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2026-05-11
Città vietate ai bambini
Getty Images
- Ristoranti, spiagge, aerei, vagoni ferroviari, aree residenziali... Si moltiplicano gli spazi urbani nei quali è proibito l’accesso ai più piccoli. È il segnale di una insofferenza preoccupante nei confronti di chi si ostina a mettere al mondo figli.
- Il saggista Gianluca Pietrosante: «Dietro la crisi demografica c’è un mutamento antropologico. I conservatori danno risposte troppo timide».
- In un «memo» del 1969, Frederick Jaffe (Planned Parenthood) mostrava i modi con cui «alterare la demografia». Tra i punti, incentivare l’omosessualità e posticipare o evitare le nozze.
Lo speciale contiene tre articoli.
Dalle città senza auto alle città senza figli? Può apparire una provocazione, ma in realtà lo scenario che va prospettandosi in Occidente potrebbe davvero essere questo. Soprattutto perché le cosiddette child-free zones, le aree senza bambini, stanno davvero iniziando a dilagare. Tutto ha avuto inizio – come molte altre tendenze – negli Stati Uniti circa 25 anni fa. Era in effetti il luglio del 2000 quando la giornalista Lisa Belkin firmava sul New York Times Magazine un pezzo intitolato «I tuoi figli sono il loro problema». In quell’articolo, dove peraltro venivano elencati nomignoli assai dispregiativi verso i bambini, si raccontava di un uomo che espressamente cercava di vivere in un quartiere che non ne fosse «infestato». Quello stesso anno uscì The Baby Boon: how family-friendly America cheats the childless (Free Press), un libro di Elinor Burkett dove si documentava un vero e proprio risentimento che gli adulti senza figli avevano iniziato a sviluppare verso i sussidi pubblici e la flessibilità lavorativa concessi ai genitori; una persona interpellata in quel testo paragonò i bambini in ufficio a uno «zoo da accarezzare» e descrisse l’avere figli come «sputare uova».
A loro modo la Belkin e la Burkett sono state delle profetesse, cui si è accodata anche la francese e «mamma pentita» Corinne Maier con un altro libro di successo, No Kid, Quarante raisons de ne pas avoir d’enfant (Éditions Michalon, 2007). Tutto questo scrivere – e in buona parte auspicare – «spazi tranquilli» e privi di bambini ha fatto sì che, nel giro di poco, si siano effettivamente diffusi un po’ ovunque settori riservati ai soli adulti in compagnie aeree, ristoranti, aree residenziali e località balneari. Già nell’estate del 2007 a Lake Forest, nell’Illinois, era stata fissata una quota di almeno il 25% della spiaggia vietata ai bambini e riservata agli adulti desiderosi di prendere il sole in tranquillità. Secondo l’American Community Survey, nel 2016 in una grande metropoli come San Francisco i minorenni ammontavano a circa 115.000, superati in numero dai cani – stimati essere dal San Francisco Animal Care and Control dai 120.000 ai 150.000. Più quadrupedi che bambini, quindi.
Dagli Stati Uniti le child-free zones sono presto divenute tendenza globale, radicandosi per esempio anche in Asia. Poco meno di dieci anni fa la compagnia aerea low cost indiana IndiGo annunciava l’istituzione sui suoi aerei di «zone silenziose» – precluse ai bambini con meno di 12 anni – destinate ai «viaggiatori d’affari che preferiscono sfruttare i momenti di tranquillità per svolgere il loro lavoro». Quando comunicava questa decisione, IndiGo era già stata anticipata da Malaysia Airlines, AirAsia X e dalla compagnia aerea singaporiana Scoot. Cotanto impegno e creare «zone silenziose» sui voli pare sia stato il riflesso di un’esigenza di mercato. Secondo quanto scriveva Peter Woodman sull’Irish Independent nel maggio 2014, infatti, un sondaggio aveva rilevato come ben il 35% dei passeggeri aerei – oltre un terzo – non solo volesse volare senza piccoli attorno, ma fosse disposto a pagare per questo perfino un supplemento. Così le compagnie aeree, sempre attente a fiutare i desiderata dei clienti, hanno preso ad organizzarsi di conseguenza.
Dalle piste di decollo ai binari ferroviari il passo è stato breve. Lo prova la recente iniziativa della compagnia ferroviaria nazionale francese Sncf, che ha deciso di introdurre sui treni ad alta velocità – principalmente sulla tratta Parigi-Lione – delle carrozze Optimum Plus, che hanno queste caratteristiche: 39 posti a sedere, ambiente tranquillo e adatto al lavoro e divieto di accesso ai bambini sotto i 12 anni. «Questa non è la Francia a misura di famiglia che conosco», ha commentato sul Guardian la corrispondente Helen Massy-Beresford. Ma quello ferroviario non è il solo segnale antinatalista che arriva da Oltralpe. Si pensi alla controversia sorta sulla scuola internazionale Montessori di Maisons-Laffitte, un ricco sobborgo di Parigi, dove i residenti si sono rivolti al tribunale per far chiudere il cortile, sostenendo che il rumore delle risate e delle grida dei bambini causava un «disturbo».
I ricorrenti dicevano di non poter più sedersi nei loro giardini o sulle loro terrazze e di sentirsi «prigionieri». Ebbene, il tribunale ha dato loro ragione. Gli insegnanti, ha fatto presente Lauren Smith raccontando la vicenda su The european conservative, ora devono scegliere se tenere i bambini nel cortile antistante la scuola, confinarli in classe o portarli in un parco vicino. A detta del sindaco locale, Jacques Myard, tutta questa storia altro non è stata che una battaglia per «borghesi che non vogliono figli». Difficile dargli torto. Però non è un caso isolato. Basti pensare alle child-free zones in un Paese come la Corea del Sud dove – tra caffè, ristoranti e aree varie – ne sono state censite oltre 400.
Domanda: è un caso, in tutto questo, che la citata Francia, un tempo eccezione demografica europea, oggi sia anch’essa scesa sotto la soglia decisiva dei 2,1 figli per donna mentre Seul sia la capitale di un Paese che, nel 2023, ha toccato la soglia raggelante di 0,72 figli per donna? Forse no.
