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2019-05-12
Il domatore Saviano
chiude il circo del Salone e benedice la censura
Ansa
«Il massacro sistematico di una propaganda non risponde mai sui temi ma attacca i suoi oppositori sul personale. Appena hai una posizione critica verso la loro propaganda, non rispondono sui temi, ma sempre sulla persona che ha parlato». Sono parole pronunciate ieri, al Salone del libro di Torino, da Roberto Saviano. E descrivono perfettamente l'azione del regime sottoculturale vigente, anche se lo scrittore campano le rivolge al bersaglio sbagliato, cioè ai populisti. Alla fiera letteraria più triste che si ricordi è successo proprio quello che il caro Roberto ha descritto. Di fronte a editori e autori critici verso la propaganda che infetta i media asserviti al pensiero dominante, non si è risposto «sui temi», ma «sulla persona». La casa editrice Altaforte è stata bandita e costretta a organizzare una presentazione in un albergo torinese distante dal Lingotto. Dei libri pubblicati dal marchio «fascista» non si è discusso. Però si è fatto un gran parlare dell'editore Francesco Polacchi, delle sue posizioni politiche, della sua fedina penale, delle sue attività imprenditoriali. Non hanno risposto sui temi, si sono concentrati sulla persona. Come fanno i regimi.
Ecco che cosa resterà del Salone di quest'anno: il sapore stomachevole di «dittatura dolce» e un po' vigliacca, di intellettuali che si nascondono dietro ai celerini per eliminare di soppiatto i nemici politici. La caricatura di un regime, debole nei toni ma sufficientemente violenta negli esiti.
Il direttore del circo, Nicola Lagioia, è soddisfatto: «Tutta l'organizzazione messa a punto da Torino Città del libro penso stia soddisfacendo gli editori e questo è un punto importante», dice. «Il modello di collaborazione tra il pubblico e i privati, che peraltro erano già fornitori del Salone, funziona. Certo è un meccanismo che va oliato per evitare che si creino situazioni come quella di Altaforte, ma penso che sia un modello da promuovere». Chiaro, bisogna oliare il meccanismo, di modo che - dall'anno prossimo - gli editori sgraditi non possano nemmeno avvicinarsi, così ci si risparmia il fastidio di chiamare la derattizzazione.
Sorride Lagioia, gongolano tutti i partigiani del terzo millennio, quelli che si ritirano in montagna (ma solo per farsi una settimana alla spa): Michela Murgia, Zerocalcare, Sandro Veronesi, e gli altri saltimbanchi. Persino uno capace di lampi d'intelligenza come Michele Serra, ieri su Repubblica, offriva la sua benedizione alla mordacchia democratica. Hanno vinto: si sono fatti tra di loro persino il dibattito sul fascismo. Del resto, l'intera pantomima se la sono gestita in famiglia. Prima, tramite il commissario Christian Raimo, hanno invocato la censura. Poi si sono divisi in correnti: chi voleva boicottare; chi voleva andare mai in polemica; chi ne approfittava per pubblicizzare il libretto fresco di stampa. E poi, immancabili, i sinceri «liberali», quelli che tifano libertà di pensiero. Come Pierluigi Battista, che in segno di protesta ha acquistato i libri di Altaforte e subito (lo ha detto lui) li ha buttati nel cestino. Chiaro: si acquistano così si fa bella figura, ma lo schifo per l'idea diversa rimane. In ogni caso, non c'è stato uno che i libri di Altaforte li abbia sfogliati e commentati. Solo sdegno e sberleffi.
Il volume con l'intervista a Matteo Salvini è stato defenestrato, in compenso ieri il Saviano di cui sopra ha potuto concionare fino allo sfinimento, attaccando il governo a ogni sospiro (si è concentrato soprattutto sulla chiusura dei porti, definita «orrore umano e politico»). Via il ministro dell'Interno, largo allo scrittore narciso che attacca i poliziotti e si fa lo spot accanto ai taxisti del mare di Medici senza frontiere (di cui ha presentato il libro). Questa sì che è democrazia.
Dato che abbiamo citato Michele Serra, viene proprio voglia di parafrasare un celebre titolo del suo Cuore, quello che recitava: «Hanno la faccia come il culo». Perdonate il tono da bar, ma la frase descrive perfettamente i piccoli censori del Salone e tutti i loro fiancheggiatori. Ad esempio Nicola Zingaretti, segretario del Pd. Allo stand della Feltrinelli di Torino, come noto, era in vendita il suo libro Piazza grande, nel quale il leader democratico fa una bella esibizione di revisionismo storico sull'Urss: «Se non ci fosse stata l'Unione sovietica [...] non sarebbero state possibili le lotte dei partiti democratici e di sinistra».
