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2023-11-01
In Bankitalia comincia l’era Panetta: anti Lagarde ma pro euro digitale
Il nuovo governatore della Banca d'Italia, Fabio Panetta (Imagoeconomica)
Oggi finisce l’era Visco, durata 12 anni, e comincia quella di Fabio Panetta al timone della Banca d’Italia. L’occasione per suggellare il passaggio di testimone è stata offerta ieri dalla Giornata mondiale del risparmio organizzata a Roma dall’Acri, l’associazione delle fondazioni. Ignazio Visco ha lanciato il suo ultimo monito al governo rappresentato in sala dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, chiedendo al governo di non compromettere «la qualità della spesa pubblica e la sua capacità di sostenere la crescita». L’ultima parte del suo discorso è stata poi dedicata a non chiudere il mondo di nuovo in blocchi perché, ha aggiunto citando Voltaire nel Candide, occorre «coltivare il nostro giardino» ma «nell’attuale contesto mondiale, è improbabile che possa bastare». Lunghi applausi dalla platea dove, ieri, c’erano presidenti di fondazioni, banchieri, funzionari e dirigenti della Banca d’Italia, ma non il successore di Visco, Fabio Panetta, che si insedierà ufficialmente oggi. Lascia il board della Bce per tornare a Palazzo Koch da governatore dopo che a Via Nazionale è stato stretto collaboratore di Antonio Fazio (era il suo sherpa alle riunioni della Bce), poi di Mario Draghi, poi vicedirettore generale con lo stesso Visco e, per poco più di sei mesi, direttore generale di Bankitalia nonché presidente dell’Ivass. L’economista esperto di euro digitale, e suo primo sponsor, conosce bene le alchimie «politiche» di Francoforte e gli inquilini dei piani alti dell’Eurotower. Molto più del suo predecessore.
In questi ultimi anni ha seguito i dossier più caldi sotto il profilo bancario e ha anche fatto parte della Vigilanza della Bce sedendosi dal 1° gennaio 2020 al tavolo del comitato esecutivo. E mostrandosi tra i consiglieri che invocavano più prudenza e gradualità, dopo la corsa ripida dei tassi d’interesse. Parlava con quel cappello, quando a febbraio aveva citato Lucio Battisti in un discorso a un evento londinese: «Quello che la Bce non deve fare, nel contrasto all’inflazione, è guidare come un pazzo a fari spenti nella notte». E sempre con il cappello di tecnico della Vigilanza, lo scorso 20 settembre, aveva detto che «garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche è come tenere in equilibrio un’altalena, con il debito da un lato e la crescita dall’altro». Messaggio rivolto Bruxelles, cui lasciava intendere quanto sia controproducente opporre regole troppo rigide o predefinite nell’interazione monetario-fiscale e insistere sulla riduzione del debito se non si irrobustisce appunto la crescita.
L’era Panetta in via Nazionale comincia proprio quando la crescita dell’inflazione è tornata sotto il 2%, su livelli che non si vedevano da due anni e a pochi giorni dalla pausa presa da Christine Lagarde sui tassi. Ma comincia anche mentre entra nel vivo la delicata trattativa tra il governo italiano e le autorità Ue sul Mes. Il tutto, alla vigilia delle elezioni europee di giugno. Come sarà, quindi, la Bankitalia di Panetta? Che posizione terrà lungo l’asse Roma-Bruxelles-Francoforte? Sul fronte interno della vigilanza bancaria è attesa grande continuità con Visco sebbene quest’ultimo sia esperto di economia reale, il suo successore invece di banche e finanza. Quanto alle politiche monetarie, nei suoi interventi abbiamo visto come Panetta abbia sostenuto che strangolare lo sviluppo in nome del contenimento dell’inflazione ha poco senso quando realtà (come quella italiana) caratterizzate da alto debito necessitano di un aumento del Pil per garantire ai mercati la sostenibilità del rimborso dei titoli di Stato. Posizione allineata con quella del ministro dell’Economia, Giorgetti, che ha più volte rimarcato come i rialzi dei tassi «ci costano 14-15 miliardi» in più per gli oneri del debito, mentre l’obiettivo di blocco della crescita economica in funzione anti inflattiva è stato «brillantemente raggiunto». Chi lo conosce si aspetta un suo ruolo «indipendente ma pragmatico», comunque con un piglio «politico» ereditato dal padre, Paolino Panetta, che nel dopoguerra è stato a lungo sindaco di Pescosolido, paese in provincia di Frosinone, militando nelle file della Democrazia cristiana.
