True
2023-07-03
Il calcio italiano si aggrappa alle donne. Nazionale femminile pronta per i mondiali
True
L'obiettivo minimo è superare il girone. L'obiettivo grande è confermare il quarto di finale del 2019. Il sogno è alzare l'asticella e stupire il mondo. Sono queste le ambizioni dell'Italia femminile alla vigilia della partenza per la Nuova Zelanda, dove il 20 luglio scatterà la nona edizione della coppa del mondo Fifa di calcio femminile, la terza per la nostra Nazionale dopo le partecipazioni a Cina 1991 e Francia 2019. In entrambe le circostanze il cammino proseguì fino ai quarti di finale, miglior risultato nella storia iridata per il nostro movimento femminile. Un piazzamento che se fosse confermato anche quest'anno, risulterebbe un successo, soprattutto dopo il poco brillante e deludente Europeo della scorsa estate che ha visto l'Italia eliminata nella fase a gironi, ultima dietro Francia, Belgio e Islanda.
In Australia e Nuova Zelanda, i due Pesi che ospiteranno la rassegna, le avversarie delle azzurre si chiameranno Argentina, Svezia e Sudafrica. L'esordio avverrà il 24 luglio alle ore 18 locali, le 8 del mattino in Italia, contro l'Albiceleste all'Eden Park di Auckland. Poi il 29 luglio alle 19:30 locali di Wellington sarà il turno delle scandinave, tra le favorite alla conquista del mondiale insieme a Stati Uniti (squadra campione in carica e ancora imbattuta nel 2023), Germania e Inghilterra. Il girone G si chiuderà il 2 agosto alle 19 locali, sempre a Wellington, contro il Sudafrica, nazionale che ha vinto la coppa d'Africa nel 2022. Quel giorno sapremo se l'avventura azzurra andrà avanti o si interromperà.
Intanto, per provare a fare meglio di dodici mesi fa e presentarsi in Nuova Zelanda al meglio, Milena Bertolini, che in molti danno all'ultimo grande appuntamento della sua carriera sulla panchina azzurra, ha puntato forte su un blocco di giocatrici che ha fatto bene nel corso della stagione appena conclusa, in particolare Roma e Juventus, con le giallorosse che hanno scucito lo scudetto dalla maglia bianconera dopo cinque titoli consecutivi. Dopo l'esclusione a sorpresa del capitano della Juventus Sara Gama, rimasta fuori dalle 32 pre-convocate per il ritiro di Brunico iniziato il 18 giugno, il ct ha sciolto gli ultimi dubbi dopo l'ultimo test amichevole disputato a Ferrara contro il Marocco, terminato 0-0. A rimanere fuori sono il portiere Katja Schroffenegger (Fiorentina), i difensori Julie Piga (Fc Fleury 91), Chiara Robustellini (Inter) e Valentina Bergamaschi (Milan), i centrocampisti Eva Schatzer (Juventus) e Flaminia Simonetti (Inter), e l'attaccante Martina Piemonte (Milan). Delle 25 selezionate, Beatrice Merlo (Inter) e Maria Luisa Filangeri (Sassuolo) rimarranno aggregate al gruppo per tutto il periodo di preparazione, con la possibilità di essere inserite nella lista ufficiale delle 23 entro il 10 luglio, in caso di infortunio dell'ultimo momento. Lista delle 23 di cui fanno parte i tre portieri Rachele Baldi (Fiorentina), Francesca Durante (Inter) e Laura Giuliani (Milan). Sette difensori: Elisa Bartoli (Roma), Lisa Boattin (Juventus), Lucia Di Guglielmo (Roma), Martina Lenzini (Juventus), Elena Linari (Roma), Benedetta Orsi (Sassuolo) e Cecilia Salvai (Juventus). Sei centrocampisti: Arianna Caruso (Juventus), Valentina Cernoia (Juventus), Giulia Dragoni (Barcellona), Manuela Giugliano (Roma), Giada Greggi (Roma) ed Emma Severini (Fiorentina). Sette attaccanti: Chiara Beccari (Juventus), Barbara Bonansea (Juventus), Sofia Cantore (Juventus), Valentina Giacinti (Roma), Cristiana Girelli (Juventus), Benedetta Glionna (Roma) e Annamaria Serturini (Roma).
L'ultimo test contro la selezione marocchina, che a sua volta sarà impegnata per la prima volta in un mondiale ed è inserita nel gruppo H con Germania, Colombia e Corea del Sud, ha fornito alla Bertolini le indicazioni in vista dell'appuntamento mondiale. Il ct azzurro ha commentato così il match in conferenza stampa: «Mi sono piaciute le giovani che sono entrate e hanno debuttato. Le ragazze hanno provato a fare quello che ci eravamo detti, ma probabilmente al primo tempo avevamo una pesantezza fisica. È normale, abbiamo fatto due settimane molto intense di lavoro, e quindi il fatto di non essere state molto fluide nel gioco penso sia dipeso dall'aspetto fisico. E poi anche un po' di tensione, perché comunque è l'ultima partita prima di partire per il mondiale, le aspettative. Dobbiamo sicuramente essere più cattive, determinate e affamate sotto porta, perché quando hai le occasioni le devi concretizzare e al mondiale non ne avremo tante». Aspetto emotivo che giocherà un ruolo importante secondo la Bertolini:« La tensione ci sarà sicuramente perché vai a fare un mondiale in un contesto bellissimo e in stadi con tanta gente, però è chiaro che da questo punto di vista abbiamo anche una maturità diversa come gruppo squadra, perché abbiamo giocatrici che hanno giocato la Champions, hanno fatto partite importanti e un mondiale». L'Italia, che ha staccato il biglietto per il mondiale 2023 dopo aver vinto senza troppe preoccupazioni il proprio gruppo di qualificazione europeo, con nove vittorie e una sconfitta, partirà domani per Auckland, a 20 giorni esatti dall'esordio contro l'Argentina, per adattarsi al meglio al fuso orario e al clima, e svolgere l'ultima parte di preparazione.
