sostituire il posto lasciato da Augusta Montaruli. Mentre alla Cultura adesso bisognerebbe sostituire il posto di Gianmarco Mazzi che ha preso la guida del Turismo. Così come manca la figura che andrà a sostituire Vittorio Sgarbi che già da un po’ ha lasciato alla Cultura. Non solo ruoli politici, adesso parte il valzer di nomine delle aziende. Dovrebbe saltare Roberto Cingolani, ad di Leonardo. Al suo posto potrebbe andare il bravo Alessandro Ercolani, Ceo di Rheinmetall Italia. Si confermeranno Claudio Descalzi e Flavio Cattaneo in Eni ed Enel mentre ancora non si è sciolto il nodo sul nome di Federico Freni alla Consob.
In questo quadro le opposizioni si concentrano sul caso che vede protagonista il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al quale la premier ha finora ribadito la fiducia e il ministro pare sia pronto a denunciare chiunque insinui che vi siano mai state forme di favoritismo nei confronti della protagonista della vicenda, Claudia Conte. Il problema è di poco conto quindi ma se si somma alla crisi energetica e al carovita ha il suo peso. Una settimana che dovrebbe essere corta con il lunedì di Pasquetta ma che promette di essere invece la più lunga dall’inizio della legislatura. L’obiettivo non può essere solo quello di sopravvivere perché è il momento di dare risposte convincenti.
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