2026-03-26
Capo Matapàn: la battaglia cruciale, un messaggio in bottiglia e navi fantasma
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Un incrociatore italiano della classe «Zara» durante la battaglia di Capo Matapàn (Marina Militare)
Nella primavera del 1941 le sorti del conflitto sembravano ancora nelle mani delle forze dell’Asse, con i tedeschi che erano intervenuti in Grecia e Jugoslavia occupandole in seguito allo stallo dell’offensiva italiana. Uno degli obiettivi per il consolidamento del fronte balcanico e per il dominio sul Mediterraneo era il contrasto al naviglio Britannico che riforniva la resistenza greca dalla grande base navale di Alessandria d’Egitto. Durante un vertice a Merano, i comandanti della Kriegsmarine imposero di fatto agli Italiani il compito di intercettare e annientare il naviglio da guerra inglese nel Mediterraneo orientale, nonostante i dubbi dell’ammiraglio Riccardi riguardo la scarsa copertura aerea e la lontananza dalle basi che potevano rappresentare un rischio per l’esito dell’operazione, oltre alla costante minaccia di Malta ancora nelle mani degli inglesi. I tedeschi (che promisero l’intervento della Luftwaffe) furono inflessibili e la flotta italiana lasciò i porti italiani di Taranto, Bari e Napoli il 26 marzo 1941. Comandata dall’ammiraglio Angelo Iachino, la flotta della Regia Marina era composta dalla corazzata ammiraglia «Vittorio Veneto», dagli incrociatori pesanti «Zara», «Fiume» e «Pola» e da una dozzina di cacciatorpediniere. Durante la navigazione fu chiaro che né la Regia Aeronautica né la Luftwaffe sarebbero intervenute come scorta al convoglio. Il fattore sorpresa, basilare per la riuscita dell’attacco, fu vanificato la mattina del 27 marzo quando un ricognitore Short «Sunderland» intercettò il naviglio italiano in navigazione verso Creta. Iachino informò i Comandi e la missione fu concentrata unicamente a Sud dell’isola greca. Non sapevano, gli italiani, che la Royal Navy era riuscita a decrittare i messaggi in codice dalla macchina Enigma grazie a Ultra, uno dei primi supercomputer del mondo. Fatto che, unito alla disponibilità di apparecchi radar, dava un vantaggio decisivo alla flotta britannica. Mentre le navi italiane navigavano verso l’isolotto di Gaudo, a sud di Creta, l’ammiraglio Cunningham faceva muovere due potentissime corazzate, la «Warspite» e la «Barham» oltre ad una portaerei, la «Formidable», seguite da altri cacciatorpediniere. Il 28 marzo le due flotte vennero a contatto visivo e iniziò lo scambio di colpi, senza particolari danni da entrambe le parti che cercavano di attrarre il nemico verso le ammiraglie inseguendosi vicendevolmente. Mentre gli italiani, più veloci, puntavano a Nord verso le basi, la differenza la fece l’aviazione di Marina britannica decollata dalla portaerei con aerosiluranti e coadiuvata dai bombardieri Bristol Blenheim. La prima ad essere colpita con successo fu proprio l’ammiraglia italiana «Vittorio Veneto». Per proteggerla, le altre unità si avvicinarono alla nave ferita mentre calava la sera. Cunnigham, che faticava a seguire gli italiani, decise per una nuova incursione aerea che ebbe successo e mise fuori uso l’incrociatore «Pola». Iachino decise di mandare in soccorso gli incrociatori «Zara» e «Fiume» assieme ad altri cacciatorpediniere, avendo notizie contrastanti sulla reale posizione della flotta nemica. Quest’ultima, più vicina delle stime e dotata di radar che inquadrarono il relitto del «Pola», individuò nell’oscurità le navi italiane giunte in soccorso e aprì il fuoco con i pezzi da 381. Per il «Fiume» e lo «Zara» fu la fine assieme ai cacciatorpediniere «Alfieri» e «Carducci». Il bilancio era drammatico, con tre corazzate pesanti perdute. E nessun intervento dell’aviazione, né tedesca né italiana. Oltre 2.300 furono i marinai italiani che persero la vita nelle acque di fronte a Capo Matapàn, estrema propaggine del Peloponneso.