Gillette e Figc insieme per promuovere il calcio femminile in Italia

Da sinistra: Manuela Giugliano, Lisa Boattin, Valentina Giacinti, Barbara Bonansea, Elena Linari e Laura Giuliani insieme ai loro papà
In Italia oggi una donna su dodici gioca a calcio e addirittura una su venti se si parla di bambine. Sono i dati emersi da una ricerca sul calcio femminile commissionata da Gillette e condotta dall'Istituto di ricerca sociale e di marketing Eumetra, considerando un campione di 1.000 persone maggiorenni. La ricerca pubblicata lo scorso maggio ha evidenziato anche come il 50% dei genitori ritenga che il calcio non sia una disciplina sportiva adatta alle bambine in quanto si tratta di uno sport di contatto. Questi numeri ci dicono che in Italia c'è ancora molto da fare, soprattutto a livello culturale, per dare spinta a un movimento che in alcuni Paesi è addirittura superiore a quello maschile.
È in questo contesto che si inserisce l'iniziativa di Gillette La passione per il calcio non fa distinzioni. Un progetto avviato nel mese di maggio in collaborazione con Figc, con l'obiettivo di rafforzare l'impegno e il sostegno verso le atlete di questo sport in generale, e le azzurre della Nazionale che parteciperanno alla coppa del mondo Fifa 2023, in programma dal 20 luglio al 20 agosto in Nuova Zelanda e Australia. Ma l'intenzione del brand leader della rasatura e della Federazione italiana giuoco calcio è anche quella di contribuire a generare un impatto culturale positivo rispetto al calcio femminile e sostenere quindi in maniera sempre più concreta la base del movimento italiano verso il superamento di pregiudizi ancora oggi radicati. Un modo per rivolgersi a chi oggi è genitore, soprattutto al pubblico maschile che giudica il calcio femminile sulla base di uno stereotipo sì diminuito negli ultimi anni, ma non ancora del tutto crollato, ovvero quello secondo qui il calcio sarebbe uno sport esclusivo per gli uomini. Così non è, come dimostrato da queste atlete arrivate ad alti livelli dopo anni e anni di lotte e sacrifici, valse il 1° luglio del 2022 il raggiungimento dello status di professioniste. Una data storica che fa da spartiacque nel mondo del calcio femminile italiano, arrivata anche grazie all'exploit fatto dalla Nazionale ai precedenti mondiali del 2019 in Francia, quando Milena Bertolini e le sue ragazze arrivarono a sorpresa fino ai quarti di finale. Oggi le azzurre occupano il 14° posto nel ranking mondiale: una posizione di assoluto rispetto e prestigio in una classifica che vede al comando gli Stati Uniti (campioni del mondo in carica), davanti alla Svezia (una delle tre avversarie dell'Italia nel girone G ai mondiali 2023), e alla Germania. A dare un contributo molto importante alla causa in questi ultimi anni sono stati anche i club che finalmente hanno deciso di investire anche nelle squadre femminili: ha cominciato la Juventus con infrastrutture, staff e giocatrici che hanno portato alla conquista di cinque scudetti consecutivi dal 2018 al 2022, tre Coppa Italia e tre Supercoppe italiane. Ma anche la Roma, campione d'Italia quest'anno, Milan, Inter, Fiorentina e Sassuolo, che non a caso rappresentano il bacino d'utenza per la nostra Nazionale.
Sempre nell'ambito dell'iniziativa La passione per il calcio non fa distinzioni, sabato 1° luglio - a un anno esatto dall'entrata in vigore del professionismo nel calcio femminile - Gillette è scesa letteralmente in campo a fianco delle ragazze in occasione di Italia-Marocco, l'ultima amichevole prima della partenza per i mondiali. Al Paolo Mazza di Ferrara, davanti a 3.600 spettatori, la azzurre hanno pareggiato 0-0 per poi dedicarsi a un momento davvero emozionante insieme ai loro papà. Papà che insieme alle famiglie hanno concorso in maniera positiva alla carriera delle ragazze sostenendole nella scelta di diventare calciatrici, e hanno potuto assistere alla partita per la prima volta da bordocampo. Gillette ha puntato forte su questa scelta per coinvolgere la figura del genitore e trasmettere il messaggio chiave del progetto, che oltre agli appassionati e ai praticanti di questo sport, si rivolge soprattutto alle famiglie e in particolare ai papà. Dell'iniziativa promossa da Gillette, fa parte anche la campagna social #tifapertuafiglia, in cui il brand e le calciatrici della Nazionale protagoniste del progetto - Lisa Boattin, Barbara Bonansea, Valentina Giacinti, Laura Giuliani, Manuela Giugliano, Elena Linari - hanno sfidato tutti i papà d’Italia a realizzare un video in cui giocano a calcio con la propria figlia, per vincere il viaggio in Nuova Zelanda e assistere a una partita della coppa del mondo 2023. Anche dopo i Mondiali, Gillette sosterrà il settore attraverso una serie di attività e iniziative sul territorio nazionale, con l’obiettivo di raccontare il mondo del calcio alle bambine e alle loro famiglie. A raccontarlo, durante la conferenza stampa alla vigilia dell'amichevole contro il Marocco, è stato il direttore marketing di Gillette Italia Marco Centanni: «In collaborazione con la Federazione e il Settore giovanile e scolastico organizzeremo dei "Play days" a partire da fine settembre dove inviteremo più di 2.000 bambine in tante regioni italiane a giocare a calcio per coltivare i talenti delle giocatrici di domani». Si tratterà di eventi che avranno l’obiettivo di favorire la relazione tra bambine, famiglie e società locali e che si svolgeranno all’interno delle scuole calcio con attività ludico-sportive come gioco-partita su campi ridotti e challenge con la palla. «Il nostro progetto ha due blocchi: il primo lavora insieme alla federazione e alla nazionale di calcio femminile per generare un contributo culturale positivo, l'altra parte del progetto consiste nel lavoro sul territorio per dare un aiuto concreto e far provare il calcio femminile a tante bambine che si stanno avvicinando a questo mondo» - ha spiegato Centanni - «Vogliamo dare un contributo di responsabilità sociale e celebrare, portando come esempio, le famiglie che hanno supportato le calciatrici che oggi sono qui e giocheranno una competizione come quella del mondiale e ispireranno le giocatrici del domani».
