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Spettatori in fuga dalla Rai renziana

Se il problema della televisione pubblica fosse limitato a una grana burocratica, potremmo anche stare sereni e appiccicare sull'accaduto la consueta etichetta: «Così funziona in Italia, rassegnamoci». Il guaio è che, a proposito di Rai, il discorso non riguarda soltanto cavilli contrattuali e dispute di categoria. No, c'è in gioco qualcosa di più importante: vedi alla categoria libertà di pensiero. Prima i fatti: il Tribunale del lavoro ha stabilito che la Rai ha tenuto un «comportamento antisindacale» al momento di assumere Gianluca Semprini, già volto Sky e attuale conduttore di Politics su RaiTre.

A quanto pare, in Viale Mazzini tutti hanno diritto al posto assicurato vita natural durante. Dunque a Semprini, invece di un bel contratto a termine con partita Iva, è stata concessa l'assunzione a Rainews 24 con la qualifica di caporedattore.

Si sa come vanno le cose, no? Per i più, l'approdo in Rai equivale a una sorta di vitalizio: ci si piazza e non ci si schioda. Solo a pochi folli, ci risulta, è capitato in passato di mollare il comodo scranno.

Nel caso di Semprini, tuttavia, qualcosa è andato storto: l'Usigrai ha sporto denuncia, sostenendo che la sua assunzione fosse avvenuta senza l'iter previsto dal contratto di lavoro dei giornalisti. Mancava, pare, la benedizione del direttore di Rainews Antonio Di Bella. Della pratica, infatti, si è fatta carico direttamente la direttrice di RaiTre Daria Bignardi.

Fin qui le noiose baruffe amministrativo-giudiziarie. Veniamo però al cuore della questione. Il problema non è che Semprini sia stato assunto come caporedattore o come artigliere: chi se ne frega e buon per lui, sono dettagli. Il problema è che la sua trasmissione, Politics, ha sostituito lo storico appuntamento di informazione Ballarò, uno dei punti forti della rete.

Il programma, dopo la migrazione di Giovanni Floris a La7, era stato affidato a Massimo Giannini. E, sì, aveva perso ascolti, aveva subìto non poco la concorrenza dello stesso Floris (in onda in contemporanea sulla rete di Cairo). Ma i risultati di Politics sono ancora peggiori, come documenta in questa pagina Maurizio Caverzan.

E allora perché il povero Giannini è stato rimpiazzato? Semplice: perché sgradito al presidente del Consiglio. Stessa sorte toccata a Nicola Porro, conduttore di Virus su Rai2, unica voce «di centrodestra» rimasta nel palinsesto pubblico. La regola dell'informazione nell'era Renzi è la seguente: non piaci al capo? Ti fanno fuori. Vale per la Rai, ma non solo: la stampa non è certo immune dalla normalizzazione. Se il giornale che avete fra la mani esiste, uno dei motivi è proprio questo.

Sarà pur vero, come ha sostenuto qualcuno in questi giorni, che tutti i giornalisti lavorano sotto padrone. Ma probabilmente alcuni lo fanno con più baldanza di altri. E nell'Italia che ha cambiato verso, chi non si dimostra entusiasta si vede recapitare il benservito.

No, il problema di Politics non sono le assunzioni e, se vogliamo dirla tutta, nemmeno gli ascolti bassi: la qualità di un programma non si misura soltanto con lo share. Il grosso guaio è che ormai, in Rai, è praticamente impossibile trovare uno spazio di approfondimento politico. I pochi rimasti dopo l'avvento del renzianissimo Antonio Campo Dall'Orto alla direzione generale sono, manco a dirlo, militarizzati. Lo show di Semprini è una sorta di apoteosi del renzismo d'assalto. Il famigerato «storytelling» del premier trasuda da ogni pixel, esala da ogni singola camera. C'è la retorica del Web, c'è giovanilismo un po' sbruffone, ci sono le incrostazioni della cultura pop che tanto piacciono a Matteo. Si guarda sullo schermo questa esibizione di «nuovo che avanza», questo americanismo di rimbalzo, e viene da pensare che era meglio Bim Bum Bam. Almeno leggevano le letterine dei bimbi.

Tutta questa patina di nuovismo - di cui la RaiTre della Bignardi è l'esempio sopraffino - fino ad oggi è servita soltanto a uniformare i media, a compattarli in vista della sfida referendaria. Già questa estate i dati Agcom hanno dimostrato che, un po' ovunque, a prevalere in video sono state le ragioni del Sì, mentre al No restavano le briciole. Ecco lo stato dell'informazione nell'era di Matteo il magnifico e dei suoi fan. Quelli vogliono modificare la Costituzione e non sono nemmeno capaci di firmare un contratto.