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2020-10-09
In tv violano il decreto sulle mascherine
Ansa
Il diavolo fa le pentole, non fa i coperchi, a volte però scrive i decreti del presidente del Consiglio dei ministri, i famigerati dpcm, e inserisce al loro interno un bug che può, potenzialmente, far saltare tutto. Oppure lancia delle campagne televisive per la rieducazione dei cittadini, violando quelle stesse norme che vengono sbandierate in diretta tv, lasciando negli italiani la spiacevole sensazione di essere vittime di una colossale presa per i fondelli.
Ma andiamo con ordine. Il decreto del 7 ottobre 2020, entrato in vigore ieri, che riguarda le «Misure urgenti connesse con la proroga della dichiarazione dello stato di emergenza». È il dpcm che rende obbligatorio portare sempre con noi la mascherina, e indossarla anche all'aperto, oltre che nei luoghi chiusi che non siano abitazioni private. Bene (anzi, molto male): leggendo il testo del dpcm, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, spunta una contraddizione che dal punto di vista normativo appare gigantesca e foriera di possibili ricorsi.
L'articolo 1, lettera b, recita così: «Al comma 2, dopo la lettera hh) è aggiunta la seguente: «hh -bis) obbligo di avere sempre con sé dispositivi di protezione delle vie respiratorie, con possibilità di prevederne l'obbligatorietà dell'utilizzo nei luoghi al chiuso diversi dalle abitazioni private e in tutti i luoghi all'aperto a eccezione dei casi in cui, per le caratteristiche dei luoghi o per le circostanze di fatto, sia garantita in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi, e comunque con salvezza dei protocolli e delle linee guida anti contagio previsti per le attività economiche, produttive, amministrative e sociali, nonché delle linee guida per il consumo di cibi e bevande, restando esclusi da detti obblighi: 1) i soggetti che stanno svolgendo attività sportiva; 2) i bambini di età inferiore ai sei anni; 3) i soggetti con patologie o disabilità incompatibili con l'uso della mascherina, nonché coloro che per interagire con i predetti versino nella stessa incompatibilità». Lo riportiamo integralmente perché è molto importante leggerlo tutto. All'inizio, come vedete, a proposito delle mascherine, si parla di «possibilità di prevederne l'obbligatorietà dell'utilizzo». Possibilità di prevederne l'obbligo, non certezza.
All'articolo 5, però, il concetto cambia: «Nelle more», si legge, «dell'adozione dei decreti del presidente del Cdm ai sensi dell'articolo 2, comma 1, del decreto legge n. 19 del 2020, e comunque non oltre il 15 ottobre 2020, continuano ad applicarsi le misure previste nel decreto del presidente del Cdm del 7 settembre 2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 7 settembre 2020, n. 222, nonché le ulteriori misure, di cui all'articolo 1, comma 2, lettera hh - bis ), del decreto legge n. 19 del 2020, come introdotta dal presente decreto, dell'obbligo di avere sempre con sé un dispositivo di protezione delle vie respiratorie, nonché dell'obbligo di indossarlo nei luoghi al chiuso diversi dalle abitazioni private e in tutti i luoghi all'aperto a eccezione dei casi in cui, per le caratteristiche del luogo o per le circostanze di fatto, sia garantita in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi (poi continua come all'art. 1, ndr)».
Notate qualcosa? A proposito delle mascherine, la «possibilità di prevederne l'obbligatorietà dell'utilizzo» nei luoghi al chiuso e così via, come scritto nell'articolo 1, diventa «l'obbligo di indossarlo nei luoghi al chiuso» nell'articolo 5. Non è più una possibilità, ma una imposizione. Capirete bene che una tale contraddizione è, dal punto di vista sia formale che sostanziale, assolutamente allucinante. Un comportamento che ha la possibilità di essere obbligatorio è un concetto molto diverso da un obbligo vero e proprio. Quale dei due articoli del Dpcm è quello valido? Il primo, che parla di possibilità, o il quinto, che parla di obbligo? Non si sa: quello che è certo è che siamo di fronte a una difformità tra i due articoli dello stesso dpcm che rappresenta l'ennesima prova della confusione che caratterizza il governo, che sembra più impegnato a prorogare lo stato di emergenza che a varare provvedimenti chiari. Non solo, il paradosso è che mentre nelle città - la Milano di Beppe Sala in primis - si sono inaspriti i controlli e sono scattate le multe a tappeto per punire i cittadini privi di mascherine all'aperto, le stesse tv (a partire dai principali telegiornali) che stanno facendo le crociate per rieducare gli italiani al rispetto delle norme anti Covid, stanno violando bellamente l'obbligo di indossare i dispositivi di protezione, come se gli studi televisivi fossero delle abitazioni private.
