2019-05-09
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2026-01-15
Mascherine farlocche comprate dai cinesi senza dovuti controlli. Parla l’uomo di Arcuri
Domenico Arcuri (Imagoeconomica)
Il consulente della struttura commissariale deve ammetterlo: nessuna verifica preliminare sull’acquisto da oltre 1 miliardo.
L’ex consulente della struttura commissariale di Arcuri, Giulio Cazzella, conferma in commissione Covid lo scoop della Verità: l’ordine da oltre 1 miliardo di euro di mascherine cinesi farlocche è stato fatto senza gli opportuni controlli preliminari.
Alla fine l’audizione in commissione Covid dell’ex prefetto ed ex servitore dello Stato Giulio Cazzella, nonostante fosse stata fortemente voluta dai membri dell’opposizione Pd e M5S, si è ritorta loro contro. Nella prima ora e mezza Cazzella ha esposto la sua versione dei fatti, versione ovviamente di parte visto che l’ex prefetto è stato consulente di Invitalia ai tempi in cui Domenico Arcuri era ad dell’ente, poi della struttura commissariale ai tempi della pandemia e infine del collegio difensivo di Arcuri (a imprecisato titolo, dato che non è avvocato, ndr) nel processo penale per la maxicommessa di mascherine, risultate pure non a norma, quindi pericolose per la salute pubblica. Cazzella non ha risparmiato critiche alla deposizione del maggiore della guardia di finanza Eugenio Marmorale, che lo scorso 20 ottobre in commissione aveva riassunto i risultati delle indagini sulla maxicommessa di mascherine appaltata al consorzio cinese Wenzhou-Luokai e costata ai contribuenti 1 miliardo e 251 milioni di euro. Ma poi, nelle successive quattro ore, l’ex prefetto, incalzato dai deputati e senatori di Fratelli d’Italia, ha dovuto confermare quello che Fdi non esita a definire «un fatto scioccante»: la struttura commissariale non effettuò alcun controllo preliminare sul consorzio cinese Wenzhou-Luokai e gli concesse oltre un miliardo di euro di fatto «sulla parola». Né più né meno di quanto già sottolineato da Marmorale, che aveva raccontato nei dettagli il modus operandi dell’armata Brancaleone che aveva concesso a un consorzio ufficialmente sconosciuto, e in affidamento diretto (dunque senza alcun bando pubblico) l’appalto più rilevante della storia. A questo proposito, durante l’audizione Cazzella, che continuava a parlare di «bandi», ha dovuto smettere di utilizzare questo termine quando il senatore Lisei, presidente della commissione Covid, gli ha ricordato che quei soldi non sono stati concessi dopo regolare procedura d’appalto ma soltanto dopo affidi diretti, a discrezione della struttura commissariale.
Giacomo Amadori e François De Tonquédec avevano anticipato sulla Verità già nel lontano febbraio 2021 i fatti di cui si è tornato a parlare. Le audizioni in commissione Covid di Marmorale prima e di Cazzella poi confermano tutto: la centralità dei «rapporti consolidati» tra l’ex giornalista della Rai e lobbista Mario Benotti (deceduto nel 2023) e Arcuri ha fatto da sfondo alla maxi commessa. È stata una mail del mediatore Andrea Vincenzo Tommasi, imprenditore milanese, ad Arcuri a svelare come un consorzio cinese ufficialmente sconosciuto abbia potuto aggiudicarsi il mega appalto da 1,2 miliardi di euro passando sopra a centinaia di aziende, già allora quantificate in circa 550, che nei soli mesi tra marzo e maggio 2020 avevano presentato le proprie offerte di forniture di mascherine, rifiutate a favore dei cinesi (una fra tutte, quella dell’italiana Jc Electronics).
