Marco Mansi, sostituto procuratore di Massa
Con il nuovo articolo 104 si separano le carriere dei magistrati, realizzando compiutamente il principio del giudice terzo e chiudendo un cerchio già tracciato dall’articolo 111 della Costituzione (che prevede, ricordo, un giusto processo tra parti contrapposte in posizione di parità davanti a un giudice terzo e imparziale). L’articolo 111 fissa tre principi: indipendenza, ovvero la libertà di decidere senza condizionamenti esterni; imparzialità, ovvero l’assenza di interesse nel processo; terzietà, vale a dire equidistanza dalle altre parti in ogni processo. Il che, per ora, non avviene, dato che, nonostante il principio, nel concreto permane un legame strutturale con il pm, tradendo il fondamentale requisito della terzietà.
La Costituzione non si accontenta dell’indipendenza e dell’imparzialità del giudice: pretende la terzietà che è cosa diversa e riguarda la posizione del giudice in ogni processo. Terzietà che viene tradita quando il giudice fa parte, come avviene ora, dello stesso ordine e degli stessi organi istituzionali del pubblico ministero.
Quindi votare Sì permetterà di abrogare l’unificazione delle carriere di pubblici ministeri e giudici e quel corto circuito per cui i giudici possono influire sulle carriere dei pubblici ministeri e i pubblici ministeri sulle carriere dei giudici.
Votando Sì si elimina qualsiasi unione anche solo psicologica tra pm e giudice e qualsiasi pregiudizio tra le due figure di far vita in comune. Predisporre due Csm, uno per i giudici e uno per i pm, non indebolisce l’autogoverno bensì lo rafforza e lo specializza: il Csm dei giudici tutelerà l’indipendenza di chi deve giudicare, valorizzando il loro equilibrio, la ponderazione, la cultura del dubbio; il Csm dei pm tutelerà l’autonomia degli stessi, valorizzando la capacità investigativa, il rispetto delle garanzie nella fase delle indagini preliminari, la capacità di non fare processi inutili e di essere quindi «avvocato dello Stato».
Separati i Csm per evitare al massimo interferenze reciproche, occorreva, però, intervenire per dare concretezza al principio di indipendenza e autonomia dei magistrati. E qui risiede l’altro obiettivo fondamentale della riforma, il più importante, che è quello di liberare la carriera dei magistrati da condizionamenti di gruppi organizzati.
Il Csm, anche nella forma sdoppiata, continuerà a regolare la vita lavorativa del magistrato, valutandolo, promuovendolo, permettendogli incarichi. È evidente che questo confligge con le elezioni: come non si possono eleggere dagli interessati i componenti della commissione di un concorso, perché ovviamente ognuno voterebbe per l’esaminatore a lui gradito, così va eliminato l’attuale sistema basato sullo scambio di favori reciproci, taciti o espliciti.
Del resto già nei lavori preparatori i Costituenti avevano accennato all’esclusione del sistema elettorale per comporre il Csm, ma la questione non fu dibattuta fino in fondo e, alla fine, venne accantonata. Con il sorteggio non si pescano persone a casaccio, ma si seleziona tra persone che già posseggono requisiti di competenza, certificati da valutazioni di professionalità, e che osservano regole di cultura istituzionale.
Il sorteggio sradica il malgoverno attuale e soprattutto elimina intrecci con la politica: elimina le correnti organizzate, i pacchetti di voti, gli accordi incrociati con la politica sulle nomine apicali (la vicenda Palamara ne è un chiaro esempio: i politici a braccetto con i magistrati per la nomina del procuratore di Roma). Disinnesca queste dinamiche, perché elimina la campagna elettorale interna, spezza le filiere di fedeltà, rende imprevedibile il controllo delle cariche. È il miglior antidoto alla politicizzazione, non il suo veicolo. E spezza i condizionamenti che minano dall’interno l’indipendenza del magistrato.
Ed è questa la posta in gioco: la difesa dell’indipendenza interna dei magistrati, più che quella esterna.
L’Anm è entrata nel dibattito referendario come soggetto politico per il timore di perdere l’occupazione del Csm. Il suo braccio politico, le correnti, con il sorteggio, non occuperebbero più l’organo che amministra le carriere dei magistrati e che li sanziona per mancanze disciplinari. Non si introdurrebbero indebitamente e illegalmente nella vita lavorativa di un magistrato.
L’equazione è piuttosto banale.
Il Csm è eletto, cioè votato, quindi politico. Chi concorre a un incarico qualsiasi (anche per la Corte di Cassazione) viene votato da chi già è stato votato, più o meno senza regole se non quelle rigidissime della spartizione. Ho avuto tot voti, ho «diritto» a tot incarichi, prescindendo dal merito degli aspiranti.
