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2021-09-13
Chi controlla i vaccini?
Una volta al mese, in occasione della pubblicazione del Rapporto sulla sorveglianza dei vaccini Covid-19 redatto dall'Agenzia italiana del farmaco, i giornaloni italiani si trovano alle prese con un elefante nella stanza. Aggirare i dati sulle decine di migliaia di reazioni avverse segnalate a seguito della somministrazione del siero diventa con il tempo un'impresa sempre più ardua. La lettura offre spunti interessanti sia sul piano scientifico sia sul versante giornalistico, ma per il mainstream questo documento non rappresenta una bella pubblicità nei confronti di un vaccino la cui sicurezza è sbandierata da tutte le parti. Specialmente in un momento in cui il ritmo delle immunizzazioni rallenta ormai da settimane e, viceversa, la pressione nei confronti di chi sceglie liberamente (almeno per ora) di non farsi pungere cresce a dismisura.
Nel periodo che va dal 27 dicembre 2020 al 26 agosto 2021, sono pervenute alla Rete nazionale di farmacovigilanza 91.360 segnalazioni, su un totale di 76.509.846 dosi somministrate. Ciò equivale a un tasso di segnalazione pari a 119 ogni 100.000 dosi somministrate. Non tutti i vaccini si comportano allo stesso modo. Parametrando il numero di segnalazioni al numero di dosi per singolo prodotto, il siero più reattogenico risulta il Vaxzevria-Astrazeneca (180 segnalazioni ogni 100.000 dosi somministrate), seguito dal Comirnaty-Pfizer (113/100.000 dosi) che da solo rappresenta il 70,8% delle fiale finora somministrate in Italia. Più indietro il dismesso Janssen (85 su 100.000) e, ultimo, Spikevax-Moderna (80 su 100.000).
Quanto alla gravità delle segnalazioni, l'86,1% di esse si riferisce a eventi non gravi, mentre il 13,8% a eventi avversi gravi. Ricordiamo che l'Aifa fa rientrare in quest'ultima categoria gli effetti collaterali in grado di causare decesso, ospedalizzazione, invalidità grave o permanente, pericolo di vita e anomalie congenite e/o difetti alla nascita. L'ultimo report riporta inoltre 555 segnalazioni con esito fatale, pari a 0,73 ogni 100.000 dosi somministrate, di cui il 58,8% non correlabili al vaccino in seguito alla valutazione del nesso di causalità con l'algoritmo dell'Organizzazione mondiale della sanità, il 32,3% indeterminato e 5,3% inclassificabile per mancanza di informazioni sufficienti. Sono 14, invece, i decessi correlabili all'inoculo, pari al 3,5% sul totale delle segnalazioni e a un tasso di 0,2 ogni milione di dosi somministrate.
E fin qui parliamo di numeri nudi e crudi. Oltre la superficie di queste cifre c'è, però, molto di più. Si pensi alla percentuale di eventi gravi sul totale delle segnalazioni, cresciuta dal 6,1% del secondo rapporto al 13,8% riportato nell'ultima edizione. Parallelamente, il tasso di segnalazioni gravi è passato da 44 a 16 ogni 100.000. In altri termini, nel giro di sei mesi la proporzione di danni «pesanti» sul totale è più che raddoppiata. Sono ormai circa 12.600 le segnalazioni gravi, con un 26% di individui che dichiara di essere ancora in attesa di guarigione, dunque più di 3.000 persone. Sfatato il mito della scarsa affidabilità del sistema. Sebbene si assista a un «modesto incremento rispetto ai mesi precedenti» per ciò che concerne le segnalazioni spontanee da parte di privati cittadini (passate dal 6% del primo rapporto al 27% di quello più recente), più di 7 segnalazioni su 10 (il 72,1%) sono state inserite da una figura accreditata (medici, farmacisti o altri operatori sanitari).
Scavando ancora più in profondità, tuttavia, ci si rende conto di avere a che fare con numeri alquanto strambi, segno con tutta probabilità di una sottostima del fenomeno delle reazioni avverse. Come già evidenziato nei giorni scorsi dalla Verità, il tasso di segnalazione è crollato nel tempo, passando da 469 reazioni ogni 100.000 dosi della prima edizione del report, alle 729 della seconda, fino alle 119 reazioni ogni 100.000 dosi dell'ultima edizione del report. Tradotto, più cresce il numero di fiale somministrate, più diminuisce il numero degli effetti collaterali segnalati. Possibile che gli italiani siano diventati più svogliati con il passare del tempo?
Forti differenze si rilevano, poi, a seconda delle categorie di segnalatori prese in considerazione. «A fronte di una esposizione sovrapponibile fra i sessi», si legge nel documento, «il 72% delle segnalazioni riguarda le donne (164 su 100.000 dosi somministrate) e il 27% gli uomini (69 su 100.000 dosi somministrate), indipendentemente dal vaccino e dalla dose somministrati (il sesso non è riportato nell'1% delle segnalazioni)». Secondo l'Aifa questa discrepanza potrebbe essere legata alla «diversa risposta immunitaria nelle donne», la quale «sembra incidere sulla frequenza e sulla gravità delle reazioni avverse alla vaccinazione», ma anche alla maggiore sensibilità delle donne alla segnalazione. Insomma, mancherebbero all'appello numerose reazioni avverse patite dai maschi e mai denunciate.
Cambia anche il tasso di segnalazione in base al numero di dose: molto più alto (153 ogni 100.000 dosi) quello relativo alla prima puntura, rispetto alla seconda (78 ogni 100.000 dosi). Ciò vale per tutte le fasce d'età e per tutti i vaccini, anche le differenze maggiori si osservano per Vaxzevria-Astrazeneca (314 segnalazioni ogni 100.000 dosi per la prima dose, contro le 23 della seconda) e Comirnaty-Pfizer (131 contro 93). Stranamente basso, infine, il tasso di segnalazione tra i vaccinati più giovani. Nella fascia compresa tra i 12 e i 19 anni, infatti, sono state inserite 838 segnalazioni di sospetti eventi avversi, pari a 22 ogni 100.000 dosi somministrate. Ovvero circa sei volte in meno rispetto alla media per tutte le fasce d'età.