Costui è lo stesso Zingaretti che ieri, su Repubblica, si permetteva di dare consigli sull'insegnamento della storia nelle scuole. «Dobbiamo rafforzare la presenza degli insegnanti», ha scritto, «e contribuire a una formazione continua e aggiornata (per molti la seconda metà del Novecento rimane un terreno sconosciuto)». Vero: infatti Zingaretti è il primo a ignorare la storia dell'Urss, dei gulag e dei massacri perpetrati in nome del socialismo reale. Lui però, non è stato estromesso dal Salone, e anzi può continuare a farsi bello sputando banalità sulla memoria e lo studio del passato.
Questa è la cultura dominante in Italia, e il Salone è il suo profeta.
Il Salone canta «Bella ciao». Altaforte: «Class action contro chi ci ha allontanato»
E ti pareva che non saltava fuori pure Bella ciao. Ieri l'autrice del libro-intervista a Matteo Salvini, la giornalista Chiara Giannini, si è «intrufolata» al Salone del libro di Torino con una copia del volume pubblicato da Altaforte, il temibile ed eversivo editore fascista. Non appena l'ha notata, un prode commesso dello stand di Feltrinelli ha intonato i primi versi del canto partigiano. A quel punto, la vibrante energia del grido battagliero ha contagiato anche diversi visitatori, che si sono uniti al coro, mentre la Giannini brandiva il testo come un esorcista brandisce il crocifisso. Una scena epica, con picchi di pathos che chi ha seguito la serie Netflix, La casa di carta e ricorda il momento in cui i due protagonisti si abbracciano, sussurrandosi commossi proprio le parole di Bella ciao, avrà di sicuro colto.
Ennesima giornata di passione, dunque, alla kermesse libraria del capoluogo piemontese, da cui, dopo interminabili polemiche, lo stand di Altaforte è stato escluso. La casa editrice vicina a Casapound, guidata da Francesco Polacchi, ha presentato il libro della Giannini in un hotel in pieno centro a Torino. «La polemica su Altaforte si è scatenata prima delle dichiarazioni di Francesco Polacchi», ha detto la giornalista: «Penso sia semplicemente un attacco strumentale al ministro Matteo Salvini, che si è fidato di me. Quando ho fatto la richiesta ai suoi più stretti collaboratori di poter pubblicare il libro-intervista, ho inviato una mail dicendo che l'avrei fatto con Altaforte. Il ministro non ha rilasciato un'intervista ad Altaforte, ma a Chiara Giannini. E per quanto riguarda Casapound», ha proseguito, «non mi sembra sia un partito illegale». Accalorata, l'autrice si è lasciata andare anche a un paragone un po' ardito: «Massimo rispetto per gli scampati ai campi di concentramento, è un capitolo della storia vergognoso che mi addolora moltissimo. Loro hanno subito una restrizione della loro libertà, la stessa che sto subendo io». Ma a parte questo discutibile passaggio, la Giannini su una cosa ha ragione: è ingiusto che «un piccolo gruppo di personaggi italiani» voglia imporre il proprio «punto di vista sugli altri: è veramente assurdo». Così, mentre Polacchi annunciava che molti autori della sua casa editrice sono pronti a sottoscrivere una class action contro i responsabili della censura al Salone, la legale della giornalista spiegava che chiederà un risarcimento agli organizzatori per aver danneggiato la sua cliente. Dopo la conferenza stampa, la Giannini si è recata al Lingotto, sede della rassegna libraria, per denunciare la censura subita e «per far vedere a tutti quelli che me l'hanno impedito, compreso il signor Nicola Lagioia (direttore del Salone, ndr) e la sindaca Chiara Appendino, che la cultura spacca i ponti e può entrare ovunque». La Giannini ha anche rifiutato di essere etichettata come fascista: «L'editore», che invece aveva orgogliosamente ammesso le proprie simpatie, «parla a nome personale. Io non sono fascista, non mi sono mai schierata politicamente. Per quale motivo impedirmi di presentare il libro?».
Proprio nei momenti in cui la Giannini inscenava la sua protesta al Lingotto, si è consumato l'eroico atto di resistenza del libraio di Feltrinelli, che a Repubblica ha raccontato: «La signora Inge Feltrinelli è morta da un anno e non mi è sembrato proprio il caso di venire a fare propaganda davanti alla sua fotografia. È stata una provocazione. Ho intonato Bella ciao perché sono un antifascista, sono un democratico».