Nell’audizione, Cazzella è stato talmente pressato dalle domande dei commissari di area governativa che ha dovuto ammettere la verità. È stata la senatrice Alice Buonguerrieri a chiedere insistentemente chi sceglieva i fornitori, visto che c’erano affidamenti diretti, come venivano valutati e come è stato scelto quello cinese. Cazzella, sfinito, ha dovuto confermare l’inizialmente contestata versione di Marmorale (duramente attaccato - all’epoca della sua audizione - dai commissari dell’opposizione, che avevamo perfino preteso di secretare parte della sua audizione). Wenzhou-Luokai è entrata in struttura commissariale perché Benotti ha chiamato Arcuri e gli ha presentato Tommasi, ha spiegato l’ex prefetto. Ma visto che è emerso che questo consorzio era stato appena costituito e con siti fasulli copiati da altri, «che controlli avete fatto?», ha ribadito Buonguerrieri. Cazzella ha dovuto ammettere: «Nessuno». Quindi, scandalo nello scandalo, nessuno ha fatto verifiche preventive sul consorzio cinese, che è stato intermediato da un altro, sulla carta, «emerito sconosciuto», presentato da Benotti. Il quale per inciso si è ritagliato, insieme con Tommasi, una maxi provvigione: i due lobbisti sono diventati di fatto fornitori di Dpi grazie alla conoscenza diretta di Arcuri e dei suoi fedelissimi, che Benotti poteva vantare dal 2014. Lo stesso ex giornalista della Rai in alcune chat fa riferimento a Stefano Beghi, l’avvocato che avrebbe dovuto far transitare da Hong Kong quasi 50 milioni di euro di provvigioni.
Ciliegina sulla torta, il disperato tentativo di Cazzella di far passare la maxicommessa di mascherine fasulle come un «affarone»: secondo l’ex prefetto, infatti, il prezzo di acquisto dei Dpi forniti dal consorzio cinese Wenzhou-Luokai era più conveniente rispetto a quello di altre aziende come l’italiana Jc Electronics, la cui commessa per la fornitura di mascherine durante la pandemia fu revocata per una decisione della struttura commissariale di Arcuri, atto che il Tribunale di Roma ha dichiarato illegittimo. È stato il presidente Lisei a far notare all’ex prefetto che per forza di cose la commessa cinese potesse costare di meno, dato che c’erano delle transazioni in nero.
«Si è creata una catena d’affari che maneggiava soldi pubblici durante la pandemia sulla testa dei cittadini che intanto combattevano contro il virus. Fatti sconcertanti, sui quali in commissione Covid continueremo a fare chiarezza», promette Fratelli d’Italia.
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Federico Cafiero de Raho, ex capo della Dna (Imagoeconomica). Nel riquadro l'ex finanziere Pasquale Striano
La relazione dei parlamentari attesta quanto documentato dalla «Verità»: dietro le attività illecite di Striano c’era un disegno preciso. Di 57 pezzi del «Domani» contenenti informazioni riservate, 27 erano anti Carroccio.
Le conclusioni della commissione parlamentare antimafia smontano ogni lettura rassicurante del caso Striano: non fu l’azione isolata di un singolo funzionario, ma il prodotto di un sistema segnato da controlli deboli, omissioni tollerate e responsabilità diluite che avrebbe consentito un uso privatistico delle banche dati dello Stato. È questo il contesto che la relazione delinea prima ancora di entrare nei singoli episodi.
In questo quadro si colloca il rapporto tra Pasquale Striano, tenente della Guardia di finanza in servizio alla Direzione nazionale antimafia, e il quotidiano Domani, fondato e controllato da Carlo De Benedetti, indicato come uno degli snodi attraverso cui quel sistema avrebbe prodotto effetti concreti, con informazioni riservate confluite in articoli di stampa. L’origine dell’indagine viene ricondotta all’ottobre del 2022, quando il ministro Guido Crosetto presenta denuncia dopo la pubblicazione di articoli basati su dati «non acquisibili da fonti aperte», dando avvio agli accertamenti sugli accessi alle banche dati. È da qui che emerge la figura di Striano e, soprattutto, l’anomalia quantitativa delle sue consultazioni: nel periodo analizzato, secondo quanto riportato, il militare avrebbe effettuato oltre 400.000 interrogazioni di banche dati riservate, un volume definito dalla commissione «oggettivamente abnorme» e tale da escludere qualsiasi ricostruzione episodica o casuale. Questo dato diventa centrale non solo per attribuire le singole condotte, ma per chiamare in causa i vertici dell’Antimafia. La relazione, pur escludendo profili di responsabilità penale diretta, parla apertamente di gravi carenze nei sistemi di controllo interno della Dna.