In Italia la tendenza delle child-free zones è ancora agli albori e non gradita, come provano le polemiche che la scorsa estate hanno travolto il ristorante di un noto stabilimento balneare di Milano Marittima «vietato» ai bambini sotto i 10 anni. Ma questo non deve far sottovalutare il problema, perché queste aree, apparentemente a tutela della quiete, di fatto sono spie se non incentivi per l’abisso della denatalità. La pensa così Timothy P. Carney senior fellow presso l’American Enterprise Institute ed editorialista del Washington Examiner, secondo cui «il vero problema è che la nostra cultura viene danneggiata dall’eccessivo numero di zone “senza bambini”».
«Oggi ci sono sempre meno bambini», fa presente Carney, «quindi sempre più gente trascorre la giornata senza vedere bambini. Significa che sempre più persone trascorrono la giornata senza pensare ai bambini». Il ragionamento ha una sua logica. Anche perché, pure là dove non espressamente previste, le child-free zones si stanno di fatto già diffondendo, inverando la denuncia che nel 2013 fecero Ali Modarres – specialista in pianificazione urbana e politiche pubbliche – e Joel Kotkin – esperto di tendenze globali – i quali, in un articolo su City-journal.org, parlarono d’un «esperimento per liberare le nostre città dai bambini». I due osservarono che «le nostre grandi città americane, da New York e Chicago a Los Angeles e Seattle, si stanno trasformando in parchi giochi per i ricchi, trappole per i poveri e stazioni di transito per i giovani ambiziosi diretti verso luoghi meno congestionati».
«La famiglia della classe media», concludevano, «è stata spinta ai margini, rompendo drasticamente con la storia urbana. Questo sviluppo solleva almeno due importanti domande: le città senza bambini sono sostenibili? E sono desiderabili?». Ora, pur riferendosi alle metropoli statunitensi, Modarres e Kotkin sollevarono un tema che oggi, nel 2026, interessa anche le più ristrette città italiane, dove le abitazioni sono sempre più costose, i centri storici luogo di studio o di lavoro e le chiese grandi templi desertificati. C’è insomma spazio per tutto, fuorché per la fede e per il futuro, cioè per i figli. È bene rifletterci, tenendo bene a mente che le child-free zones per eccellenza sono i cimiteri. Non resta allora che sperare che, prima che sia troppo tardi, l’Occidente si ispiri ad altri modelli urbani.
«È una estinzione programmata contro l’Occidente»
Oggi il tema demografico è al centro del dibattito. Pochi lo affrontano con tesi forti e controcorrente come Gianluca Pietrosante. Classe 1992, napoletano di nascita e veneto di adozione, vive a Bassano del Grappa, dov’è consigliere comunale da due mandati. Una laurea magistrale in storia e una in filosofia e scienze umane, insegna materie umanistiche negli istituti secondari di I e II grado e ha da poco dato alle stampe il libro Estinzione programmata (Maniero del Mirto, 2026).
Pietrosante, prima che autore di un testo sulla denatalità lei è marito e padre di due bambini. Che cosa ne pensa allora delle child-free zones?
«Più che una semplice ricerca di tranquillità, le cosiddette child-free zones rappresentano un segnale culturale più profondo. Non è il bambino a essere cambiato, ma lo sguardo dell’adulto: ciò che un tempo era percepito come una gioia oggi viene talvolta vissuto come un disturbo».
Possiamo considerare queste «aree», più che la risposta a una ricerca di tranquillità individuale, l’ennesimo segnale di un rifiuto collettivo del futuro?
«Mi sembra evidente. Una società che esclude i bambini dagli spazi pubblici per quiete è una società che non comprende più che sono un bene da custodire per la continuità di un popolo. D’altronde, dati alla mano, l’Occidente preferisce gli animali ai bambini».
Il suo libro sulla tragedia demografica del nostro Paese si chiama Estinzione programmata. Ma da chi?
«San Tommaso d’Aquino e la retta filosofia affermano che la conoscenza delle cose avviene attraverso la ricerca delle loro cause. Siamo arrivati a questo punto perché c’è un mutamento spirituale e antropologico degli italiani rispetto a ciò che eravamo prima del Concilio Vaticano II e del ‘68: oggi l’età media per sposarsi per gli uomini è attorno ai 38 anni, per le donne a 33. Siamo passati da una società che considerava la famiglia il centro della vita sociale a una in cui prevale una maggiore centralità dell’individuo rispetto alla dimensione comunitaria. Questo cambiamento incide inevitabilmente anche sulla propensione a generare futuro. A questo si aggiunge uno smarrimento dell’identità: processi culturali, ideologici e normativi hanno ridefinito il concetto di famiglia e genitorialità. E poi vi è la perdita del rispetto di ogni autorità, a partire dalla stessa famiglia: onora il padre e la madre non è solo una legge naturale, ma il fondamento di ogni civiltà. Estinzione programmata perché tutto ciò è l’esito prevedibile di trasformazioni culturali e sociali consolidate che stanno incidendo tragicamente nella demografia».
Il suo testo è molto critico verso l’immigrazione. Ma essa non potrebbe contribuire ad arginare l’inverno demografico italiano?
«Non come un tempo. L’immigrazione oggi è più mobile e meno stabile rispetto al passato, e questo ne riduce l’impatto demografico nel lungo periodo. Inoltre, l’arricchimento culturale viene meno: sul totale dei reati compiuti in Italia quasi la metà sono fatti da stranieri regolari a cui si sommano i reati dei clandestini. Questi dati sono consultabili presso il sito del ministero della Giustizia, citati puntualmente nel mio libro, senza parlare del problema delle nostre carceri. È evidente che sul piano sociale e culturale emergono criticità legate ai processi di integrazione, che rendono più complesso valutare l’impatto complessivo dell’immigrazione nel lungo periodo. Sul piano della fecondità anche gli immigrati fanno ormai meno figli. L’immigrazione non può dunque essere la soluzione, può incidere nel breve periodo, ma non risolve il problema di fondo, ovvero che siamo una società che non fa e non vuole più figli. È chiaro che la società aperta e senza confini idealizzata e professata dalla sinistra e anche da una parte della gerarchia ecclesiastica ha fallito, perché la mancata integrazione ha creato nuove fragilità sociali. Se una comunità perde la propria capacità generativa, nessun fattore esterno può sostituirla davvero».