Curioso, però, che i «democratici» tollerino solamente chi la pensa come loro e siano, al limite, disposti a pubblicare i libri di pericolosi estremisti di destra (Carl Schmitt, Ernst Jünger, Martin Heidegger e altri), purché rechino il marchio delle case editrici politicamente rispettabili. Curioso che gli antifascisti, quelli che deridono l'oscurantismo medievale e commemorano contriti i roghi di libri del regime nazista, usino con i loro avversari ideologici metodi molto simili a quelli di chi, gli oppositori, li mandava al confino. E pensare che durante il fascismo, grazie alla lungimiranza del filosofo Giovanni Gentile, non mancarono gli intellettuali ostili a Benito Mussolini che potevano godere di una certa libertà.
Sulla vicenda si è espresso anche Giampaolo Rossi, consigliere d'amministrazione Rai, che in un'intervista al Primato Nazionale ha puntato il dito su una «élite intellettuale sempre più arrogante e chiusa nella sua autoreferenzialità», capace di compiere un «atto di ottusità barbarica». D'altro canto, i sinistri, che si percepiscono vittime di un un permanente assedio neofascista, vanno compresi.
Questi signori sono sopravvissuti a decenni senza potere grazie al subappalto alla cultura concesso dalla Democrazia cristiana. Dopo il crollo della prima Repubblica si erano abituati pure ad averlo, il potere. Ora sono saltati tutti gli schemi. Destra e sinistra sono categorie afasiche. Loro perdono sempre più consenso e sempre più potere. E mentre si squalifica il culturame che producono, il «nemico», di cultura, ne macina parecchia. Immaginate il trauma: scalzati dalle poltrone, scalzati dalle cattedre. È logico che i figliastri di Antonio Gramsci reagiscano scompostamente, ora che si vedono sfuggire ogni ambizione egemonica. Peraltro, pur essendo noi convinti che sia opportuno evitare ogni riferimento a tragedie come quella dei lager, non possiamo non notare che l'esultanza della scrittrice Halina Birenbaum, sopravvissuta all'Olocasuto, per la cacciata di Altaforte, è stata inopportuna. Possibile che ciò che l'esperienza della persecuzione razziale le ha insegnato, sia il valore morale della censura?
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Finisce la rassegna segnata dalla guerra a un piccolo editore. E pure Nicola Zingaretti (Pd) loda la polizia culturale.Anche l'autrice del volume-intervista a Matteo Salvini chiederà i danni agli organizzatori. E quando si è presentata al Lingotto, dallo stand Feltrinelli è partito il coro rosso Bella ciao.Lo speciale contiene due articoli.«Il massacro sistematico di una propaganda non risponde mai sui temi ma attacca i suoi oppositori sul personale. Appena hai una posizione critica verso la loro propaganda, non rispondono sui temi, ma sempre sulla persona che ha parlato». Sono parole pronunciate ieri, al Salone del libro di Torino, da Roberto Saviano. E descrivono perfettamente l'azione del regime sottoculturale vigente, anche se lo scrittore campano le rivolge al bersaglio sbagliato, cioè ai populisti. Alla fiera letteraria più triste che si ricordi è successo proprio quello che il caro Roberto ha descritto. Di fronte a editori e autori critici verso la propaganda che infetta i media asserviti al pensiero dominante, non si è risposto «sui temi», ma «sulla persona». La casa editrice Altaforte è stata bandita e costretta a organizzare una presentazione in un albergo torinese distante dal Lingotto. Dei libri pubblicati dal marchio «fascista» non si è discusso. Però si è fatto un gran parlare dell'editore Francesco Polacchi, delle sue posizioni politiche, della sua fedina penale, delle sue attività imprenditoriali. Non hanno risposto sui temi, si sono concentrati sulla persona. Come fanno i regimi. Ecco che cosa resterà del Salone di quest'anno: il sapore stomachevole di «dittatura dolce» e un po' vigliacca, di intellettuali che si nascondono dietro ai celerini per eliminare di soppiatto i nemici politici. La caricatura di un regime, debole nei toni ma sufficientemente violenta negli esiti. Il direttore del circo, Nicola Lagioia, è soddisfatto: «Tutta l'organizzazione messa a punto da Torino Città del libro penso stia soddisfacendo gli editori e questo è un punto importante», dice. «Il modello di collaborazione tra il pubblico e i privati, che peraltro erano già fornitori del Salone, funziona. Certo è un meccanismo che va oliato per evitare che si creino situazioni come quella di Altaforte, ma penso che sia un modello da promuovere». Chiaro, bisogna oliare il meccanismo, di modo che - dall'anno prossimo - gli editori sgraditi