La relazione poi evidenzia il collegamento con l’attività giornalistica. Attraverso il raffronto sistematico tra articoli pubblicati e segnalazioni di operazioni sospette, la commissione richiama atti della Procura di Perugia che parlano di 57 pezzi contenenti informazioni tratte da Sos consultate da Striano prima della pubblicazione, di cui ben 27, editi per lo più tra il 2019 e il 2021, riguardanti la Lega (e un’altra ventina su soggetti legati agli altri partiti del centrodestra). Un dato che, nel documento, non è presentato come neutro o casuale, ma come indice di un metodo.
Secondo quanto riportato negli atti richiamati dalla commissione, questi articoli contenevano dati riconducibili a segnalazioni di operazioni sospette relative a movimentazioni finanziarie e profili patrimoniali di soggetti collegati al partito. Il raffronto tra il contenuto degli articoli e le informazioni estraibili dalle banche dati consultate da Striano porta gli inquirenti a ritenere che «la fonte non possa essere di altri, se non Striano», in assenza di «qualsivoglia interesse istituzionale» della Direzione nazionale antimafia che giustificasse quelle consultazioni.
La relazione non colloca questa vicenda in un vuoto istituzionale. Al contrario, ricostruisce anche le tensioni interne alla magistratura che accompagnano la vicenda. In particolare, viene richiamato il contrasto tra la Procura di Milano, guidata all’epoca da Francesco Greco, e la Direzione nazionale antimafia, allora diretta da Federico Cafiero De Raho. La Commissione ricorda come, già prima dell’esplosione del caso Striano, vi fossero stati attriti e divergenze sul perimetro delle competenze e sull’uso delle informazioni antimafia, culminati in uno scontro istituzionale che evidenziava una frattura tra livelli diversi dell’azione giudiziaria. I nomi dei giornalisti coinvolti sono quelli di Giovanni Tizian, Stefano Vergine e Nello Trocchia. Vengono descritti come interlocutori diretti di Striano, protagonisti di una relazione che la Commissione definisce strutturale e consolidata nel tempo.
La relazione riferisce che «in plurime occasioni» Tizian si sarebbe attivato «nel richiedere i dati dei quali aveva bisogno per collazionare i suoi articoli», indicando in modo mirato i soggetti e l’utilizzo successivo delle informazioni. Non una ricezione passiva, dunque, ma una sollecitazione mirata. In alcuni casi Striano e Tizian «si erano accordati per incontrarsi di persona» per la consegna dei dati, in altri il trasferimento sarebbe avvenuto via email. Il caso Crosetto segna il punto di massima tensione. Dopo la denuncia, secondo la commissione, i giornalisti avrebbero tentato di costruire una giustificazione a posteriori: la relazione parla di una memoria redatta «proprio al fine di dare una veste di liceità all’attività invece illecita per la quale oggi si procede», attribuendone la paternità a Vergine e Tizian.
In questo passaggio del documento si legge: «Sono stati dunque i due giornalisti a “vestire” le visure su Crosetto collegandole a quelle con i fratelli Mangione», e aggiunge che «il Vergine ed il Tizian si sono attivati per assicurare protezione alla loro fonte, cercando di elaborare una giustificazione per quegli accessi illegittimi che hanno consentito la redazione degli articoli oggetto di denuncia». La relazione richiama anche l’audizione di Emiliano Fittipaldi, direttore di Domani, che ha affermato «con vigore» che il giornalismo deve pubblicare notizie vere e di interesse pubblico, «indipendentemente dalla natura della fonte», precisando di aver assunto la direzione solo nel 2023 e negando qualsiasi ingerenza dell’editore Carlo De Benedetti nella linea editoriale. Nelle conclusioni, tuttavia, la Commissione giudica queste affermazioni «quantomeno allarmanti», richiamando i limiti posti dalla giurisprudenza alla libertà di stampa quando si traduce nell’utilizzazione consapevole di condotte illecite di pubblici ufficiali.
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John Elkann (Imagoeconomica). Nel riquadro la protesta dei giornalisti di Repubblica fuori dalla festa
John entra dal retro e poi scappa in macchina dalla festa per i 50 anni del quotidiano, dove ieri ha partecipato anche Mattarella. All’esterno la contestazione dei lavoratori.