Continua a leggereRiduci
Il 20 luglio scatta la rassegna iridata in Australia e Nuova Zelanda. Dopo l'ultimo test amichevole contro il Marocco a Ferrara, il ct Milena Bertolini ha scelto le 25 azzurre che domani partiranno per Auckland. Esordio il 24 contro l'Argentina, poi Svezia e Sudafrica.Con La passione per il calcio non fa distinzioni Gillette e Figc scendono in campo per abbattere lo stereotipo secondo cui il calcio in Italia è uno sport per soli maschi. Il direttore marketing di Gillette Italia Marco Centanni: «Celebriamo le famiglie che hanno supportato le calciatrici che giocheranno il mondiale e ispireranno quelle del futuro».Lo speciale contiene due articoli.L'obiettivo minimo è superare il girone. L'obiettivo grande è confermare il quarto di finale del 2019. Il sogno è alzare l'asticella e stupire il mondo. Sono queste le ambizioni dell'Italia femminile alla vigilia della partenza per la Nuova Zelanda, dove il 20 luglio scatterà la nona edizione della coppa del mondo Fifa di calcio femminile, la terza per la nostra Nazionale dopo le partecipazioni a Cina 1991 e Francia 2019. In entrambe le circostanze il cammino proseguì fino ai quarti di finale, miglior risultato nella storia iridata per il nostro movimento femminile. Un piazzamento che se fosse confermato anche quest'anno, risulterebbe un successo, soprattutto dopo il poco brillante e deludente Europeo della scorsa estate che ha visto l'Italia eliminata nella fase a gironi, ultima dietro Francia, Belgio e Islanda.In Australia e Nuova Zelanda, i due Pesi che ospiteranno la rassegna, le avversarie delle azzurre si chiameranno Argentina, Svezia e Sudafrica. L'esordio avverrà il 24 luglio alle ore 18 locali, le 8 del mattino in Italia, contro l'Albiceleste all'Eden Park di Auckland. Poi il 29 luglio alle 19:30 locali di Wellington sarà il turno delle scandinave, tra le favorite alla conquista del mondiale insieme a Stati Uniti (squadra campione in carica e ancora imbattuta nel 2023), Germania e Inghilterra. Il girone G si chiuderà il 2 agosto alle 19 locali, sempre a Wellington, contro il Sudafrica, nazionale che ha vinto la coppa d'Africa nel 2022. Quel giorno sapremo se l'avventura azzurra andrà avanti o si interromperà.Intanto, per provare a fare meglio di dodici mesi fa e presentarsi in Nuova Zelanda al meglio, Milena Bertolini, che in molti danno all'ultimo grande appuntamento della sua carriera sulla panchina azzurra, ha puntato forte su un blocco di giocatrici che ha fatto bene nel corso della stagione appena conclusa, in particolare Roma e Juventus, con le giallorosse che hanno scucito lo scudetto dalla maglia bianconera dopo cinque titoli consecutivi. Dopo l'esclusione a sorpresa del capitano della Juventus Sara Gama, rimasta fuori dalle 32 pre-convocate per il ritiro di Brunico iniziato il 18 giugno, il ct ha sciolto gli ultimi dubbi dopo l'ultimo test amichevole disputato a Ferrara contro il Marocco, terminato 0-0. A rimanere fuori sono il portiere Katja Schroffenegger (Fiorentina), i difensori Julie Piga (Fc Fleury 91), Chiara Robustellini (Inter) e Valentina Bergamaschi (Milan), i centrocampisti Eva Schatzer (Juventus) e Flaminia Simonetti (Inter), e l'attaccante Martina Piemonte (Milan). Delle 25 selezionate, Beatrice Merlo (Inter) e Maria Luisa Filangeri (Sassuolo) rimarranno aggregate al gruppo per tutto il periodo di preparazione, con la possibilità di essere inserite nella lista ufficiale delle 23 entro il 10 luglio, in caso di infortunio dell'ultimo momento. Lista delle 23 di cui fanno parte i tre portieri Rachele Baldi (Fiorentina), Francesca Durante (Inter) e Laura Giuliani (Milan). Sette difensori: Elisa Bartoli (Roma), Lisa Boattin (Juventus), Lucia Di Guglielmo (Roma), Martina Lenzini (Juventus), Elena Linari (Roma), Benedetta Orsi (Sassuolo) e Cecilia Salvai (Juventus). Sei centrocampisti: Arianna Caruso (Juventus), Valentina Cernoia (Juventus), Giulia Dragoni (Barcellona), Manuela Giugliano (Roma), Giada Greggi (Roma) ed Emma Severini (Fiorentina). Sette attaccanti: Chiara Beccari (Juventus), Barbara Bonansea (Juventus), Sofia Cantore (Juventus), Valentina Giacinti (Roma), Cristiana Girelli (Juventus), Benedetta Glionna (Roma) e Annamaria Serturini (Roma).L'ultimo test contro la selezione marocchina, che a sua volta sarà impegnata per la prima volta in un mondiale ed è inserita nel gruppo H con Germania, Colombia e Corea del Sud, ha fornito alla Bertolini le indicazioni in vista dell'appuntamento mondiale. Il ct azzurro ha commentato così il match in conferenza stampa: «Mi sono piaciute le giovani che sono entrate e hanno debuttato. Le ragazze hanno provato a fare quello che ci eravamo detti, ma probabilmente al primo tempo avevamo una pesantezza fisica. È normale, abbiamo fatto due settimane molto intense di lavoro, e quindi il fatto di non essere state molto fluide nel gioco penso sia dipeso dall'aspetto fisico. E poi anche un po' di tensione, perché comunque è l'ultima partita prima di partire per il mondiale, le aspettative. Dobbiamo sicuramente essere più cattive, determinate e affamate sotto porta, perché quando hai le occasioni le devi concretizzare e al mondiale non ne avremo tante». Aspetto emotivo che giocherà un ruolo importante secondo la Bertolini:« La tensione ci sarà sicuramente perché vai a fare un mondiale in un contesto bellissimo e in stadi con tanta gente, però è chiaro che da questo punto di vista abbiamo anche una maturità diversa come gruppo squadra, perché abbiamo giocatrici che hanno giocato la Champions, hanno fatto partite importanti e un mondiale». L'Italia, che ha staccato il biglietto per il mondiale 2023 dopo aver vinto senza troppe preoccupazioni il proprio gruppo di qualificazione europeo, con nove vittorie e una sconfitta, partirà domani per Auckland, a 20 giorni esatti dall'esordio contro l'Argentina, per adattarsi al meglio al fuso orario e al clima, e svolgere l'ultima parte di preparazione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/calcio-femminile-italia-mondiale-2023-2662217767.