L’impressione è che le culle vuote non siano un tema ancora ben compreso. Cosa della denatalità sfugge alla cultura progressista e cosa, invece, a quella conservatrice?
«I progressisti tendono a leggere la denatalità solo in termini di diritti individuali: assecondano i presunti diritti e desideri di una persona anziché far prevalere il bene comune, visto che la sinistra idealizza un modello di società ideologica fondata sull’egualitarismo, quindi non reale. I conservatori si limitano a risposte parziali e addirittura compiacenti ai progressisti: nessuno analizza le cause. Anzi, il conservatore oggi si limita a dire che la legge 194 sull’aborto va rispettata e attuata nella sua interezza, oppure vota in giunta regionale del Veneto lo stanziamento di milioni di euro per l’apertura di un centro gender a Padova, spacciandola come “conquista di civiltà”. L'Msi denunciava senza paura che l’aborto è un crimine contro la vita e che incide sul calo demografico, ad esempio. Quando si parla di famiglia e vita bisogna ragionare e agire secondo natura, al di là delle ideologie».
Come e quando ci risolleveremo dall’inverno demografico?
«Non esistono soluzioni immediate. Gli interventi economici grazie all’attuale governo ci sono, ma non sono sufficienti se manca la “battaglia delle idee”: serve una restaurazione culturale che restituisca valore e stabilità alla famiglia e alla vita, con l’aiuto della Chiesa: i matrimoni religiosi sono crollati dopo il Concilio. Solo quando tornerà a essere percepito come naturale e positivo sposarsi e avere figli si potrà invertire la tendenza».
Quel «profetico» piano anti nascite
La denatalità può essere un programma politico? Apparentemente no. Chiunque oggi la proponesse verrebbe, nella migliore delle ipotesi, guardato come un marziano. Eppure non è sempre stato così, anzi c’è stato un tempo – neppure così remoto, in realtà – in cui si redigevano a tavolino quelle che erano potenziali linee guida per svuotare le culle. L’esempio più lampante è probabilmente il cosiddetto «Jaffe Memo», dal nome del suo estensore, Frederick Jaffe (1925-1978), primo presidente del Guttmacher Institute e vicepresidente della International Planned Parenthood – enti statunitensi per la promozione di campagne abortiste e contraccettive.
Datato 11 marzo 1969, il «Jaffe Memo» è un testo di nove pagine che il suo autore scrisse rispondendo a Bernard Berelson (1912-1979) all’epoca capo del Population Council. Quindi non si tratta di un manifesto politico in senso stretto, bensì di un documento interno che pure – per ciò che contiene – del manifesto politico, o meglio demografico ha, lo vedremo subito, la struttura. Tuttavia, repetita iuvant, il «Jaffe Memo» è un testo riservato, come prova anche il suo incipit. «Questo memorandum», scrive infatti Jaffe rivolgendosi a Berelson, «risponde alla sua lettera del 24 gennaio, in cui si richiedevano idee su attività necessarie e utili relative alla formazione di una politica demografica definita come «misure legislative, programmi amministrativi e altre azioni governative (a) che sono progettate per alterare le tendenze demografiche... o (b) che effettivamente le alterano».
Quindi siamo dinnanzi al rapporto epistolare tra due signori in cui uno chiede all’altro consigli su come «alterare le tendenze demografiche». Già questo appare interessante. Ma lo è ancor di più il contenuto del memorandum, che all’ultima pagina si chiude con una tabella contenente i seguenti consigli su come, appunto, «alterare le tendenze demografiche». Ebbene, questa tabella presenta quattro colonne, la prima delle quali elenca i «vincoli sociali» che dovrebbero avere «un impatto universale». Tra queste misure la prima riguarda la famiglia, da «ristrutturare» in due modi: «a) posticipare o evitare il matrimonio; b) modificare l’immagine della dimensione ideale della famiglia». A seguire, Jaffe consigliava nell’ordine: «Istruzione obbligatoria dei figli; incoraggiare l’omosessualità; educazione alla pianificazione familiare; incoraggiare il lavoro femminile».
Ora la gravità di questi sconvolgenti «consigli» ha portato molti – non potendo negare l’esistenza del «Jaffe Memo» - a ridimensionare la portata del testo, liquidandolo come mera parte d’un epistolario in cui due esperti ragionavano innocuamente tra loro su come «alterare le tendenze demografiche». Il che può benissimo essere. Sta di fatto che a Berelson quel documento non deve essere dispiaciuto dato che di lì a poco si è ritrovato a collaborare nuovamente con Jaffe nella redazione del Rapporto della Commissione Rockefeller del 1972, nel quale peraltro diversi spunti del «Jaffe Memo» sono stati poi ripresi. Ma soprattutto impressiona osservare come i punti delineati in quel vecchio documento interno del marzo 1969, decenni dopo, si siano trasformati a seconda dei casi in: battaglie culturali, propagande, punti di programmi politici progressisti o incontestabili dati di fatto. Tutto ciò, beninteso, non dimostra che Frederick Jaffe sia stato l’oscuro burattinaio di nulla. Ma certo quelle sue singolarissime idee, ecco il punto, sono senza dubbio piaciute.
