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2019-05-12
Il domatore Saviano
chiude il circo del Salone e benedice la censura
Ansa
«Il massacro sistematico di una propaganda non risponde mai sui temi ma attacca i suoi oppositori sul personale. Appena hai una posizione critica verso la loro propaganda, non rispondono sui temi, ma sempre sulla persona che ha parlato». Sono parole pronunciate ieri, al Salone del libro di Torino, da Roberto Saviano. E descrivono perfettamente l'azione del regime sottoculturale vigente, anche se lo scrittore campano le rivolge al bersaglio sbagliato, cioè ai populisti. Alla fiera letteraria più triste che si ricordi è successo proprio quello che il caro Roberto ha descritto. Di fronte a editori e autori critici verso la propaganda che infetta i media asserviti al pensiero dominante, non si è risposto «sui temi», ma «sulla persona». La casa editrice Altaforte è stata bandita e costretta a organizzare una presentazione in un albergo torinese distante dal Lingotto. Dei libri pubblicati dal marchio «fascista» non si è discusso. Però si è fatto un gran parlare dell'editore Francesco Polacchi, delle sue posizioni politiche, della sua fedina penale, delle sue attività imprenditoriali. Non hanno risposto sui temi, si sono concentrati sulla persona. Come fanno i regimi.
Ecco che cosa resterà del Salone di quest'anno: il sapore stomachevole di «dittatura dolce» e un po' vigliacca, di intellettuali che si nascondono dietro ai celerini per eliminare di soppiatto i nemici politici. La caricatura di un regime, debole nei toni ma sufficientemente violenta negli esiti.
Il direttore del circo, Nicola Lagioia, è soddisfatto: «Tutta l'organizzazione messa a punto da Torino Città del libro penso stia soddisfacendo gli editori e questo è un punto importante», dice. «Il modello di collaborazione tra il pubblico e i privati, che peraltro erano già fornitori del Salone, funziona. Certo è un meccanismo che va oliato per evitare che si creino situazioni come quella di Altaforte, ma penso che sia un modello da promuovere». Chiaro, bisogna oliare il meccanismo, di modo che - dall'anno prossimo - gli editori sgraditi non possano nemmeno avvicinarsi, così ci si risparmia il fastidio di chiamare la derattizzazione.
Sorride Lagioia, gongolano tutti i partigiani del terzo millennio, quelli che si ritirano in montagna (ma solo per farsi una settimana alla spa): Michela Murgia, Zerocalcare, Sandro Veronesi, e gli altri saltimbanchi. Persino uno capace di lampi d'intelligenza come Michele Serra, ieri su Repubblica, offriva la sua benedizione alla mordacchia democratica. Hanno vinto: si sono fatti tra di loro persino il dibattito sul fascismo. Del resto, l'intera pantomima se la sono gestita in famiglia. Prima, tramite il commissario Christian Raimo, hanno invocato la censura. Poi si sono divisi in correnti: chi voleva boicottare; chi voleva andare mai in polemica; chi ne approfittava per pubblicizzare il libretto fresco di stampa. E poi, immancabili, i sinceri «liberali», quelli che tifano libertà di pensiero. Come Pierluigi Battista, che in segno di protesta ha acquistato i libri di Altaforte e subito (lo ha detto lui) li ha buttati nel cestino. Chiaro: si acquistano così si fa bella figura, ma lo schifo per l'idea diversa rimane. In ogni caso, non c'è stato uno che i libri di Altaforte li abbia sfogliati e commentati. Solo sdegno e sberleffi.
Il volume con l'intervista a Matteo Salvini è stato defenestrato, in compenso ieri il Saviano di cui sopra ha potuto concionare fino allo sfinimento, attaccando il governo a ogni sospiro (si è concentrato soprattutto sulla chiusura dei porti, definita «orrore umano e politico»). Via il ministro dell'Interno, largo allo scrittore narciso che attacca i poliziotti e si fa lo spot accanto ai taxisti del mare di Medici senza frontiere (di cui ha presentato il libro). Questa sì che è democrazia.
Dato che abbiamo citato Michele Serra, viene proprio voglia di parafrasare un celebre titolo del suo Cuore, quello che recitava: «Hanno la faccia come il culo». Perdonate il tono da bar, ma la frase descrive perfettamente i piccoli censori del Salone e tutti i loro fiancheggiatori. Ad esempio Nicola Zingaretti, segretario del Pd. Allo stand della Feltrinelli di Torino, come noto, era in vendita il suo libro Piazza grande, nel quale il leader democratico fa una bella esibizione di revisionismo storico sull'Urss: «Se non ci fosse stata l'Unione sovietica [...] non sarebbero state possibili le lotte dei partiti democratici e di sinistra».