Spiaggia di Villasimius (Cagliari), 10 agosto 1952
L’incrociatore «Fiume» si era inabissato più di undici anni prima in quella notte tragica per la Regia Marina, dopo essere stato colpito a morte dalle salve britanniche a oltre 600 miglia nautiche dalle coste sabbiose della Sardegna Meridionale. Trovata da alcuni uomini della Guardia di Finanza, sul bagnasciuga una bottiglia di vetro consumata dall’erosione dell’acqua salmastra conteneva un foglio con un messaggio. Era il saluto alla madre del marinaio Francesco Chirico, scritto a bordo dell’incrociatore in agonia, poco prima di perdere la vita tra le onde scure del mare di Grecia. Ancora leggibile, il messaggio recitava: «R. Nave Fiume – Prego signori date mie notizie alla mia cara mamma mentre io muoio per la Patria. Marinaio Chirico Francesco da Futani, via Eremiti 1, Salerno. Grazie signori – Italia!».
Il messaggio fu recapitato al paese di origine in provincia di Salerno quando la madre del marinaio caduto era ancora in vita, pur in cattive condizioni di salute. Chirico sarà in seguito insignito della Medaglia di bronzo alla memoria con la motivazione seguente: «Marinaio Chirico Francesco di Domenico e di Anella Sacco, da Futani. Imbarcato su un incrociatore irrimediabilmente colpito, nel corso di improvviso e violento scontro, da preponderanti forze navali avversarie, prima di scomparire con l'Unità, confermava il suo alto spirito militare affidando ai flutti un messaggio di fede e di amor patrio che, dopo undici anni, veniva rinvenuto in costa italiana. Mediterraneo Orientale; 28 marzo 1941.»
L’incrociatore fantasma
La battaglia di Capo Matapàn generò ed alimentò altre leggende, che si tramandarono tra gli uomini di mare per decenni. Si narrò in particolare di fantasmi e visioni legate a quella tragica notte di 85 anni fa. Lo stesso ammiraglio Iachino scrisse, in un libro di memorie del 1947, di un’inquietante apparizione durante la fase più cruenta della battaglia tra il 28 e il 29 marzo 1941. Il comandante affermò che nel caos del fuoco inglese, la nebbia e gli incendi apparve all’improvviso la sagoma dell’incrociatore italiano «Colleoni», affondato otto mesi prima nelle stesse acque di Capo Matapàn. La visione fu confermata dai marinai rimasti sul «Pola», che assistevano al massacro degli altri incrociatori italiani. La nave fantasma fu vista anche dai marinai inglesi, che raccontarono in seguito di avere addirittura aperto il fuoco contro la sagoma del Colleoni. Tra i naufraghi del «Fiume» girò la storia di un’altra inquietante visione: un gruppo di marinai, in acqua da quasi tre giorni in balia dei flutti aggrappati ad una zattera affermarono di avere distintamente visto proprio il loro incrociatore, il «Fiume» comparire all’orizzonte e venire verso di loro. Poi la visione scomparve poco prima che quegli uomini stremati e resi soporosi per l’ipotermia venissero tratti in salvo da una nave ospedale italiana chiamata dagli stessi inglesi.
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Tra il 26 e il 28 marzo 1941 la Regia marina si giocò il dominio sul Mediterraneo in uno dei più cruciali scontri con la Royal Navy nelle acque tra Creta e il Peloponneso, noto come la «Battaglia di Capo Matapàn».L'articolo contiene una gallery fotografica.Nella primavera del 1941 le sorti del conflitto sembravano ancora nelle mani delle forze dell’Asse, con i tedeschi che erano intervenuti in Grecia e Jugoslavia occupandole in seguito allo stallo dell’offensiva italiana. Uno degli obiettivi per il consolidamento del fronte balcanico e per il dominio sul Mediterraneo era il contrasto al naviglio Britannico che riforniva la resistenza greca dalla grande base navale di Alessandria d’Egitto. Durante un vertice a Merano, i comandanti della Kriegsmarine imposero di fatto agli Italiani il compito di intercettare e annientare il naviglio da guerra inglese nel Mediterraneo orientale, nonostante i dubbi dell’ammiraglio Riccardi riguardo la scarsa copertura aerea e la lontananza dalle basi che potevano rappresentare un rischio per l’esito dell’operazione, oltre alla costante minaccia di Malta ancora nelle mani degli inglesi. I tedeschi (che promisero