Ristoranti, spiagge, aerei, vagoni ferroviari, aree residenziali... Si moltiplicano gli spazi urbani nei quali è proibito l’accesso ai più piccoli. È il segnale di una insofferenza preoccupante nei confronti di chi si ostina a mettere al mondo figli.Il saggista Gianluca Pietrosante: «Dietro la crisi demografica c’è un mutamento antropologico. I conservatori danno risposte troppo timide».In un «memo» del 1969, Frederick Jaffe (Planned Parenthood) mostrava i modi con cui «alterare la demografia». Tra i punti, incentivare l’omosessualità e posticipare o evitare le nozze.Lo speciale contiene tre articoli.Dalle città senza auto alle città senza figli? Può apparire una provocazione, ma in realtà lo scenario che va prospettandosi in Occidente potrebbe davvero essere questo. Soprattutto perché le cosiddette child-free zones, le aree senza bambini, stanno davvero iniziando a dilagare. Tutto ha avuto inizio – come molte altre tendenze – negli Stati Uniti circa 25 anni fa. Era in effetti il luglio del 2000 quando la giornalista Lisa Belkin firmava sul New York Times Magazine un pezzo intitolato «I tuoi figli sono il loro problema». In quell’articolo, dove peraltro venivano elencati nomignoli assai dispregiativi verso i bambini, si raccontava di un uomo che espressamente cercava di vivere in un quartiere che non ne fosse «infestato». Quello stesso anno uscì The Baby Boon: how family-friendly America cheats the childless (Free Press), un libro di Elinor Burkett dove si documentava un vero e proprio risentimento che gli adulti senza figli avevano iniziato a sviluppare verso i sussidi pubblici e la flessibilità lavorativa concessi ai genitori; una persona interpellata in quel testo paragonò i bambini in ufficio a uno «zoo da accarezzare» e descrisse l’avere figli come «sputare uova».A loro modo la Belkin e la Burkett sono state delle profetesse, cui si è accodata anche la francese e «mamma pentita» Corinne Maier con un altro libro di successo, No Kid, Quarante raisons de ne pas avoir d’enfant (Éditions Michalon, 2007). Tutto questo scrivere – e in buona parte auspicare – «spazi tranquilli» e privi di bambini ha fatto sì che, nel giro di poco, si siano effettivamente diffusi un po’ ovunque settori riservati ai soli adulti in compagnie aeree, ristoranti, aree residenziali e località balneari. Già nell’estate del 2007 a Lake Forest, nell’Illinois, era stata fissata una quota di almeno il 25% della spiaggia vietata ai bambini e riservata agli adulti desiderosi di prendere il sole in tranquillità. Secondo l’American Community Survey, nel 2016 in una grande metropoli come San Francisco i minorenni ammontavano a circa 115.000, superati in numero dai cani – stimati essere dal San Francisco Animal Care and Control dai 120.000 ai 150.000. Più quadrupedi che bambini, quindi.Dagli Stati Uniti le child-free zones sono presto divenute tendenza globale, radicandosi per esempio anche in Asia. Poco meno di dieci anni fa la compagnia aerea low cost indiana IndiGo annunciava l’istituzione sui suoi aerei di «zone silenziose» – precluse ai bambini con meno di 12 anni – destinate ai «viaggiatori d’affari che preferiscono sfruttare i momenti di tranquillità per svolgere il loro lavoro». Quando comunicava questa decisione, IndiGo era già stata anticipata da Malaysia Airlines, AirAsia X e dalla compagnia aerea singaporiana Scoot. Cotanto impegno e creare «zone silenziose» sui voli pare sia stato il riflesso di un’esigenza di mercato. Secondo quanto scriveva Peter Woodman sull’Irish Independent nel maggio 2014, infatti, un sondaggio aveva rilevato come ben il 35% dei passeggeri aerei – oltre un terzo – non solo volesse volare senza piccoli attorno, ma fosse disposto a pagare per questo perfino un supplemento. Così le compagnie aeree, sempre attente a fiutare i desiderata dei clienti, hanno preso ad organizzarsi di conseguenza.Dalle piste di decollo ai binari ferroviari il passo è stato breve. Lo prova la recente iniziativa della compagnia ferroviaria nazionale francese Sncf, che ha deciso di introdurre sui treni ad alta velocità – principalmente sulla tratta Parigi-Lione – delle carrozze Optimum Plus, che hanno queste caratteristiche: 39 posti a sedere, ambiente tranquillo e adatto al lavoro e divieto di accesso ai bambini sotto i 12 anni. «Questa non è la Francia a misura di famiglia che conosco», ha commentato sul Guardian la corrispondente Helen Massy-Beresford. Ma quello ferroviario non è il solo segnale antinatalista che arriva da Oltralpe. Si pensi alla controversia sorta sulla scuola internazionale Montessori di Maisons-Laffitte, un ricco sobborgo di Parigi, dove i residenti si sono rivolti al tribunale per far chiudere il cortile, sostenendo che il rumore delle risate e delle grida dei bambini causava un «disturbo». I ricorrenti dicevano di non poter più sedersi nei loro giardini o sulle loro terrazze e di sentirsi «prigionieri». Ebbene, il tribunale ha dato loro ragione. Gli insegnanti, ha fatto presente Lauren Smith raccontando la vicenda su The european conservative, ora devono scegliere se tenere i bambini nel cortile antistante la scuola, confinarli in classe o portarli in un parco vicino. A detta del sindaco locale, Jacques Myard, tutta questa storia altro non è stata che una battaglia per «borghesi che non vogliono figli». Difficile dargli torto. Però non è un caso isolato. Basti pensare alle child-free zones in un Paese come la Corea del Sud dove – tra caffè, ristoranti e aree varie – ne sono state censite oltre 400.Domanda: è un caso, in tutto questo, che la citata Francia, un tempo eccezione demografica europea, oggi sia anch’essa scesa sotto la soglia decisiva dei 2,1 figli per donna mentre Seul sia la capitale di un Paese che, nel 2023, ha toccato la soglia raggelante di 0,72 figli per donna? Forse no. In Italia la tendenza delle child-free zones è ancora agli albori e non gradita, come provano le polemiche che la scorsa estate hanno travolto il ristorante di un noto stabilimento balneare di Milano Marittima «vietato» ai bambini sotto i 10 anni. Ma questo non deve far sottovalutare il problema, perché queste aree, apparentemente a tutela della quiete, di fatto sono spie se non incentivi per l’abisso della denatalità. La pensa così Timothy P. Carney senior fellow presso l’American Enterprise Institute ed editorialista del Washington Examiner, secondo cui «il vero problema è che la nostra cultura viene danneggiata dall’eccessivo numero di zone “senza bambini”».