Costui è lo stesso Zingaretti che ieri, su Repubblica, si permetteva di dare consigli sull'insegnamento della storia nelle scuole. «Dobbiamo rafforzare la presenza degli insegnanti», ha scritto, «e contribuire a una formazione continua e aggiornata (per molti la seconda metà del Novecento rimane un terreno sconosciuto)». Vero: infatti Zingaretti è il primo a ignorare la storia dell'Urss, dei gulag e dei massacri perpetrati in nome del socialismo reale. Lui però, non è stato estromesso dal Salone, e anzi può continuare a farsi bello sputando banalità sulla memoria e lo studio del passato.
Questa è la cultura dominante in Italia, e il Salone è il suo profeta.
Il Salone canta «Bella ciao». Altaforte: «Class action contro chi ci ha allontanato»
E ti pareva che non saltava fuori pure Bella ciao. Ieri l'autrice del libro-intervista a Matteo Salvini, la giornalista Chiara Giannini, si è «intrufolata» al Salone del libro di Torino con una copia del volume pubblicato da Altaforte, il temibile ed eversivo editore fascista. Non appena l'ha notata, un prode commesso dello stand di Feltrinelli ha intonato i primi versi del canto partigiano. A quel punto, la vibrante energia del grido battagliero ha contagiato anche diversi visitatori, che si sono uniti al coro, mentre la Giannini brandiva il testo come un esorcista brandisce il crocifisso. Una scena epica, con picchi di pathos che chi ha seguito la serie Netflix, La casa di carta e ricorda il momento in cui i due protagonisti si abbracciano, sussurrandosi commossi proprio le parole di Bella ciao, avrà di sicuro colto.
Ennesima giornata di passione, dunque, alla kermesse libraria del capoluogo piemontese, da cui, dopo interminabili polemiche, lo stand di Altaforte è stato escluso. La casa editrice vicina a Casapound, guidata da Francesco Polacchi, ha presentato il libro della Giannini in un hotel in pieno centro a Torino. «La polemica su Altaforte si è scatenata prima delle dichiarazioni di Francesco Polacchi», ha detto la giornalista: «Penso sia semplicemente un attacco strumentale al ministro Matteo Salvini, che si è fidato di me. Quando ho fatto la richiesta ai suoi più stretti collaboratori di poter pubblicare il libro-intervista, ho inviato una mail dicendo che l'avrei fatto con Altaforte. Il ministro non ha rilasciato un'intervista ad Altaforte, ma a Chiara Giannini. E per quanto riguarda Casapound», ha proseguito, «non mi sembra sia un partito illegale». Accalorata, l'autrice si è lasciata andare anche a un paragone un po' ardito: «Massimo rispetto per gli scampati ai campi di concentramento, è un capitolo della storia vergognoso che mi addolora moltissimo. Loro hanno subito una restrizione della loro libertà, la stessa che sto subendo io». Ma a parte questo discutibile passaggio, la Giannini su una cosa ha ragione: è ingiusto che «un piccolo gruppo di personaggi italiani» voglia imporre il proprio «punto di vista sugli altri: è veramente assurdo». Così, mentre Polacchi annunciava che molti autori della sua casa editrice sono pronti a sottoscrivere una class action contro i responsabili della censura al Salone, la legale della giornalista spiegava che chiederà un risarcimento agli organizzatori per aver danneggiato la sua cliente. Dopo la conferenza stampa, la Giannini si è recata al Lingotto, sede della rassegna libraria, per denunciare la censura subita e «per far vedere a tutti quelli che me l'hanno impedito, compreso il signor Nicola Lagioia (direttore del Salone, ndr) e la sindaca Chiara Appendino, che la cultura spacca i ponti e può entrare ovunque». La Giannini ha anche rifiutato di essere etichettata come fascista: «L'editore», che invece aveva orgogliosamente ammesso le proprie simpatie, «parla a nome personale. Io non sono fascista, non mi sono mai schierata politicamente. Per quale motivo impedirmi di presentare il libro?».
Proprio nei momenti in cui la Giannini inscenava la sua protesta al Lingotto, si è consumato l'eroico atto di resistenza del libraio di Feltrinelli, che a Repubblica ha raccontato: «La signora Inge Feltrinelli è morta da un anno e non mi è sembrato proprio il caso di venire a fare propaganda davanti alla sua fotografia. È stata una provocazione. Ho intonato Bella ciao perché sono un antifascista, sono un democratico».