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gillette-e-figc-insieme-per-promuovere-il-calcio-femminile-in-italia" data-post-id="2662217767" data-published-at="1688399149" data-use-pagination="False"> Gillette e Figc insieme per promuovere il calcio femminile in Italia Da sinistra: Manuela Giugliano, Lisa Boattin, Valentina Giacinti, Barbara Bonansea, Elena Linari e Laura Giuliani insieme ai loro papà In Italia oggi una donna su dodici gioca a calcio e addirittura una su venti se si parla di bambine. Sono i dati emersi da una ricerca sul calcio femminile commissionata da Gillette e condotta dall'Istituto di ricerca sociale e di marketing Eumetra, considerando un campione di 1.000 persone maggiorenni. La ricerca pubblicata lo scorso maggio ha evidenziato anche come il 50% dei genitori ritenga che il calcio non sia una disciplina sportiva adatta alle bambine in quanto si tratta di uno sport di contatto. Questi numeri ci dicono che in Italia c'è ancora molto da fare, soprattutto a livello culturale, per dare spinta a un movimento che in alcuni Paesi è addirittura superiore a quello maschile.È in questo contesto che si inserisce l'iniziativa di Gillette La passione per il calcio non fa distinzioni. Un progetto avviato nel mese di maggio in collaborazione con Figc, con l'obiettivo di rafforzare l'impegno e il sostegno verso le atlete di questo sport in generale, e le azzurre della Nazionale che parteciperanno alla coppa del mondo Fifa 2023, in programma dal 20 luglio al 20 agosto in Nuova Zelanda e Australia. Ma l'intenzione del brand leader della rasatura e della Federazione italiana giuoco calcio è anche quella di contribuire a generare un impatto culturale positivo rispetto al calcio femminile e sostenere quindi in maniera sempre più concreta la base del movimento italiano verso il superamento di pregiudizi ancora oggi radicati. Un modo per rivolgersi a chi oggi è genitore, soprattutto al pubblico maschile che giudica il calcio femminile sulla base di uno stereotipo sì diminuito negli ultimi anni, ma non ancora del tutto crollato, ovvero quello secondo qui il calcio sarebbe uno sport esclusivo per gli uomini. Così non è, come dimostrato da queste atlete arrivate ad alti livelli dopo anni e anni di lotte e sacrifici, valse il 1° luglio del 2022 il raggiungimento dello status di professioniste. Una data storica che fa da spartiacque nel mondo del calcio femminile italiano, arrivata anche grazie all'exploit fatto dalla Nazionale ai precedenti mondiali del 2019 in Francia, quando Milena Bertolini e le sue ragazze arrivarono a sorpresa fino ai quarti di finale. Oggi le azzurre occupano il 14° posto nel ranking mondiale: una posizione di assoluto rispetto e prestigio in una classifica che vede al comando gli Stati Uniti (campioni del mondo in carica), davanti alla Svezia (una delle tre avversarie dell'Italia nel girone G ai mondiali 2023), e alla Germania. A dare un contributo molto importante alla causa in questi ultimi anni sono stati anche i club che finalmente hanno deciso di investire anche nelle squadre femminili: ha cominciato la Juventus con infrastrutture, staff e giocatrici che hanno portato alla conquista di cinque scudetti consecutivi dal 2018 al 2022, tre Coppa Italia e tre Supercoppe italiane. Ma anche la Roma, campione d'Italia quest'anno, Milan, Inter, Fiorentina e Sassuolo, che non a caso rappresentano il bacino d'utenza per la nostra Nazionale.Sempre nell'ambito dell'iniziativa La passione per il calcio non fa distinzioni, sabato 1° luglio - a un anno esatto dall'entrata in vigore del professionismo nel calcio femminile - Gillette è scesa letteralmente in campo a fianco delle ragazze in occasione di Italia-Marocco, l'ultima amichevole prima della partenza per i mondiali. Al Paolo Mazza di Ferrara, davanti a 3.600 spettatori, la azzurre hanno pareggiato 0-0 per poi dedicarsi a un momento davvero emozionante insieme ai loro papà. Papà che insieme alle famiglie hanno concorso in maniera positiva alla carriera delle ragazze sostenendole nella scelta di diventare calciatrici, e hanno potuto assistere alla partita per la prima volta da bordocampo. Gillette ha puntato forte su questa scelta per coinvolgere la figura del genitore e trasmettere il messaggio chiave del progetto, che oltre agli appassionati e ai praticanti di questo sport, si rivolge soprattutto alle famiglie e in particolare ai papà. Dell'iniziativa promossa da Gillette, fa parte anche la campagna social #tifapertuafiglia, in cui il brand e le calciatrici della Nazionale protagoniste del progetto - Lisa Boattin, Barbara Bonansea, Valentina Giacinti, Laura Giuliani, Manuela Giugliano, Elena Linari - hanno sfidato tutti i papà d’Italia a realizzare un video in cui giocano a calcio con la propria figlia, per vincere il viaggio in Nuova Zelanda e assistere a una partita della coppa del mondo 2023. Anche dopo i Mondiali, Gillette sosterrà il settore attraverso una serie di attività e iniziative sul territorio nazionale, con l’obiettivo di raccontare il mondo del calcio alle bambine e alle loro famiglie. A raccontarlo, durante la conferenza stampa alla vigilia dell'amichevole contro il Marocco, è stato il direttore marketing di Gillette Italia Marco Centanni: «In collaborazione con la Federazione e il Settore giovanile e scolastico organizzeremo dei "Play days" a partire da fine settembre dove inviteremo più di 2.000 bambine in tante regioni italiane a giocare a calcio per coltivare i talenti delle giocatrici di domani». Si tratterà di eventi che avranno l’obiettivo di favorire la relazione tra bambine, famiglie e società locali e che si svolgeranno all’interno delle scuole calcio con attività ludico-sportive come gioco-partita su campi ridotti e challenge con la palla. «Il nostro progetto ha due blocchi: il primo lavora insieme alla federazione e alla nazionale di calcio femminile per generare un contributo culturale positivo, l'altra parte del progetto consiste nel lavoro sul territorio per dare un aiuto concreto e far provare il calcio femminile a tante bambine che si stanno avvicinando a questo mondo» - ha spiegato Centanni - «Vogliamo dare un contributo di responsabilità sociale e celebrare, portando come esempio, le famiglie che hanno supportato le calciatrici che oggi sono qui e giocheranno una competizione come quella del mondiale e ispireranno le giocatrici del domani».