Tutte discrepanze difficilmente spiegabili su base scientifica, e che fanno sorgere dubbi sulla reale portata della farmacovigilanza sui vaccini anti-Covid. Eppure, la stessa Agenzia italiana del farmaco ricorda nei suoi report l'importanza del contributo di sanitari e cittadini. «Non trascurare alcun evento insolito o in atteso, riporta nella segnalazione tutte le informazioni utili disponibili», perché «tutte le informazioni contribuiscono a monitorare la sicurezza di questi farmaci». A dispetto di quello che vorrebbero farci credere, chi denuncia un effetto collaterale non è un complottista né tantomeno un pericoloso «no vax», semmai un cittadino che fa un favore alla collettività e alla comunità scientifica.
Dai dolori agli infarti. Il Web racconta i «danni collaterali»
Per contenerli tutti non basterebbero due stadi di San Siro. Mentre scriviamo, gli iscritti al gruppo Facebook «Danni collaterali» sono più di 160.000, ma il loro numero cresce di giorno in giorno. L'omonima chat Telegram, applicazione di messaggistica in forte crescita in questo periodo, ne conta invece più di 30.000. Giovani e anziani, sportivi e professionisti, pensionati e operai si ritrovano in Rete per confrontarsi sulle reazioni avverse sperimentate - direttamente oppure da un familiare o un amico - a seguito della somministrazione del vaccino. Non c'è modo di dimostrare la veridicità delle testimonianze, d'altronde siamo sui social network, il gruppo è aperto e ognuno scrive quello che vuole.
Ma il tono della gran parte dei post lascia trasparire una certa sincerità. Rossana scrive: «25 maggio fatta seconda dose (omettiamo il nome del vaccino, ndr)… 26 giugno finita in rianimazione… infarto miocardico». Nicola a seguito del richiamo lamenta forte stanchezza, dolori muscolari, insonnia. Francesca, invece, parla in nome di un proprio caro che dopo aver completato il ciclo di immunizzazione è rimasto affetto da pericardite e insufficienza renale. Scorrendo i post si trova di tutto: dai problemi mestruali, all'abbassamento dell'udito, ai dolori all'addome, fino alle vertigini e al distacco di retina. Le foto pubblicate sul gruppo ritraggono spesso episodi di rash cutaneo, gonfiori, lividi.
Molti raccontano di porte in faccia ricevute da camici bianchi che negano con impressionante regolarità ogni possibile correlazione con il siero. Luca denuncia: «Il mio medico di base mi ha detto che non mi assisterà più e di cercarmi un altro medico. Mi chiedo ma può fare e dirmi una cosa del genere?». Numerose, infine, le testimonianze di utenti che a seguito di sintomatologia sospetta si sottopongono a una lunga serie di analisi e visite specialistiche. Qualcuno invita a scendere in piazza, altri a denunciare, altri ancora a presentarsi all'hub vaccinale con l'avvocato. Toni polemici sì, violenti mai. Anzi, gli appelli alla calma si moltiplicano. «Questo gruppo sta procedendo molto bene perché non stiamo scrivendo parolacce, sfoghi di rabbia e quant'altro, ma stiamo riportando in modo lucido e costruttivo i nostri effetti avversi», osserva Riccardo, «mi raccomando, continuiamo così, altrimenti anche questo gruppo potrebbe degenerare».
«Mi ero stufato del fatto che chiunque si lamentasse sui media degli effetti collaterali venisse derubricato a “no vax", perciò ho voluto creare un diario di bordo dove ciascuno potesse raccontare la propria storia», racconta alla Verità il giornalista e senatore di Italexit Gianluigi Paragone, che del gruppo è fondatore. Un'iniziativa di successo che ha portato, proprio in questi giorni, alla nascita di un'associazione che vanta tra i propri membri sanitari e avvocati. «Ormai il Parlamento conta zero», chiosa Paragone, «se necessario andremo in piazza, con calma ma con radicalità, per difendere la gente per bene a cui ogni giorno si sottrae un pezzo di libertà».
C'è un altro social network che, inaspettatamente, sta ospitando le testimonianze di vittime di reazioni avverse. TikTok, piattaforma popolarissima tra i giovanissimi, pullula di filmati nei quali gli iscritti descrivono paure, sensazioni e dolori post-vaccino, il tutto a suon di musica. L'hashtag #effetticollaterali ha collezionato finora poco meno di 10 milioni di visualizzazioni. Molti video sono ironici, tanti altri serissimi. «Tutto è iniziato con questo video, era il 15 luglio, dopo aver fatto la seconda dose di vaccino (omettiamo anche in questo caso il nome del prodotto somministrato, ndr) ho iniziato a non sentirmi bene e nella sala d'attesa pubblicai il primo video», racconta Elenoire, «da allora è passato più di un mese tra ospedali e dolore… nel mio caso prendendo cuore e polmoni, bloccandomi a letto».
Ora la sfortunata protagonista di questa vicenda dice di stare meglio, ma lamenta che «in tanti non sono riusciti a capire il perché» di questa condivisione. «Raccontare una realtà dolorosa non è semplice, ma anche questa è una realtà, ci sono persone che hanno avuto dei gravi problemi dopo il vaccino», conclude. «Effetti del vaccino su di me», spiega Cinzia, «mal di testa, dolore al collo, dolore alle ossa e braccio, un po' di nausea, debolezza generale». E poi c'è Katia che «da quando ha fatto il vaccino anti-Covid ha un perenne e fastidioso mal di testa».