Ma c'è un altro spunto interessante di discussione e di ragionamento, rappresentato da un'intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera da Alberto Villani, presidente della Società italiana di pediatria e membro del Comitato tecnico scientifico. «L'obbligo di indossare la mascherina all'aperto», dice Villani, «è un richiamo. Non importa se scientificamente ha senso oppure no. È un segnale di attenzione per noi stessi e per la comunità». Non importa se scientificamente ha senso oppure no, dice un esponente del Comitato tecnico scientifico, sull'uso della mascherina all'aperto. Sembra di vivere in un film di fantascienza. Ma se il Cts prende decisioni così impattanti sulla vita quotidiana, come l'obbligo di indossare la mascherina all'aperto, ammettendo che scientificamente queste decisioni non hanno senso, a che serve? A terrorizzare i cittadini? A mantenere in piedi il governo avallandone tutti i provvedimenti? Siamo, come è evidente, alla follia totale o alla malafede, e non si sa quale delle due ipotesi sia la più funesta.
Il governo in imbarazzo per i ritardi fa lo scaricabarile con le Regioni
Il metodo è ormai collaudatissimo, e la ditta Conte-Casalino lo ha brevettato da mesi, con l'ausilio di virologi e consulenti pronti a scatenarsi a reti unificate come cavalieri dell'apocalisse: se ci sono buone notizie, è merito dell'azione del governo; se invece ci sono cattive notizie, è colpa - alternativamente - o degli italiani indisciplinati, smascherinati, assembrati, comunque da ammonire e rieducare pure in casa loro, oppure delle Regioni disobbedienti e non disposte a uniformarsi ai diktat di Roma.
In realtà, basterebbe un po' di memoria per rendere ridicolo, oltre che falso, questo storytelling: proprio la sacrosanta autonomia regionale e la relativa competenza in materia sanitaria permisero al Veneto di Luca Zaia, all'inizio della prima ondata, di adottare la strategia opposta a quella (sballata) suggerita dal governo centrale, mentre il consulente del ministro Roberto Speranza, Walter Ricciardi, insisteva affinché i tamponi non fossero praticati agli asintomatici.
In ogni caso, circa otto mesi dopo, la storia si ripete, e ieri è ripartita la macchina di colpevolizzazione delle Regioni. Ma il meccanismo volto a mettere le mani avanti è fin troppo scoperto. Si pensi alla più clamorosa prova di impreparazione del governo nazionale, quella relativa al nuovo bando per le terapie intensive, scattato solo a inizio ottobre, con offerte che saranno aperte fino al 12 del mese, e quindi, realisticamente, con i lavori che inizieranno soltanto a fine ottobre. La colpa del governo è assoluta e inescusabile: prima ha passato tutta l'estate a minacciare una seconda ondata del contagio, e poi rischia di far mancare proprio il presidio decisivo per i malati più gravi, se i numeri cresceranno. Bene, cioè male: cosa ha provato a dire ieri il governo? Che sono state le Regioni a far arrivare in ritardo i loro piani ed esigenze in materia di terapie intensive. Come se qualcuno avesse impedito all'esecutivo di anticipare i tempi della gara.
Ma, incuranti di ogni contraddizione, quelli del governo hanno già iniziato a sparare. Ecco Ricciardi intervistato ieri sulla Stampa, con l'accusa alle Regioni di aver «dormito»: «Siamo sulla lama di un rasoio: se non interveniamo subito, tra due o tre settimane rischiamo di ritrovarci come in Francia, Spagna e Uk». Sull'attività di testing «molte Regioni si sono addormentate e si è fatto poco o nulla. Ora, con i ricoveri per influenza, negli ospedali si rischia il caos». E poi l'ennesimo affondo ieri su Rai 3: «Alcune Regioni funzionano malissimo anche in tempo di pace».