Curioso, però, che i «democratici» tollerino solamente chi la pensa come loro e siano, al limite, disposti a pubblicare i libri di pericolosi estremisti di destra (Carl Schmitt, Ernst Jünger, Martin Heidegger e altri), purché rechino il marchio delle case editrici politicamente rispettabili. Curioso che gli antifascisti, quelli che deridono l'oscurantismo medievale e commemorano contriti i roghi di libri del regime nazista, usino con i loro avversari ideologici metodi molto simili a quelli di chi, gli oppositori, li mandava al confino. E pensare che durante il fascismo, grazie alla lungimiranza del filosofo Giovanni Gentile, non mancarono gli intellettuali ostili a Benito Mussolini che potevano godere di una certa libertà.
Sulla vicenda si è espresso anche Giampaolo Rossi, consigliere d'amministrazione Rai, che in un'intervista al Primato Nazionale ha puntato il dito su una «élite intellettuale sempre più arrogante e chiusa nella sua autoreferenzialità», capace di compiere un «atto di ottusità barbarica». D'altro canto, i sinistri, che si percepiscono vittime di un un permanente assedio neofascista, vanno compresi.
Questi signori sono sopravvissuti a decenni senza potere grazie al subappalto alla cultura concesso dalla Democrazia cristiana. Dopo il crollo della prima Repubblica si erano abituati pure ad averlo, il potere. Ora sono saltati tutti gli schemi. Destra e sinistra sono categorie afasiche. Loro perdono sempre più consenso e sempre più potere. E mentre si squalifica il culturame che producono, il «nemico», di cultura, ne macina parecchia. Immaginate il trauma: scalzati dalle poltrone, scalzati dalle cattedre. È logico che i figliastri di Antonio Gramsci reagiscano scompostamente, ora che si vedono sfuggire ogni ambizione egemonica. Peraltro, pur essendo noi convinti che sia opportuno evitare ogni riferimento a tragedie come quella dei lager, non possiamo non notare che l'esultanza della scrittrice Halina Birenbaum, sopravvissuta all'Olocasuto, per la cacciata di Altaforte, è stata inopportuna. Possibile che ciò che l'esperienza della persecuzione razziale le ha insegnato, sia il valore morale della censura?
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Finisce la rassegna segnata dalla guerra a un piccolo editore. E pure Nicola Zingaretti (Pd) loda la polizia culturale.Anche l'autrice del volume-intervista a Matteo Salvini chiederà i danni agli organizzatori. E quando si è presentata al Lingotto, dallo stand Feltrinelli è partito il coro rosso Bella ciao.Lo speciale contiene due articoli.«Il massacro sistematico di una propaganda non risponde mai sui temi ma attacca i suoi oppositori sul personale. Appena hai una posizione critica verso la loro propaganda, non rispondono sui temi, ma sempre sulla persona che ha parlato». Sono parole pronunciate ieri, al Salone del libro di Torino, da Roberto Saviano. E descrivono perfettamente l'azione del regime sottoculturale vigente, anche se lo scrittore campano le rivolge al bersaglio sbagliato, cioè ai populisti. Alla fiera letteraria più triste che si ricordi è successo proprio quello che il caro Roberto ha descritto. Di fronte a editori e autori critici verso la propaganda che infetta i media asserviti al pensiero dominante, non si è risposto «sui temi», ma «sulla persona». La casa editrice Altaforte è stata bandita e costretta a organizzare una presentazione in un albergo torinese distante dal Lingotto. Dei libri pubblicati dal marchio «fascista» non si è discusso. Però si è fatto un gran parlare dell'editore Francesco Polacchi, delle sue posizioni politiche, della sua fedina penale, delle sue attività imprenditoriali. Non hanno risposto sui temi, si sono concentrati sulla persona. Come fanno i regimi. Ecco che cosa resterà del Salone di quest'anno: il sapore stomachevole di «dittatura dolce» e un po' vigliacca, di intellettuali che si nascondono dietro ai celerini per eliminare di soppiatto i nemici politici. La caricatura di un regime, debole nei toni ma sufficientemente violenta negli esiti. Il direttore del circo, Nicola Lagioia, è soddisfatto: «Tutta l'organizzazione messa a punto da Torino Città del libro penso stia soddisfacendo gli editori e questo è un punto importante», dice. «Il modello di collaborazione tra il pubblico e i privati, che peraltro erano già fornitori del Salone, funziona. Certo è un meccanismo che va oliato per evitare che si creino situazioni come quella di Altaforte, ma penso che sia un modello da promuovere». Chiaro, bisogna oliare il meccanismo, di modo che - dall'anno prossimo - gli editori sgraditi