Di certo, Panetta spingerà per l’euro digitale. L’argomento che lo ha visto protagonista in questi anni, avendo la delega sui sistemi di pagamento nel comitato esecutivo. Il suo ultimo intervento, con un articolo sul blog della Bce, è un appello a estendere i vantaggi delle tecnologie digitali ai pagamenti transfrontalieri ancora «lenti e troppo costosi», ha scritto.
Il suo primo impegno ufficiale, sebbene a porte chiuse, è previsto per il 15 novembre, con la riunione non di politica monetaria del consiglio direttivo della Bce. A stretto giro Panetta dovrà, inoltre, scegliere il nuovo vice direttore generale, ovvero chi prenderà il posto di Piero Cipollone - passato all’esecutivo della Bce, nel ruolo lasciato proprio da Panetta - nel direttorio di Via Nazionale. In pole position ci sarebbe Gian Luca Trequattrini, a lungo capo di gabinetto del direttorio. Dato per favorito.
«Il Fisco aiuta solo i titoli di Stato»
«È difficile discutere di Patto di stabilità quando tutto intorno a noi è instabile. Le regole devono essere quindi serie, credibili, comprensibili e realistiche». Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, intervenendo alla Giornata mondiale del risparmio, ha lanciato ieri più di una frecciata ai vertici della Ue ma anche della Bce. «La politica monetaria restrittiva delle Banche centrali inizia a produrre effetti, ahimè anche con l’azzeramento della crescita», ha infatti sottolineato sempre ieri chiosando con quell’«ahimè». E augurandosi che le previsioni ottimistiche su un forte ridimensionamento del tasso di inflazione nel prossimo futuro «possano trovare riscontro nella realtà, perché l’andamento dei prezzi non è stato lineare e omogeneo registrandosi, piuttosto, forti distorsioni dei prezzi relativi che hanno inevitabilmente impattato anche sulla distribuzione del reddito».
Quanto alla posizione italiana di «riconoscere uno spazio adeguato ad alcune tipologie di spese per investimenti, con particolare riferimento a quelli, assai consistenti, che stanno impegnando i nostri sistemi economici nelle difficili transizioni e in relazione alle maggiori esigenze di sicurezza e difesa», Giorgetti ieri ha spiegato che «non trova ampio consenso» ma «noi la ribadiamo con forza». Il capo del Mef ha inoltre ricordato che il risparmio italiano «non è interamente collocato nei conti correnti» e che «una certa vocazione parsimoniosa degli italiani ha evitato di esporci alle periodiche e sempre più frequenti crisi finanziarie generate dalle bolle speculative di volta in volta in altri Paesi». L’Italia dovrebbe quindi valorizzare di più «questo elemento di forza che dovrebbe indurre gli osservatori esterni a valutare in termini meno critici la stabilità complessiva» del nostro Paese. Resta l’elevato livello di debito pubblico che è «il nostro punto debole», ha ammesso. «Dopo anni di bassi tassi di interesse e con l’impennata del suo stock indotta dagli scostamenti di bilancio in risposta alla pandemia e alla guerra in Ucraina, è suonata la sveglia. Più debito significa più spesa per interessi, e più spesa per interessi significa risorse sottratte al sostegno a famiglie e imprese. È un’equazione semplice ma non sempre chiara agli attori politici e sociali».
Ma oltre al ministro dell’economia, ieri alla Giornata del risparmio ha tenuto banco anche uno scatenato presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, che ha puntato il dito sul fatto che gli investimenti nelle imprese di ogni genere sono gravati dal massimo della tassazione: il 24% di Ires sugli utili, più l’Irap, più il 26% di «cedolare secca» sui dividendi percepiti dai risparmiatori, più l’imposta patrimoniale del bollo e l’addizionale del 3,5% sugli utili delle banche. In Italia, ha dunque detto il presidente dell’associazione dei banchieri, «sono agevolati soltanto gli investimenti nel debito pubblico, gravati dall’aliquota ridotta del 12,5% di tassazione per favorirne il collocamento» mentre «il risparmio collocato in liquidità subisce l’aliquota del 26%». In pratica, secondo Patuelli, «si tratta di una tassazione complessiva che supera il 50% e non incoraggia il risparmio a dirigersi verso investimenti produttivi». Poi ha invocato regole più flessibili per banche, imprese e famiglie «per ristrutturare i crediti deteriorati» chiedendo «che l’Autorità bancaria europea (Eba, ndr) renda meno rigida l’inflessibile normativa che molto limita le ristrutturazioni dei crediti». Patuelli ha infine sollecitato un tetto al debito pubblico italiano che «non può crescere in cifra assoluta all’infinito e che sottrae risorse alle iniziative sociali pubbliche e penalizza la competitività internazionale delle imprese».
