2021-01-23
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Dalla «serendipità» agli scroll infiniti, i social non sono neutrali: sono progettati per trattenere l’utente. Studi e ricerche mostrano come gli algoritmi replichino i meccanismi del gioco d’azzardo, con effetti su attenzione, sonno e controllo degli impulsi.
Il 25 marzo scorso, in quella che è già stata definita una sentenza «storica», il tribunale di Los Angeles ha condannato Google e Meta giudicandole colpevoli di aver progettato piattaforme in grado di indurre dipendenza nei giovani utenti. La condanna, arrivata in risposta alla denuncia effettuata da una ventenne che lamentava la sua totale dipendenza dalle applicazioni dei giganti tech, riporta prepotentemente sotto i riflettori il tema relativo al funzionamento degli algoritmi dei social network. Applicazioni che ciascuno di noi utilizza ormai quotidianamente, talvolta in maniera ossessiva, specialmente i più giovani.
L’idea che queste app siano progettate per creare dipendenza comincia ad assumere i contorni di realtà incontrovertibile. D’altra parte, seppure il consenso scientifico non sia ancora unanime, gli studi accademici a supporto di questa teoria sono ormai innumerevoli. Al centro di questo sistema c'è il funzionamento degli algoritmi. Piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube non si limitano infatti a mostrarci contenuti, ma li selezionano con precisione chirurgica, analizzando in tempo reale ogni nostro comportamento.
Quanto guardiamo un video, se lo salviamo, se lo commentiamo o semplicemente se ci fermiamo qualche secondo prima di scorrere oltre: ogni segnale viene registrato e utilizzato per affinare il profilo dell'utente e tenerlo incollato allo schermo il più a lungo possibile. L'obiettivo dichiarato è massimizzare l'engagement e il tempo di permanenza sulla piattaforma, gli algoritmi sono ottimizzati proprio in questa direzione, indipendentemente dagli effetti che ciò produce sulla salute degli utenti.
Un recente studio della Baylor University ha confrontato TikTok, Instagram Reels e YouTube Shorts su un campione di 555 studenti universitari, analizzando tre caratteristiche chiave: la facilità d'uso, l'accuratezza dei contenuti raccomandati e la capacità di sorprendere l'utente con contenuti inaspettati. TikTok ha ottenuto punteggi più alti su tutte e tre le dimensioni. In particolare, quella che viene definita «serendipità» (ovvero l'iniezione di contenuti inattesi generato dall’algoritmo) risulta essere uno dei meccanismi più efficaci per impedire che l'utente si annoi e smetta di scorrere. In altre parole, si tratta di ingegneria comportamentale applicata su scala miliardaria.
Questi sistemi rientrano in ciò che la ricerca accademica definisce «design persuasivo», ovverosia interfacce e algoritmi progettati intenzionalmente per modificare i comportamenti degli utenti. Uno studio pubblicato dall'Università di Brown ha evidenziato come le app di social media siano strutturate per funzionare in maniera simile alle slot machine. Il gesto dello «swipe down» per aggiornare la pagina principale riproduce fedelmente il gesto di tirare la leva di una slot machine, mentre la sequenza irregolare di contenuti soddisfacenti replica il meccanismo della ricompensa variabile che rende il gioco d'azzardo. L'utente scorre nella speranza che il prossimo video sia «quello giusto», esattamente come il giocatore tira la leva convinto che la prossima giocata possa essere quella vincente.
Il nostro cervello parrebbe risentirne. L'uso prolungato dei social media altera i circuiti dopaminergici del cervello (per inciso, gli stessi coinvolti nelle dipendenze da sostanze) generando un loop di desiderio, anticipazione e gratificazione che diventa progressivamente più difficile da interrompere, questo almeno il risultato di uno studio pubblicato sulla National Library of Medicine, condotto da ricercatori del Vanderbilt University Medical Center. Le modifiche strutturali osservate riguardano la corteccia prefrontale, l'amigdala e i gangli della base, aree cruciali per il controllo degli impulsi, la regolazione emotiva e il processo decisionale.
Tra le conseguenze più documentate dell'uso intensivo vi è la perdita della percezione del tempo. Negli studi sopracitati gli utenti TikTok intervistati riferiscono di perdere frequentemente il senso del tempo durante la navigazione, continuando a scorrere ben oltre le proprie intenzioni iniziali. A questo si aggiungono gli impatti sulla qualità del sonno, sulla capacità attentiva e sul benessere generale, con effetti che variano significativamente da individuo a individuo in base a fattori come l'età, la predisposizione psicologica e la quantità di tempo trascorso sulle piattaforme.