Solo che c’è un problemino: l’Ukrainska povstanska armiia, l’Esercito insurrezionale ucraino dell’acronimo, tra il 1943 e il 1945, insieme ai nazisti, perpetrò un autentico massacro contro i civili polacchi, ebrei inclusi, nelle regioni di Volinia, Galizia orientale, Polesia e Lublino. E lo fece con il sostegno della popolazione locale ucraina. Le vittime dell’Upa furono circa 100.000.
Perciò, stavolta, con l’ex comico, Tusk non riesce proprio a prenderla sul ridere. «La decisione di intitolare un’unità militare agli “Eroi dell’Upa”», ha tuonato il primo ministro di Varsavia, «è motivo di preoccupazione per le nostre relazioni e ferisce la nostra sensibilità storica». Stizzito pure il portavoce del ministero degli Esteri: «Questa decisione», ha lamentato Maciej Wewior, «offende la memoria delle vittime di questa organizzazione e mina il dialogo tra le nostre nazioni». La mossa di Zelensky ha mandato su tutte le furie anche il presidente della Repubblica polacco, Karol Nawrocki: il politico, vicino alla destra del partito Diritto e giustizia, si è detto «indignato» per la trovata di Zelensky, al quale ha proposto di «revocare l’Ordine dell’Aquila bianca», la più alta onorificenza nazionale, conferita al comandante in capo ucraino il 5 aprile 2023 dal predecessore di Nawrocki, Andrzej Duda. La questione sarà discussa l’8 giugno, quando si terrà la riunione del gruppo cavalleresco. Tusk, alla fine, ha provato a smorzare: «Se litighiamo sul passato, qualcun altro conquisterà il futuro. Il presidente dell’Ucraina deve finalmente capirlo. Anche il presidente della Polonia deve capirlo. Prima che sia troppo tardi». O prima che venga aperta l’autostrada che dovrebbe portare l’Ucraina nell’Unione europea. Alla faccia dello «Stato di diritto», già brandito come un grimaldello contro i governi sgraditi, dall’Ungheria alla stessa Polonia. Per non parlare della lotta alla corruzione: solo i socialisti spagnoli, su quel fronte, sembrano in grado di fare concorrenza all’esecutivo di Zelensky.
Nel bel mezzo di un conflitto in cui, per la prima volta da mesi, il Paese aggredito riprende l’iniziativa, anche grazie a una spregiudicata strategia di bombardamenti in profondità che non hanno risparmiato obiettivi civili, si è dunque riaccesa la polemica sulle ambigue origini del nazionalismo ucraino. Come ai tempi in cui, nelle acciaierie di Mariupol, il Battaglione Azov resisteva disperatamente agli assedianti russi, tra un’intervista agli ammirati reporter occidentali e una lettura edificante: i combattenti erano lodevolmente passati dal Mein Kampf al Mein Kant.
L’Upa, formazione paramilitare nata dopo l’aggressione nazista all’Unione sovietica, era legata all’Organizzazione dei nazionalisti ucraini, specie alla fazione di Stepan Bandera: collaborazionista, antisemita ossessionato dal complotto giudeo-bolscevico, eroe nazionale mancato, perché il titolo che gli fu assegnato nel 2010 dall’allora presidente, Viktor Yushchenko, venne annullato da un tribunale dopo le pesanti critiche di un’organizzazione per la memoria dell’Olocausto e dell’Unione europea. Che adesso tace imbarazzata e distratta dall’incidente del drone in Romania.
Sotto il comando di Roman Shukhevych, la milizia si rese protagonista della pulizia etnica a danno dei polacchi. L’Upa vedeva nell’invasione dei tedeschi l’opportunità di scalzare il dominatore sovietico e di fondare uno Stato nazionale; e in effetti, quando capì che l’indipendenza ucraina non era un interesse primario di Adolf Hitler, i suoi membri arrivarono a scontrarsi anche con le armate naziste.
Ufficialmente, Zelensky ha assegnato la qualifica che ha fatto infuriare Varsavia all’unità per le operazioni speciali Nord per i meriti nella difesa del Paese. Ma ciò che lascia davvero interdetti è un riferimento alla volontà di «ripristinare le tradizioni storiche dell’esercito nazionale». A Kiev - per fortuna di Kiev - non c’è Carlo Calenda, fresco di tatuaggio col simbolo delle forze armate ucraine, ma qui siamo ben oltre le provocazioni del generale Roberto Vannacci sulla X Mas: sarebbe come se Sergio Mattarella stabilisse che il Comsubin, il raggruppamento degli incursori di Marina, anziché a Teseo Tesei, debba essere intitolato a Junio Valerio Borghese, che guidò il corpo franco confluito nella Repubblica di Salò.
Tutto avviene, per di più, mentre l’Ucraina, candidata a entrare nell’Ue, si appresta a ricevere il prestito da 90 miliardi di euro, sbloccato grazie alla rimozione del veto ungherese da parte del nuovo premier, Péter Magyar. Il quale, a sua volta, otterrà 16 miliardi di fondi Ue congelati a Viktor Orbán, benché abbia incassato i complimenti del Cremlino, felice che Budapest continuerà a non inviare aiuti militari a Kiev. A questo punto, Magyar potrebbe persino venderselo come un gesto antifascista.