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Il nuovo governatore si insedia oggi. Fra gli architetti della moneta unica elettronica, sull’inflazione ha detto: «Non bisogna guidare come un pazzo a fari spenti nella notte...». Sulla vigilanza attesa continuità con Ignazio Visco.Antonio Patuelli critica sia l’Eba sia le agevolazioni sui Btp: «Aliquota ridotta al 12,5% mentre sugli investimenti nelle imprese tasse oltre il 50%». Giancarlo Giorgetti contro l’Ue e la Bce.Lo speciale contiene due articoli.Oggi finisce l’era Visco, durata 12 anni, e comincia quella di Fabio Panetta al timone della Banca d’Italia. L’occasione per suggellare il passaggio di testimone è stata offerta ieri dalla Giornata mondiale del risparmio organizzata a Roma dall’Acri, l’associazione delle fondazioni. Ignazio Visco ha lanciato il suo ultimo monito al governo rappresentato in sala dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, chiedendo al governo di non compromettere «la qualità della spesa pubblica e la sua capacità di sostenere la crescita». L’ultima parte del suo discorso è stata poi dedicata a non chiudere il mondo di nuovo in blocchi perché, ha aggiunto citando Voltaire nel Candide, occorre «coltivare il nostro giardino» ma «nell’attuale contesto mondiale, è improbabile che possa bastare». Lunghi applausi dalla platea dove, ieri, c’erano presidenti di fondazioni, banchieri, funzionari e dirigenti della Banca d’Italia, ma non il successore di Visco, Fabio Panetta, che si insedierà ufficialmente oggi. Lascia il board della Bce per tornare a Palazzo Koch da governatore dopo che a Via Nazionale è stato stretto collaboratore di Antonio Fazio (era il suo sherpa alle riunioni della Bce), poi di Mario Draghi, poi vicedirettore generale con lo stesso Visco e, per poco più di sei mesi, direttore generale di Bankitalia nonché presidente dell’Ivass. L’economista esperto di euro digitale, e suo primo sponsor, conosce bene le alchimie «politiche» di Francoforte e gli inquilini dei piani alti dell’Eurotower. Molto più del suo predecessore. In questi ultimi anni ha seguito i dossier più caldi sotto il profilo bancario e ha anche fatto parte della Vigilanza della Bce sedendosi dal 1° gennaio 2020 al tavolo del comitato esecutivo. E mostrandosi tra i consiglieri che invocavano più prudenza e gradualità, dopo la corsa ripida dei tassi d’interesse. Parlava con quel cappello, quando a febbraio aveva citato Lucio Battisti in un discorso a un evento londinese: «Quello che la Bce non deve fare, nel contrasto all’inflazione, è guidare come un pazzo a fari spenti nella notte». E sempre con il cappello di tecnico della Vigilanza, lo scorso 20 settembre, aveva detto che «garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche è come tenere in equilibrio un’altalena, con il debito da un lato e la crescita dall’altro». Messaggio rivolto Bruxelles, cui lasciava intendere quanto sia controproducente opporre regole troppo rigide o predefinite nell’interazione monetario-fiscale e insistere sulla riduzione del debito se non si irrobustisce appunto la crescita. L’era Panetta in via Nazionale comincia proprio quando la crescita dell’inflazione è tornata sotto il 2%, su livelli che non si vedevano da due anni e a pochi giorni dalla pausa presa da Christine Lagarde sui tassi. Ma comincia anche mentre entra nel vivo la delicata trattativa tra il governo italiano e le autorità Ue sul Mes. Il tutto, alla vigilia delle elezioni europee di giugno. Come sarà, quindi, la Bankitalia di Panetta? Che posizione terrà lungo l’asse Roma-Bruxelles-Francoforte? Sul fronte interno della vigilanza bancaria è attesa grande continuità con Visco sebbene quest’ultimo sia esperto di economia reale, il suo successore invece di banche e finanza. Quanto alle politiche monetarie, nei suoi interventi abbiamo visto come Panetta abbia sostenuto che strangolare lo sviluppo in nome del contenimento dell’inflazione ha poco senso quando realtà (come quella italiana) caratterizzate da alto debito necessitano di un aumento del Pil per garantire ai mercati la sostenibilità del rimborso dei titoli di Stato. Posizione allineata con quella del ministro dell’Economia, Giorgetti, che ha più volte rimarcato come i rialzi dei tassi «ci costano 14-15 miliardi» in più per gli oneri del debito, mentre l’obiettivo di blocco della crescita economica in funzione anti inflattiva è stato «brillantemente raggiunto». Chi lo conosce si