non possano nemmeno avvicinarsi, così ci si risparmia il fastidio di chiamare la derattizzazione. Sorride Lagioia, gongolano tutti i partigiani del terzo millennio, quelli che si ritirano in montagna (ma solo per farsi una settimana alla spa): Michela Murgia, Zerocalcare, Sandro Veronesi, e gli altri saltimbanchi. Persino uno capace di lampi d'intelligenza come Michele Serra, ieri su Repubblica, offriva la sua benedizione alla mordacchia democratica. Hanno vinto: si sono fatti tra di loro persino il dibattito sul fascismo. Del resto, l'intera pantomima se la sono gestita in famiglia. Prima, tramite il commissario Christian Raimo, hanno invocato la censura. Poi si sono divisi in correnti: chi voleva boicottare; chi voleva andare mai in polemica; chi ne approfittava per pubblicizzare il libretto fresco di stampa. E poi, immancabili, i sinceri «liberali», quelli che tifano libertà di pensiero. Come Pierluigi Battista, che in segno di protesta ha acquistato i libri di Altaforte e subito (lo ha detto lui) li ha buttati nel cestino. Chiaro: si acquistano così si fa bella figura, ma lo schifo per l'idea diversa rimane. In ogni caso, non c'è stato uno che i libri di Altaforte li abbia sfogliati e commentati. Solo sdegno e sberleffi. Il volume con l'intervista a Matteo Salvini è stato defenestrato, in compenso ieri il Saviano di cui sopra ha potuto concionare fino allo sfinimento, attaccando il governo a ogni sospiro (si è concentrato soprattutto sulla chiusura dei porti, definita «orrore umano e politico»). Via il ministro dell'Interno, largo allo scrittore narciso che attacca i poliziotti e si fa lo spot accanto ai taxisti del mare di Medici senza frontiere (di cui ha presentato il libro). Questa sì che è democrazia. Dato che abbiamo citato Michele Serra, viene proprio voglia di parafrasare un celebre titolo del suo Cuore, quello che recitava: «Hanno la faccia come il culo». Perdonate il tono da bar, ma la frase descrive perfettamente i piccoli censori del Salone e tutti i loro fiancheggiatori. Ad esempio Nicola Zingaretti, segretario del Pd. Allo stand della Feltrinelli di Torino, come noto, era in vendita il suo libro Piazza grande, nel quale il leader democratico fa una bella esibizione di revisionismo storico sull'Urss: «Se non ci fosse stata l'Unione sovietica [...] non sarebbero state possibili le lotte dei partiti democratici e di sinistra». Costui è lo stesso Zingaretti che ieri, su Repubblica, si permetteva di dare consigli sull'insegnamento della storia nelle scuole. «Dobbiamo rafforzare la presenza degli insegnanti», ha scritto, «e contribuire a una formazione continua e aggiornata (per molti la seconda metà del Novecento rimane un terreno sconosciuto)». Vero: infatti Zingaretti è il primo a ignorare la storia dell'Urss, dei gulag e dei massacri perpetrati in nome del socialismo reale. Lui però, non è stato estromesso dal Salone, e anzi può continuare a farsi bello sputando banalità sulla memoria e lo studio del passato. Questa è la cultura dominante in Italia, e il Salone è il suo profeta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chiude-il-salottino-del-libro-di-cui-resta-solo-la-censura-2636881965.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-salone-canta-bella-ciao-altaforte-class-action-contro-chi-ci-ha-allontanato" data-post-id="2636881965" data-published-at="1769789555" data-use-pagination="False"> Il Salone canta «Bella ciao». Altaforte: «Class action contro chi ci ha allontanato» E ti pareva che non saltava fuori pure Bella ciao. Ieri l'autrice del libro-intervista a Matteo Salvini, la giornalista Chiara Giannini, si è «intrufolata» al Salone del libro di Torino con una copia del volume pubblicato da Altaforte, il temibile ed eversivo editore fascista. Non appena l'ha notata, un prode commesso dello stand di Feltrinelli ha intonato i primi versi del canto partigiano. A quel punto, la vibrante energia del grido battagliero ha contagiato anche diversi visitatori, che si sono uniti al coro, mentre la Giannini brandiva il testo come un esorcista brandisce il crocifisso. Una scena epica, con picchi di pathos che chi ha seguito la serie Netflix, La casa di carta e ricorda il momento in cui i due protagonisti si abbracciano, sussurrandosi commossi proprio le parole di Bella ciao, avrà di sicuro colto. Ennesima giornata di passione, dunque, alla kermesse libraria del capoluogo piemontese, da cui, dopo interminabili polemiche, lo stand di Altaforte è stato escluso. La casa editrice vicina a Casapound, guidata da Francesco Polacchi, ha presentato il libro della Giannini