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2020-10-09
In tv violano il decreto sulle mascherine
Ansa
Il diavolo fa le pentole, non fa i coperchi, a volte però scrive i decreti del presidente del Consiglio dei ministri, i famigerati dpcm, e inserisce al loro interno un bug che può, potenzialmente, far saltare tutto. Oppure lancia delle campagne televisive per la rieducazione dei cittadini, violando quelle stesse norme che vengono sbandierate in diretta tv, lasciando negli italiani la spiacevole sensazione di essere vittime di una colossale presa per i fondelli.
Ma andiamo con ordine. Il decreto del 7 ottobre 2020, entrato in vigore ieri, che riguarda le «Misure urgenti connesse con la proroga della dichiarazione dello stato di emergenza». È il dpcm che rende obbligatorio portare sempre con noi la mascherina, e indossarla anche all'aperto, oltre che nei luoghi chiusi che non siano abitazioni private. Bene (anzi, molto male): leggendo il testo del dpcm, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, spunta una contraddizione che dal punto di vista normativo appare gigantesca e foriera di possibili ricorsi.
L'articolo 1, lettera b, recita così: «Al comma 2, dopo la lettera hh) è aggiunta la seguente: «hh -bis) obbligo di avere sempre con sé dispositivi di protezione delle vie respiratorie, con possibilità di prevederne l'obbligatorietà dell'utilizzo nei luoghi al chiuso diversi dalle abitazioni private e in tutti i luoghi all'aperto a eccezione dei casi in cui, per le caratteristiche dei luoghi o per le circostanze di fatto, sia garantita in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi, e comunque con salvezza dei protocolli e delle linee guida anti contagio previsti per le attività economiche, produttive, amministrative e sociali, nonché delle linee guida per il consumo di cibi e bevande, restando esclusi da detti obblighi: 1) i soggetti che stanno svolgendo attività sportiva; 2) i bambini di età inferiore ai sei anni; 3) i soggetti con patologie o disabilità incompatibili con l'uso della mascherina, nonché coloro che per interagire con i predetti versino nella stessa incompatibilità». Lo riportiamo integralmente perché è molto importante leggerlo tutto. All'inizio, come vedete, a proposito delle mascherine, si parla di «possibilità di prevederne l'obbligatorietà dell'utilizzo». Possibilità di prevederne l'obbligo, non certezza.
All'articolo 5, però, il concetto cambia: «Nelle more», si legge, «dell'adozione dei decreti del presidente del Cdm ai sensi dell'articolo 2, comma 1, del decreto legge n. 19 del 2020, e comunque non oltre il 15 ottobre 2020, continuano ad applicarsi le misure previste nel decreto del presidente del Cdm del 7 settembre 2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 7 settembre 2020, n. 222, nonché le ulteriori misure, di cui all'articolo 1, comma 2, lettera hh - bis ), del decreto legge n. 19 del 2020, come introdotta dal presente decreto, dell'obbligo di avere sempre con sé un dispositivo di protezione delle vie respiratorie, nonché dell'obbligo di indossarlo nei luoghi al chiuso diversi dalle abitazioni private e in tutti i luoghi all'aperto a eccezione dei casi in cui, per le caratteristiche del luogo o per le circostanze di fatto, sia garantita in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi (poi continua come all'art. 1, ndr)».
Notate qualcosa? A proposito delle mascherine, la «possibilità di prevederne l'obbligatorietà dell'utilizzo» nei luoghi al chiuso e così via, come scritto nell'articolo 1, diventa «l'obbligo di indossarlo nei luoghi al chiuso» nell'articolo 5. Non è più una possibilità, ma una imposizione. Capirete bene che una tale contraddizione è, dal punto di vista sia formale che sostanziale, assolutamente allucinante. Un comportamento che ha la possibilità di essere obbligatorio è un concetto molto diverso da un obbligo vero e proprio. Quale dei due articoli del Dpcm è quello valido? Il primo, che parla di possibilità, o il quinto, che parla di obbligo? Non si sa: quello che è certo è che siamo di fronte a una difformità tra i due articoli dello stesso dpcm che rappresenta l'ennesima prova della confusione che caratterizza il governo, che sembra più impegnato a prorogare lo stato di emergenza che a varare provvedimenti chiari. Non solo, il paradosso è che mentre nelle città - la Milano di Beppe Sala in primis - si sono inaspriti i controlli e sono scattate le multe a tappeto per punire i cittadini privi di mascherine all'aperto, le stesse tv (a partire dai principali telegiornali) che stanno facendo le crociate per rieducare gli italiani al rispetto delle norme anti Covid, stanno violando bellamente l'obbligo di indossare i dispositivi di protezione, come se gli studi televisivi fossero delle abitazioni private.