Centinaia di persone hanno deciso di condividere le proprie storie in pubblico, e altre decine di migliaia sono interessate ad ascoltarle. Un fatto che non può non far riflettere. Stanca di sentirsi giudicata per il solo fatto di pretendere chiarezza, la gente comune si sta riversando sui social per trovare le risposte alle domande che «virostar» e stampa allineata liquidano sbrigativamente o, peggio, ridicolizzano. Segno che la comunicazione intorno al vaccino, finora, è stata un terribile fallimento.
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I rapporti dell'Aifa sulle immunizzazioni contengono parecchie incongruenze che la farmacovigilanza non spiega. I dati sono allarmanti: raddoppiati in un mese i morti con almeno una dose.Nelle chat si legge di medici che si rifiutano di valutare relazioni con il siero: «Pretendiamo chiarezza ma ci chiudono le porte».Lo speciale contiene due articoli.Una volta al mese, in occasione della pubblicazione del Rapporto sulla sorveglianza dei vaccini Covid-19 redatto dall'Agenzia italiana del farmaco, i giornaloni italiani si trovano alle prese con un elefante nella stanza. Aggirare i dati sulle decine di migliaia di reazioni avverse segnalate a seguito della somministrazione del siero diventa con il tempo un'impresa sempre più ardua. La lettura offre spunti interessanti sia sul piano scientifico sia sul versante giornalistico, ma per il mainstream questo documento non rappresenta una bella pubblicità nei confronti di un vaccino la cui sicurezza è sbandierata da tutte le parti. Specialmente in un momento in cui il ritmo delle immunizzazioni rallenta ormai da settimane e, viceversa, la pressione nei confronti di chi sceglie liberamente (almeno per ora) di non farsi pungere cresce a dismisura.Nel periodo che va dal 27 dicembre 2020 al 26 agosto 2021, sono pervenute alla Rete nazionale di farmacovigilanza 91.360 segnalazioni, su un totale di 76.509.846 dosi somministrate. Ciò equivale a un tasso di segnalazione pari a 119 ogni 100.000 dosi somministrate. Non tutti i vaccini si comportano allo stesso modo. Parametrando il numero di segnalazioni al numero di dosi per singolo prodotto, il siero più reattogenico risulta il Vaxzevria-Astrazeneca (180 segnalazioni ogni 100.000 dosi somministrate), seguito dal Comirnaty-Pfizer (113/100.000 dosi) che da solo rappresenta il 70,8% delle fiale finora somministrate in Italia. Più indietro il dismesso Janssen (85 su 100.000) e, ultimo, Spikevax-Moderna (80 su 100.000). Quanto alla gravità delle segnalazioni, l'86,1% di esse si riferisce a eventi non gravi, mentre il 13,8% a eventi avversi gravi. Ricordiamo che l'Aifa fa rientrare in quest'ultima categoria gli effetti collaterali in grado di causare decesso, ospedalizzazione, invalidità grave o permanente, pericolo di vita e anomalie congenite e/o difetti alla nascita. L'ultimo report riporta inoltre 555 segnalazioni con esito fatale, pari a 0,73 ogni 100.000 dosi somministrate, di cui il 58,8% non correlabili al vaccino in seguito alla valutazione del nesso di causalità con l'algoritmo dell'Organizzazione mondiale della sanità, il 32,3% indeterminato e 5,3% inclassificabile per mancanza di informazioni sufficienti. Sono 14, invece, i decessi correlabili all'inoculo, pari al 3,5% sul totale delle segnalazioni e a un tasso di 0,2 ogni milione di dosi somministrate.E fin qui parliamo di numeri nudi e crudi. Oltre la superficie di queste cifre c'è, però, molto di più. Si pensi alla percentuale di eventi gravi sul totale delle segnalazioni, cresciuta dal 6,1% del secondo rapporto al 13,8% riportato nell'ultima edizione. Parallelamente, il tasso di segnalazioni gravi è passato da 44 a 16 ogni 100.000. In altri termini, nel giro di sei mesi la proporzione di danni «pesanti» sul totale è più che raddoppiata. Sono ormai circa 12.600 le segnalazioni gravi, con un 26% di individui che dichiara di essere ancora in attesa di guarigione, dunque più di 3.000 persone. Sfatato il mito della scarsa affidabilità del sistema. Sebbene si assista a un «modesto incremento rispetto ai mesi precedenti» per ciò che concerne le segnalazioni spontanee da parte di privati cittadini (passate dal 6% del primo rapporto al 27% di quello più recente), più di 7 segnalazioni su 10 (il 72,1%) sono state inserite da una figura accreditata (medici, farmacisti o altri operatori sanitari). Scavando ancora più in profondità, tuttavia, ci si rende conto di avere a che fare con numeri alquanto strambi, segno con tutta probabilità di una sottostima del fenomeno delle reazioni avverse. Come già evidenziato nei giorni scorsi dalla Verità, il tasso di segnalazione è crollato nel tempo, passando da 469 reazioni ogni 100.000 dosi della prima edizione del report, alle 729 della seconda, fino alle 119 reazioni ogni 100.000 dosi dell'ultima edizione del report. Tradotto, più cresce il numero di fiale somministrate, più diminuisce il numero degli effetti collaterali segnalati. Possibile che gli italiani siano diventati più svogliati con il passare del tempo?Forti differenze si rilevano, poi, a seconda delle categorie di segnalatori prese in considerazione. «A fronte di una esposizione sovrapponibile fra i sessi», si legge nel documento, «il 72% delle segnalazioni riguarda le donne (164 su 100.000 dosi somministrate) e il 27% gli uomini (69 su 100.000 dosi somministrate), indipendentemente dal vaccino e dalla dose somministrati (il sesso non è riportato nell'1% delle segnalazioni)». Secondo l'Aifa questa discrepanza potrebbe essere legata alla «diversa risposta immunitaria nelle donne», la quale «sembra incidere sulla frequenza e sulla gravità delle reazioni avverse alla vaccinazione», ma anche alla maggiore sensibilità delle donne alla segnalazione. Insomma, mancherebbero all'appello numerose reazioni avverse patite dai maschi e mai denunciate.Cambia anche il tasso di segnalazione in base al numero di dose: molto più alto (153 ogni 100.000 dosi) quello relativo alla prima puntura, rispetto alla seconda (78 ogni 100.000 dosi). Ciò vale per tutte le fasce d'età e per tutti i vaccini, anche le differenze maggiori si osservano per Vaxzevria-Astrazeneca (314 segnalazioni ogni 100.000 dosi per la prima dose, contro le 23 della seconda) e Comirnaty-Pfizer (131 contro 93). Stranamente basso, infine, il