«Elkann non è la tua festa. La Repubblica siamo noi». La mostra dei 50 anni di Repubblica inaugurata ieri all’ex Mattatoio si è trasformata in occasione di protesta per il comitato di redazione del giornale romano. «Giornalismo, dignità, indipendenza», questi gli striscioni esposti. Per terra anche qualche carciofo. Una trentina di giornalisti del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari hanno atteso qualche ora per cercare un confronto con John Elkann, amministratore delegato di Exor, che a breve cederà quel che resta del gruppo editoriale Gedi a una società di un armatore greco, Antenna.
L’erede di Gianni Agnelli ha fatto tutto ciò che era in suo potere per non rischiare di trovarsi di fronte i giornalisti del suo giornale. È entrato dall’ingresso posteriore per evitarli, è uscito in macchina e non si è fermato neanche rincorso da alcuni di loro. Potrebbe essere la scena della fine degli Elkann, una fine penosa. «Ha fatto il sorcio», si direbbe a Roma, perché è entrato di nascosto ed è uscito scappando. Qualcuno gli ha urlato: «Maledetto il giorno in cui ci hai comprato».
Gli Elkann non sono mal visti solo dai dipendenti Gedi. Il 59% degli italiani, secondo Youtrend, dichiara di non fidarsi del presidente di Stellantis, mentre solo il 14% ha un’opinione positiva. Peggio di lui il fratello Lapo: a giudicarlo negativamente è il 69% degli italiani.
Le proteste e gli striscioni sono stati visti anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha visitato l’esposizione in forma privata. Ad accogliere il capo dello Stato, oltre a John Elkann, c’erano il direttore del quotidiano Mario Orfeo e il suo predecessore alla guida di Repubblica, Ezio Mauro. Presenti anche il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, il presidente di Gedi, Paolo Ceretti, e l’amministratore delegato Gabriele Comuzzo. C’erano anche le figlie del fondatore Scalfari, Donata ed Enrica, il vicedirettore per la parte grafica, Angelo Rinaldi, che è stato tra i curatori, l’assessore alla cultura del comune di Roma, Massimiliano Smeriglio, e le più giovani redattrici del quotidiano Giulia Ciancaglini ed Emma Bonotti. Più tardi la mostra è stata aperta agli invitati, tra cui tanti volti noti del giornale e politici come Paolo Gentiloni e Pier Ferdinando Casini. Editorialisti e scrittori come Walter Veltroni, Roberto Saviano e Gianrico Carofiglio. I giornalisti, quelli che il giornale lo fanno tutti i giorni, fuori al freddo e senza risposte.
«La presenza di John Elkann oggi alla festa di Repubblica», sottolinea il comitato di redazione del quotidiano in una nota, «è un vergognoso schiaffo in faccia a Repubblica e alle sue lavoratrici e lavoratori. Siamo stati lasciati fuori dalla inaugurazione della mostra al Mattatoio per i 50 anni dalla fondazione di Repubblica. Quindi chi vuole disfarsene è dentro a festeggiare, chi Repubblica la fa ogni giorno è fuori alla stregua di fastidiosi disturbatori. Probabilmente per non infastidire un editore che non si è mai degnato di incontrare le rappresentanze sindacali nel pieno della vertenza per la cessione di Gedi. Ribadiamo ciò che abbiamo scritto nei nostri striscioni: la Repubblica siamo noi, Elkann non è la tua festa».
Fischietti e cori: «Fatti vedere, Elkann fatti vedere». «Dopo quasi sei anni di gestione disastrosa del gruppo editoriale», si legge nel volantino che distribuivano, «l’attuale proprietario John Elkann ha deciso di vendere quel che resta di Gedi a un greco. È un suo diritto ed è nostro diritto e dovere pretendere alcune cose», prosegue elencando tre punti: garanzie occupazionali, il mantenimento della cultura «di sinistra, progressista moderna e antifascista, e trasparenza per una cessione che sta avvenendo in una coltre di mistero».
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Come annunciato da Giorgia Meloni nella conferenza stampa di inizio anno, il governo si appresta a varare un decreto in materia di sicurezza, immigrazione e potenziamento delle forze dell’ordine.
Le misure riguardano molti aspetti della gestione dell’ordine pubblico e il funzionamento delle strutture per il trattenimento e il rimpatrio degli stranieri. In particolare, verrebbe abrogata la disposizione che prevede, senza alcuna verifica del reddito, il gratuito patrocinio a spese dello Stato nei ricorsi contro i decreti di espulsione. In pratica, l’esecutivo si appresta a prosciugare il soccorso rosso che, con i soldi dei contribuenti, assiste i clandestini, usando ogni genere di espediente legale per evitare che siano rispediti ai luoghi d’origine. Vedremo prossimamente se le norme verranno approvate e, soprattutto, se saranno efficaci per combattere la criminalità.