«Oggi ci sono sempre meno bambini», fa presente Carney, «quindi sempre più gente trascorre la giornata senza vedere bambini. Significa che sempre più persone trascorrono la giornata senza pensare ai bambini». Il ragionamento ha una sua logica. Anche perché, pure là dove non espressamente previste, le child-free zones si stanno di fatto già diffondendo, inverando la denuncia che nel 2013 fecero Ali Modarres – specialista in pianificazione urbana e politiche pubbliche – e Joel Kotkin – esperto di tendenze globali – i quali, in un articolo su City-journal.org, parlarono d’un «esperimento per liberare le nostre città dai bambini». I due osservarono che «le nostre grandi città americane, da New York e Chicago a Los Angeles e Seattle, si stanno trasformando in parchi giochi per i ricchi, trappole per i poveri e stazioni di transito per i giovani ambiziosi diretti verso luoghi meno congestionati».«La famiglia della classe media», concludevano, «è stata spinta ai margini, rompendo drasticamente con la storia urbana. Questo sviluppo solleva almeno due importanti domande: le città senza bambini sono sostenibili? E sono desiderabili?». Ora, pur riferendosi alle metropoli statunitensi, Modarres e Kotkin sollevarono un tema che oggi, nel 2026, interessa anche le più ristrette città italiane, dove le abitazioni sono sempre più costose, i centri storici luogo di studio o di lavoro e le chiese grandi templi desertificati. C’è insomma spazio per tutto, fuorché per la fede e per il futuro, cioè per i figli. È bene rifletterci, tenendo bene a mente che le child-free zones per eccellenza sono i cimiteri. Non resta allora che sperare che, prima che sia troppo tardi, l’Occidente si ispiri ad altri modelli urbani.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/child-free-zones-crisi-demografica-2676876515.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-una-estinzione-programmata-contro-loccidente" data-post-id="2676876515" data-published-at="1778507280" data-use-pagination="False"> «È una estinzione programmata contro l’Occidente» Oggi il tema demografico è al centro del dibattito. Pochi lo affrontano con tesi forti e controcorrente come Gianluca Pietrosante. Classe 1992, napoletano di nascita e veneto di adozione, vive a Bassano del Grappa, dov’è consigliere comunale da due mandati. Una laurea magistrale in storia e una in filosofia e scienze umane, insegna materie umanistiche negli istituti secondari di I e II grado e ha da poco dato alle stampe il libro Estinzione programmata (Maniero del Mirto, 2026).Pietrosante, prima che autore di un testo sulla denatalità lei è marito e padre di due bambini. Che cosa ne pensa allora delle child-free zones?«Più che una semplice ricerca di tranquillità, le cosiddette child-free zones rappresentano un segnale culturale più profondo. Non è il bambino a essere cambiato, ma lo sguardo dell’adulto: ciò che un tempo era percepito come una gioia oggi viene talvolta vissuto come un disturbo».Possiamo considerare queste «aree», più che la risposta a una ricerca di tranquillità individuale, l’ennesimo segnale di un rifiuto collettivo del futuro?«Mi sembra evidente. Una società che esclude i bambini dagli spazi pubblici per quiete è una società che non comprende più che sono un bene da custodire per la continuità di un popolo. D’altronde, dati alla mano, l’Occidente preferisce gli animali ai bambini».Il suo libro sulla tragedia demografica del nostro Paese si chiama Estinzione programmata. Ma da chi?«San Tommaso d’Aquino e la retta filosofia affermano che la conoscenza delle cose avviene attraverso la ricerca delle loro cause. Siamo arrivati a questo punto perché c’è un mutamento spirituale e antropologico degli italiani rispetto a ciò che eravamo prima del Concilio Vaticano II e del ‘68: oggi l’età media per sposarsi per gli uomini è attorno ai 38 anni, per le donne a 33. Siamo passati da una società che considerava la famiglia il centro della vita sociale a una in cui prevale una maggiore centralità dell’individuo rispetto alla dimensione comunitaria. Questo cambiamento incide inevitabilmente anche sulla propensione a generare futuro. A questo si aggiunge uno smarrimento dell’identità: processi culturali, ideologici e normativi hanno ridefinito il concetto di famiglia e genitorialità. E poi vi è la perdita del rispetto di ogni autorità, a partire dalla stessa famiglia: onora il padre e la madre non è solo una legge naturale, ma il fondamento di ogni civiltà. Estinzione programmata perché tutto ciò è l’esito prevedibile di trasformazioni culturali e sociali consolidate che stanno incidendo tragicamente nella demografia».Il suo testo è molto critico verso l’immigrazione. Ma essa non potrebbe contribuire ad arginare l’inverno demografico italiano?«Non come un tempo. L’immigrazione oggi è più mobile e meno stabile rispetto al passato, e questo ne riduce l’impatto demografico nel lungo periodo. Inoltre, l’arricchimento culturale viene meno: sul totale dei reati compiuti in Italia quasi la metà sono fatti da stranieri regolari a cui si sommano i reati dei clandestini. Questi dati sono consultabili presso il sito del ministero della Giustizia, citati puntualmente nel mio libro, senza parlare del problema delle nostre carceri. È evidente che sul piano sociale e culturale emergono criticità legate ai processi di integrazione, che rendono più complesso valutare l’impatto complessivo dell’immigrazione nel lungo periodo. Sul piano della fecondità anche gli immigrati fanno ormai meno figli. L’immigrazione non può dunque essere la soluzione, può incidere nel breve periodo, ma non risolve il problema di fondo, ovvero che siamo una società che non fa e non vuole più figli. È chiaro che la società aperta e senza confini idealizzata e professata dalla sinistra e anche da una parte della gerarchia ecclesiastica ha fallito, perché la mancata integrazione ha creato nuove fragilità sociali. Se una comunità perde la propria capacità generativa, nessun fattore esterno può sostituirla davvero».L’impressione è che le culle vuote non siano un tema ancora ben compreso. Cosa della denatalità sfugge alla cultura progressista e cosa, invece, a quella conservatrice?«I progressisti tendono a leggere la denatalità solo in termini di diritti individuali: assecondano i presunti diritti e desideri di una persona anziché far prevalere il bene comune, visto che la sinistra idealizza un modello di società ideologica fondata sull’egualitarismo, quindi non reale. I conservatori si limitano a risposte parziali e addirittura compiacenti ai progressisti: nessuno analizza le cause. Anzi, il conservatore oggi si limita a dire che la legge 194 sull’aborto va rispettata e attuata nella sua interezza, oppure vota in giunta regionale del Veneto lo stanziamento di milioni di euro per l’apertura di un centro gender a Padova, spacciandola come “conquista di civiltà”. L'Msi denunciava senza paura che l’aborto è un crimine contro la vita e che incide sul calo demografico, ad esempio. Quando si parla di famiglia e vita bisogna ragionare e agire secondo natura, al di là delle ideologie».Come e quando ci risolleveremo dall’inverno demografico?