tasso di segnalazione tra i vaccinati più giovani. Nella fascia compresa tra i 12 e i 19 anni, infatti, sono state inserite 838 segnalazioni di sospetti eventi avversi, pari a 22 ogni 100.000 dosi somministrate. Ovvero circa sei volte in meno rispetto alla media per tutte le fasce d'età. Tutte discrepanze difficilmente spiegabili su base scientifica, e che fanno sorgere dubbi sulla reale portata della farmacovigilanza sui vaccini anti-Covid. Eppure, la stessa Agenzia italiana del farmaco ricorda nei suoi report l'importanza del contributo di sanitari e cittadini. «Non trascurare alcun evento insolito o in atteso, riporta nella segnalazione tutte le informazioni utili disponibili», perché «tutte le informazioni contribuiscono a monitorare la sicurezza di questi farmaci». A dispetto di quello che vorrebbero farci credere, chi denuncia un effetto collaterale non è un complottista né tantomeno un pericoloso «no vax», semmai un cittadino che fa un favore alla collettività e alla comunità scientifica.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-controlla-vaccini-2655005440.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-dolori-agli-infarti-il-web-racconta-i-danni-collaterali" data-post-id="2655005440" data-published-at="1631503708" data-use-pagination="False"> Dai dolori agli infarti. Il Web racconta i «danni collaterali» Per contenerli tutti non basterebbero due stadi di San Siro. Mentre scriviamo, gli iscritti al gruppo Facebook «Danni collaterali» sono più di 160.000, ma il loro numero cresce di giorno in giorno. L'omonima chat Telegram, applicazione di messaggistica in forte crescita in questo periodo, ne conta invece più di 30.000. Giovani e anziani, sportivi e professionisti, pensionati e operai si ritrovano in Rete per confrontarsi sulle reazioni avverse sperimentate - direttamente oppure da un familiare o un amico - a seguito della somministrazione del vaccino. Non c'è modo di dimostrare la veridicità delle testimonianze, d'altronde siamo sui social network, il gruppo è aperto e ognuno scrive quello che vuole. Ma il tono della gran parte dei post lascia trasparire una certa sincerità. Rossana scrive: «25 maggio fatta seconda dose (omettiamo il nome del vaccino, ndr)… 26 giugno finita in rianimazione… infarto miocardico». Nicola a seguito del richiamo lamenta forte stanchezza, dolori muscolari, insonnia. Francesca, invece, parla in nome di un proprio caro che dopo aver completato il ciclo di immunizzazione è rimasto affetto da pericardite e insufficienza renale. Scorrendo i post si trova di tutto: dai problemi mestruali, all'abbassamento dell'udito, ai dolori all'addome, fino alle vertigini e al distacco di retina. Le foto pubblicate sul gruppo ritraggono spesso episodi di rash cutaneo, gonfiori, lividi. Molti raccontano di porte in faccia ricevute da camici bianchi che negano con impressionante regolarità ogni possibile correlazione con il siero. Luca denuncia: «Il mio medico di base mi ha detto che non mi assisterà più e di cercarmi un altro medico. Mi chiedo ma può fare e dirmi una cosa del genere?». Numerose, infine, le testimonianze di utenti che a seguito di sintomatologia sospetta si sottopongono a una lunga serie di analisi e visite specialistiche. Qualcuno invita a scendere in piazza, altri a denunciare, altri ancora a presentarsi all'hub vaccinale con l'avvocato. Toni polemici sì, violenti mai. Anzi, gli appelli alla calma si moltiplicano. «Questo gruppo sta procedendo molto bene perché non stiamo scrivendo parolacce, sfoghi di rabbia e quant'altro, ma stiamo riportando in modo lucido e costruttivo i nostri effetti avversi», osserva Riccardo, «mi raccomando, continuiamo così, altrimenti anche questo gruppo potrebbe degenerare». «Mi ero stufato del fatto che chiunque si lamentasse sui media degli effetti collaterali venisse derubricato a “no vax", perciò ho voluto creare un diario di bordo dove ciascuno potesse raccontare la propria storia», racconta alla Verità il giornalista e senatore di Italexit Gianluigi Paragone, che del gruppo è fondatore. Un'iniziativa di successo che ha portato, proprio in questi giorni, alla nascita di un'associazione che vanta tra i propri membri sanitari e avvocati. «Ormai il Parlamento conta zero», chiosa Paragone, «se necessario andremo in piazza, con calma ma con radicalità, per difendere la gente per bene a cui ogni giorno si sottrae un pezzo di libertà». C'è un altro social network che, inaspettatamente, sta ospitando le testimonianze di vittime di reazioni avverse. TikTok, piattaforma popolarissima tra i giovanissimi, pullula di filmati nei quali gli iscritti descrivono paure, sensazioni e dolori post-vaccino, il tutto a suon di musica. L'hashtag #effetticollaterali ha collezionato finora poco meno di 10 milioni di visualizzazioni. Molti video sono ironici, tanti altri serissimi. «Tutto è iniziato con questo video, era il 15 luglio, dopo aver fatto la seconda dose di vaccino (omettiamo anche in questo caso il nome del prodotto somministrato, ndr) ho iniziato a non sentirmi bene e nella sala d'attesa pubblicai il primo video», racconta Elenoire, «da allora è passato più di un mese tra ospedali e dolore… nel mio caso prendendo cuore e polmoni, bloccandomi a letto». Ora la sfortunata protagonista di questa vicenda dice di stare meglio, ma lamenta che «in tanti non sono riusciti a capire il perché» di questa condivisione. «Raccontare una realtà dolorosa non è semplice, ma anche questa è una realtà, ci sono persone che hanno avuto dei gravi problemi dopo il vaccino», conclude. «Effetti del vaccino su di me», spiega Cinzia, «mal di testa, dolore al collo, dolore alle ossa e braccio, un po' di nausea, debolezza generale». E poi c'è Katia che «da quando ha fatto il vaccino anti-Covid ha un perenne e fastidioso mal di testa». Centinaia di persone hanno deciso di condividere le proprie storie in pubblico, e altre decine di migliaia sono interessate ad ascoltarle. Un fatto che non può non far riflettere. Stanca di sentirsi giudicata per il solo fatto di pretendere chiarezza, la gente comune si sta riversando sui social per trovare le risposte alle domande che «virostar» e stampa allineata liquidano sbrigativamente o, peggio, ridicolizzano. Segno che la comunicazione intorno al vaccino, finora, è stata un terribile fallimento.