Ciò che accomuna quasi tutti gli studi, tuttavia, è la conclusione che questi effetti non siano accidentali, bensì il prodotto prevedibile e calcolato di sistemi progettati per massimizzare il coinvolgimento, a prescindere dal costo umano.
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Nella foto lo scacchista americano Bobby Fischer (a destra) e Boris Spassky si stringono la mano, seduti al tavolo degli scacchi, prima di dare inizio all'incontro. Sveti Stefan, 2 settembre 1992 (Ansa)
Da Fischer-Spassky alla Russia di Vladimir Putin, dall’Ucraina ai talebani, da Sara Khadem alle sorelle Polgár: il gioco più silenzioso del mondo resta un campo di battaglia politico, diplomatico e culturale.
C’è stato un tempo in cui bastava un’apertura “gambetto di donna” o cavallo in f3 per scatenare i giornali di mezzo mondo, sull’asse Washington e Mosca. I giornalisti arrivavano a mobilitare il Pentagono, il Cremlino e persino la paranoia nucleare. Eravamo negli anni Sessanta, quando Bobby Fischer, un ragazzo di Brooklyn, scontroso e preciso come un revisore dei conti, aveva deciso di sfidare non soltanto i grandi maestri sovietici, ma un’intera idea del mondo. Il duello simbolico arrivò al suo culmine nel 1972, a Reykjavík, quando Fischer batté Boris Spassky e divenne il primo americano nato negli Stati Uniti a conquistare il titolo mondiale, interrompendo la lunga egemonia sovietica sugli scacchi. Dal 1951 al 1969, ricordano enciclopedie e libri, campioni e sfidanti mondiali erano stati cittadini sovietici: gli scacchi erano quasi un ministero informale dell’intelligenza di Stato, quasi un distaccamento del palazzo della Lubjanka, la storica sede del Kgb, il servizio segreto sovietico.
A Reykjavík non si muovevano soltanto pedoni. Si muovevano sistemi politici. Fischer era l’individualismo americano portato fino alla nevrosi; Spassky era la scuola sovietica, disciplinata, collettiva, metodica, elegantissima. Uno chiedeva più soldi, più silenzio, meno telecamere, più condizioni; l’altro sedeva, aspettava, difendeva non solo un titolo ma un impero culturale. Da allora gli scacchi sono diventati qualcosa d’altro. Hanno continuato a presentarsi come un gioco — sessantaquattro caselle, due colori, nessun contatto fisico — ma ogni generazione vi ha scaricato sopra le proprie tensioni. Un tempo c’era la Guerra fredda , ora c’è la guerra tra Russia e Ucraina, l’Iran, l’Afghanistan o le rivalità tra islam e occidente.
Proprio il mese scorso, nel marzo 2026, il Tribunale arbitrale dello sport ha ordinato alla Federazione russa di scacchi di smettere di organizzare eventi e rivendicare controllo nei territori ucraini occupati entro 90 giorni, pena una sospensione fino a tre anni dalla Fide. Non si tratta di una cosa di poco conto. È una questione di sovranità: se una federazione organizza tornei, affilia circoli, riconosce comitati locali in Crimea, Donetsk, Luhansk, Kherson o Zaporizhzhia, sta implicitamente dicendo a chi appartengono quei luoghi.
La Fide, che dovrebbe amministrare il gioco più logico del mondo, si trova così nel posto meno logico e semplice possibile: tra diritto sportivo, diplomazia e guerra. Nel dicembre 2025 aveva votato per riammettere squadre russe e bielorusse nelle competizioni ufficiali, ripristinando i pieni diritti dei giocatori giovanili e lasciando però gli adulti sotto simboli neutrali in attesa di ulteriori consultazioni con il Comitato olimpico internazionale.
Dall’altra parte del conflitto, l’Ucraina racconta una storia speculare. Roman Dehtiarov, diciassettenne di Kharkiv, è diventato nel 2026 il primo giocatore nella storia a vincere il Campionato europeo senza essere ancora grande maestro. Tornato in patria, è stato ricevuto da Volodymyr Zelensky e insignito del premio “Future of Ukraine”.
La scena è perfetta per un’epoca che ha imparato a trasformare ogni immagine in messaggio diplomatico: un ragazzo, una medaglia e un presidente in guerra. Dehtiarov non è soltanto un talento precoce, è diventato una figura di continuità nazionale.