«Non esistono soluzioni immediate. Gli interventi economici grazie all’attuale governo ci sono, ma non sono sufficienti se manca la “battaglia delle idee”: serve una restaurazione culturale che restituisca valore e stabilità alla famiglia e alla vita, con l’aiuto della Chiesa: i matrimoni religiosi sono crollati dopo il Concilio. Solo quando tornerà a essere percepito come naturale e positivo sposarsi e avere figli si potrà invertire la tendenza». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/child-free-zones-crisi-demografica-2676876515.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="quel-profetico-piano-anti-nascite" data-post-id="2676876515" data-published-at="1778507280" data-use-pagination="False"> Quel «profetico» piano anti nascite La denatalità può essere un programma politico? Apparentemente no. Chiunque oggi la proponesse verrebbe, nella migliore delle ipotesi, guardato come un marziano. Eppure non è sempre stato così, anzi c’è stato un tempo – neppure così remoto, in realtà – in cui si redigevano a tavolino quelle che erano potenziali linee guida per svuotare le culle. L’esempio più lampante è probabilmente il cosiddetto «Jaffe Memo», dal nome del suo estensore, Frederick Jaffe (1925-1978), primo presidente del Guttmacher Institute e vicepresidente della International Planned Parenthood – enti statunitensi per la promozione di campagne abortiste e contraccettive.Datato 11 marzo 1969, il «Jaffe Memo» è un testo di nove pagine che il suo autore scrisse rispondendo a Bernard Berelson (1912-1979) all’epoca capo del Population Council. Quindi non si tratta di un manifesto politico in senso stretto, bensì di un documento interno che pure – per ciò che contiene – del manifesto politico, o meglio demografico ha, lo vedremo subito, la struttura. Tuttavia, repetita iuvant, il «Jaffe Memo» è un testo riservato, come prova anche il suo incipit. «Questo memorandum», scrive infatti Jaffe rivolgendosi a Berelson, «risponde alla sua lettera del 24 gennaio, in cui si richiedevano idee su attività necessarie e utili relative alla formazione di una politica demografica definita come «misure legislative, programmi amministrativi e altre azioni governative (a) che sono progettate per alterare le tendenze demografiche... o (b) che effettivamente le alterano».Quindi siamo dinnanzi al rapporto epistolare tra due signori in cui uno chiede all’altro consigli su come «alterare le tendenze demografiche». Già questo appare interessante. Ma lo è ancor di più il contenuto del memorandum, che all’ultima pagina si chiude con una tabella contenente i seguenti consigli su come, appunto, «alterare le tendenze demografiche». Ebbene, questa tabella presenta quattro colonne, la prima delle quali elenca i «vincoli sociali» che dovrebbero avere «un impatto universale». Tra queste misure la prima riguarda la famiglia, da «ristrutturare» in due modi: «a) posticipare o evitare il matrimonio; b) modificare l’immagine della dimensione ideale della famiglia». A seguire, Jaffe consigliava nell’ordine: «Istruzione obbligatoria dei figli; incoraggiare l’omosessualità; educazione alla pianificazione familiare; incoraggiare il lavoro femminile».Ora la gravità di questi sconvolgenti «consigli» ha portato molti – non potendo negare l’esistenza del «Jaffe Memo» - a ridimensionare la portata del testo, liquidandolo come mera parte d’un epistolario in cui due esperti ragionavano innocuamente tra loro su come «alterare le tendenze demografiche». Il che può benissimo essere. Sta di fatto che a Berelson quel documento non deve essere dispiaciuto dato che di lì a poco si è ritrovato a collaborare nuovamente con Jaffe nella redazione del Rapporto della Commissione Rockefeller del 1972, nel quale peraltro diversi spunti del «Jaffe Memo» sono stati poi ripresi. Ma soprattutto impressiona osservare come i punti delineati in quel vecchio documento interno del marzo 1969, decenni dopo, si siano trasformati a seconda dei casi in: battaglie culturali, propagande, punti di programmi politici progressisti o incontestabili dati di fatto. Tutto ciò, beninteso, non dimostra che Frederick Jaffe sia stato l’oscuro burattinaio di nulla. Ma certo quelle sue singolarissime idee, ecco il punto, sono senza dubbio piaciute.
Olimpia Tarzia (Imagoeconomica)
di Olimpia Tarzia, Responsabile del Dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia
Il 27 novembre 2020 il presidente Berlusconi mi nominò responsabile nazionale del Dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia. Accolsi la proposta, accettando, per la prima volta - in 20 anni di vita politica e istituzionale vissuta, nelle tre legislature alla Regione Lazio, come indipendente nell’area del centrodestra - di aderire a un partito, proprio a motivo delle sue posizioni sul tema della vita, considerando che, pur nelle variegate sfumature delle singole posizioni sui temi etici presenti in Fi, affidarmi un tale Dipartimento esprimeva una precisa volontà politica del presidente di rafforzare una visione antropologica basata su principi e valori cristiani.
Queste le sue parole nel motivare l’incarico affidatomi: «Un affettuoso benvenuto ad Olimpia Tarzia, che ha scelto di far parte di Forza Italia. La sua decisione ha un grande significato: Olimpia in questi anni è stata ed è una degli esponenti più qualificati e più rappresentativi dell’associazionismo e del volontariato cattolico. Le sue competenze e il suo impegno nel delicatissimo settore della bioetica, l’esperienza del Movimento per la vita di cui è cofondatrice, le tante battaglie per la vita e per la famiglia delle quali è stata protagonista, ne fanno un punto di riferimento per tutti coloro che credono nei valori di un autentico umanesimo cristiano. Sono valori che Forza Italia considera parte integrante della sua visione dell’uomo e della società, e per i quali ci siamo battuti e ci batteremo, pur nel rispetto della libertà di coscienza di ciascuno, in ogni occasione parlamentare e politica. La presenza di Olimpia ci darà più forza in queste battaglie di civiltà. Con lei ci rivolgeremo ai tanti elettori cattolici disorientati e delusi dalla politica e dai politici che li hanno rappresentati in Parlamento».