Sono, dunque, incarichi politici perché frutto del voto. E porre al vertice degli uffici giudiziari dei «politici» mette a rischio la democrazia ben più di quanto non lo faccia la separazione tra giudicanti e inquirenti. Perché il problema non sono neppure le aspettative di carriera dei magistrati: il problema è il servizio che la magistratura deve garantire al cittadino. E c’è molta differenza nella resa del servizio se i capi degli uffici vengono selezionati in base alle loro qualità oggettive o in base alla tessera che hanno in tasca o alla loro ruffianeria. Anche quando la giustizia disciplinare punisce chi non dà fastidio e non chi si comporta malissimo.
Personalmente, ogni giorno, sul lavoro, da pm, mi confronto con decisioni di colleghi in materie gravi che ritengo sbagliate e magari impugno. A volte ci sto proprio male, perché mi sembrano proprio sbagliate. A volte scopro poi che avevano ragione loro e scopro alcuni miei limiti, ripromettendomi di far meglio. Ma sono sereno perché so che quei colleghi decidono in scienza e coscienza e, come me e come tutti, a volte sbagliano. Ma quelli correntizi, quelli dei «soci organizzati», con liste segrete, non sono «errori».
L’aggressione illegale a magistrati non è un errore; tutti gli innumerevoli voti per decidere il conferimento di incarichi secondo l’utilità politica della corrente non sono errori; mantenere, in violazione del giudicato amministrativo, un procuratore nella sua posizione, nonostante la sconfitta davanti al Tar e al Consiglio di Stato a cui ha fatto ricorso il magistrato perdente, non sono errori.
Sono crimini. Non nel senso di reati (anche se a volte sono pure quelli) ma nel senso di «cose contrarie a un minimo etico» che qualsiasi consesso che voglia dirsi civile non violerebbe in modo sfacciato.
Se siamo arrivati alla riforma non è un caso: le riforme intervengono come controllo sociale e reazione sociale, prima ancora che politici, a comportamenti sfacciatamente inqualificabili. Lo Stato non può lasciare qualche proprio pezzo alla deriva.
Non scopro io che il Csm odierno e il sistema di potere che governa (perché è improprio parlare di «autogoverno», evocando una Costituzione palesemente violentata) la magistratura e che comprende anche la Procura generale della Cassazione è connotato da un agire con la pretesa - ostinatamente perseguita sicuramente da quando io sono in magistratura (ma temo anche da ben prima) - di non essere soggetto ad alcuna regola. Immaginiamo, per paradosso, due Paesi: in uno il popolo sceglie chi governa, ma poi l’eletto governa come dice lui; nell’altro, invece, governa il re per discendenza dinastica, ma governa rispettando delle regole. Ecco, quello democratico sarebbe il secondo dei due Paesi.
Il sorteggio non è stortura: è civiltà contro la barbarie di posti e incarichi spartiti per affiliazione e non per merito, contro decisioni mosse dalla volontà di salvare il magistrato che supporta la corrente.
Qualsiasi cittadino non vuole essere amministrato, giudicato, processato da uno intelligente, bravo, onesto, eccetera, ma da uno che, banalmente, rispetti delle regole. Invece è amministrato, processato, giudicato da gente che fa quello che vuole, difendendo il suo agire sostenendo di essere «bravo», «eletto», «migliore», ispirato da nobili ideali. Ma poi, purtroppo, arrivano le chat di Luca Palamara e si scopre che di quei nobili fini non c’è la minima traccia e che tutto è sempre stato il basso e meschino perseguimento di interessi privati.
Ciò che risolverebbe il problema è il voto per il Sì, per dire a muso duro a questa gente che la deve smettere di fare quello che gli pare. Che la deve smettere di «fare politica» in magistratura. Che deve darsi delle regole e poi rispettarle. Perché la difesa della legalità vale in ogni caso: non si cambia idea quando la legge è intralcio a manovre di potere poco pulite all’interno del Csm.
A chi gestisce l’Anm schierata per il No non importa nulla dell’indipendenza dei magistrati. Importa solo della permanenza di un sistema di governo della magistratura strutturato secondo lo stesso schema del potere politico e con difetti in parte identici, in parte peggiori.
Il cittadino che va a votare ha l’occasione di fare il rappresentante parlamentare: è chiamato a votare su una legge così come avviene in Parlamento. Deve pronunciarsi sulla legge e nel dibattito non può dire se è contro o no Giorgia Meloni, se è di sinistra o di destra. Deve valutare la legge e dire se è giusta o sbagliata. Prendendo posizione sulla legge, prescindendo dal proprio schieramento politico, il cittadino che va a votare ha una grande occasione: dire basta a questo sistema di potere che da anni condiziona la magistratura e l’intero Paese, perché è questa la radice dei mali della macchina della giustizia, che costa ogni anno al Paese due punti del Pil e grava per decine di miliardi di euro sulle casse dello Stato.
Il cittadino, con il suo voto, potrà anche orientare le future scelte in modo da avere, alla fine, una giustizia più rapida ed efficiente, perché indirizzata in tal senso dalla Costituzione. Votare Sì al sorteggio per il Csm a questo serve, a far capire ai magistrati italiani che sono i servi della legge e delle regole e non i padroni.
Ed è per questo che voterò Sì.