Poi c’è l’Uzbekistan, che dimostra come gli scacchi siano politici anche quando non c’è una guerra in corso. Javokhir Sindarov, ventenne, ha vinto il Torneo dei Candidati 2026 a Cipro e si è guadagnato il diritto di sfidare il campione del mondo indiano Dommaraju Gukesh. El País ha raccontato Sindarov come un prodigio cresciuto a Tashkent, innamorato di ogni gioco da tavolo fin dall’infanzia. Del resto ha chiuso il torneo imbattuto, con sei vittorie in tredici partite, conquistando il match mondiale con un turno d’anticipo.
L’Uzbekistan, nazione post-sovietica che cerca spazio nell’immaginario globale, ha trovato così negli scacchi una forma di prestigio pulita, poco costosa e molto efficace. Non servono stadi miliardari né Olimpiadi d’inverno nel deserto. Basta un ventenne che sappia sopravvivere a sei ore di aperture e chiusure per poi sorridere davanti alle telecamere.
La politica degli scacchi non riguarda soltanto Stati e bandiere. Riguarda anche le libertà individuali, in particolare delle donne. Sara Khadem, scacchista iraniana oggi cittadina spagnola, vive in Andalusia dopo essersi rifiutata di giocare con il velo al Mondiale rapid di Almaty nel dicembre 2022. In un’intervista del 2026 sempre a El País, ha parlato del suo obbligo morale di continuare a denunciare ciò che accade in Iran. Ma come non ricordare la storia delle sorelle Polgar, raccontate anche in un bel documentario (La Vera regina degli Scacchi) su Netflix. Le sorelle Susan, Sofia e Judit Polgár, cresciute in Bulgaria dal padre László con un esperimento educativo fondato sugli scacchi, demolirono l’idea che il genio scacchistico fosse maschile: Judit divenne la più forte giocatrice della storia e batté anche campioni del mondo come Kasparov, Karpov e Anand.
In Afghanistan, invece, la storia è diversa. Qui il potere ha scelto la via più brutale: proibire il gioco. Nel 2025 il governo talebano ha reintrodotto il divieto degli scacchi, sostenendo che possano favorire il gioco d’azzardo, proibito dalla loro interpretazione religiosa. Erano già stati vietati durante il primo regime talebano, tra il 1996 e il 2001, e poi tollerati dopo il ritorno al potere nel 2021, ma soltanto per gli uomini. Ora non si può più giocare.
Infine, non si può non citare Wijk aan Zee, uno sperduto villaggio olandese dove ogni gennaio il Tata Steel Chess Tournament viene chiamato, con una certa enfasi, il Wimbledon degli scacchi. Nel gennaio 2026 Extinction Rebellion ha bloccato l’ingresso della sede del torneo e scaricato 2.025 chili di carbone davanti al centro De Moriaan, ritardando l’inizio della competizione. Gli attivisti contestavano il ruolo dello sponsor industriale e hanno portato davanti alla sala da gioco la politica climatica, letteralmente in sacchi neri. Forse Fischer si sarebbe fatto una risata, o forse si sarebbe innervosito.
Dopo di lui, nessuno più di Garry Kasparov ha incarnato l’idea che gli scacchi siano una forma di comunicazione politica. Campione del mondo a 22 anni, simbolo dell’ultima grande scuola sovietica, Kasparov lasciò gli scacchi professionistici nel 2005 per entrare nell’opposizione a Vladimir Putin, fondando il Fronte Civico Unito e partecipando alla coalizione “L’Altra Russia”. «Negli scacchi abbiamo regole fisse e risultati imprevedibili. Nella Russia di Putin è esattamente il contrario.» è scritto sul suo sito.
Da anni Kasparov vive fuori dalla Russia; nel 2022 Mosca lo ha inserito nella lista degli “agenti stranieri” e nel 2024 lo ha aggiunto all’elenco dei “terroristi ed estremisti”. Ma lui continua a giocare e a farsi sentire, non solo sulla scacchiera.
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2026-05-02
La Strafexpedition e il fronte trascurato: così l’Italia evitò il tracollo nel 1916
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Avamposto italiano sul Coni Zugna nel maggio 1916 (Getty Images)
L'offensiva austriaca sul fronte trentino fu sottovalutata da Cadorna, esponendo l’Italia al rischio di una Caporetto già al secondo anno di guerra. La tenuta sulle cime e la contemporanea offensiva russa del generale Brusilov fermarono l’avanzata verso la pianura veneta.