Un altro piromane è il ministro Francesco Boccia, che dovrebbe per definizione agire da pompiere, in quanto titolare proprio dei rapporti con le Regioni. Eppure, ieri sul Corriere, ha difeso un approccio tipicamente anti autonomia, e cioè la scelta di consentire alle Regioni solo modifiche in senso restrittivo della normativa nazionale: «È stato ripristinato un modello di successo. In una fase critica c'è più sicurezza se i territori possono adottare solo ordinanze restrittive». E ancora, in un crescendo abbastanza ideologico e surreale: «Quando metti al primo posto la salute e non il business devi avere un modello più rigoroso». Concetto due volte discutibile: una prima volta perché fa pensare che la salute stia a cuore solo a Conte e ai suoi ministri, e non ai governatori; e una seconda volta perché proprio alle Regioni - invece - si deve la correzione in più occasioni delle norme lunari varate dal governo (si pensi, alla fine del primo lockdown, alla prima cervellotica versione nazionale delle norme su spiagge e ristoranti, poi modificate grazie al pressing delle Regioni).
La sensazione è duplice: da un lato, che si prepari già la narrazione dello scaricabarile per coprire gli insuccessi dei vari supercommissari alla Arcuri (fallimentare in tutto ciò che tocca, dai banchi alle mascherine); e dall'altro, quando questa vicenda sarà conclusa, che ci sia un tentativo di ricentralizzare la sanità, per mettere le mani di Roma sulla più importante delle competenze regionali, e anche per limitare il potere negoziale delle Regioni sul tema dell'autonomia, non a caso sempre scansato dal governo giallorosso (e già osteggiato dai grillini anche durante l'esperienza gialloblù).
Ma questa torsione centralista ha suscitato una reazione. Nei giorni scorsi hanno alzato la voce i governatori di centrodestra (da Luca Zaia a Giovanni Toti), mentre ieri ha risposto con durezza anche Stefano Bonaccini, governatore Pd dell'Emilia Romagna e presidente della Conferenza delle Regioni: «Le Regioni rivendicano il ruolo istituzionale importante svolto nella gestione della emergenza e hanno sempre anteposto a qualsiasi polemica politica la necessità di un'attiva collaborazione con governo e con autonomie locali».
In questa dichiarazione si coglie senz'altro il ruolo di rappresentanza di tutte le Regioni che Bonaccini svolge. Ma - di tutta evidenza - c'è pure un aspetto politico difficilmente negabile: l'uomo lavora, in tempi da definire, a una sua potenziale leadership alternativa nel Pd, e sceglie un terreno di netta distinzione dal governo, e cioè la difesa a tutto tondo delle autonomie regionali.
Quanto a Conte, come al solito, dice una cosa e ne fa un'altra. Proprio mentre i suoi orchestrano l'operazione politica e mediatica per colpevolizzare i governatori, lui finge di lavorare per la concordia: «Nel nostro sistema il punto di forza è stata la capacità di dialogare costantemente tra livello nazionale e enti territoriali. Ieri c'è stata l'ennesima riunione con i ministri Boccia e Speranza: c'è stata un'ampia condivisione e quindi debbo ringraziare le Regioni e le province autonome per questa proficua collaborazione». Ma chi può credergli?