Ma c'è un altro spunto interessante di discussione e di ragionamento, rappresentato da un'intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera da Alberto Villani, presidente della Società italiana di pediatria e membro del Comitato tecnico scientifico. «L'obbligo di indossare la mascherina all'aperto», dice Villani, «è un richiamo. Non importa se scientificamente ha senso oppure no. È un segnale di attenzione per noi stessi e per la comunità». Non importa se scientificamente ha senso oppure no, dice un esponente del Comitato tecnico scientifico, sull'uso della mascherina all'aperto. Sembra di vivere in un film di fantascienza. Ma se il Cts prende decisioni così impattanti sulla vita quotidiana, come l'obbligo di indossare la mascherina all'aperto, ammettendo che scientificamente queste decisioni non hanno senso, a che serve? A terrorizzare i cittadini? A mantenere in piedi il governo avallandone tutti i provvedimenti? Siamo, come è evidente, alla follia totale o alla malafede, e non si sa quale delle due ipotesi sia la più funesta.
Il governo in imbarazzo per i ritardi fa lo scaricabarile con le Regioni
Il metodo è ormai collaudatissimo, e la ditta Conte-Casalino lo ha brevettato da mesi, con l'ausilio di virologi e consulenti pronti a scatenarsi a reti unificate come cavalieri dell'apocalisse: se ci sono buone notizie, è merito dell'azione del governo; se invece ci sono cattive notizie, è colpa - alternativamente - o degli italiani indisciplinati, smascherinati, assembrati, comunque da ammonire e rieducare pure in casa loro, oppure delle Regioni disobbedienti e non disposte a uniformarsi ai diktat di Roma.
In realtà, basterebbe un po' di memoria per rendere ridicolo, oltre che falso, questo storytelling: proprio la sacrosanta autonomia regionale e la relativa competenza in materia sanitaria permisero al Veneto di Luca Zaia, all'inizio della prima ondata, di adottare la strategia opposta a quella (sballata) suggerita dal governo centrale, mentre il consulente del ministro Roberto Speranza, Walter Ricciardi, insisteva affinché i tamponi non fossero praticati agli asintomatici.
In ogni caso, circa otto mesi dopo, la storia si ripete, e ieri è ripartita la macchina di colpevolizzazione delle Regioni. Ma il meccanismo volto a mettere le mani avanti è fin troppo scoperto. Si pensi alla più clamorosa prova di impreparazione del governo nazionale, quella relativa al nuovo bando per le terapie intensive, scattato solo a inizio ottobre, con offerte che saranno aperte fino al 12 del mese, e quindi, realisticamente, con i lavori che inizieranno soltanto a fine ottobre. La colpa del governo è assoluta e inescusabile: prima ha passato tutta l'estate a minacciare una seconda ondata del contagio, e poi rischia di far mancare proprio il presidio decisivo per i malati più gravi, se i numeri cresceranno. Bene, cioè male: cosa ha provato a dire ieri il governo? Che sono state le Regioni a far arrivare in ritardo i loro piani ed esigenze in materia di terapie intensive. Come se qualcuno avesse impedito all'esecutivo di anticipare i tempi della gara.