Sul fronte alpino è il secondo anno della Grande Guerra, che da offensiva è ormai mutata in guerra di posizione, con gli italiani concentrati nei tentativi di avanzata sul fronte dell’Isonzo. Gli austro-ungarici invece, forti delle vittorie in Serbia, nutrivano allora l’idea di dare una spallata al nemico attaccando sul fronte trentino per irrompere nella pianura veneta, con l’intenzione di prendere alle spalle il grosso degli italiani schierati sul fronte isontino.
L’azione avrebbe anche avuto, qualora vincente, di alleggerire le pressioni che l’Austria subiva anche sul fronte orientale. Fin dal dicembre 1915 gli austriaci organizzarono le forze, nonostante i non trascurabili problemi logistici che sia il logoramento del primo anno di guerra che le difficoltà di richiamare truppe da altri fronti comportavano. D’altra parte, i comandi supremi italiani trascurarono il pericolo di un attacco dal fronte trentino, considerato sicuro e non prioritario per l’asperità del terreno.
Luigi Cadorna, comandante supremo delle forze armate italiane, fu tra i più convinti sostenitori di questa prospettiva, che si rivelerà fallace. Il settore era allora comandato dal generale Roberto Brusati, che disattendendo alle direttive di Cadorna sul mantenimento di un atteggiamento difensivo sul settore trentino, rispose con una serie di attacchi alle posizioni austriache, allungando troppo la linea del fronte e rendendola più vulnerabile. Neppure le informazioni ricevute dall’ufficio informativo dell’Esercito fecero cambiare idea ai comandi italiani, che pur sapevano di una forte concentrazione di truppe nel Tirolo meridionale. Da parte austriaca, l’offensiva avrebbe dovuto già scattare nell’aprile 1916 ma le condizioni climatiche avverse che portarono a abbondanti nevicate primaverili ritardarono l’azione. Nei primi giorni di maggio del 1916, i piani del generale Franz Conrad von Hötzendorf videro lo schieramento di circa 300.000 uomini e 2.000 pezzi di artiglieria. Una forza molto superiore a quella italiana pronta all’azione tra i rilievi di Folgaria, Lavarone e Vezzena. A difendere le postazioni erano circa 150.000 soldati italiani, con un rapporto di forze di circa 2:1. Cadorna realizzò tardivamente l’incombere dell’attacco e licenziò Brusati per sostituirlo con il generale Pecori-Giraldi l’8 maggio.
Nonostante gli sforzi di quest’ultimo per consolidare la difesa richiamando forze dal fronte isontino, il 15 maggio gli austriaci aprirono le ostilità con un pesantissimo fuoco di artiglieria che precedette l’attacco dell’11ª armata sulla direttrice Folgaria-Lavarone. Due giorni più tardi caddero le linee di Posina e Arsiero, mentre sul monte Pasubio iniziò la battaglia degli Alpini, entrata in seguito nella memoria collettiva come una delle più dure di tutta la Grande Guerra. Le unità imperiali della 11ª Armata cercarono subito di sfondare lungo le direttrici della Val Posina e della Val d’Astico, puntando a isolare le difese del massiccio. Gli Alpini italiani, già presenti sulle quote alte, subirono l’urto iniziale ma mantennero il controllo delle creste principali, unico punto del fronte che non cedette all’attacco nemico per tutta la durata dell’offensiva di primavera.
Anche sul Coni Zugna gli italiani resistettero a lungo, così come i Granatieri di Sardegna sul monte Cengio, sacrificati fino all’estremo. La Val d’Astico e la Val Posina invece, furono il punto debole per le difese italiane: gli austriaci trovarono un varco che permetteva l’aggiramento a valle del Pasubio e del Cengio, penetrando in profondità verso l’altipiano di Asiago alla fine del mese di maggio del 1916. Il 28 maggio entrarono nella cittadina di Asiago, già evacuata dai civili alcuni giorni prima: la pianura veneta era ormai a poca distanza. Tuttavia gli austriaci avevano speso molto nell’offensiva, che mostrava serie difficoltà nella logistica. Nel frattempo Pecori-Giraldi era riuscito a riorganizzare le difese in pianura, con la rapida costituzione della nuova 5ª Armata di circa 180.000 uomini che riuscirono a difendere in extremis la via della pianura.
Fu tuttavia decisivo per le sorti del fronte trentino quanto avvenuto negli stessi giorni sul fronte orientale quando il generale russo Aleksej Alekseevič Brusilov sferrò un’offensiva violentissima su un fronte di 500 chilometri lungo il confine tra Ucraina e Bielorussia, costringendo gli austriaci a ridurre l’impegno sul fronte italiano. La pianura veneta era salva. Lo sarebbe stata per poco più di un anno, prima di essere violata dopo la ritirata italiana di Caporetto.
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