A settembre 2022 Berlusconi rilasciò una lunga intervista ad Avvenire, in cui affermava: «Noi su temi come unioni civili e biotestamento abbiamo sempre votato contro».
Sui temi eticamente sensibili, in questi anni, fino a pochi mesi fa, ho potuto liberamente condurre il Dipartimento su tale strada. Da quando è iniziato il dibattito sul ddl Fine vita, in diverse occasioni, in colloqui singoli all’interno del partito, ma anche pubblicamente, ho manifestato la mia contrarietà a una legge che normasse il suicidio assistito, sottolineando la rilevanza etica e antropologica di una tale disciplina giuridica, nella ferma convinzione che una legge ad hoc non serva e che le direttive della Consulta non necessitino di una legge che le recepisca, in quanto la Consulta ha già di fatto eliminato, alle condizioni indicate, il presidio della sanzione penale all’aiuto al suicidio che è stato posto dall’articolo 580 del Codice penale.
Su questo tema sono intervenuta più volte, fin dal 2021, con significativi risultati di coinvolgimento e sensibilizzazione attraverso molteplici iniziative rivolte particolarmente al mondo cattolico, sia con interventi sui media, sia organizzando convegni e incontri, ribadendo tale linea e sostenendo la necessità di un rafforzamento delle cure palliative in termini di allocazione di fondi e di realizzazione di strutture ad hoc. Come è chiaramente scritto nell’Evangelium vitae (n. 66): «Condividere l’intenzione suicida di un altro e aiutarlo a realizzarla mediante il cosiddetto “suicidio assistito” significa farsi collaboratori, e qualche volta attori in prima persona, di un’ingiustizia che non può mai essere giustificata, neppure quando fosse richiesta».
È per questo motivo che le recenti prese di posizione del partito sul fine vita, che, non tenendo in considerazione le mie forti perplessità, hanno portato alla scelta di portare avanti un disegno di legge sul suicidio assistito, mi costringono a constatare che sono venuti a mancare i presupposti per mantenere, in tale contesto, il mio incarico come responsabile nazionale del Dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia.
Nella mia storia di vita personale, associativa e politica, ho sempre considerato la libertà interiore, la coerenza delle scelte e la fedeltà ai principi in cui si crede un punto fermo, anche a costo di sacrifici personali: non intendo ora rendermi corresponsabile di una legge, foriera di inevitabili pericolose implicazioni e conseguenze, che di fatto sancisce, anche se surrettiziamente, il «diritto al suicidio», una legge che vedrebbe lo Stato, anziché garantire e tutelare il diritto alla vita, specialmente dei più vulnerabili, assicurare la morte, mettendo a disposizione risorse economiche e strutture adeguate a rendere fruibile quell’atto, anche magari tramite il Servizio sanitario nazionale.
Con questa mia decisione non ho alcuna intenzione di colpevolizzare chi sta impegnandosi per trovare le migliori soluzioni possibili a una questione estremamente delicata e complessa, ma non posso condividere l’idea di considerare questa proposta di legge come una scelta obbligata al fine di perseguire una «riduzione del danno» perché il «male minore», come ci insegna la dottrina cattolica, si può tollerare, se inevitabilmente costretti (e non è questo il caso), ma non può mai essere una scelta.
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Stefano Zenni, musicologo jazz, ricorda Sonny Rollins, leggendario sassofonista scomparso a 95 anni e a poche ore dal centenario di Miles Davis. La sua inesauribile fantasia, unita a generose dosi di ironia e sarcasmo, lo ha reso un colosso assoluto dell’arte dell’improvvisazione.
Nel riquadro, un frame dell'episodio di violenza nei confronti di due docenti in un parco di Parma (iStock-Ansa)
Codraro ha chiesto che la scuola prenda provvedimenti contro lo studente, ma ha deciso di non denunciarlo. Ricevendo per questo il plauso del segretario generale della Flc Cgil di Pordenone, Giuseppe Mancaniello, che ha dichiarato al Gazzettino: «L’insegnante si è comportato bene non denunciando, perché in questo caso si trattava di giovanissimi sotto i 14 anni».
È la stessa decisione che hanno preso, a Parma, i due professori pesantemente malmenati da un gruppo di maranza in un parco fuori da un istituto tecnico. Sdegno sì, ma niente vie legali. Sulle prime anche il provveditore di Parma, Andrea Grossi, aveva caldeggiato la linea morbida, spiegando che la scuola «educa ma non sanziona». Poi però, forse riflettendoci un poco di più, ha cambiato opinione: «La scuola educa anche sanzionando».
Sulla rissa di Pordenone interviene invece Silvia Burelli, vicepreside della scuola secondaria di primo grado Terzo Drusin, che afferma: «Da domani ci attiveremo per tutte quelle azioni educative che possiamo avviare, in accordo con la famiglia. Azioni che prevedono attività con le tante associazioni del territorio che ci supportano». Insomma, il ragazzino picchiatore se la caverà con un po’ di volontariato.
È un fatto: ogni volta che esplodono casi di violenza adolescenziale si assiste a un profluvio di dichiarazioni di tenore più o meno analogo. C’è chi sostiene che si ascoltino poco e male i giovani, chi propone ore di educazione affettiva, chi se la prende con gli adulti che fanno la guerra. E può anche darsi che ci sia del vero in tutte queste affermazioni. Il problema, nel frattempo, resta e peggiora. Il che suggerirebbe, forse, di cambiare prospettiva.