l’intervento della Luftwaffe) furono inflessibili e la flotta italiana lasciò i porti italiani di Taranto, Bari e Napoli il 26 marzo 1941. Comandata dall’ammiraglio Angelo Iachino, la flotta della Regia Marina era composta dalla corazzata ammiraglia «Vittorio Veneto», dagli incrociatori pesanti «Zara», «Fiume» e «Pola» e da una dozzina di cacciatorpediniere. Durante la navigazione fu chiaro che né la Regia Aeronautica né la Luftwaffe sarebbero intervenute come scorta al convoglio. Il fattore sorpresa, basilare per la riuscita dell’attacco, fu vanificato la mattina del 27 marzo quando un ricognitore Short «Sunderland» intercettò il naviglio italiano in navigazione verso Creta. Iachino informò i Comandi e la missione fu concentrata unicamente a Sud dell’isola greca. Non sapevano, gli italiani, che la Royal Navy era riuscita a decrittare i messaggi in codice dalla macchina Enigma grazie a Ultra, uno dei primi supercomputer del mondo. Fatto che, unito alla disponibilità di apparecchi radar, dava un vantaggio decisivo alla flotta britannica. Mentre le navi italiane navigavano verso l’isolotto di Gaudo, a sud di Creta, l’ammiraglio Cunningham faceva muovere due potentissime corazzate, la «Warspite» e la «Barham» oltre ad una portaerei, la «Formidable», seguite da altri cacciatorpediniere. Il 28 marzo le due flotte vennero a contatto visivo e iniziò lo scambio di colpi, senza particolari danni da entrambe le parti che cercavano di attrarre il nemico verso le ammiraglie inseguendosi vicendevolmente. Mentre gli italiani, più veloci, puntavano a Nord verso le basi, la differenza la fece l’aviazione di Marina britannica decollata dalla portaerei con aerosiluranti e coadiuvata dai bombardieri Bristol Blenheim. La prima ad essere colpita con successo fu proprio l’ammiraglia italiana «Vittorio Veneto». Per proteggerla, le altre unità si avvicinarono alla nave ferita mentre calava la sera. Cunnigham, che faticava a seguire gli italiani, decise per una nuova incursione aerea che ebbe successo e mise fuori uso l’incrociatore «Pola». Iachino decise di mandare in soccorso gli incrociatori «Zara» e «Fiume» assieme ad altri cacciatorpediniere, avendo notizie contrastanti sulla reale posizione della flotta nemica. Quest’ultima, più vicina delle stime e dotata di radar che inquadrarono il relitto del «Pola», individuò nell’oscurità le navi italiane giunte in soccorso e aprì il fuoco con i pezzi da 381. Per il «Fiume» e lo «Zara» fu la fine assieme ai cacciatorpediniere «Alfieri» e «Carducci». Il bilancio era drammatico, con tre corazzate pesanti perdute. E nessun intervento dell’aviazione, né tedesca né italiana. Oltre 2.300 furono i marinai italiani che persero la vita nelle acque di fronte a Capo Matapàn, estrema propaggine del Peloponneso.Spiaggia di Villasimius (Cagliari), 10 agosto 1952L’incrociatore «Fiume» si era inabissato più di undici anni prima in quella notte tragica per la Regia Marina, dopo essere stato colpito a morte dalle salve britanniche a oltre 600 miglia nautiche dalle coste sabbiose della Sardegna Meridionale. Trovata da alcuni uomini della Guardia di Finanza, sul bagnasciuga una bottiglia di vetro consumata dall’erosione dell’acqua salmastra conteneva un foglio con un messaggio. Era il saluto alla madre del marinaio Francesco Chirico, scritto a bordo dell’incrociatore in agonia, poco prima di perdere la vita tra le onde scure del mare di Grecia. Ancora leggibile, il messaggio recitava: «R. Nave Fiume – Prego signori date mie notizie alla mia cara mamma mentre io muoio per la Patria. Marinaio Chirico Francesco da Futani, via Eremiti 1, Salerno. Grazie signori – Italia!».Il messaggio fu recapitato al paese di origine in provincia di Salerno quando la madre del marinaio caduto era ancora in vita, pur in cattive condizioni di salute. Chirico sarà in seguito insignito della Medaglia di bronzo alla memoria con la motivazione seguente: «Marinaio Chirico Francesco di Domenico e di Anella Sacco, da Futani. Imbarcato su un incrociatore irrimediabilmente colpito, nel corso di improvviso e violento scontro, da preponderanti forze navali avversarie, prima di scomparire con l'Unità, confermava il suo alto spirito