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Multe per strade mentre nessuno le indossa in diretta. Errori nel dpcm. E il Cts ammette: «Norme senza basi scientifiche»Dopo aver perso tempo fino a ottobre sui bandi per le nuove terapie intensive, Walter Ricciardi e Francesco Boccia attaccano le autonomie: «Hanno dormito». Ma Stefano Bonaccini non ci sta: «Rivendichiamo il nostro ruolo». E Giuseppe Conte si eclissaLo speciale contiene due articoliIl diavolo fa le pentole, non fa i coperchi, a volte però scrive i decreti del presidente del Consiglio dei ministri, i famigerati dpcm, e inserisce al loro interno un bug che può, potenzialmente, far saltare tutto. Oppure lancia delle campagne televisive per la rieducazione dei cittadini, violando quelle stesse norme che vengono sbandierate in diretta tv, lasciando negli italiani la spiacevole sensazione di essere vittime di una colossale presa per i fondelli. Ma andiamo con ordine. Il decreto del 7 ottobre 2020, entrato in vigore ieri, che riguarda le «Misure urgenti connesse con la proroga della dichiarazione dello stato di emergenza». È il dpcm che rende obbligatorio portare sempre con noi la mascherina, e indossarla anche all'aperto, oltre che nei luoghi chiusi che non siano abitazioni private. Bene (anzi, molto male): leggendo il testo del dpcm, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, spunta una contraddizione che dal punto di vista normativo appare gigantesca e foriera di possibili ricorsi. L'articolo 1, lettera b, recita così: «Al comma 2, dopo la lettera hh) è aggiunta la seguente: «hh -bis) obbligo di avere sempre con sé dispositivi di protezione delle vie respiratorie, con possibilità di prevederne l'obbligatorietà dell'utilizzo nei luoghi al chiuso diversi dalle abitazioni private e in tutti i luoghi all'aperto a eccezione dei casi in cui, per le caratteristiche dei luoghi o per le circostanze di fatto, sia garantita in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi, e comunque con salvezza dei protocolli e delle linee guida anti contagio previsti per le attività economiche, produttive, amministrative e sociali, nonché delle linee guida per il consumo di cibi e bevande, restando esclusi da detti obblighi: 1) i soggetti che stanno svolgendo attività sportiva; 2) i bambini di età inferiore ai sei anni; 3) i soggetti con patologie o disabilità incompatibili con l'uso della mascherina, nonché coloro che per interagire con i predetti versino nella stessa incompatibilità». Lo riportiamo integralmente perché è molto importante leggerlo tutto. All'inizio, come vedete, a proposito delle mascherine, si parla di «possibilità di prevederne l'obbligatorietà dell'utilizzo». Possibilità di prevederne l'obbligo, non certezza. All'articolo 5, però, il concetto cambia: «Nelle more», si legge, «dell'adozione dei decreti del presidente del Cdm ai sensi dell'articolo 2, comma 1, del decreto legge n. 19 del 2020, e comunque non oltre il 15 ottobre 2020, continuano ad applicarsi le misure previste nel decreto del presidente del Cdm del 7 settembre 2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 7 settembre 2020, n. 222, nonché le ulteriori misure, di cui all'articolo 1, comma 2, lettera hh - bis ), del decreto legge n. 19 del 2020, come introdotta dal presente decreto, dell'obbligo di avere sempre con sé un dispositivo di protezione delle vie respiratorie, nonché dell'obbligo di indossarlo nei luoghi al chiuso diversi dalle abitazioni private e in tutti i luoghi all'aperto a eccezione dei casi in cui, per le caratteristiche del luogo o per le circostanze di fatto, sia garantita in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi (poi continua come all'art. 1, ndr)».Notate qualcosa? A proposito delle mascherine, la «possibilità di prevederne l'obbligatorietà dell'utilizzo» nei luoghi al chiuso e così via, come scritto nell'articolo 1, diventa «l'obbligo di indossarlo nei luoghi al chiuso» nell'articolo 5. Non è più una possibilità, ma una imposizione. Capirete bene che una tale contraddizione è, dal punto di vista sia formale che sostanziale, assolutamente allucinante. Un comportamento che ha la possibilità di essere obbligatorio è un concetto molto diverso da un obbligo vero e proprio. Quale dei due articoli del Dpcm è quello valido? Il primo, che parla di possibilità, o il quinto, che parla di obbligo? Non si sa: quello che è certo è che siamo di fronte a una difformità tra i due articoli dello stesso dpcm che rappresenta l'ennesima prova della confusione che caratterizza il governo, che