non possano nemmeno avvicinarsi, così ci si risparmia il fastidio di chiamare la derattizzazione. Sorride Lagioia, gongolano tutti i partigiani del terzo millennio, quelli che si ritirano in montagna (ma solo per farsi una settimana alla spa): Michela Murgia, Zerocalcare, Sandro Veronesi, e gli altri saltimbanchi. Persino uno capace di lampi d'intelligenza come Michele Serra, ieri su Repubblica, offriva la sua benedizione alla mordacchia democratica. Hanno vinto: si sono fatti tra di loro persino il dibattito sul fascismo. Del resto, l'intera pantomima se la sono gestita in famiglia. Prima, tramite il commissario Christian Raimo, hanno invocato la censura. Poi si sono divisi in correnti: chi voleva boicottare; chi voleva andare mai in polemica; chi ne approfittava per pubblicizzare il libretto fresco di stampa. E poi, immancabili, i sinceri «liberali», quelli che tifano libertà di pensiero. Come Pierluigi Battista, che in segno di protesta ha acquistato i libri di Altaforte e subito (lo ha detto lui) li ha buttati nel cestino. Chiaro: si acquistano così si fa bella figura, ma lo schifo per l'idea diversa rimane. In ogni caso, non c'è stato uno che i libri di Altaforte li abbia sfogliati e commentati. Solo sdegno e sberleffi. Il volume con l'intervista a Matteo Salvini è stato defenestrato, in compenso ieri il Saviano di cui sopra ha potuto concionare fino allo sfinimento, attaccando il governo a ogni sospiro (si è concentrato soprattutto sulla chiusura dei porti, definita «orrore umano e politico»). Via il ministro dell'Interno, largo allo scrittore narciso che attacca i poliziotti e si fa lo spot accanto ai taxisti del mare di Medici senza frontiere (di cui ha presentato il libro). Questa sì che è democrazia. Dato che abbiamo citato Michele Serra, viene proprio voglia di parafrasare un celebre titolo del suo Cuore, quello che recitava: «Hanno la faccia come il culo». Perdonate il tono da bar, ma la frase descrive perfettamente i piccoli censori del Salone e tutti i loro fiancheggiatori. Ad esempio Nicola Zingaretti, segretario del Pd. Allo stand della Feltrinelli di Torino, come noto, era in vendita il suo libro Piazza grande, nel quale il leader democratico fa una bella esibizione di revisionismo storico sull'Urss: «Se non ci fosse stata l'Unione sovietica [...] non sarebbero state possibili le lotte dei partiti democratici e di sinistra». Costui è lo stesso Zingaretti che ieri, su Repubblica, si permetteva di dare consigli sull'insegnamento della storia nelle scuole. «Dobbiamo rafforzare la presenza degli insegnanti», ha scritto, «e contribuire a una formazione continua e aggiornata (per molti la seconda metà del Novecento rimane un terreno sconosciuto)». Vero: infatti Zingaretti è il primo a ignorare la storia dell'Urss, dei gulag e dei massacri perpetrati in nome del socialismo reale. Lui però, non è stato estromesso dal Salone, e anzi può continuare a farsi bello sputando banalità sulla memoria e lo studio del passato. Questa è la cultura dominante in Italia, e il Salone è il suo profeta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chiude-il-salottino-del-libro-di-cui-resta-solo-la-censura-2636881965.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-salone-canta-bella-ciao-altaforte-class-action-contro-chi-ci-ha-allontanato" data-post-id="2636881965" data-published-at="1778071793" data-use-pagination="False"> Il Salone canta «Bella ciao». Altaforte: «Class action contro chi ci ha allontanato» E ti pareva che non saltava fuori pure Bella ciao. Ieri l'autrice del libro-intervista a Matteo Salvini, la giornalista Chiara Giannini, si è «intrufolata» al Salone del libro di Torino con una copia del volume pubblicato da Altaforte, il temibile ed eversivo editore fascista. Non appena l'ha notata, un prode commesso dello stand di Feltrinelli ha intonato i primi versi del canto partigiano. A quel punto, la vibrante energia del grido battagliero ha contagiato anche diversi visitatori, che si sono uniti al coro, mentre la Giannini brandiva il testo come un esorcista brandisce il crocifisso. Una scena epica, con picchi di pathos che chi ha seguito la serie Netflix, La casa di carta e ricorda il momento in cui i due protagonisti si abbracciano, sussurrandosi commossi proprio le parole di Bella ciao, avrà di sicuro colto. Ennesima giornata di passione, dunque, alla kermesse libraria del capoluogo piemontese, da cui, dopo interminabili polemiche, lo stand di Altaforte è stato escluso. La casa editrice vicina a Casapound, guidata da Francesco Polacchi, ha presentato il libro della Giannini