Tutte le bufale dietro la retorica sull’efficienza delle pompe di calore

Non solo non sappiamo dove prendere l’energia per alimentare auto elettriche e pompe di calore, come ha ricordato ieri il direttore Maurizio Belpietro, ma siamo sicuri che queste ultime siano così efficienti come ci raccontano? Sono certo che per riscaldare casa vostra non vi sognereste mai di fare affidamento sul poco calore che esce da dietro il frigorifero. Invece è quello che ci stanno convincendo a fare in nome della transizione energetica, perché le pompe di calore con le quali vogliono sostituire le caldaie a gas altro non sono che dei frigoriferi che funzionano al contrario. Senza annoiarvi con calcoli di fisica tocca però ragionare sul fatto che stiamo per essere vittime dell’ennesima euro presa in giro, a cominciare dal fatto che codesti congegni vengono pubblicizzati per avere un’efficienza del 110%, un vero miracolo della fisica perché significherebbe, fosse vero, che producono più energia di quanta ne consumano.
Ma per la Commissione Ursula e per le lobby dei produttori e degli importatori di sistemi di climatizzazione che cosa volete che sia il primo principio della termodinamica, quello che stabilisce come il calore fornito a un sistema (la pompa di calore) sia uguale alla somma del lavoro compiuto dal sistema sull’ambiente (assorbire calore da fuori) e della variazione della sua energia interna (la corrente che gli diamo per funzionare)? Ed ecco che per venderle viene servito un calcolo farlocco.
È vero che l’aria esterna all’edificio è gratuita e che quindi ci sono pochi costi per prelevarla dall’ambiente esterno (basta una ventola che l’aspira), ma nel calcolo viene sommata erroneamente - ma molto a comodo - l’efficienza con la quale viene prodotta l’energia elettrica usata per muovere quella ventola, in media circa il 34-36%, che unita al rendimento della pompa di calore porta all’idea che si arrivi al 110%, mentre in realtà si è abbondantemente al di sotto del 70%, a fronte però di un inevitabile consumo elettrico elevato. Ma siccome una direttiva europea dice che dobbiamo produrre almeno la metà dell’energia elettrica da fonti rinnovabili, ecco che inserendo questo valore nel calcolo dell’efficienza si possono pubblicizzare rendimenti astronomici. Tanto vale, a quel punto, trasformare un normale calorifero in termoconvettore attaccandoci sempre una ventola, ma senza produrre, installare e riparare un voluminoso moto condensatore/evaporatore (ovvero l’orribile scatolone metallico dei condizionatori), usare gas ecologici, rischiare che sotto i cinque gradi esterni di temperatura il radiatore ghiacci esattamente come accade al congelatore di casa se c’è dentro troppa umidità. Ciò non significa che le pompe di calore siano brutte e cattive, anzi, sono molto utili come funzione secondaria e contraria dei climatizzatori, poiché recuperando calore dall’esterno quando fuori ci sono almeno una decina di gradi possono concentrare quel calore e immetterlo negli ambienti, sempre che gli si dia anche energia elettrica per farlo e che l’ambiente da scaldare sia piccolo.
Certamente qualora un edificio fosse dotato di una buca per andare a trovare altro calore nel sottosuolo (geotermico), la faccenda energetica potrebbe migliorare molto, ma non certo in abitazioni che sotto il salotto hanno la taverna oppure il garage. Anche perché quasi nessuno ricorda «dove» tutto questo sarebbe applicato, ovvero non in case di ultima generazione con tripli vetri, pareti isolate e soffitti o pavimenti coibentati, bensì in condomini la cui età media, in Italia, si raccoglie intorno agli anni del boom edilizio. Per non parlare dei meravigliosi soffitti alti dei palazzi storici, poiché l’aria calda tende a salire e quindi senza un flusso che la costringa a scendere si rimarrebbe al freddo. Ma anche questo flusso sarebbe generato elettricamente, ed ecco il costo di altri chilowatt sommarsi in bolletta.
Insomma il sistema di riscaldamento a pompa di calore ha diversi limiti, cioè per poter rendere al massimo (ma molto al di sotto di una caldaia), queste macchine termiche devono poter lavorare entro determinati limiti di temperatura, e più ci si allontana da questi, più bisogna fornire all’impianto altra energia, pagandola. Infine, siccome il calore che emettono è comunque a temperatura relativamente bassa (si chiama di «mandata»), senza efficienti pannelli radianti nei pavimenti sarà difficile poterlo sfruttare, con buona pace delle piastrelle e dei marmi decorati o dei caldi parquet diffusi nei palazzi italiani. Come sempre, ogni tecnologia porta nel linguaggio comune nuovi termini e parametri, così per scegliere l’impianto giusto l’oberato contribuente europeo dovrà sapere tutto del Cop, coefficiente di prestazione, e dello Spf, fattore di rendimento medio stagionale.
Infine permettetemi una considerazione di tipo industriale: mentre gli impianti di grandi dimensioni e potenza, destinati a esercizi commerciali e luoghi di lavoro o di ritrovo, sono sovente di produzione europea, la filiera dei componenti per costruire le pompe di calore domestiche è, neanche a dirlo, saldamente in mano ai cinesi. Provate ad aprire un climatizzatore e ve ne accorgerete. Dunque ancora una volta i cittadini europei, soprattutto gli italiani, rischiano di essere sedotti e spennati.