Ma, incuranti di ogni contraddizione, quelli del governo hanno già iniziato a sparare. Ecco Ricciardi intervistato ieri sulla Stampa, con l'accusa alle Regioni di aver «dormito»: «Siamo sulla lama di un rasoio: se non interveniamo subito, tra due o tre settimane rischiamo di ritrovarci come in Francia, Spagna e Uk». Sull'attività di testing «molte Regioni si sono addormentate e si è fatto poco o nulla. Ora, con i ricoveri per influenza, negli ospedali si rischia il caos». E poi l'ennesimo affondo ieri su Rai 3: «Alcune Regioni funzionano malissimo anche in tempo di pace».
Un altro piromane è il ministro Francesco Boccia, che dovrebbe per definizione agire da pompiere, in quanto titolare proprio dei rapporti con le Regioni. Eppure, ieri sul Corriere, ha difeso un approccio tipicamente anti autonomia, e cioè la scelta di consentire alle Regioni solo modifiche in senso restrittivo della normativa nazionale: «È stato ripristinato un modello di successo. In una fase critica c'è più sicurezza se i territori possono adottare solo ordinanze restrittive». E ancora, in un crescendo abbastanza ideologico e surreale: «Quando metti al primo posto la salute e non il business devi avere un modello più rigoroso». Concetto due volte discutibile: una prima volta perché fa pensare che la salute stia a cuore solo a Conte e ai suoi ministri, e non ai governatori; e una seconda volta perché proprio alle Regioni - invece - si deve la correzione in più occasioni delle norme lunari varate dal governo (si pensi, alla fine del primo lockdown, alla prima cervellotica versione nazionale delle norme su spiagge e ristoranti, poi modificate grazie al pressing delle Regioni).
La sensazione è duplice: da un lato, che si prepari già la narrazione dello scaricabarile per coprire gli insuccessi dei vari supercommissari alla Arcuri (fallimentare in tutto ciò che tocca, dai banchi alle mascherine); e dall'altro, quando questa vicenda sarà conclusa, che ci sia un tentativo di ricentralizzare la sanità, per mettere le mani di Roma sulla più importante delle competenze regionali, e anche per limitare il potere negoziale delle Regioni sul tema dell'autonomia, non a caso sempre scansato dal governo giallorosso (e già osteggiato dai grillini anche durante l'esperienza gialloblù).
Ma questa torsione centralista ha suscitato una reazione. Nei giorni scorsi hanno alzato la voce i governatori di centrodestra (da Luca Zaia a Giovanni Toti), mentre ieri ha risposto con durezza anche Stefano Bonaccini, governatore Pd dell'Emilia Romagna e presidente della Conferenza delle Regioni: «Le Regioni rivendicano il ruolo istituzionale importante svolto nella gestione della emergenza e hanno sempre anteposto a qualsiasi polemica politica la necessità di un'attiva collaborazione con governo e con autonomie locali».
In questa dichiarazione si coglie senz'altro il ruolo di rappresentanza di tutte le Regioni che Bonaccini svolge. Ma - di tutta evidenza - c'è pure un aspetto politico difficilmente negabile: l'uomo lavora, in tempi da definire, a una sua potenziale leadership alternativa nel Pd, e sceglie un terreno di netta distinzione dal governo, e cioè la difesa a tutto tondo delle autonomie regionali.
Quanto a Conte, come al solito, dice una cosa e ne fa un'altra. Proprio mentre i suoi orchestrano l'operazione politica e mediatica per colpevolizzare i governatori, lui finge di lavorare per la concordia: «Nel nostro sistema il punto di forza è stata la capacità di dialogare costantemente tra livello nazionale e enti territoriali. Ieri c'è stata l'ennesima riunione con i ministri Boccia e Speranza: c'è stata un'ampia condivisione e quindi debbo ringraziare le Regioni e le province autonome per questa proficua collaborazione». Ma chi può credergli?