militare affidando ai flutti un messaggio di fede e di amor patrio che, dopo undici anni, veniva rinvenuto in costa italiana. Mediterraneo Orientale; 28 marzo 1941.»L’incrociatore fantasmaLa battaglia di Capo Matapàn generò ed alimentò altre leggende, che si tramandarono tra gli uomini di mare per decenni. Si narrò in particolare di fantasmi e visioni legate a quella tragica notte di 85 anni fa. Lo stesso ammiraglio Iachino scrisse, in un libro di memorie del 1947, di un’inquietante apparizione durante la fase più cruenta della battaglia tra il 28 e il 29 marzo 1941. Il comandante affermò che nel caos del fuoco inglese, la nebbia e gli incendi apparve all’improvviso la sagoma dell’incrociatore italiano «Colleoni», affondato otto mesi prima nelle stesse acque di Capo Matapàn. La visione fu confermata dai marinai rimasti sul «Pola», che assistevano al massacro degli altri incrociatori italiani. La nave fantasma fu vista anche dai marinai inglesi, che raccontarono in seguito di avere addirittura aperto il fuoco contro la sagoma del Colleoni. Tra i naufraghi del «Fiume» girò la storia di un’altra inquietante visione: un gruppo di marinai, in acqua da quasi tre giorni in balia dei flutti aggrappati ad una zattera affermarono di avere distintamente visto proprio il loro incrociatore, il «Fiume» comparire all’orizzonte e venire verso di loro. Poi la visione scomparve poco prima che quegli uomini stremati e resi soporosi per l’ipotermia venissero tratti in salvo da una nave ospedale italiana chiamata dagli stessi inglesi.
Papa Leone XIV (Ansa)
E malgrado quanto sostenuto da qualche liturgista improvvisato, rimasto di moda giusto nel periodo di Santa Marta, mai nessuno, tantomeno il Concilio, ha sostenuto che il Rito antico non valesse più e che la nuova messa postconciliare fosse l’unica valida e lecita. Bergoglio, che di liturgia poco si interessava e che sul tema fu severo censore, consigliato da chi sosteneva che a frequentare la messa in latino fossero i suoi nemici politici che «mormoravano contro di lui», irritualmente e sorprendentemente mise in discussione le profonde e sagge conclusioni del suo predecessore con il motu proprio Traditionis Custodes, facendo tornare sostanzialmente il Rito antico a una condizione giuridica strettamente postconciliare previo permesso esplicito dei vescovi per ogni celebrazione e rendendo pressoché impossibile la somministrazione dei sacramenti nonché annullando i riti della Settimana santa. È però anche vero che -narrano le cronache di Santa Marta - quando qualche zelante consigliere sottopose a Bergoglio l’atto finale per la proibizione definitiva del Rito antico perché «frequentato da troppi giovani», il gesuita drizzò le orecchie e di fronte a tanta ostentata urgenza si rifiutò di firmare, intuendo che le ragioni della politica sopravanzavano quelle della liturgia e della Chiesa.
Ieri Leone XIV ha usato parole molto chiare parlando appunto di «ferita dolorosa riguardante la celebrazione della messa, sacramento stesso dell’unità», dichiarandosi «particolarmente attento» di fronte al fenomeno della crescita delle comunità tradizionaliste ed auspicando «un nuovo modo di guardarsi gli uni agli altri, con una maggiore comprensione delle reciproche sensibilità; un modo di guardare che permetta ai fratelli, arricchiti dalla loro diversità, di accogliersi a vicenda nella carità e nell’unità della fede». Ancora una volta Leone XIV dimostra tutta la sua competenza affrontando il cuore della questione per come fu presentato da Marcel Lefebvre a Paolo VI in termini sostanzialmente incontestabili: «Santità, perché tolleranza con tutti tranne che con noi?». Leone XIV auspica «soluzioni concrete che consentano la generosa inclusione di coloro che aderiscono sinceramente al Vetus Ordo, secondo le linee guida stabilite dal Concilio», sbilanciandosi direttamente sul tema come mai nessun pontefice postconciliare ha fatto in termini così diretti. E lo ha fatto citando lo stesso Concilio, proprio secondo gli aspetti che nel corso dei decenni si sono mostrati maggiormente funzionali a tutti coloro che si sono visti autorizzati alle più varie e spesso fantasiose sperimentazioni.