sembra più impegnato a prorogare lo stato di emergenza che a varare provvedimenti chiari. Non solo, il paradosso è che mentre nelle città - la Milano di Beppe Sala in primis - si sono inaspriti i controlli e sono scattate le multe a tappeto per punire i cittadini privi di mascherine all'aperto, le stesse tv (a partire dai principali telegiornali) che stanno facendo le crociate per rieducare gli italiani al rispetto delle norme anti Covid, stanno violando bellamente l'obbligo di indossare i dispositivi di protezione, come se gli studi televisivi fossero delle abitazioni private. Ma c'è un altro spunto interessante di discussione e di ragionamento, rappresentato da un'intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera da Alberto Villani, presidente della Società italiana di pediatria e membro del Comitato tecnico scientifico. «L'obbligo di indossare la mascherina all'aperto», dice Villani, «è un richiamo. Non importa se scientificamente ha senso oppure no. È un segnale di attenzione per noi stessi e per la comunità». Non importa se scientificamente ha senso oppure no, dice un esponente del Comitato tecnico scientifico, sull'uso della mascherina all'aperto. Sembra di vivere in un film di fantascienza. Ma se il Cts prende decisioni così impattanti sulla vita quotidiana, come l'obbligo di indossare la mascherina all'aperto, ammettendo che scientificamente queste decisioni non hanno senso, a che serve? A terrorizzare i cittadini? A mantenere in piedi il governo avallandone tutti i provvedimenti? Siamo, come è evidente, alla follia totale o alla malafede, e non si sa quale delle due ipotesi sia la più funesta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/caos-mascherine-giallorossi-in-panne-sullobbligo-e-le-tv-ignorano-il-decreto-2648142443.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-governo-in-imbarazzo-per-i-ritardi-fa-lo-scaricabarile-con-le-regioni" data-post-id="2648142443" data-published-at="1602181263" data-use-pagination="False"> Il governo in imbarazzo per i ritardi fa lo scaricabarile con le Regioni Il metodo è ormai collaudatissimo, e la ditta Conte-Casalino lo ha brevettato da mesi, con l'ausilio di virologi e consulenti pronti a scatenarsi a reti unificate come cavalieri dell'apocalisse: se ci sono buone notizie, è merito dell'azione del governo; se invece ci sono cattive notizie, è colpa - alternativamente - o degli italiani indisciplinati, smascherinati, assembrati, comunque da ammonire e rieducare pure in casa loro, oppure delle Regioni disobbedienti e non disposte a uniformarsi ai diktat di Roma. In realtà, basterebbe un po' di memoria per rendere ridicolo, oltre che falso, questo storytelling: proprio la sacrosanta autonomia regionale e la relativa competenza in materia sanitaria permisero al Veneto di Luca Zaia, all'inizio della prima ondata, di adottare la strategia opposta a quella (sballata) suggerita dal governo centrale, mentre il consulente del ministro Roberto Speranza, Walter Ricciardi, insisteva affinché i tamponi non fossero praticati agli asintomatici. In ogni caso, circa otto mesi dopo, la storia si ripete, e ieri è ripartita la macchina di colpevolizzazione delle Regioni. Ma il meccanismo volto a mettere le mani avanti è fin troppo scoperto. Si pensi alla più clamorosa prova di impreparazione del governo nazionale, quella relativa al nuovo bando per le terapie intensive, scattato solo a inizio ottobre, con offerte che saranno aperte fino al 12 del mese, e quindi, realisticamente, con i lavori che inizieranno soltanto a fine ottobre. La colpa del governo è assoluta e inescusabile: prima ha passato tutta l'estate a minacciare una seconda ondata del contagio, e poi rischia di far mancare proprio il presidio decisivo per i malati più gravi, se i numeri cresceranno. Bene, cioè male: cosa ha provato a dire ieri il governo? Che sono state le Regioni a far arrivare in ritardo i loro piani ed esigenze in materia di terapie intensive. Come se qualcuno avesse impedito all'esecutivo di anticipare i tempi della gara. Ma, incuranti di ogni contraddizione, quelli del governo hanno già iniziato a sparare. Ecco Ricciardi intervistato ieri sulla Stampa, con l'accusa alle Regioni di aver «dormito»: «Siamo sulla lama di un rasoio: se non interveniamo subito, tra due o tre settimane rischiamo di ritrovarci come in Francia, Spagna e Uk». Sull'attività di testing «molte Regioni si sono addormentate e si è fatto poco o nulla. Ora, con i ricoveri per influenza, negli ospedali si rischia il caos». E poi l'ennesimo affondo ieri su Rai 