I clandestini rendono anche da morti
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«Gli immigrati rendono più della droga». Parola di uno che se ne intende, vale a dire Salvatore Buzzi, fresco di scarcerazione e capo di quella che la Procura di Roma definì «Mafia capitale». Anche se la Cassazione ha levato di mezzo l’accusa di associazione mafiosa, resta il fatto che con gli extracomunitari in questi anni Buzzi e compagni hanno fatto un sacco di soldi.

Così come altri: organizzazioni criminali e semplici truffatori hanno messo in piedi ovunque centri di accoglienza, in modo da poter incassare 35 euro a persona, nonostante i servizi erogati fossero spesso da meno di un euro. Guadagno vero, netto, sulla pelle dei cosiddetti profughi e su quella degli abitanti di paesi trasformati in baraccopoli per stranieri. Fin qui siamo a ciò che ci ha fornito la cronaca negli anni e nei mesi scorsi, con indagini della magistratura che spesso hanno portato ad arresti in tutta Italia.

Però ora, dalla Calabria, i pm aggiungono altri elementi per convincerci che gli immigrati siano un grande business per farabutti d’ogni risma. Nei giorni scorsi Nicola Gratteri e i suoi sostituti hanno fatto arrestare centinaia di persone in tutta Italia e anche all’estero, accusandole di far parte di una cosca della ‘ndrangheta. In manette sono finiti i manovali dell’organizzazione, ma anche i politici che avrebbero dato copertura alle attività criminali. Nell’ordinanza di custodia cautelare, che è composta da oltre un migliaio di pagine e che ha disposto tra gli altri i domiciliari per ex parlamentari del Pd e di Forza Italia, c’è anche un capitolo dedicato all’immigrazione. In pratica, dalle indagini della magistratura è emerso che la ‘ndrangheta faceva affari con i clandestini anche da morti. Sì, per quanto orrenda e schifosa appaia la faccenda, a leggere gli atti dei pm si scopre che il clan riusciva a guadagnare perfino sui cadaveri. Non esisteva solo la speculazione sugli sbarchi, il guadagno derivante dai 35 euro e lo sfruttamento di mano d’opera a basso prezzo, con baraccopoli intorno ai campi calabresi come accadde a Rosarno: c’era anche chi lucrava sulla sepoltura dei profughi morti in mare. Il capitolo dell’ordinanza della Procura è il numero 25. Titolo: i delitti connessi alla gestione dei servizi cimiteriali e il business dei cadaveri degli immigrati clandestini. Attraverso una onlus che già nel nome appare una garanzia, ossia «Sacra famiglia», la consorteria gestiva un racket di cappelle e loculi, che svuotava i sepolcri appena i familiari non erano immediatamente reperibili per riempirli poi con i corpi di migranti presi dai naufragi o negli ospedali. Da quel che risulta ai pm, oltre a guadagnare con ciò che trovava nelle tombe, la cosca faceva affari partecipando alle gare d’appalto per le sepolture. Inutile dire che le assegnazioni dei servizi comunali erano truccate e i necrofori erano agli ordini della ‘ndrangheta, che controllava vari cimiteri della zona. Quanti cadaveri siano stati sepolti dalla banda non è dato sapere, ma appare certo che il business non fosse da poco, garantendo alla cosca lauti guadagni.

Con l’orrendo tassello degli affari sui morti si completa così il quadro di un’operazione che vede al centro di attività criminali i clandestini. Far sbarcare migliaia di presunti profughi non serve all’Italia, a pagare le pensioni, a far funzionare la nostra economia. Serve in gran parte ad alimentare un business di illegalità, che sfrutta i profughi e clandestini senza alcun ritegno. Tuttavia, nonostante ciò risulti ormai in decine di indagini della magistratura, politica e Chiesa fanno a gara a negare l’evidenza, alimentando inconsapevolmente proprio gli affari della criminalità. Per certe sardine, in tonaca o meno, di vomitevole c’è solo la chiusura dei porti. Tutto il resto, perfino la cinica speculazione sui cadaveri, si può mandare giù.

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