in un hotel in pieno centro a Torino. «La polemica su Altaforte si è scatenata prima delle dichiarazioni di Francesco Polacchi», ha detto la giornalista: «Penso sia semplicemente un attacco strumentale al ministro Matteo Salvini, che si è fidato di me. Quando ho fatto la richiesta ai suoi più stretti collaboratori di poter pubblicare il libro-intervista, ho inviato una mail dicendo che l'avrei fatto con Altaforte. Il ministro non ha rilasciato un'intervista ad Altaforte, ma a Chiara Giannini. E per quanto riguarda Casapound», ha proseguito, «non mi sembra sia un partito illegale». Accalorata, l'autrice si è lasciata andare anche a un paragone un po' ardito: «Massimo rispetto per gli scampati ai campi di concentramento, è un capitolo della storia vergognoso che mi addolora moltissimo. Loro hanno subito una restrizione della loro libertà, la stessa che sto subendo io». Ma a parte questo discutibile passaggio, la Giannini su una cosa ha ragione: è ingiusto che «un piccolo gruppo di personaggi italiani» voglia imporre il proprio «punto di vista sugli altri: è veramente assurdo». Così, mentre Polacchi annunciava che molti autori della sua casa editrice sono pronti a sottoscrivere una class action contro i responsabili della censura al Salone, la legale della giornalista spiegava che chiederà un risarcimento agli organizzatori per aver danneggiato la sua cliente. Dopo la conferenza stampa, la Giannini si è recata al Lingotto, sede della rassegna libraria, per denunciare la censura subita e «per far vedere a tutti quelli che me l'hanno impedito, compreso il signor Nicola Lagioia (direttore del Salone, ndr) e la sindaca Chiara Appendino, che la cultura spacca i ponti e può entrare ovunque». La Giannini ha anche rifiutato di essere etichettata come fascista: «L'editore», che invece aveva orgogliosamente ammesso le proprie simpatie, «parla a nome personale. Io non sono fascista, non mi sono mai schierata politicamente. Per quale motivo impedirmi di presentare il libro?». Proprio nei momenti in cui la Giannini inscenava la sua protesta al Lingotto, si è consumato l'eroico atto di resistenza del libraio di Feltrinelli, che a Repubblica ha raccontato: «La signora Inge Feltrinelli è morta da un anno e non mi è sembrato proprio il caso di venire a fare propaganda davanti alla sua fotografia. È stata una provocazione. Ho intonato Bella ciao perché sono un antifascista, sono un democratico». Curioso, però, che i «democratici» tollerino solamente chi la pensa come loro e siano, al limite, disposti a pubblicare i libri di pericolosi estremisti di destra (Carl Schmitt, Ernst Jünger, Martin Heidegger e altri), purché rechino il marchio delle case editrici politicamente rispettabili. Curioso che gli antifascisti, quelli che deridono l'oscurantismo medievale e commemorano contriti i roghi di libri del regime nazista, usino con i loro avversari ideologici metodi molto simili a quelli di chi, gli oppositori, li mandava al confino. E pensare che durante il fascismo, grazie alla lungimiranza del filosofo Giovanni Gentile, non mancarono gli intellettuali ostili a Benito Mussolini che potevano godere di una certa libertà. Sulla vicenda si è espresso anche Giampaolo Rossi, consigliere d'amministrazione Rai, che in un'intervista al Primato Nazionale ha puntato il dito su una «élite intellettuale sempre più arrogante e chiusa nella sua autoreferenzialità», capace di compiere un «atto di ottusità barbarica». D'altro canto, i sinistri, che si percepiscono vittime di un un permanente assedio neofascista, vanno compresi. Questi signori sono sopravvissuti a decenni senza potere grazie al subappalto alla cultura concesso dalla Democrazia cristiana. Dopo il crollo della prima Repubblica si erano abituati pure ad averlo, il potere. Ora sono saltati tutti gli schemi. Destra e sinistra sono categorie afasiche. Loro perdono sempre più consenso e sempre più potere. E mentre si squalifica il culturame che producono, il «nemico», di cultura, ne macina parecchia. Immaginate il trauma: scalzati dalle poltrone, scalzati dalle cattedre. È logico che i figliastri di Antonio Gramsci reagiscano scompostamente, ora che si vedono sfuggire ogni ambizione egemonica. Peraltro, pur essendo noi convinti che sia opportuno evitare ogni riferimento a tragedie come quella dei lager, non possiamo non notare che l'esultanza della scrittrice Halina Birenbaum, sopravvissuta all'Olocasuto, per la cacciata di Altaforte, è stata inopportuna. Possibile che ciò che l'esperienza della persecuzione razziale le ha insegnato, sia il valore morale della censura?