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Multe per strade mentre nessuno le indossa in diretta. Errori nel dpcm. E il Cts ammette: «Norme senza basi scientifiche»Dopo aver perso tempo fino a ottobre sui bandi per le nuove terapie intensive, Walter Ricciardi e Francesco Boccia attaccano le autonomie: «Hanno dormito». Ma Stefano Bonaccini non ci sta: «Rivendichiamo il nostro ruolo». E Giuseppe Conte si eclissaLo speciale contiene due articoliIl diavolo fa le pentole, non fa i coperchi, a volte però scrive i decreti del presidente del Consiglio dei ministri, i famigerati dpcm, e inserisce al loro interno un bug che può, potenzialmente, far saltare tutto. Oppure lancia delle campagne televisive per la rieducazione dei cittadini, violando quelle stesse norme che vengono sbandierate in diretta tv, lasciando negli italiani la spiacevole sensazione di essere vittime di una colossale presa per i fondelli. Ma andiamo con ordine. Il decreto del 7 ottobre 2020, entrato in vigore ieri, che riguarda le «Misure urgenti connesse con la proroga della dichiarazione dello stato di emergenza». È il dpcm che rende obbligatorio portare sempre con noi la mascherina, e indossarla anche all'aperto, oltre che nei luoghi chiusi che non siano abitazioni private. Bene (anzi, molto male): leggendo il testo del dpcm, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, spunta una contraddizione che dal punto di vista normativo appare gigantesca e foriera di possibili ricorsi. L'articolo 1, lettera b, recita così: «Al comma 2, dopo la lettera hh) è aggiunta la seguente: «hh -bis) obbligo di avere sempre con sé dispositivi di protezione delle vie respiratorie, con possibilità di prevederne l'obbligatorietà dell'utilizzo nei luoghi al chiuso diversi dalle abitazioni private e in tutti i luoghi all'aperto a eccezione dei casi in cui, per le caratteristiche dei luoghi o per le circostanze di fatto, sia garantita in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi, e comunque con salvezza dei protocolli e delle linee guida anti contagio previsti per le attività economiche, produttive, amministrative e sociali, nonché delle linee guida per il consumo di cibi e bevande, restando esclusi da detti obblighi: 1) i soggetti che stanno svolgendo attività sportiva; 2) i bambini di età inferiore ai sei anni; 3) i soggetti con patologie o disabilità incompatibili con l'uso della mascherina, nonché coloro che per interagire con i predetti versino nella stessa incompatibilità». Lo riportiamo integralmente perché è molto importante leggerlo tutto. All'inizio, come vedete, a proposito delle mascherine, si parla di «possibilità di prevederne l'obbligatorietà dell'utilizzo». Possibilità di prevederne l'obbligo, non certezza. All'articolo 5, però, il concetto cambia: «Nelle more», si legge, «dell'adozione dei decreti del presidente del Cdm ai sensi dell'articolo 2, comma 1, del decreto legge n. 19 del 2020, e comunque non oltre il 15 ottobre 2020, continuano ad applicarsi le misure previste nel decreto del presidente del Cdm del 7 settembre 2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 7 settembre 2020, n. 222, nonché le ulteriori misure, di cui all'articolo 1, comma 2, lettera hh - bis ), del decreto legge n. 19 del 2020, come introdotta dal presente decreto, dell'obbligo di avere sempre con sé un dispositivo di protezione delle vie respiratorie, nonché dell'obbligo di indossarlo nei luoghi al chiuso diversi dalle abitazioni private e in tutti i luoghi all'aperto a eccezione dei casi in cui, per le caratteristiche del luogo o per le circostanze di fatto, sia garantita in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi (poi continua come all'art. 1, ndr)».Notate qualcosa? A proposito delle mascherine, la «possibilità di prevederne l'obbligatorietà dell'utilizzo» nei luoghi al chiuso e così via, come scritto nell'articolo 1, diventa «l'obbligo di indossarlo nei luoghi al chiuso» nell'articolo 5. Non è più una possibilità, ma una imposizione. Capirete bene che una tale contraddizione è, dal punto di vista sia formale che sostanziale, assolutamente allucinante. Un comportamento che ha la