Pedro Sánchez (Getty Images)
Cominciamo dalle armi, che il pacifista Pedro Sánchez aborrisce, così come la guerra. Ricordate quando, di fronte alla richiesta degli Stati Uniti di aumentare le spese di bilancio per la Difesa, il premier madrileno rifiutò sdegnato? E avete presente quando la sinistra italiana attaccò Giorgia Meloni dicendo che non aveva avuto lo stesso coraggio del collega? Bene. Ora leggetevi il testo diffuso ieri dall’agenzia Ansa: «La Spagna ha incrementato del 50% le risorse destinate alla Difesa nel 2025 su base annua, raggiungendo i 4,2 miliardi di dollari (oltre 34 miliardi di euro): è quanto emerge da un rapporto diffuso dall’Istituto internazionale di ricerche con sede a Stoccolma riportato dai media iberici. È la prima volta dal 1994 che la partita destinata agli armamenti supera il 2% del Pil».
Non è tutto. La Spagna viene spesso descritta come un esempio da seguire per le sue politiche green. Da quando Sánchez è alla Moncloa in effetti la transizione energetica ha proceduto a passi da gigante, al punto che un anno fa, a causa di un picco di offerta della produzione di rinnovabili, ha provocato un blackout della rete. Ma il problema non è tanto che l’infrastruttura iberica si sia dimostrata fragile al punto da lasciare al buio intere città. La vera questione è che con Sánchez non tutto ciò che luccica è oro. Infatti, nonostante i forti investimenti nel solare e nell’eolico, la Spagna continua a produrre energia dall’atomo, sfruttando i sette reattori nucleari di cui dispone. Le centrali di Almaraz, Ascó, Cofrendes, Vandellòs e Trillo, da sole sfornano circa il 20% della corrente di cui il Paese ha bisogno. E nonostante sia previsto lo smantellamento degli impianti entro il 2035, al momento la questione chiusura non è all’ordine del giorno.
Ma attenzione, non è finita. Mentre Sánchez e i suoi ministri (uno, Teresa Ribera, l’ha spedito in Europa, come commissario al Green deal e vicepresidente) fanno gli ecologisti e pure i pacifisti, poi il Paese continua a importare gas dalla Russia. Gli ultimi dati sono del Centre for research on energy and clean air, che nel rapporto di due settimane fa ci ha informato che a marzo, per riempire i terminali di rigassificazione, Madrid ha speso 355 milioni di euro, comprando un quarto dell’intera produzione di gas esportata da Mosca verso la Ue, con un incremento del 124%. Insomma, il campione della sinistra ecologista e nonviolenta è un tizio che predica bene e razzola male, perché senza dirlo compra il gas più di altri e lo fa finanziando la guerra di Putin.
Ma il nuovo eroe di Elly Schlein, l’uomo che è divenuto il faro dei progressisti italiani per la crescita e lo sviluppo della Spagna, se si va oltre la propaganda sembra un po’ meno un esempio da seguire. Guardiamo i numeri. A febbraio la disoccupazione era al 9,8%, contro il 5,3 dell’Italia, e quella giovanile sfiorava il 24%, contro il 17,6 di casa nostra. Il tasso d’inflazione a marzo stava al 3,4, il doppio di quello tricolore e nel 2025 la crescita del reddito pro capite delle famiglie era allo 0,9 contro il nostro 3,5. Che altro c’è da dire? Il nostro export cresce, quello di Madrid cala, così come l’avanzo primario. In pratica, se si va al sodo, si scopre che il miracolo di Pedro Sánchez non è così splendente come sembra o come viene raccontato. L’unica cosa che gli riesce bene è accreditarsi come un nuovo Che Guevara, facendo finta di scortare la Flotilla e di dichiarare guerra a Trump. Ed è così che ha fatto girare la testa a Elly.
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Nicole Minetti (Ansa)
Troppa grazia san Sergio. Ieri il Quirinale ha deciso di riaprire il dossier Nicole Minetti e a due mesi dalla firma ha innestato una fragorosa marcia indietro. Lo ha fatto con implicita sorpresa e toni perentori, come se il capo dello Stato, Sergio Mattarella, avesse firmato il discusso atto di clemenza a sua insaputa e senza essere garantito dalle verifiche necessarie per dare un perimetro di «inattaccabilità» al caso. La frenata a tempo scaduto arriva dopo un’inchiesta giornalistica del Fatto Quotidiano che ha sollevato dubbi sull’intera «operazione grazia», inducendo lo staff del presidente a indossare i guanti di amianto per trasferire altrove la patata bollente.
L’ufficio stampa del Quirinale ha ufficializzato una dura presa di distanza dal dossier sul quale aveva l’ultima parola: «In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Nicole Minetti adottato dal presidente della Repubblica, su proposta favorevole del ministro della Giustizia e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su indicazione del signor presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa». La risposta da via Arenula è arrivata a stretto giro: «Al termine delle verifiche, nessuno degli elementi negativi presentati dalla stampa consta agli atti della procedura».