Nathan Trevallion e Catherine Birmingham
Marco Femminella e Danila Solinas, avvocati dei genitori, a un paio di giorni dall’inizio della perizia a cui per decisione del tribunale devono sottoporsi i loro assistiti hanno presentato un esposto all’Ordine professionale degli assistenti sociali e all’ente regionale competente per il servizio sociale del Comune di Palmoli. Il tema è l’operato di Veruska D’Angelo, l’assistente sociale che il tribunale ha nominato curatrice dei tre bambini che dal 20 novembre sono stati tolti ai genitori e collocati in una struttura protetta.
Secondo i legali, «la professionista non avrebbe mantenuto la necessaria equidistanza richiesta dal ruolo, mostrando un atteggiamento pregiudizievole nei confronti della famiglia, soprattutto nella fase successiva al trasferimento dei bambini deciso dall’autorità giudiziaria». L’assistente sociale avrebbe «aggravato» e «stravolto» fatti mai avvenuti, messo nero su bianco nelle sue relazioni affermazioni «artificiose» e inserito valutazioni personali del tutto inopportune (ed esempio scrisse che la casa dei Trevallion aveva problemi strutturali, valutazione che semmai andava affidata a un tecnico).
Oltre a ciò, la D’Angelo avrebbe «partecipato a diverse interviste, un’esposizione che rischierebbe di minare la neutralità e la riservatezza che l’incarico imporrebbe». In sostanza la D’Angelo avrebbe «interpretato le proprie mansioni con negligenza».
L’avvocato Solinas aveva già avanzato l’argomento giorni fa in una intervista concessa al nostro giornale. «Ci aspettavamo sin dall’inizio un atteggiamento che prendesse atto delle tantissime modifiche comportamentali, o comunque di approccio, di questa famiglia che comunque resta convinta della giustezza del proprio modo di vivere e di un approccio educativo diverso», ci aveva detto. «Ci si è posti con una rigidità eccessiva, in un confronto che non è mai stato dialogante. E io credo che il problema di base che poi ha determinato questa situazione sia proprio la totale mancanza di un’apertura verso la cosiddetta, mi consenta il termine, alterità culturale. Se qualcosa che viene percepito come diverso dagli stereotipi a cui siamo costantemente abituati viene letto con lo stigma della diversità, inevitabilmente l’approdo può essere soltanto uno. E allora io mi chiedo, e lo faccio senza timore, quanto il ruolo dei servizi sociali in tutta questa vicenda abbia inciso. Avrebbero forse dovuto fare un passo indietro?».
Ecco il nocciolo della questione: l’atteggiamento dei servizi e il loro rapporto con la famiglia. «Si è parlato a più riprese di un rapporto conflittuale dell’assistente sociale con i genitori che è durato più di 15 mesi», ci ha detto Solinas. «Ma in realtà, ed è importante sottolinearlo affinché ci sia una comprensione del percorso che ci ha portato qui, noi parliamo di un totale di cinque incontri, di cui due alla presenza delle forze dell’ordine».
Cinque incontri in tutto, di cui tre soltanto senza la presenza di agenti, sono troppo pochi per giustificare una decisione drastica come l’allontanamento, specie in assenza di violenza e abusi. Un altro atteggiamento era possibile, e probabilmente dovuto.
Sembra pensarla così anche Tonino Cantelmi, super esperto dei Trevallion. «Alla luce del documento del Garante per l’Infanzia Prelevamento dei minori - Facciamo il punto», dice Cantelmi alla Verità, «nell’operato dei servizi sociali, nel caso della famiglia del bosco, sembrano esserci criticità e contraddizioni importanti. Gli operatori non sono stati capaci di prendersi cura dell’intera famiglia, non sono riusciti a creare relazioni empatiche ed efficaci, hanno messo in atto comportamenti potenzialmente traumatici e laceranti, non sono stati in grado di operare una mediazione virtuosa. E non è corretto attribuire le responsabilità di un evidente fallimento ai genitori, che ora si sono visti costretti a denunciare l’assistente sociale. Ci sono responsabilità significative che andranno chiarite».
Si potrebbe addirittura sostenere che andassero chiarite prima, queste responsabilità. Ma non è stato fatto. Si è detto che l’irrigidimento delle istituzioni dipendeva dal comportamento della famiglia, ma ora è evidente che - nonostante la buona disposizione dei Trevallion - da parte dell’autorità non ci sono stati cambiamenti.
Il sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli, ci ha tenuto a prendere le distanze dall’assistente sociale. «La professionista», ha detto all’Adnkronos, «non è dipendente del Comune di Palmoli, ma fa capo all’Ente d’Ambito Sociale di Monteodorisio, organismo sovracomunale che gestisce i servizi sociali sul territorio. Proprio a questo ente, insieme all’Ordine professionale, gli avvocati della famiglia Trevallion hanno notificato l’esposto».