Stando strettamente al richiamo di Leone XIV, per come inteso dalla costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, nulla osterebbe affinché, ovunque vi fosse un’esigenza pastorale, si usasse il Rito antico senza limiti fin da ora, ma sarebbe ingenuo cadere in facili ottimismi ignorando la contrarietà di molti episcopati e le resistenze degli ultimi modernisti in Curia. Questa rinnovata ermeneutica dell’accoglienza ha un chiaro significato pastorale ed è quello del filo che dalla commissione Ecclesia Dei istituita da Giovanni Paolo II ha poi proseguito nell’apertura di Benedetto XVI e viene oggi riannodato attraverso la riacquisita centralità della norma «lex orandi, lex credendi» che i milioni di frequentatori del Vetus Ordo nel mondo stanno ribadendo con la loro presenza e le loro adesioni.
La scelta della Francia non è stata un caso: Francia, Stati Uniti e Italia sono infatti i luoghi dove la rinascita liturgica cattolica è più presente, una rinascita che, al contrario di quanto poteva avvenire anni fa, non rappresenta più una semplice zattera di sopravvivenza e di preservazione di un antico tesoro ma si pone ormai ovunque come vero e proprio motivo di interesse e stimolo anche per tutti coloro che non possono non sentirsi toccati dal sacro pur vivendo nel mondo del nichilismo instaurato.
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Lo ha dichiarato l'eurodeputato della Lega durante un punto stampa al Parlamento europeo a Bruxelles.
La Range Rover Velar Belgravia Edition
L’iniziativa rappresenta un omaggio dichiarato alla capitale britannica, da sempre fonte di ispirazione per il marchio di Suv di lusso. Tradizione, design e cultura urbana si intrecciano in una gamma che punta a reinterpretare in chiave contemporanea l’identità di alcune delle zone più influenti della città.
Velar Belgravia Edition: lusso e cura sartoriale
Ad aprire la serie è la Velar Belgravia Edition, che prende il nome dall’elegante quartiere londinese noto per la sua architettura georgiana e il suo stile sofisticato. Il modello si distingue per un’estetica esterna moderna e decisa, caratterizzata da cerchi da 20 pollici Diamond Turned Dark Agate con finitura Satin Black Tinted Lacquer.
All’interno, l’attenzione al dettaglio si traduce in sedili in pelle con cuciture a contrasto realizzate con precisione artigianale, mentre la firma «Belgravia Edition» è presente su diversi elementi, dalle modanature alle luci di cortesia.
Accanto alla versione standard, sarà introdotta anche la Belgravia Edition Satin, una serie limitata a soli 400 esemplari a livello globale. Questa variante porta al debutto su Velar una pellicola protettiva satinata e include cerchi da 22 pollici Dark Agate Grey, oltre a un Black Exterior Styling Pack che ne accentua il carattere contemporaneo. Ogni unità sarà contrassegnata dalla dicitura «1 of 400», a sottolinearne l’esclusività.
Hoxton, Battersea e Westminster: le prossime tappe
La gamma si arricchirà a breve con la Range Rover Evoque Hoxton Edition, ispirata al quartiere creativo e dinamico dell’East London, noto per la sua scena artistica e per l’influenza nel mondo della moda.
Nel corso della primavera 2026 arriveranno poi altre due interpretazioni: la Range Rover Sport Battersea Edition, che unirà fascino storico e design all’avanguardia, e la Range Rover Westminster Edition, dedicata al cuore istituzionale e simbolico del Regno Unito.
Un dialogo continuo con Londra
«La serie rappresenta un’espressione contemporanea del dialogo duraturo tra Range Rover e Londra», ha spiegato Hannah Custance, Materiality Senior Manager del marchio. «Ogni quartiere è stato scelto per il suo patrimonio, la sua architettura o il suo ruolo nella scena creativa, e reinterpretato attraverso materiali e dettagli progettuali studiati con cura».
Non è la prima volta che Range Rover guarda alla capitale britannica: già in passato il marchio aveva celebrato Londra con edizioni speciali e collaborazioni, come quella con il celebre sarto Henry Poole & Co. per il 50° anniversario.Con questa nuova collezione, il brand rinnova dunque il proprio legame con la città, trasformando quartieri e atmosfere urbane in elementi distintivi di design automobilistico.
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