A Parma il disastro era annunciato. Anzi è stato preceduto da altri e numerosi disastri. Sono anni che dal territorio si levano voci allarmate riguardo all’esorbitante presenza di maranza intemperanti. Fuori dal coro e altre trasmissioni hanno dedicato servizi alla (un tempo) placida città emiliana. Le denunce pubbliche di cittadini e politici, negli anni, sono state fin troppe. Il fenomeno è talmente evidente che l’anno scorso qualcuno ha avuto la brillante idea di girare un video musicale in stile trap intitolato Parma città di maranza, interpretato da studenti anche minorenni. Una operazione perfino divertente a testimonianza di una situazione drammatica. Segno che qualche provvedimento si poteva e si doveva prendere anche prima. Il massimo che le istituzioni sono riuscite a escogitare è l’introduzione dei cosiddetti «street tutor», figure a metà tra gli addetti alla sicurezza delle discoteche (da cui in effetti sembra che alcuni provengano) e i mediatori culturali che dovrebbe occuparsi di «prevenzione dei rischi e mediazione dei conflitti», anche grazie alla conoscenza dell’arabo. Insomma, vigilantes anti maranza che però non sono vigilantes e non hanno compiti di polizia ma di mediazione culturale. Boh.
È chiaro: non esistono soluzioni semplici e immediatamente efficaci. Tuttavia, è abbastanza ovvio che servano due approcci congiunti: uno politico (più misure di sicurezza) e uno culturale. Quest’ultimo potrebbe seguire alcune direttrici che vari analisti nel corso del tempo hanno indicato. Tra questi c’è il filosofo Stefano Zecchi, che sul tema dei maranza e della violenza giovanile ha le idee piuttosto chiare.
«Cominciamo dalla scuola e dalla famiglia che sono le due istituzioni che educano i ragazzi», dice. «In entrambe quello che viene a mancare ormai da tanti anni è l’autorità, il senso del rispetto di un’autorità che oltrepassa, trascende le singole persone. Questa autorità è stata sostituita da uno sfrenato individualismo, per cui ognuno pensa per sé e pensa di raggiungere da solo certi risultati. Questo porta evidentemente a situazioni paradossali, come nei casi in cui i genitori fanno da schermo per evitare danni ai figli oppure essi stessi aggrediscono i professori».
In tanti lo hanno detto: manca il padre simbolico, cioè colui che fissa le regole e i limiti. «Il padre è l’autorevolezza, non voglio dire la parola autorità che oggi sembra sconcia, nella famiglia», spiega Zecchi. «Non dico che debba prendere le decisioni da solo, deve certo condividerle, ma il suo compito è cercare di portare una razionalità all’interno della famiglia: soprattutto il padre ha questa funzione. Nella scuola vale lo stesso con la figura dell’insegnante. Sento dire che la scuola educa, ma non è vero. La scuola non educa, deve insegnare. Ha un compito molto complesso, quello di insegnare e attraverso l’insegnamento far capire i modi di comportamento. A scuola non vengono insegnate le buone maniere: si prende semmai, dico per fare un esempio, una poesia di Pascoli e attraverso quella poesia si comincia anche a capire il mondo e a rispettare gli altri».
La mancanza del padre non è una banalità da psicologi: è un tema serissimo che trova conferma nella rinuncia dei docenti alle denunce e a un approccio più severo: sembra che l’autorità debba essere sempre smorzata.
Quanto alla mancanza di dialogo con gli adolescenti, Zecchi appare scettico. «Questo discorso lo sento fare in continuazione», dice. «Mi sembra una via di fuga e anche una specie di giustificazione. Non è che i ragazzi non vengano ascoltati, semmai i ragazzi non hanno intenzione di parlare. Oggi il mondo dei ragazzi è una specie di recinto chiuso da questa ipnotica visione del cellulare che sostituisce i discorsi. Non è che i genitori non ascoltano i figli, i figli non parlano con i genitori, questo è il problema. Questa retorica di dare la colpa sempre ai genitori perché non ascoltano è sociologistica, non riflette bene su ciò che accade. Io mi muovo a Milano con la metropolitana: non c’è una persona adulta, meno adulta, piccola, non piccola che non abbia in mano il cellulare. L’altro giorno sempre in metropolitana è arrivata una banda di ragazzini delle elementari, erano proprio piccoli: erano festosi, gridavano, scherzavano tra di loro, toccavano... Il cellulare non esisteva. Ma piano piano, andando avanti con l’età, tutto questo sparisce».
Forse allora bisogna pensare a limitazioni serie sull’uso della tecnologia, e ragionare sul rapporto che hanno con essa anche gli adulti, non solo i più piccoli. E poi c’è un altro tema enorme che non si può eludere: l’immigrazione.
«È un elemento di rottura di uno schema convenzionale, tradizionale», dice Zecchi. «Ormai dobbiamo abituarci a convivere con questa realtà e a scuola si fa molto per favorire l’integrazione. Che però resta una cosa, come dire, non naturale. Non voglio usare parole troppo dure ma è qualcosa fuori dalla naturalezza, a cui non c’è un’adeguata preparazione. L’integrazione in fondo è una violenza, è sradicare la persona dalla sua storia, dalla sua tradizione, dalla sua religione. Sono state tentate tante vie per l’integrazione: c’è quella inglese, c’è quella tedesca e c’è quella francese... Non ha funzionato nessuna delle tre».
Come si vede, le questioni sono stratificate e complesse, e tocca agire a più livelli. Ma una bussola, spiega Zecchi, l’abbiamo: «Non bisogna aver paura di sostenere l’autorità, di sostenere le figure paterne dentro la famiglia e gli insegnanti dentro la scuola».
Viene da dire che anche gli insegnanti, in questo senso, talvolta potrebbero offrire un maggiore contributo. Ai fini di difendere la presenza di una autorità non sembra molto utile evitare di denunciare chi picchia e bastona.
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Per Fausto Biloslavo l'attacco di Modena fatto da Salim El Koudri ricalca fedelmente la cosiddetta «tattica dei mille tagli», una strategia di terrore teorizzata dallo Stato Islamico e rilanciata anche di recente sulle sue riviste digitali. Un metodo che spinge lupi solitari e soggetti instabili a colpire nelle piazze europee usando armi di uso quotidiano, come automobili e coltelli da cucina. Ne è prova anche l'arresto eseguito a Reggio Emilia dell'ennesimo radicalizzato che progettava attacchi.