Continua a leggereRiduci
Paolo Gentiloni (Ansa)
Quando Sergio Mattarella lascerà il Quirinale per scadenza del mandato, il discendente dei conti di Filottrano, Cingoli, Macerata e Tolentino avrà 75 anni, uno in più di Pier Ferdinando Casini, ma a differenza dell’ex segretario dell’Udc transitato nelle liste del Pd, Er Moviola, come lo chiamano i compagni, ha un discreto numero di sponsor, che cominciano con Romano Prodi e finiscono con un po’ di cancellerie che contano. E poi, Camomilla (è questo l’altro suo soprannome) piace anche all’attuale inquilino del Quirinale, perché i due provengono dalla stessa parrocchia, quella dei democristiani di sinistra.
Dunque, essendo questa l’ambizione, Gentiloni è impegnato a segnalarsi come riserva della Repubblica, pronta all’uso in caso di bisogno. E per farlo non perde occasione di mettersi in mostra, anche a scapito degli interessi nazionali. L’ultima prodezza è di ieri, sulla Stampa. Con un’intervista al quotidiano torinese, l’ex commissario Ue si è schierato apertamente contro qualsiasi concessione di flessibilità sui conti pubblici, criticando la scelta di Giorgia Meloni. Non contento, ha pure aperto le porte all’Ucraina nell’Unione europea. Una scelta che, come abbiamo spiegato ieri, per il nostro Paese oltre a essere una beffa sarebbe una catastrofe, in quanto Kiev si accaparrerebbe gran parte dei fondi agricoli messi a disposizione da Bruxelles, sottraendoli ai nostri coltivatori.
Gentiloni non dice come uscire dalla crisi energetica che rischia di travolgere l’Europa e di conseguenza l’Italia, la quale, a differenza della Francia, non ha fonti alternative al gas. Non spiega come finanziare gli investimenti pubblici nell’Intelligenza artificiale, come sollecitato ieri dal governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta. No, l’erede dei conti di Filottrano eccetera, che deve le sue fortune alle bizze di Matteo Renzi (il quale lo nominò ministro degli Esteri per fare un dispetto a Lapo Pistelli, di cui il Rottamatore stesso era stato portaborse, quindi lo indicò a Mattarella come suo sostituto nella vana speranza che gli scaldasse la poltrona in vista delle elezioni), respinge in blocco qualsiasi richiesta disturbi l’amata Ursula von der Leyen. E definisce ridicola la pretesa di flessibilità sulle regole di bilancio. Secondo lui, l’Italia (e anche l’Europa) dovrebbe procedere dritta verso il baratro e lamenta che i fondi messi a disposizione da Bruxelles con il Pnrr siano stati investiti, più che nel cambiamento, nei condomini. «Poche riforme e troppi soldi concentrati in un settore come le costruzioni, che non eccelle per incrementi di produttività». L’ex commissario ed ex premier del Pd dimentica tuttavia di dire che il Piano di rilancio e resilienza finanziato dalla commissione Ue di cui anche lui faceva parte fu abbozzato dal governo Conte, sorretto dai voti del Partito democratico, e dal governo Draghi, di cui pure il suo schieramento faceva parte. E quando questo giornale pubblicò l’elenco dei progetti, tra i quali figuravano campi di padel, parcheggi nei cimiteri e altre opere di dubbia utilità, non ricordo sue prese di posizione per denunciare sperperi o criticare gli interventi. Eppure, Gentiloni aveva la delega per gli Affari economici. Né ho memoria di sue vibrate proteste contro il Superbonus, altra ideona del governo giallorosso. Adesso però lo smemorato di Filottrano, Cingoli, Macerata e Tolentino dice che la scelta di «drammatizzare» le nostre esigenze di bilancio non la capisce.
Noi purtroppo capiamo benissimo: anche di fronte a una delle crisi energetiche più gravi della storia, l’ex esponente del Pdup, Partito di unità proletaria, formazione di estrema sinistra in cui militò prima di fare comunella con Francesco Rutelli nella Margherita, preferisce difendere i suoi interessi invece di quelli nazionali.
Continua a leggereRiduci
Donald Trump (Ansa)
«L’Iran deve accettare di non dotarsi mai di armi nucleari o bombe atomiche. Lo Stretto di Hormuz deve essere immediatamente aperto, senza pedaggi, per il libero traffico marittimo in entrambe le direzioni», ha specificato il presidente statunitense, per poi aggiungere: «Tutte le mine acquatiche (bombe), se presenti, saranno neutralizzate (abbiamo già rimosso, tramite detonazione, numerose mine di questo tipo con i nostri potenti dragamine sottomarini). L’Iran completerà immediatamente la rimozione e/o la detonazione di tutte le mine rimanenti». «Le navi bloccate nello Stretto a causa del nostro blocco navale incredibile e senza precedenti, che ora verrà revocato, possono iniziare il processo di ritorno a casa!», ha proseguito. L’inquilino della Casa Bianca ha anche dichiarato che la «polvere nucleare» iraniana sarà «dissotterrata» e distrutta da Washington in coordinamento con l’Aiea e con la stessa Repubblica islamica.
L’altro ieri, Axios aveva riferito che Stati Uniti e Iran avevano raggiunto un accordo, ma che mancava ancora l’ok definitivo sia di Trump che della Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. Al di là dei dettagli già resi noti dalla testata, ieri il New York Times ha rivelato che, in caso, l’intesa prevedrebbe anche un fondo d’investimento postbellico da 300 miliardi di dollari, finalizzato alla ricostruzione economica di Teheran. Tutto questo, mentre, nella serata di mercoledì, era stato espresso cauto ottimismo da vari rappresentanti dell’amministrazione statunitense. «Non ci siamo ancora, ma ci siamo molto vicini. Continueremo a lavorarci su», aveva affermato JD Vance, riferendosi alla possibilità di un accordo tra Washington e Teheran. Al contempo, il vice capo dello staff della Casa Bianca, Stephen Miller, aveva detto che Trump risultava «direttamente e personalmente coinvolto nei negoziati». Nel frattempo, ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha ricevuto a Washington il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar. Non è del resto un mistero che il governo di Islamabad stia svolgendo un ruolo centrale per mediare un accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran.