3: «Alcune Regioni funzionano malissimo anche in tempo di pace». Un altro piromane è il ministro Francesco Boccia, che dovrebbe per definizione agire da pompiere, in quanto titolare proprio dei rapporti con le Regioni. Eppure, ieri sul Corriere, ha difeso un approccio tipicamente anti autonomia, e cioè la scelta di consentire alle Regioni solo modifiche in senso restrittivo della normativa nazionale: «È stato ripristinato un modello di successo. In una fase critica c'è più sicurezza se i territori possono adottare solo ordinanze restrittive». E ancora, in un crescendo abbastanza ideologico e surreale: «Quando metti al primo posto la salute e non il business devi avere un modello più rigoroso». Concetto due volte discutibile: una prima volta perché fa pensare che la salute stia a cuore solo a Conte e ai suoi ministri, e non ai governatori; e una seconda volta perché proprio alle Regioni - invece - si deve la correzione in più occasioni delle norme lunari varate dal governo (si pensi, alla fine del primo lockdown, alla prima cervellotica versione nazionale delle norme su spiagge e ristoranti, poi modificate grazie al pressing delle Regioni). La sensazione è duplice: da un lato, che si prepari già la narrazione dello scaricabarile per coprire gli insuccessi dei vari supercommissari alla Arcuri (fallimentare in tutto ciò che tocca, dai banchi alle mascherine); e dall'altro, quando questa vicenda sarà conclusa, che ci sia un tentativo di ricentralizzare la sanità, per mettere le mani di Roma sulla più importante delle competenze regionali, e anche per limitare il potere negoziale delle Regioni sul tema dell'autonomia, non a caso sempre scansato dal governo giallorosso (e già osteggiato dai grillini anche durante l'esperienza gialloblù). Ma questa torsione centralista ha suscitato una reazione. Nei giorni scorsi hanno alzato la voce i governatori di centrodestra (da Luca Zaia a Giovanni Toti), mentre ieri ha risposto con durezza anche Stefano Bonaccini, governatore Pd dell'Emilia Romagna e presidente della Conferenza delle Regioni: «Le Regioni rivendicano il ruolo istituzionale importante svolto nella gestione della emergenza e hanno sempre anteposto a qualsiasi polemica politica la necessità di un'attiva collaborazione con governo e con autonomie locali». In questa dichiarazione si coglie senz'altro il ruolo di rappresentanza di tutte le Regioni che Bonaccini svolge. Ma - di tutta evidenza - c'è pure un aspetto politico difficilmente negabile: l'uomo lavora, in tempi da definire, a una sua potenziale leadership alternativa nel Pd, e sceglie un terreno di netta distinzione dal governo, e cioè la difesa a tutto tondo delle autonomie regionali. Quanto a Conte, come al solito, dice una cosa e ne fa un'altra. Proprio mentre i suoi orchestrano l'operazione politica e mediatica per colpevolizzare i governatori, lui finge di lavorare per la concordia: «Nel nostro sistema il punto di forza è stata la capacità di dialogare costantemente tra livello nazionale e enti territoriali. Ieri c'è stata l'ennesima riunione con i ministri Boccia e Speranza: c'è stata un'ampia condivisione e quindi debbo ringraziare le Regioni e le province autonome per questa proficua collaborazione». Ma chi può credergli?
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 19 maggio con Carlo Cambi
Dopo avere tentato di scaricare sul governo i clamorosi errori dell’alluvione (con Elly Schlein assessore regionale in prima fila); dopo aver provato ad attribuire a Roma i dolorosi tagli alla Sanità locale, conseguenza della voragine nei conti lasciata da Stefano Bonaccini; ecco che i leader del paradiso italiano dell’inclusione fallita si arrabattano per lasciare nelle mani del centrodestra il cerino acceso.
Il più goffo trapezista sotto il tendone del circo è anche il più importante. Ieri il presidente regionale Michele de Pascale ha trovato il modo in tv di accusare Giorgia Meloni e Matteo Salvini facendo surf sulla demagogia. «In un Paese che non riesce a gestire l’immigrazione, in cui la xenofobia e il razzismo sono presenti, c’è il rischio che una nuova generazione non si senta integrata». Sociologia spicciola davanti a un numero impressionante: l’Emilia-Romagna ha 579.000 stranieri, pari al 12,9% della popolazione, record italiano (la media nazionale è 9%). Con un’accoglienza diffusa moltiplicata negli anni, con una rincorsa al «grande abbraccio» che ha creato disagio sociale e nuovi schiavi ma anche carriere di dirigenti, lanciati verso il Nazareno con la benedizione del cardinal Matteo Zuppi.