Il Comune, nel frattempo, continua a pagare fior di quattrini: 244 euro al giorno per mantenere i bambini e la madre nella casa di accoglienza in cui risiedono, lontani da papà Nathan, da ormai troppo tempo. Come abbiamo più volte notato, se si continuerà su questa strada l’unico risultato sarà quello di mandare in rovina le casse di Palmoli e costringere la Regione Abruzzo a sborsare altro denaro per colmare il buco.
Piaccia o meno, il disastro della giustizia minorile è tutto qui, in questi due corni: la rigidità delle istituzioni e il giro di soldi derivati dalla gestione dei bambini. Da una parte c’è il pensiero, ancora troppo diffuso, secondo cui le famiglie hanno sempre bisogno di essere indirizzate o peggio rieducate perché inadatte, da sole, a prendersi cura dei figli. Dall’altra c’è chi guadagna grazie agli allontanamenti e non ha alcun interesse a smontare questo meccanismo. Invece di berciare ogni volta contro l’intervento della politica e dei media - che magistrati e assistenti sociali non mancano mai di deprecare - bisognerebbe ammettere che non vi è niente di più politico di questa faccenda. E bisognerebbe muoversi di conseguenza: la riforma della giustizia minorile è più urgente che mai.
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
«Un imprenditore (Giovanni Buini, ndr)», continua, «è venuto a dire che, durante la pandemia, si era proposto di fornire un numero rilevante di quelle mascherine che, in quel momento, tanto servivano a proteggere medici, infermieri, operatori sanitari, lavoratori, gli italiani; mascherine che qualcun altro - e mi riferisco al commissario Arcuri - ci è venuto a dire di aver comprato dalla Cina e di averle pagate 1,251 miliardi, il triplo, il quadruplo del prezzo di mercato di quel periodo, e che si sono rivelate, poi, anche pericolose per la salute». Buonguerrieri si riferisce all’audizione di Buini, raccontata su queste pagine da Giacomo Amadori, da cui è emersa l’ipotesi - avanzata dallo stesso audito - di una tangente camuffata per poter vendere mascherine alla struttura commissariale.
Buini, argomenta Buonguerrieri, «ha confermato ciò che aveva già riferito all’autorità giudiziaria, ovvero che, in prospettiva della stipula di un contratto che lui stesso aveva definito come l’opportunità più importante che gli era capitata nella sua vita, sia per gli importi, sia per l’entità della commessa, veniva invitato nello studio Alpa […], dove incontrò chi si era qualificato per persona vicinissima all’ex premier Giuseppe Conte (l’avvocato Luca Di Donna, ndr), circostanza che è stata poi verificata come vera». E «queste persone» per «il perfezionamento di quella fornitura, dal valore di circa 60 milioni di euro», chiesero «la stipula di un contratto di consulenza dal valore, da quanto emerge dagli atti, di circa 13 milioni di euro», tanto «da indurre questo stesso imprenditore a rinunciare a questa offerta per il timore che qualcuno potesse considerarla una tangente». «È assolutamente certo», conclude, «che, mentre la parte buona dell’Italia combatteva contro il virus, vi erano spregiudicati che, approfittandosi anche dei rapporti con chi governava allora facevano affari, ai danni dello Stato, sulla pelle dei cittadini». Dopo la recessione del contratto, nota non irrilevante, a Buini fu dato il benservito.
«Noi non abbiamo paura di nulla, perché il presidente Conte non ha paura di nulla», la replica del capogruppo dei 5 stelle Riccardo Ricciardi, e «quando è stata aperta un’inchiesta su quel periodo drammatico, non si è difeso dal processo, ma è andato nel processo ed è stato archiviato». «Andremo fino in onda in questa operazione di verità», ha ribattuto vicecapogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, Massimo Ruspandini.
Ieri, intanto, l’ex direttore generale dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, Marcello Minenna, è tornato in commissione Covid per la seduta di domande, ma ha risposto solo alle interrogazioni delle opposizioni (la parte della maggioranza è stata rimandata). Interessante il siparietto con il capogruppo al Senato del Pd, Francesco Boccia, che ha cercato di minare l’attendibilità del teste che ha accusato Minenna, il suo ex braccio destro Alessandro Canali.