Piuttosto fredda è invece apparsa la reazione di Teheran all’annuncio effettuato ieri dal presidente americano. Secondo l’agenzia di stampa iraniana Fars, la Repubblica islamica avrebbe, sì, confermato che l’accordo con gli Stati Uniti sarebbe nelle fasi finali di ratifica, ma ha anche aggiunto che non sarebbe stata ancora presa una decisione definitiva. La stessa testata ha inoltre riferito che, contrariamente a quanto asserito da Trump, nell’intesa non sarebbe prevista né la riapertura di Hormuz senza pedaggi né la distruzione del materiale atomico iraniano. Vale comunque la pena di ricordare che l’agenzia Fars è considerata assai vicina alle Guardie della rivoluzione: vale a dire a quel potere che, all’interno del regime khomeinista, è maggiormente favorevole a tenere la linea dura nei confronti degli Stati Uniti.
Un alto funzionario iraniano ha inoltre riferito a Reuters che le due parti avrebbero raggiunto una «intesa politica» ma che l’accordo vero e proprio non sarebbe ancora stato concluso. «Per quanto riguarda l’intesa, come ho detto parlando con voi, lo scambio di messaggi continua, ma non è stato ancora raggiunto un accordo definitivo», ha infine fatto sapere il ministero degli Esteri della Repubblica islamica.
Come che sia, nonostante i progressi diplomatici, Washington e Teheran non hanno rinunciato a mostrare i muscoli. Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Baqer Ghalibaf, ha detto che la Repubblica islamica «conquisterà i suoi diritti non attraverso il dialogo, ma con i missili». Dall’altra parte, il dipartimento del Tesoro americano ha imposto nuove sanzioni volte a colpire il greggio iraniano e, in particolare, le Guardie della rivoluzione. Al contempo, il dossier di Hormuz resta centrale. Proprio ieri, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha parlato con l’omologo dell’Oman, Badr Albusaidi, per discutere della «futura amministrazione» dello Stretto.
E così, mentre la situazione diplomatica ieri sera restava sospesa, i due contendenti tendono comunque ad avvicinarsi a causa dei rispettivi problemi. Trump ha necessità di chiudere il conflitto sia per scongiurare il pantano che per far abbassare il costo dell’energia. Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha invece bisogno di arrivare a un accordo per alleviare le significative sofferenze economiche in cui versa il regime khomeinista: in tal senso, nonostante l’opposizione dei pasdaran, spera nella diplomazia per ottenere la revoca delle sanzioni e lo sblocco dei fondi iraniani congelati. Vedremo quindi come si svilupperà la questione nelle prossime ore e nei prossimi giorni.
Continua a leggereRiduci
Vladimir Putin (Ansa)
Sono insorti i leader europei e la Nato dopo che un drone, già bollato come russo, ha invaso lo spazio aereo rumeno colpendo un condominio. Non hanno però battuto ciglio quando a sconfinare sono stati i velivoli senza pilota ucraini.
L’incidente è stato annunciato dal ministero della Difesa rumeno: mentre nella notte la Russia stava attaccando l’Ucraina «in prossimità del confine fluviale» con la Romania, «uno di questi droni è entrato nello spazio aereo rumeno, è stato seguito dal radar fino alla parte meridionale della città di Galati e si è schiantato sul tetto di un condominio, provocando un incendio». A essere feriti leggermente sono stati una donna e un bambino. Poco dopo, il generale di brigata rumeno Gheorghe Maxim ha rivelato che il velivolo senza pilota ha percorso 10 km a bassa quota, scomparendo dai radar dopo quattro minuti. Per il generale si è trattato di un intervallo di tempo troppo breve per qualsiasi risposta tempestiva. Secondo il presidente della Romania, Nicusor Dan, si tratta «del più grave incidente di sicurezza» nel Paese «dall’inizio della guerra». Ritenendo Mosca «responsabile», l’ha tacciata di dimostrare «un totale disprezzo per il diritto internazionale e per la sicurezza dei cittadini di uno Stato membro della Nato». Ha poi comunicato che l’Alleanza atlantica è pronta a trasferire una parte delle sue attrezzature della difesa alla Romania in via provvisoria. Peraltro, è stato reso noto che il ministero degli Interni rumeno ha ordinato due velivoli da trasporto tattico C-27J Spartan di Leonardo. Nel frattempo, Bucarest ha dichiarato il console generale della Russia a Costanza «persona non grata», chiudendo il consolato generale russo. Solo nel pomeriggio il ministero della Difesa rumeno ha riferito che il drone è «probabilmente un Geran 2 di provenienza russa». Dan ha in seguito dichiarato che il drone era stato colpito dalla difesa aerea ucraina, facendogli cambiare traiettoria. Dan ha tuttavia sottolineato che la responsabilità dell’incidente ricade sulla Russia. Nonostante le dure dichiarazioni, Bucarest non ha considerato l’incidente come un attacco. Maxim ha infatti affermato: «Non stiamo subendo un attacco contro la Romania. Stiamo subendo le conseguenze di un conflitto che si sta svolgendo nelle vicinanze del nostro confine». E pure lo stesso presidente rumeno ha detto che il drone faceva parte di «uno sciame» di 43 velivoli senza pilota diretti contro l’Ucraina. Fattori che non sono considerati dall’Alleanza atlantica e dall’Europa. Il susseguirsi di reazioni a cascata è stato immediato. Non si può dire che sia successo lo stesso quando i droni ucraini si sono spinti nello spazio aereo dei Paesi baltici. Solo a marzo in Estonia i velivoli senza pilota ucraini hanno colpito la ciminiera di una centrale elettrica, mentre un altro drone si è schiantato in Lettonia. A maggio si sono verificati episodi simili. E solo pochi giorni fa un drone ucraino è precipitato in un campo della Lituania.
Poco importa ai vertici del Vecchio continente. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha assicurato che l’Alleanza «è pronta a difendere ogni centimetro del territorio alleato», ribadendo che «il comportamento sconsiderato della Russia è un pericolo per tutti noi».
Per il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, Mosca «ha superato un altro limite». Per il Regno Unito si tratta di un atto «pericoloso e sconsiderato». Il premier Giorgia Meloni ha definito l’episodio come «un atto gravissimo che dimostra come questa guerra di aggressione non risparmi nessuno, ignorando ogni limite e mettendo a rischio la sicurezza europea». «L’incursione dimostra ancora una volta la volontà della Russia di inasprire la situazione» ha detto il cancelliere tedesco, Friedrich Merz. La reazione forse più realista è stata espressa dal primo ministro slovacco, Robert Fico: «In assenza di un dialogo tra l’Ue e la Russia, qualsiasi drone vagante potrebbe portare a un’escalation che potremmo non essere in grado di gestire».