in un hotel in pieno centro a Torino. «La polemica su Altaforte si è scatenata prima delle dichiarazioni di Francesco Polacchi», ha detto la giornalista: «Penso sia semplicemente un attacco strumentale al ministro Matteo Salvini, che si è fidato di me. Quando ho fatto la richiesta ai suoi più stretti collaboratori di poter pubblicare il libro-intervista, ho inviato una mail dicendo che l'avrei fatto con Altaforte. Il ministro non ha rilasciato un'intervista ad Altaforte, ma a Chiara Giannini. E per quanto riguarda Casapound», ha proseguito, «non mi sembra sia un partito illegale». Accalorata, l'autrice si è lasciata andare anche a un paragone un po' ardito: «Massimo rispetto per gli scampati ai campi di concentramento, è un capitolo della storia vergognoso che mi addolora moltissimo. Loro hanno subito una restrizione della loro libertà, la stessa che sto subendo io». Ma a parte questo discutibile passaggio, la Giannini su una cosa ha ragione: è ingiusto che «un piccolo gruppo di personaggi italiani» voglia imporre il proprio «punto di vista sugli altri: è veramente assurdo». Così, mentre Polacchi annunciava che molti autori della sua casa editrice sono pronti a sottoscrivere una class action contro i responsabili della censura al Salone, la legale della giornalista spiegava che chiederà un risarcimento agli organizzatori per aver danneggiato la sua cliente. Dopo la conferenza stampa, la Giannini si è recata al Lingotto, sede della rassegna libraria, per denunciare la censura subita e «per far vedere a tutti quelli che me l'hanno impedito, compreso il signor Nicola Lagioia (direttore del Salone, ndr) e la sindaca Chiara Appendino, che la cultura spacca i ponti e può entrare ovunque». La Giannini ha anche rifiutato di essere etichettata come fascista: «L'editore», che invece aveva orgogliosamente ammesso le proprie simpatie, «parla a nome personale. Io non sono fascista, non mi sono mai schierata politicamente. Per quale motivo impedirmi di presentare il libro?». Proprio nei momenti in cui la Giannini inscenava la sua protesta al Lingotto, si è consumato l'eroico atto di resistenza del libraio di Feltrinelli, che a Repubblica ha raccontato: «La signora Inge Feltrinelli è morta da un anno e non mi è sembrato proprio il caso di venire a fare propaganda davanti alla sua fotografia. È stata una provocazione. Ho intonato Bella ciao perché sono un antifascista, sono un democratico». Curioso, però, che i «democratici» tollerino solamente chi la pensa come loro e siano, al limite, disposti a pubblicare i libri di pericolosi estremisti di destra (Carl Schmitt, Ernst Jünger, Martin Heidegger e altri), purché rechino il marchio delle case editrici politicamente rispettabili. Curioso che gli antifascisti, quelli che deridono l'oscurantismo medievale e commemorano contriti i roghi di libri del regime nazista, usino con i loro avversari ideologici metodi molto simili a quelli di chi, gli oppositori, li mandava al confino. E pensare che durante il fascismo, grazie alla lungimiranza del filosofo Giovanni Gentile, non mancarono gli intellettuali ostili a Benito Mussolini che potevano godere di una certa libertà. Sulla vicenda si è espresso anche Giampaolo Rossi, consigliere d'amministrazione Rai, che in un'intervista al Primato Nazionale ha puntato il dito su una «élite intellettuale sempre più arrogante e chiusa nella sua autoreferenzialità», capace di compiere un «atto di ottusità barbarica». D'altro canto, i sinistri, che si percepiscono vittime di un un permanente assedio neofascista, vanno compresi. Questi signori sono sopravvissuti a decenni senza potere grazie al subappalto alla cultura concesso dalla Democrazia cristiana. Dopo il crollo della prima Repubblica si erano abituati pure ad averlo, il potere. Ora sono saltati tutti gli schemi. Destra e sinistra sono categorie afasiche. Loro perdono sempre più consenso e sempre più potere. E mentre si squalifica il culturame che producono, il «nemico», di cultura, ne macina parecchia. Immaginate il trauma: scalzati dalle poltrone, scalzati dalle cattedre. È logico che i figliastri di Antonio Gramsci reagiscano scompostamente, ora che si vedono sfuggire ogni ambizione egemonica. Peraltro, pur essendo noi convinti che sia opportuno evitare ogni riferimento a tragedie come quella dei lager, non possiamo non notare che l'esultanza della scrittrice Halina Birenbaum, sopravvissuta all'Olocasuto, per la cacciata di Altaforte, è stata inopportuna. Possibile che ciò che l'esperienza della persecuzione razziale le ha insegnato, sia il valore morale della censura?