possibilità di essere obbligatorio è un concetto molto diverso da un obbligo vero e proprio. Quale dei due articoli del Dpcm è quello valido? Il primo, che parla di possibilità, o il quinto, che parla di obbligo? Non si sa: quello che è certo è che siamo di fronte a una difformità tra i due articoli dello stesso dpcm che rappresenta l'ennesima prova della confusione che caratterizza il governo, che sembra più impegnato a prorogare lo stato di emergenza che a varare provvedimenti chiari. Non solo, il paradosso è che mentre nelle città - la Milano di Beppe Sala in primis - si sono inaspriti i controlli e sono scattate le multe a tappeto per punire i cittadini privi di mascherine all'aperto, le stesse tv (a partire dai principali telegiornali) che stanno facendo le crociate per rieducare gli italiani al rispetto delle norme anti Covid, stanno violando bellamente l'obbligo di indossare i dispositivi di protezione, come se gli studi televisivi fossero delle abitazioni private. Ma c'è un altro spunto interessante di discussione e di ragionamento, rappresentato da un'intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera da Alberto Villani, presidente della Società italiana di pediatria e membro del Comitato tecnico scientifico. «L'obbligo di indossare la mascherina all'aperto», dice Villani, «è un richiamo. Non importa se scientificamente ha senso oppure no. È un segnale di attenzione per noi stessi e per la comunità». Non importa se scientificamente ha senso oppure no, dice un esponente del Comitato tecnico scientifico, sull'uso della mascherina all'aperto. Sembra di vivere in un film di fantascienza. Ma se il Cts prende decisioni così impattanti sulla vita quotidiana, come l'obbligo di indossare la mascherina all'aperto, ammettendo che scientificamente queste decisioni non hanno senso, a che serve? A terrorizzare i cittadini? A mantenere in piedi il governo avallandone tutti i provvedimenti? Siamo, come è evidente, alla follia totale o alla malafede, e non si sa quale delle due ipotesi sia la più funesta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/caos-mascherine-giallorossi-in-panne-sullobbligo-e-le-tv-ignorano-il-decreto-2648142443.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-governo-in-imbarazzo-per-i-ritardi-fa-lo-scaricabarile-con-le-regioni" data-post-id="2648142443" data-published-at="1602181263" data-use-pagination="False"> Il governo in imbarazzo per i ritardi fa lo scaricabarile con le Regioni Il metodo è ormai collaudatissimo, e la ditta Conte-Casalino lo ha brevettato da mesi, con l'ausilio di virologi e consulenti pronti a scatenarsi a reti unificate come cavalieri dell'apocalisse: se ci sono buone notizie, è merito dell'azione del governo; se invece ci sono cattive notizie, è colpa - alternativamente - o degli italiani indisciplinati, smascherinati, assembrati, comunque da ammonire e rieducare pure in casa loro, oppure delle Regioni disobbedienti e non disposte a uniformarsi ai diktat di Roma. In realtà, basterebbe un po' di memoria per rendere ridicolo, oltre che falso, questo storytelling: proprio la sacrosanta autonomia regionale e la relativa competenza in materia sanitaria permisero al Veneto di Luca Zaia, all'inizio della prima ondata, di adottare la strategia opposta a quella (sballata) suggerita dal governo centrale, mentre il consulente del ministro Roberto Speranza, Walter Ricciardi, insisteva affinché i tamponi non fossero praticati agli asintomatici. In ogni caso, circa otto mesi dopo, la storia si ripete, e ieri è ripartita la macchina di colpevolizzazione delle Regioni. Ma il meccanismo volto a mettere le mani avanti è fin troppo scoperto. Si pensi alla più clamorosa prova di impreparazione del governo nazionale, quella relativa al nuovo bando per le terapie intensive, scattato solo a inizio ottobre, con offerte che saranno aperte fino al 12 del mese, e quindi, realisticamente, con i lavori che inizieranno soltanto a fine ottobre. La colpa del governo è assoluta e inescusabile: prima ha passato tutta l'estate a minacciare una seconda ondata del contagio, e poi rischia di far mancare proprio il presidio decisivo per i malati