La clemenza del Colle ha evitato l’esecuzione della condanna (3 anni e 11 mesi) alla protagonista della stagione delle «cene eleganti» berlusconiane. Clemenza derivata da un presupposto dato per certo: «L’affidamento in prova avrebbe reso estremamente difficile la cura e l’assistenza di un minore sottoposto, per una grave patologia, a periodiche visite e a terapie specialistiche all’estero». Il capro espiatorio del «dietrofront» non poteva che essere il più semplice e politicamente comodo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Infatti il masso in arrivo dal Colle gli è caduto immediatamente su un piede. E sull’intera questione, per proprietà transitiva, è partito il cinema delle opposizioni: «Venga in aula», «Deve spiegare», «Si dimetta».
Tutto scontato ma tutto troppo semplice, visto che gli attori della pièce sono tre. 1) è il ministero a istruire le domande di grazia (Corte Costituzionale, sentenza numero 200 del 2006); 2) è la Procura generale della corte d’Appello (in questo caso di Milano) a concretizzare il dossier e a rilevarne i profili di rilevanza e di debolezza; 3) è il Quirinale ad apporre la firma che decreta la responsabilità istituzionale del gesto. Non esiste un precedente di annullamento della grazia. Sul tema si è espresso Alfonso Celotto, docente di Diritto costituzionale all’Università Roma 3: «In linea di principio non è prevista la revoca. Ma se è stata concessa su presupposti erronei o non conferenti non si può escludere che l’atto sia revocabile».
È vero che il Colle non ha gli strumenti per indagare sulla veridicità delle carte arrivate, ma si suppone che valuti a fondo pesi e contrappesi e - soprattutto davanti a nomi divisivi come quello di Nicole Minetti - interloquisca con gli altri attori allo scopo di dare alla grazia tutti i crismi dell’ineluttabilità. Ciò che è stato fatto, visto che nei giorni successivi alla grazia tutti i quirinalisti hanno difeso la decisione e lo stesso capo ufficio stampa Giovanni Grasso ha spiegato su X a un contestatore: «C’è una relazione favorevole molto ampia del procuratore competente. È un caso molto particolare, purtroppo non posso rivelare i dettagli perché c’é di mezzo la tutela di un minore. Sono sicuro che se sapesse le motivazioni le condividerebbe». Ora il clima è cambiato e il refrain è: impallinare Nordio.
Le obiezioni sollevate dal Fatto ipotizzano che la nuova vita dell’ex igienista dentale con il compagno Giuseppe Cipriani non sarebbe coerente con la grazia. Quel bambino di 9 anni, proveniente dall’Instituto del Niño y Adolescente di Maldonado in Uruguay, non sarebbe stato realmente abbandonato dai suoi genitori. La madre biologica è viva, ma da quando è scoppiato il caso sarebbe irreperibile. L’avvocata dei genitori biologici, Mercedes Nieto, non può più rispondere sulla vicenda: è morta nel 2024 insieme al marito, carbonizzati nella loro casa a Garzón. È aperta un’inchiesta per duplice omicidio. Per ottenere l’affidamento del piccolo, Minetti ha intentato una causa di «Separazione definitiva e perdita della patria potestà» vinta nel 2023. Sempre il quotidiano di Marco Travaglio avanza dubbi sulle cure al bambino, sottoposto a un’operazione chirurgica a Boston nel 2021 quando non era ancora ufficialmente figlio di Minetti.
Il bimbo era realmente in un orfanotrofio, l’adozione sembra legittima. La stessa madre adottiva ha dato mandato ai suoi avvocati di «diffidare il Fatto dalla diffusione di ulteriori notizie false, diffamatorie, gravemente lesive della mia reputazione personale e famigliare». Dal canto suo la procura generale di Milano, che diede parere favorevole a firma del sostituto Gaetano Brusa (già presidente del tribunale di Sorveglianza di Genova), ha sottolineato: «Abbiamo acquisito i dati e svolto gli accertamenti richiesti dal ministero. Il quadro era completo e non emergevano dati anomali».
Secondo prassi consolidata, il caso è esploso politicamente. Angelo Bonelli (Avs) annuncia un’interrogazione parlamentare. Debora Serracchiani (Pd) tuona: «Cosa sta aspettando Giorgia Meloni a far dimettere Nordio? Il supplemento di analisi segnala un livello di approssimazione e sciatteria a via Arenula mai visto prima». In tutto ciò nessuno ha messo in dubbio l’operato del Quirinale e della Procura generale di Milano. È curioso notare come i magistrati non vengano neppure sfiorati e il Colle - spesso applaudito per essere un controllore inflessibile della Costituzione (caso più recente il decreto Sicurezza) - in questa vicenda venga fatto passare per un notaio giustamente passivo. Il «non poteva non sapere» non è più di moda. Nei giochi di potere italiani siamo tornati al Manzoni buonanima, con un vaso di coccio fra i vasi di ferro. Indovinate quali.