Operazioni di soccorso a Osoppo (Udine) la mattina del 7 maggio 1976 (Getty Images)
L’«Orcolat», il mostro mitologico della tradizione popolare carnica, si era risvegliato con tutta la sua ferocia da un lungo sonno durato dal 25 gennaio 1348, l’anno del flagello della peste nera. Quel giorno un devastante sisma con epicentro nella vicina Carinzia colpì il Friuli con una magnitudo di circa 6,6 gradi Richter, che causò gravissimi danni a Gemona, San Daniele, Tolmezzo e Venzone. Altre volte nei secoli quell’essere spaventoso terrorizzò il Friuli: nel 1511, 1690, 1776, 1928 con eventi sismici meno potenti ma non meno terrorizzanti.
Giovedì 6 maggio 1976 alle ore 21:06 quando l’ultima luce del giorno ancora accarezzava i monti, le colline e la pianura friulana, l’«Orcolat» si svegliò di colpo dal suo antro sul monte San Simeone, in Carnia.
Il rilievo che affaccia sull’abitato di Venzone fu l’epicentro di un terremoto della magnitudo di 6,4 gradi Richter che generò una lunga scossa della durata di 59 secondi, in grado di radere al suolo quasi completamente 45 comuni e di danneggiarne gravemente altri 92, seminando morte e distruzione su un’area di oltre 5.000 km/q. Le vittime del sisma del maggio 1976 furono 990, di cui 400 solo a Gemona del Friuli, uno dei simboli del dramma di 50 anni fa. E poi Buja, Venzone, Trasaghis, Osoppo, Artegna, Bordano e tanti altri centri abitati in pochi istanti non esistevano più. I feriti furono 4.000 e Il numero dei sinistrati altrettanto impressionante: oltre 100.000 su un totale di 600.000 persone danneggiate dal sisma. 18.000 le abitazioni colpite. La rete elettrica e quella idrica erano interrotte. Migliaia di persone, soprattutto nei paesi di montagna, rimasero isolate e minacciate dalle frane. Le strade erano interrotte in più punti. La macchina dei soccorsi si mosse subito, grazie anche alla presenza massiccia dell’Esercito nella regione. Le caserme furono immediatamente mobilitate, nonostante i militari fossero stati gravemente colpiti, con 32 soldati morti e 242 feriti nei crolli. Già nella notte tra il 6 e il 7 maggio si mossero verso le zone maggiormente colpite le brigate «Mantova», «Ariete» e «Julia» che con tutti gli uomini e i mezzi a disposizione scavarono disperatamente per cercare di estrarre dalle macerie i vivi e i morti. Le caserme ed i loro magazzini furono aperti e messi a disposizione come primo riparo per i superstiti. Il giorno seguente nelle zone terremotate giunsero il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il premier Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Mentre da tutta Italia affluivano gli aiuti (l’esercito arriverà ed impiegare più di 14.000 uomini) il governo nominò Commissario straordinario per l’emergenza in Friuli il sottosegretario all’Interno, il varesino Giuseppe Zamberletti. Fu sotto la sua supervisione che nacque il cosiddetto «modello Friuli», considerato in seguito come un modello di efficienza nell’assistenza alla popolazione e nella ricostruzione integrale delle zone devastate dal sisma. Zamberletti, che rimase in Friuli per tutta la durata delle operazioni, concepì nel 1976 il principio che negli anni successivi sarà alla base della futura Protezione Civile. Considerata l’efficienza delle amministrazioni locali e dello spirito di resilienza dei friulani che da subito, pur colpiti da lutti e perdite materiali, si misero al lavoro, il commissario organizzò un sistema gestionale che prevedeva un organico misto tra istituzioni locali (i sindaci e le associazioni) e militari. Per la prima volta le forze armate vennero messe ai comandi delle amministrazioni civili, con il merito di aumentare l’efficienza dei soccorsi e la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni e delle forze armate. Zamberletti, sentiti i sindaci e le rappresentanze civili, capì che i friulani volevano ricostruire ciò che avevano perso esattamente com’era prima del sisma e negli stessi luoghi, evitando la costruzione di nuovi comuni in pianura come avvenuto pochi anni prima in occasione del sisma del Belice. Quando gli americani, che inviarono subito aiuti materiali dalla vicina base di Aviano, offrirono finanziamenti per circa 100 milioni di dollari, Zamberletti ne affidò la gestione all’Associazione Nazionale Alpini, come garanzia di onestà morale di una realtà profondamente radicata e amata dai friulani. Gli Alpini in congedo affluirono come volontari da tutta Italia, organizzando da subito una febbrile opera di ricostruzione con la costituzione di 11 cantieri, coordinati da un ingegnere o da un geometra, ognuno formato da circa 100 persone. Tutte le industrie locali misero a disposizione uomini e materiali che andarono ad alimentare le risorse già attivate dall’Esercito.