più gravi, se i numeri cresceranno. Bene, cioè male: cosa ha provato a dire ieri il governo? Che sono state le Regioni a far arrivare in ritardo i loro piani ed esigenze in materia di terapie intensive. Come se qualcuno avesse impedito all'esecutivo di anticipare i tempi della gara. Ma, incuranti di ogni contraddizione, quelli del governo hanno già iniziato a sparare. Ecco Ricciardi intervistato ieri sulla Stampa, con l'accusa alle Regioni di aver «dormito»: «Siamo sulla lama di un rasoio: se non interveniamo subito, tra due o tre settimane rischiamo di ritrovarci come in Francia, Spagna e Uk». Sull'attività di testing «molte Regioni si sono addormentate e si è fatto poco o nulla. Ora, con i ricoveri per influenza, negli ospedali si rischia il caos». E poi l'ennesimo affondo ieri su Rai 3: «Alcune Regioni funzionano malissimo anche in tempo di pace». Un altro piromane è il ministro Francesco Boccia, che dovrebbe per definizione agire da pompiere, in quanto titolare proprio dei rapporti con le Regioni. Eppure, ieri sul Corriere, ha difeso un approccio tipicamente anti autonomia, e cioè la scelta di consentire alle Regioni solo modifiche in senso restrittivo della normativa nazionale: «È stato ripristinato un modello di successo. In una fase critica c'è più sicurezza se i territori possono adottare solo ordinanze restrittive». E ancora, in un crescendo abbastanza ideologico e surreale: «Quando metti al primo posto la salute e non il business devi avere un modello più rigoroso». Concetto due volte discutibile: una prima volta perché fa pensare che la salute stia a cuore solo a Conte e ai suoi ministri, e non ai governatori; e una seconda volta perché proprio alle Regioni - invece - si deve la correzione in più occasioni delle norme lunari varate dal governo (si pensi, alla fine del primo lockdown, alla prima cervellotica versione nazionale delle norme su spiagge e ristoranti, poi modificate grazie al pressing delle Regioni). La sensazione è duplice: da un lato, che si prepari già la narrazione dello scaricabarile per coprire gli insuccessi dei vari supercommissari alla Arcuri (fallimentare in tutto ciò che tocca, dai banchi alle mascherine); e dall'altro, quando questa vicenda sarà conclusa, che ci sia un tentativo di ricentralizzare la sanità, per mettere le mani di Roma sulla più importante delle competenze regionali, e anche per limitare il potere negoziale delle Regioni sul tema dell'autonomia, non a caso sempre scansato dal governo giallorosso (e già osteggiato dai grillini anche durante l'esperienza gialloblù). Ma questa torsione centralista ha suscitato una reazione. Nei giorni scorsi hanno alzato la voce i governatori di centrodestra (da Luca Zaia a Giovanni Toti), mentre ieri ha risposto con durezza anche Stefano Bonaccini, governatore Pd dell'Emilia Romagna e presidente della Conferenza delle Regioni: «Le Regioni rivendicano il ruolo istituzionale importante svolto nella gestione della emergenza e hanno sempre anteposto a qualsiasi polemica politica la necessità di un'attiva collaborazione con governo e con autonomie locali». In questa dichiarazione si coglie senz'altro il ruolo di rappresentanza di tutte le Regioni che Bonaccini svolge. Ma - di tutta evidenza - c'è pure un aspetto politico difficilmente negabile: l'uomo lavora, in tempi da definire, a una sua potenziale leadership alternativa nel Pd, e sceglie un terreno di netta distinzione dal governo, e cioè la difesa a tutto tondo delle autonomie regionali. Quanto a Conte, come al solito, dice una cosa e ne fa un'altra. Proprio mentre i suoi orchestrano l'operazione politica e mediatica per colpevolizzare i governatori, lui finge di lavorare per la concordia: «Nel nostro sistema il punto di forza è stata la capacità di dialogare costantemente tra livello nazionale e enti territoriali. Ieri c'è stata l'ennesima riunione con i ministri Boccia e Speranza: c'è stata un'ampia condivisione e quindi debbo ringraziare le Regioni e le province autonome per questa proficua collaborazione». Ma chi può credergli?
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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