Di fronte a un simile fallimento, De Pascale filosofeggia sull’impatto delle seconde generazioni. «Se non si fa funzionare in maniera corretta l’immigrazione si alimenta una spinta di odio. Perché alla fine, se un cittadino percepisce che non c’è capacità di gestione corretta nei flussi migratori, legittimamente può sviluppare un sentimento che gli fa dire: se non li sapete gestire mandateli via tutti». Sta parlando di sé stesso e non lo sa. O forse lo sa benissimo e tenta di aggrapparsi con le ventose ai vetri. Proprio la scorsa settimana la Regione Emilia Romagna ha pubblicato un rapporto di 75 pagine con i dati più freschi sul fenomeno migratorio (La Verità e pochi altri media ne hanno parlato), sottolineando che «17,4% è la quota di assistiti stranieri ai servizi di Salute Mentale nel 2022, confermato nel 2024. E il 9,5% (che passa al 23% per bambini e adolescenti) riguarda coloro che sono stati presi in carico dai servizi di neuropsichiatria». Nel 2010 questi ultimi erano il 12%.
Le motivazioni sono chiarissime: «I fattori riguardano situazioni di discriminazione e mancata accettazione sociale, povertà, disoccupazione, sradicamento dalla terra di origine e difficoltà ad intessere legami relazionali». Dove? A casa di De Pascale, a sua insaputa. Il commento finale del dossier non riesce a nascondere le criticità. «Si conferma la complessità del fenomeno migratorio: esso si compone di generazioni ormai anziane, ma il fenomeno riguarda anche un flusso in entrata di “nuovi arrivati” con un carico specifico di bisogni (richiedenti asilo, vittime di tratta e caporalato, ricongiungimenti familiari) per i quali si sono consolidate nel territorio regionale reti di accoglienza».
Era già tutto scritto. Assistenzialismo puro, centinaia di milioni sperperati per tenere in piedi carrozzoni sociali intrisi di demagogia. Invece di battersi il pugno chiuso sul petto, il governatore demonizza gli hub in Albania, aggiungendo: «Le norme approvate da questo governo rendono più difficile la regolarizzazione». Poi fa il Ponzio Pilato sulla patente del laureato che ha falciato i passanti. «Le patenti le rilascia il ministero del ministro Salvini, non la Regione Emilia-Romagna». Così può andare a dormire tranquillo, spalleggiato dal sindaco di Bologna, Matteo Lepore, che aggiunge: «È ora che il governo batta un colpo». Lo scaricabarile viene considerato sciacallaggio dal centrodestra. Giovanni Donzelli (Fdi): «Non è altro che un segno di poca dignità politica sollevare problemi sui fondi nazionali. Bisognerebbe chiedere conto al Comune di Modena e alla Regione che hanno tutte le competenze sui fondi socio-assistenziali. La sinistra in difficoltà ha trasformato in un comizio una tragedia con chiarissime responsabilità». La capogruppo Fdi in Regione, Marta Evangelisti, ricorda: «Salim El Koudri aveva già inviato mail con minacce contro i cristiani anni prima di essere preso in carico dai centri di salute mentale. Chi doveva vigilare? È preoccupante la permeabilità dei sistemi di accoglienza. La Regione continua a spendere milioni senza controlli seri e senza verificare davvero i risultati delle proprie politiche».
Anche l’europarlamentare Susanna Ceccardi (Lega) rimanda al mittente le accuse: «L’Europa è sotto assedio dell’islamismo radicale. Non parliamo più soltanto di minacce esterne ma di soggetti borderline, psicolabili, fanatici che crescono e si radicalizzano nelle nostre città, a causa delle politiche fallimentari portate avanti in questi anni». Il tendone del circo è caduto in testa a chi l’ha eretto, l’integrazione all’emiliana disintegra.
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