Nei tre mesi successivi, mentre erano ancora in atto le operazioni di sgombero e messa in sicurezza di abitazioni e infrastrutture, dalle tendopoli i friulani cominciavano a credere in un rapido ritorno alla normalità. Le speranze furono bruscamente interrotte il 15 settembre 1976 quando un violento sciame sismico colpì nuovamente generando altre vittime e altri crolli. Il nuovo sisma generò un esodo della popolazione che generò un’emergenza nell’emergenza. Zamberletti e i vertici delle autorità preposte al soccorso si trovarono in gravi difficoltà nella gestione dello sfollamento. Fu in questa occasione che il commissario e sottosegretario della Dc prese alcune decisioni radicali, che per sua stessa ammissione misero a rischio la sua figura all’interno del governo e del partito. Per fare rapidamente fronte alla seconda emergenza relativa allo sgombero della popolazione di giovani e anziani, visto anche l’avvicinarsi della stagione fredda, Zamberletti ordinò la requisizione di abitazioni e di roulottes per poter dare rifugio a chi non poteva rientrare nella propria casa, dando garanzie di restituzione ed eventuale risarcimento che fecero temere un’emorragia di voti nella Dc. L’appello ebbe successo e 15.000 caravan giunsero in breve tempo nei luoghi sinistrati, per poter accogliere chi doveva restare per non paralizzare il lavoro soprattutto nei campi. Ancora una volta i militari furono decisivi per la riuscita delle operazioni. In particolare grazie al generale Giovanni De Acutis, allora comandante della Brigata alpina «Julia», che fu decisivo nella logistica per il trasferimento dei terremotati nelle zone del litorale friulano, dove le temperature erano più miti. Ad una diffidenza iniziale di fronte ai mezzi offerti dal commissario all’emergenza, alla vista delle penne nere le famiglie di montagna si affidarono senza esitazione, salendo sui pullman per raggiungere le località di sfollamento.
La ricostruzione dei paesi fu il fiore all’occhiello della determinazione e della forza dei friulani. Come dichiarato fermamente fin dai primi giorni dopo il sisma del 6 maggio 1976, gli abitanti rifiutarono lo spostamento in centri abitati ricostruiti ex novo in luoghi diversi. Tutto avrebbe dovuto essere ricostruito «com’era, dov’era». Zamberletti e le autorità assecondarono il desiderio, appoggiando una difficile ricostruzione tecnicamente chiamata «anastilosi». In termini semplificati, si trattava di una meticolosa operazione di catalogazione delle macerie, applicata alle abitazioni storiche e alle chiese prevalentemente in pietra che, una volta numerate, furono riposizionate singolarmente nella stessa posizione precedente il crollo. Uno degli esempi più significativi fu la ricostruzione del duomo di Venzone, le cui macerie furono stese sul letto del fiume Tagliamento e numerate ad una ad una.
L’opera di ricostruzione dei comuni proseguì per un decennio sotto la supervisione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia dopo il termine del mandato a Giuseppe Zamberletti, che, per la sua opera e per il successivo ruolo nella costituzione della Protezione Civile, sarà insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al Merito nel 1996. Il commissario straordinario è ancora oggi ricordato con gratitudine dai friulani, assieme agli Alpini in armi e in congedo che in quei drammatici mesi di 50 anni fa aiutarono la popolazione a sconfiggere l’«Orcolat», cancellando le ferite del terremoto con il lavoro e la dignità caratteristiche di quel popolo che, soffocando il dolore, dimostrò in silenzio un amore sconfinato per la propria terra, sapendo ringraziare per sempre chi venne per aiutare.
In una frase, coniata in quei giorni dal prete e linguista don Francesco Placereani, sta tutta la determinazione dei friulani dimostrata nell’affrontare la catastrofe del 1976: «Il Friûl al à di vignî fûr dal taramot pal cjâf, no pai pîts» («Il Friuli deve venir fuori dal terremoto con la testa, non con i piedi»). E così è stato.
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Nathan Trevallion e Catherine Birmingham (Ansa)
Le poche testate riportanti la notizia hanno scritto che le sue condizioni di salute «non sarebbero preoccupanti. Si tratterebbe, infatti, di una sindrome stagionale». Ma la versione dei media è diversa da quanto riportato ieri su Facebook da Marina Terragni, Garante per l’infanzia e l’adolescenza, che ha seguito fin dall’inizio la storia dei tre figli minori di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, affidati ai servizi sociali per divergenze sullo stile di vita scelto dai genitori: «Una dei bambini del bosco è ricoverata in ospedale da domenica per crisi respiratoria. La mamma non è con lei», ha riferito Terragni.