Ecco la domanda e l’ok delle toghe
Ecco i due documenti che raccontano - fino a qui - la storia della grazia per Nicole Minetti. Il primo è una richiesta inviata nel 2025 al presidente della Repubblica: la firma un prestigioso studio legale milanese e ricostruisce la vicenda di un bimbo - il cui nome ovviamente rimane tutelato per ragioni di privacy - con gravi patologie. Nelle 13 pagine, l’avvocato ricostruisce la vita della Minetti dopo la condanna: la giovane età in cui sono stati commessi i reati, il cambio di vita, le distanze dal contesto «irripetibile» in cui si erano consumati, la relazione con Giuseppe Cipriani, la consapevolezza delle condotte illecite. Quindi la richiesta spiega nei particolari i problemi di salute del piccolo (anch’essi tutelati da privacy), conosciuto in Uruguay dove la Minetti si reca per seguire gli affari del compagno, imprenditore. I due ricorrono all’adozione speciale nel 2020, perché la situazione del bimbo è così compromessa da non permettere il suo inserimento negli elenchi comuni. Si legge che «i genitori hanno garantito al minore tutte le cure necessarie per la patologia di cui è portatore», fino a un delicato intervento chirurgico. Quattro anni dopo tale intervento (in America), però - e siamo al 2025 - un consulto medico riscontra la necessità di nuove cure. Ecco che «l’espiazione della pena necessariamente sul territorio italiano potrebbe impedire alla madre», si legge, «l’assistenza al piccolo», vista la necessità di numerosi viaggi. I legali allegano i referti psicologici sulla necessità del piccolo di non subire altri abbandoni, e di permettergli di rimanere collegato al suo Paese natale, dove la Minetti - dicono gli avvocati - vuole svolgere ancora attività di volontariato. Viene garantito il «reinserimento sociale» dell’ex consigliere regionale lombardo, citando i «quindici anni» di «condotta ineccepibile». Alla missiva vengono annessi 12 documenti, tra cui le carte mediche, attestazioni di due diversi istituti di carità, le relazioni degli psicologi.
La seconda carta che La Verità mostra qui è il parere favorevole della Corte d’Appello della Procura generale di Milano, che in data 9 gennaio 2026 dà l’ok su richiesta del ministero della Giustizia. Anche qui, è molto interessante leggere le motivazioni: il sostituto procuratore Gaetano Brusa riscontra in pieno le ragioni della domanda di grazia, e ritiene la documentazione prodotta «indicativa di radicale presa di distanza dal passato deviante», nonché una «positiva rielaborazione di quanto i valori della convivenza civile siano stati alterati nel contesto ambientale in cui sono stati commessi i reati». Viene citato Silvio Berlusconi come figura che «indubbiamente» avrebbe creato situazioni capaci di «ingenerare senso di impunità» e «condizionare le scelte» della donna «nel rendere efficiente il sistema prostitutivo» in atto ad Arcore. Dunque «la spinta criminale» aveva origine in «condizionamenti esterni» ormai esauriti, a cui la Minetti sarebbe ora impermeabile.
Viste queste carte, il Colle aveva detto sì. Fino a ieri.
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In Europa la spesa ha raggiunto 864 miliardi di dollari, in aumento del 14% sul 2024 e del 102% rispetto al 2016. Si tratta della più forte crescita annuale della spesa nell’Europa centrale e occidentale dalla fine della guerra fredda. «Nel 2025 la spesa militare da parte dei membri europei della Nato è aumentata più velocemente che in qualsiasi momento dal 1953», spiega Jade Guiberteau Ricard, ricercatrice Sipri.
A contribuire a questa impennata sicuramente la guerra tra Russia e Ucraina: nel 2025 la spesa militare della Russia è cresciuta del 5,9% toccando i 190 miliardi di dollari (circa il 7,5% del Pil), mentre l’Ucraina ha aumentato la sua spesa del 20% arrivando a 84,1 miliardi di dollari, ben il 40% del suo Pil. Nello specifico, i 29 membri europei della Nato hanno speso complessivamente 559 miliardi di dollari nel 2025: 22 di essi hanno registrato una spesa militare pari ad almeno il 2% del Pil. A spendere di più sono state Spagna al quindicesimo posto (+50%), che ha raggiunto la fatidica soglia, e Germania (+24% annuo) quarto Paese al mondo per spese militari e prima in Europa, raggiungendo i 114 miliardi di dollari. La spesa della Polonia (al quattordicesimo posto) è cresciuta del 23%, mentre l’Italia è al dodicesimo posto con un totale di 48,1 miliardi di dollari.
La crescita globale è avvenuta nonostante il calo della spesa degli Stati Uniti, i quali restano comunque in testa alla classifica, insieme a Cina e Russia, per un totale complessivo di 1.480 miliardi di dollari di investimenti che equivalgono al 51% del totale globale.
La spesa militare statunitense è diminuita del 7,5% a 954 miliardi di dollari nel 2025 a causa della mancata approvazione da parte di Washington di nuovi aiuti finanziari militari per l’Ucraina. Nei tre anni precedenti, i finanziamenti militari statunitensi a Kiev ammontavano a 127 miliardi di dollari. «È probabile che il calo della spesa militare statunitense nel 2025 sia solo di breve durata», spiegano però dal Sipri. La guerra in Iran, infatti, sarà destinata ad invertire questa tendenza in quanto la spesa approvata dal Congresso degli Stati Uniti per il 2026 è salita a oltre un trilione di dollari e potrebbe salire ulteriormente a 1,5 trilioni di dollari nel 2027 se l’ultima proposta di bilancio del presidente Donald Trump verrà accettata. «La spesa militare globale è aumentata nuovamente nel 2025, poiché gli Stati hanno risposto a un altro anno di guerre, incertezze e sconvolgimenti geopolitici con massicci programmi di riarmo», afferma Xiao Liang, ricercatore del Sipri.
Per quanto riguarda il Medio Oriente, nel 2025 la spesa militare è stata sostanzialmente la stessa dell’anno precedente. In Israele è diminuita del 4,9%, attestandosi a 48,3 miliardi di dollari, a seguito della riduzione dell’intensità del conflitto a Gaza. Ma la spesa militare israeliana è rimasta comunque superiore del 97% rispetto al 2022. Anche l’Iran ha fatto registrare un calo per il secondo anno consecutivo, diminuendo del 5,6% a 7,4 miliardi di dollari nel 2025, a causa però delle difficoltà economiche. Il Giappone ha aumentato le sue spese militari del 9,7%, raggiungendo i 62,2 miliardi di dollari nel 2025. Si tratta dell’1,4% del Pil, la quota più alta dal 1958. Anche Taiwan ha aumentato le sue spese del 14%, arrivando a 18,2 miliardi di dollari. Spese in crescita dell’8% anche per Asia e Oceania. Nel continente africano, la Nigeria ha aumentato le sue spese del 55% nell’ambito degli sforzi per contrastare il dilagante estremismo.