Nel frattempo, visto che il nuovo decreto sicurezza è in fase di elaborazione, mi permetto di suggerire l’inserimento di un apposito paragrafo dedicato al risarcimento patrimoniale nei confronti dei parenti di ladri e rapinatori che, nell’atto di commettere un delitto, siano rimasti vittima di una reazione delle forze dell’ordine o di un qualsiasi cittadino. Ogni riferimento ai casi che hanno coinvolto il vicebrigadiere dei carabinieri Emanuele Marroccella o il gioielliere Mario Roggero è ovviamente voluto. Il primo è stato condannato a tre anni di carcere e a una provvisionale di 125.000 euro per aver sparato a un siriano che, colto con le mani nel sacco, aveva ferito un collega del sottufficiale. Per i giudici di primo grado il militare si sarebbe reso responsabile di «un eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi» e dunque, per la morte del ladro, deve risarcire i parenti, non solo i figli ma anche i familiari residenti in Siria. Il secondo invece è stato condannato a 14 anni e 9 mesi di carcere per aver reagito durante una rapina e aver inseguito e sparato ai malviventi che hanno assaltato il suo negozio, legando e minacciando moglie e figlia. I familiari dei due banditi uccisi e del terzo rimasto ferito hanno chiesto risarcimenti milionari e il tribunale ha condannato Roggero a una provvisionale di 480.000 euro.
In pratica, le vittime di un’attività criminale, sia che si tratti di un carabiniere che sta svolgendo il proprio servizio, ovvero che fa rispettare la legge, sia che si tratti di un negoziante che reagisce di fronte ai rapinatori, diventano un bancomat per i parenti di coloro che, mentre stavano commettendo un crimine, sono stati feriti o uccisi. Le persone oneste, che indossino una divisa o abbiano un’attività, per il solo fatto di non aver alzato le mani di fronte a un ladro o a un rapinatore ma aver reagito, rischiano di dover pagare e finire sul lastrico per risarcire i familiari di un delinquente. Chi ruba o si introduce armi in pugno in un negozio, sfidando le forze dell’ordine, accetta la sfida di finire male. Il che non significa solo finire in manette ma anche all’ospedale o al camposanto. È lui a mettere a repentaglio la vita degli altri. Dunque perché, se la rapina o il furto vanno male, devono essere le vittime a risarcire? In una condizione di stress e di pericolo, sorpresa e minacciata da un’arma puntata contro di sé o i propri cari, una persona può reagire anche perdendo la testa e premendo il grilletto. Che sia un carabiniere o un gioielliere poco importa: conta piuttosto chi e che cosa ha generato la reazione. Che si tratti di un militare o di un negoziante o di un comune cittadino la sostanza non cambia, perché uccidere un uomo - anche se questi è un rapinatore - comunque non è cosa che si dimentica, ma si porta dentro tutta la vita. Perché aggiungere quindi una pena accessoria, ovvero il risarcimento ai familiari del criminale?
Lo so che la Corte costituzionale in passato ha eccepito a proposito dell’esclusione dai benefici di legge dei familiari di mafiosi vittime della criminalità organizzata, ma questo è un altro caso. Qui si parla di soggetti che ricevono centinaia di migliaia di euro perché qualcuno ha reagito a una rapina, uccidendo il rapinatore. Se un criminale ha messo a rischio l’incolumità delle persone, queste non devono essere chiamate a rimborsare i familiari del delinquente eventualmente ferito o deceduto a causa della reazione del rapinato. Non ci vuole molto, basterebbe una riga. E in tal caso anche il ragazzo di Varese che ieri mattina ha accoltellato un ladro che si era introdotto in casa sua sarebbe esentato dai rischi di dover pagare i parenti del criminale. I quali, subito dopo il decesso, hanno inscenato proteste di fronte all’ospedale. Se il rom non si fosse introdotto in casa altrui e non avesse aggredito il proprietario oggi sarebbe vivo e vegeto e la vittima, cioè il rapinato, non rischierebbe di pagare i danni ai parenti del rapinatore.
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