Le poche notizie che sono filtrate sull’ultimo episodio della vicenda, che somiglia sempre più a un film dell’orrore, raccontano che nella serata di sabato la bambina si è sentita male e ha avuto problemi di respirazione, di natura clinica (bronchite acuta), probabilmente aggravati anche dall’ansia di vivere lontana dai genitori che l’hanno accudita fin dalla nascita. Gli addetti della casa-famiglia, dove i bambini sono stati collocati dopo essere stati strappati alla famiglia, a novembre dello scorso anno, hanno portato la bambina in ospedale, dove è tuttora ricoverata e dove rimarrà fino a venerdì, per un totale di quasi una settimana di degenza. Hanno quindi provato a chiamare il padre, il cui telefono cellulare è risultato staccato, ma non hanno avvisato la madre dei tre piccoli, Catherine: come se non esistesse. I genitori sono dunque venuti a conoscenza delle condizioni della figlia molte ore dopo l’accaduto, riuscendo a raggiungere l’ospedale e vedere la figlia soltanto il giorno dopo. Inoltre, la visita alla piccola di 7 anni è avvenuta in presenza di un assistente che ha «monitorato» l’incontro.
Una vicenda sempre più raccapricciante, su cui ha voluto dire la sua anche Alessandra De Febis, Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Abruzzo. «Ho fatto personalmente visita alla bambina lunedì mattina. Il ricovero è stato disposto in via meramente precauzionale, di concerto tra il reparto che ha in cura la minore e la pediatra di riferimento. I genitori sono stati informati tempestivamente (sic!) ed entrambi hanno fatto regolarmente visita alla piccola sia ieri che oggi. La situazione è sotto controllo e, non appena le condizioni lo consentiranno, la bambina sarà dimessa».
Per quanto le parole di De Febis tendano a sminuire la portata degli ultimi avvenimenti, il caso non può non sollevare interrogativi sulla gestione e la tutela dei minori coinvolti. Il Garante abruzzese, appellandosi al «principio di riservatezza», ha sottolineato di essere suo malgrado «costretta» a fornire precisazioni sul ricovero della piccola. «Nel prendere atto con amarezza come continuino a essere posti sotto i riflettori dei minori che meritano la dovuta riservatezza, prevista prima di tutto dall’etica e poi dalla legge», afferma, «sono a sottolineare che il Garante dell’infanzia ha come principale compito quello di garantire la difesa dei diritti dei minori, tra cui c’è certamente il diritto alla riservatezza». Che evidentemente, per De Febis, viene prima del benessere e della serenità dei bambini, che da novembre 2025 non hanno più una famiglia. Non è la prima volta, inoltre, che in nome della riservatezza vengono sottaciute le reali condizioni di salute dei piccoli Trevallion, sottratti ormai da sei mesi ai genitori accusati di avere uno «stile di vita» non conforme agli standard educativi (vivere nei boschi, homeschooling). A fine aprile era infatti già stato diffuso un audio, ripreso anche dalla Verità, che rivelava dettagli agghiaccianti su un fatto avvenuto mesi prima, quando alla mamma dei tre bambini era ancora consentito di vivere presso la casa-famiglia di Vasto dov’erano i figli, da cui è stata poi allontanata. Una notte, uno dei tre bambini aveva cominciato a piangere e urlare, disperato. Le sue grida angoscianti avevano raggiunto la madre, che con dolcezza era riuscita a calmare il bambino. Una madre che oggi è accusata di «incapacità genitoriale».
Le polemiche sul caso, dunque, continuano a rimanere accese. Il caso della famiglia non è più soltanto una vicenda giudiziaria ma uno scontro frontale fra il potere dello Stato e la libertà di scelta educativa delle famiglie. La distruzione della famiglia Trevallion rappresenta un pericoloso precedente che ha messo ufficialmente in discussione il diritto fondamentale di ogni genitore di educare i propri figli al di fuori degli schemi convenzionali. Le istituzioni hanno interpretato la diversità familiare di Nathan e Catherine come «inadeguatezza», trasformando la mancanza di una caldaia o di una certificazione burocratica per l’home schooling in una motivazione sufficiente per distruggere un nucleo familiare. E a farne le spese sono tre bambini innocenti.
La Lega, con un pool di legali, sta seguendo con massima attenzione la vicenda. «C’è grande preoccupazione per lo stato di salute fisico e psicologico dei tre bimbi da mesi strappati all’amore di mamma e papà, con addirittura notizie di un ricovero ospedaliero per uno dei minori», la nota del Carroccio. «La situazione è così grave da non far escludere ogni iniziativa giuridicamente possibile nei confronti di coloro che sono responsabili di un inspiegabile accanimento ai danni di questa famiglia».
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