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Silvia Salis (Ansa)
La segue il suo vicesindaco Alessandro Terrile, già responsabile Infrastrutture della segreteria nazionale dem, nonché consulente della società Santa Barbara dell’imprenditore genovese Mauro Vianello, l’uomo che si proclamava «il più comunista di tutti» e che, ha svelato l’inchiesta sull’ex governatore Giovanni Toti, era la «volpe» del porto, che proprio Terrile seguì nell’Ente Bacini, dove Vianello, che ne era il presidente, lo nominò amministratore delegato. Ora chiamare qualcuno «Hannoun» è diventato offensivo. È considerato un insulto talmente grave da spingere la sindaca ad abbandonare l’Aula. Lavori chiusi. Sipario. E mentre la Salis propaganda quella scenetta come «un segnale politico», per la minoranza, invece, sarebbe un pretesto. Un modo per dribblare quell’ordine del giorno. Ma lei, la sindaca, precisa: «Quello che hanno voluto vendere come un lapsus è stato voler chiamare due volte il nostro consigliere Kaabour con il nome di Hannoun, a distanza di diversi secondi l’una dall’altra». Poi l’insulto rivolto alla minoranza: «Li abbiamo lasciati da soli con la loro ignoranza, perché è un atteggiamento ignorante». Mascia, sentito dalla Verità, replica: «Ho chiamato Kaabour Hannoun ma è stato un lapsus e mi sono scusato. Il dato più inquietante di questa querelle, però, è che Hannoun, fino a ieri special guest dei cortei pro Pal, è ormai un condannato senza appello dalle sinistre genovesi usa e getta. Pronunciare il suo nome anche per sbaglio all’indirizzo di un consigliere Pd viene bollato come oltraggio. Alla faccia del garantismo. Non è ancora stato condannato in via definitiva e viene subito ripudiato da chi fino a ieri gli faceva la clac». Ma il consigliere azzurro non si fa passare sotto il naso neppure il passaggio sugli «ignoranti»: «Da laureato cum laude alla prestigiosa Università degli Studi di Genova, con tutto il rispetto per chi non lo è e però non insulta nessuno, viene da sbottare con un “Ma mi faccia il piacere!” alla Totò nella gag con l’Onorevole Trombetta (Totò a colori, film del 1952, ndr) o da chiedersi da che pulpito arriva l’insulto». Infine ha risposto alle nostre domande.
Ha visto che la sindaca si è laureata più o meno con le stesse modalità (criticate dalla sinistra) della ministra Calderone?
«No, non so quali siano queste modalità, come detto io mi sono laureato all’Università di Genova e ho fatto tutti i miei studi a Genova, tanto mi basta per non sentirmi un ignorante né un saccente».
L’ex vicesindaco Pietro Piciocchi sfidò la Salis a esibire il libretto universitario e la prima cittadina evitò di farlo. Vuole ribadire la richiesta?
«Ricordo questa sfida all’Ok Corral a colpi di libretto durante la campagna elettorale ma credevo fosse finita ad armi pari, perché in quel frangente avevo la testa sulla mia corsa e del partito di cui sono segretario. A me del libretto della sindaca non me ne cale proprio. Sempre meglio che ognuno si faccia le lauree, i libretti e gli studi suoi e non pretenda di sindacare i saperi degli altri. Perché non glielo chiede lei il libretto alla sindaca? Magari glielo dà».
Per Hannoun è stato un qui pro quo.
«Che non l’abbia fatto apposta e manco me ne sia accorto, finché non me lo hanno fatto notare i miei colleghi di opposizione, lo testimoniano i video. Eppure il mio lapsus è stato usato come pretesto per salvare la faccia nel Giorno della memoria dell’Olocausto».
E l’ordine del giorno pro Gaza?
«Nonostante l’invito di Liliana Segre a non usare Gaza contro la Shoah degli ebrei, la mattina stessa del Giorno della memoria è puntualmente arrivato in Conferenza dei capigruppo un ordine del giorno straordinario delle sinistre pro Pal elette con la sindaca Salis per esercitare “ogni pressione diplomatica necessaria” al fine di aprire un corridoio giordano alternativo a quello presidiato dal Cogat (Coordinamento attività governative nei territori) dello Stato ebraico».
Voi come avete reagito?
«I capigruppo di centrodestra non hanno prestato il fianco ai tentativi di retromarcia arrivati fuori tempo massimo dal Pd per rinviare la discussione alla prossima seduta, col risultato che l’ordine del giorno è approdato in Consiglio comunale. Il colpo di teatro in Sala Rossa è servito di fatto a trarsi d’impaccio dalla votazione in Aula su Gaza nel Giorno della memoria. Chissà che pandemonio sarebbe scoppiato se con una scusa del genere lo avesse fatto Giorgia Meloni il gesto con la mano per portare fuori dal Parlamento tutti i ministri del governo e tutti i gruppi di maggioranza. E pensare che ai tempi del primo mandato di Marco Bucci le sinistre in Sala Rossa ci belavano dietro quando noi consiglieri di centrodestra votavamo compatti a favore delle delibere del sindaco, figuriamoci cosa sarebbe accaduto se, agli ordini del sindaco, avessimo abbandonato seduta stante gli scranni».
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