In tutto ciò Mosca si è detta disponibile a condurre un’indagine obiettiva sul drone caduto. A dirlo è stato lo stesso presidente russo, Vladimir Putin, che ha anche ricordato che quando i droni ucraini hanno invaso gli spazi aerei, è stato sempre detto: «I russi stanno attaccando». Ha quindi assicurato che «la Russia non minaccia i Paesi europei». Riguardo all’origine del drone, lo zar ha messo sul tavolo l’ipotesi che si tratti di un velivolo senza pilota ucraino deviato dalle difese elettroniche. A intervenire con frasi provocatorie è stato invece il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev: «Cittadini dei Paesi dell’Ue, sappiate che le vostre autorità sono entrate unilateralmente in guerra con la Russia. Il sonno tranquillo è finito».
Sul fronte del negoziatore europeo, Putin ha sostenuto che «gli europei non hanno ancora proposto nessuno». Nel dietro le quinte, sembra che il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko stia spingendo l’omologo francese, Emmanuel Macron, ad assumere tali vesti. Lukashenko ha infatti rivelato di aver detto a Macron: «Sei al potere da tanti anni! E chi altro c’è? Merz è un politico molto giovane. Anche Starmer. In Italia c’è una donna primo ministro. Vuoi addossare questo peso a una donna? Sei la forza trainante in Europa oggi».
A Putin non importa di Kiev nell’Ue. L’unico veto è l’ingresso nella Nato
L’adesione dell’Ucraina all’Unione europea pare uno di quei dossier che mettono d’accordo (quasi) tutti. Oltre a esserne propensi Kiev e Bruxelles, anche Mosca acconsente. Non è una novità, i russi lo ripetono dall’inizio della guerra. La presentazione ufficiale della domanda risale al 28 febbraio 2022, poco dopo l’inizio dell’invasione russa, ma solo nelle prossime settimane, in vista del vertice dei leader Ue del 18-19 giugno, la Commissione europea aprirà i primi capitoli negoziali con Kiev.
S’è fatto sentire il cambio di governo a Budapest, dove l’avvento del nuovo premier ungherese Péter Magyar, che incontrerà il 2 giugno il cancelliere tedesco Friedrich Merz: scoglio del veto del predecessore Viktor Orbàn è sparito. Proprio i russi, gli acerrimi nemici dell’Ucraina, non si sono mai opposti all’adesione di Kiev. E ciò nonostante il fatto che, fra le origini della crisi ucraina, ci sia stata nel 2014 la rivolta di piazza Maidan che rovesciò il governo del filorusso Viktor Janukovic proprio avendo come scintilla un mancato accordo d’associazione fra Kiev e l’Ue. L’evento fece slittare l’Ucraina dalla storica sfera d’influenza russa a quella occidentale. Ma col tempo parve sempre più chiaro ai russi che il vero rischio non era economico, bensì strategico-militare, ovvero l’ingresso nell’Alleanza Atlantica.
Non a caso già durante i negoziati russo-ucraini di Istanbul, nel marzo-aprile 2022, poi andati a monte, Mosca si espresse per l’ok a Kiev nella UE, purché restasse neutrale e non aderisse mai alla Nato. Pochi mesi dopo, intervenendo il 17 giugno 2022 al Forum di San Pietroburgo, il presidente Vladimir Putin disse: «L’Ue non è un blocco politico-militare, a differenza della Nato, e non abbiamo nulla in contrario all’adesione». Ricordò tuttavia: «La struttura economica dell’Ucraina richiederà ingenti sussidi, rischia di diventare colonia dell’Ue».
Punto importante ancora oggi, poiché la constatazione che il devastato Paese necessiterà di enormi spese, contribuisce a fare dell’assenso al suo ingresso nell’Ue una carta positiva in mano ai russi che permette loro di mostrarsi in parte «magnanimi», offrendo un importante nulla osta, e nel contempo di scansare la ricostruzione, che, secondo le stime potrebbe richiedere 500 miliardi di dollari. Negli anni non si sono contate le asserzioni di Mosca in tal senso. Il 18 febbraio 2025 il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov ha detto che «l’adesione all’Ue è un diritto sovrano di Kiev». Poi, il 2 settembre successivo, ancora Putin, incontrando a Pechino il premier slovacco Robert Fico, a margine delle celebrazioni per la fine della Seconda Guerra Mondiale, ha ribadito che «non siamo mai stati contrari all’Ucraina nell’Ue».
Il 16 dicembre scorso, indiscrezioni di funzionari statunitensi impegnati nei colloqui intermediati Mosca-Kiev hanno confermato «l’apertura della Russia a un’Ucraina nell’Unione come parte di un accordo di pace». Nel gennaio 2026, l’undicesimo dei 28 punti del piano del presidente Usa Donald Trump recitava: «L’Ucraina è idonea all’adesione all’Ue e otterrà un accesso preferenziale a breve termine al mercato europeo mentre questa questione viene valutata». La Russia, insomma, se fino al 2014 riteneva ancora possibile mantenere l’Ucraina sotto la sua sfera egemonica, ha da allora, e a maggior ragione con la lunga attuale guerra, rimodulato le sue priorità, riconoscendo che, se il Paese non è più recuperabile come mercato preferenziale, lo si può almeno tenere fuori dalla Nato, che è ciò che più conta.
Si prendano pure macerie e un’economia da ricostruire, a prezzo di miliardi che non Mosca, ma Bruxelles pagherà, riprendendoseli in parte strappando a Kiev concessioni economiche e indebitamenti semi-coloniali, devono pensare al Cremlino, purché non ci siano basi, né truppe occidentali sul territorio. Quanto all’Ue, che dell’Ucraina ha fatto ormai una questione di prestigio politico fondativo, ben contenta di guadagnare un simile territorio con numerosa popolazione, dovrà calcolarne freddamente l’effettiva convenienza.
Continua a leggereRiduci