Ma mentre aumenta l’incertezza nel mondo c’è chi grazie alla guerra diventa sempre più ricco.
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Marcello Dell'Utri (Imagoeconomica)
I bonifici inviati in un arco temporale di quasi dieci anni (tra il 2012 e il 2021) da Silvio Berlusconi a Marcello Dell’Utri «per ragioni di affetto e gratitudine» costeranno un processo al cofondatore di Forza Italia, ex presidente di Publitalia e già senatore. Ieri mattina il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Milano, Giulia Marozzi, ha rinviato a giudizio Dell’Utri e la moglie Miranda Ratti. La prima udienza si terrà il prossimo 9 luglio davanti alla Seconda sezione penale.
La vicenda riguarda donazioni (spesso indicate come «aiuti per spese legali e personali») per circa 42 milioni di euro. Su una parte consistente della cifra, però, è scattata la prescrizione. La somma contestata, infatti, è scesa a poco meno di 11 milioni (cifra che è sotto sequestro). Il fascicolo è approdato a Milano nel marzo dello scorso anno, trasferito da Firenze per competenza territoriale, dopo un’eccezione sollevata dai difensori dei Dell’Utri, con una impostazione giudiziaria condivisa dal pm della Procura antimafia milanese Pasquale Addesso e dal procuratore Marcello Viola (titolari del fascicolo).
Il cuore dell’accusa è tecnico. L’ex senatore di Forza Italia risponde della violazione della legge Rognoni-La Torre, perché non avrebbe comunicato le variazioni patrimoniali, in questo caso superiori a 42 milioni di euro, non rispettando gli obblighi (dieci anni, tra il 2012 e il 2024) legati alla sua condanna definitiva (ed espiata) per concorso esterno in associazione mafiosa. Nei confronti della moglie, invece, è ipotizzata l’intestazione fittizia di beni, perché una parte consistente dei 10.840.000 euro sarebbe transitata sui suoi conti bancari.
Il procedimento ha una storia lunga e si porta dietro un cambio radicale dell’impostazione accusatoria. L’indagine era uno stralcio dell’inchiesta sui mandanti esterni delle stragi commesse da Cosa Nostra nel 1992 e nel 1993. Nel 2017, per la quarta volta in meno di 40 anni, una Procura (prima Firenze, poi Roma e Milano e infine di nuovo Firenze) ha avviato un procedimento su Berlusconi con quella ipotesi. Lì erano state trasmesse le intercettazioni del boss di Cosa Nostra Giuseppe Graviano disposte dai magistrati di Palermo nel carcere di Ascoli (dove Graviano era detenuto), nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. E sempre a Firenze erano state inviate alcune Sos (Segnalazioni di operazioni sospette) dell’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia che evidenziavano «anomalie» nella gestione dei flussi finanziari in arrivo sui conti della famiglia Dell’Utri. Uno dei quali, acceso al Monte dei Paschi, era risultato spesso in rosso. Lì, ricostruiva l’Uif, arrivavano di tanto in tanto i sostanziosi bonifici del Cav con causale «prestito infruttifero».
I pm della Procura antimafia fiorentina avevano quindi quantificato in 42 milioni di euro (fra bonifici, prestiti infruttiferi e operazioni immobiliari) il totale dei passaggi finanziari tra Berlusconi e Dell’Utri, contestando anche l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, e ipotizzando che la generosità del Cavaliere costituisse il «prezzo» del silenzio mantenuto dal suo braccio destro. Nell’ottobre 2025 la Corte di Cassazione aveva dichiarato inammissibile un ricorso della Procura di Palermo sul sequestro di quegli stessi beni (disposto precedentemente), precisando che il passaggio di denaro non proverebbe il silenzio di Dell’Utri a tutela del Cav. In quel procedimento, coordinato dall’ex pm Antonio Ingroia, l’accusa iniziale a carico di Dell’Utri (anche questa poi trasferita a Milano su disposizione della Procura generale) era di estorsione. L’aggravante mafiosa è quindi caduta definitivamente nel corso dell’udienza preliminare fiorentina (gup Anna Liguori). Senza quel tassello il quadro accusatorio è cambiato e il procedimento si è slegato dalle stragi, diventando di competenza milanese. Qui il primo passaggio è stato il sequestro, validato dal gip Emanuele Mancini, dei quasi 11 milioni di euro (già precedentemente sequestrati anche a Firenze).
La difesa contesta l’impianto: «Confidiamo di dimostrare l’assenza di responsabilità dei nostri assistiti anche nel presente procedimento», affermano gli avvocati Francesco Centonze, Filippo Dinacci, Tullio Padovani e Lodovica Beduschi, che precisano: «Si rileva che la medesima vicenda è già stata esaminata, negli stessi termini, da sei diverse autorità giudiziarie, tra cui per due volte la Cassazione, che hanno escluso la realizzazione di trasferimenti fraudolenti di somme di denaro da parte della signora Ratti e di Dell’Utri». Anche sul merito la linea difensiva è chiara: si tratta di «bonifici effettuati in maniera del tutto lecita e trasparente da Berlusconi per ragioni di affetto e gratitudine verso l’amico Dell’Utri». A Milano il processo, quindi, parte all’interno di un perimetro diverso: niente aggravante mafiosa, niente collegamento diretto con le stragi, ma la contestazione della violazione degli obblighi di rendicontazione previsti dalla legge Rognoni-La Torre. «Con più azioni e omissioni, in tempi diversi, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, pur essendovi tenuto», si legge nel capo d’imputazione, Dell’Utri avrebbe omesso «di comunicare, entro i termini stabiliti dalla legge, le variazioni patrimoniali». È su questo punto che ora si giocherà la partita processuale: non più il «perché» dei finanziamenti, ma la ragione per la quale non sarebbero stati dichiarati.
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