aspetta un suo ruolo «indipendente ma pragmatico», comunque con un piglio «politico» ereditato dal padre, Paolino Panetta, che nel dopoguerra è stato a lungo sindaco di Pescosolido, paese in provincia di Frosinone, militando nelle file della Democrazia cristiana. Di certo, Panetta spingerà per l’euro digitale. L’argomento che lo ha visto protagonista in questi anni, avendo la delega sui sistemi di pagamento nel comitato esecutivo. Il suo ultimo intervento, con un articolo sul blog della Bce, è un appello a estendere i vantaggi delle tecnologie digitali ai pagamenti transfrontalieri ancora «lenti e troppo costosi», ha scritto. Il suo primo impegno ufficiale, sebbene a porte chiuse, è previsto per il 15 novembre, con la riunione non di politica monetaria del consiglio direttivo della Bce. A stretto giro Panetta dovrà, inoltre, scegliere il nuovo vice direttore generale, ovvero chi prenderà il posto di Piero Cipollone - passato all’esecutivo della Bce, nel ruolo lasciato proprio da Panetta - nel direttorio di Via Nazionale. In pole position ci sarebbe Gian Luca Trequattrini, a lungo capo di gabinetto del direttorio. Dato per favorito.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bankitalia-comincia-era-panetta-2666111933.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-fisco-aiuta-solo-i-titoli-di-stato" data-post-id="2666111933" data-published-at="1698800393" data-use-pagination="False"> «Il Fisco aiuta solo i titoli di Stato» «È difficile discutere di Patto di stabilità quando tutto intorno a noi è instabile. Le regole devono essere quindi serie, credibili, comprensibili e realistiche». Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, intervenendo alla Giornata mondiale del risparmio, ha lanciato ieri più di una frecciata ai vertici della Ue ma anche della Bce. «La politica monetaria restrittiva delle Banche centrali inizia a produrre effetti, ahimè anche con l’azzeramento della crescita», ha infatti sottolineato sempre ieri chiosando con quell’«ahimè». E augurandosi che le previsioni ottimistiche su un forte ridimensionamento del tasso di inflazione nel prossimo futuro «possano trovare riscontro nella realtà, perché l’andamento dei prezzi non è stato lineare e omogeneo registrandosi, piuttosto, forti distorsioni dei prezzi relativi che hanno inevitabilmente impattato anche sulla distribuzione del reddito». Quanto alla posizione italiana di «riconoscere uno spazio adeguato ad alcune tipologie di spese per investimenti, con particolare riferimento a quelli, assai consistenti, che stanno impegnando i nostri sistemi economici nelle difficili transizioni e in relazione alle maggiori esigenze di sicurezza e difesa», Giorgetti ieri ha spiegato che «non trova ampio consenso» ma «noi la ribadiamo con forza». Il capo del Mef ha inoltre ricordato che il risparmio italiano «non è interamente collocato nei conti correnti» e che «una certa vocazione parsimoniosa degli italiani ha evitato di esporci alle periodiche e sempre più frequenti crisi finanziarie generate dalle bolle speculative di volta in volta in altri Paesi». L’Italia dovrebbe quindi valorizzare di più «questo elemento di forza che dovrebbe indurre gli osservatori esterni a valutare in termini meno critici la stabilità complessiva» del nostro Paese. Resta l’elevato livello di debito pubblico che è «il nostro punto debole», ha ammesso. «Dopo anni di bassi tassi di interesse e con l’impennata del suo stock indotta dagli scostamenti di bilancio in risposta alla pandemia e alla guerra in Ucraina, è suonata la sveglia. Più debito significa più spesa per interessi, e più spesa per interessi significa risorse sottratte al sostegno a famiglie e imprese. È un’equazione semplice ma non sempre chiara agli attori politici e sociali». Ma oltre al ministro dell’economia, ieri alla Giornata del risparmio ha tenuto banco anche uno scatenato presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, che ha puntato il dito sul fatto che gli investimenti nelle imprese di ogni genere sono gravati dal massimo della tassazione: il 24% di Ires sugli utili, più l’Irap, più il 26% di «cedolare secca» sui dividendi percepiti dai risparmiatori, più l’imposta patrimoniale del bollo e l’addizionale del 3,5% sugli utili delle banche. In Italia, ha dunque detto il presidente dell’associazione dei banchieri, «sono agevolati soltanto gli investimenti nel debito pubblico, gravati dall’aliquota ridotta del 12,5% di tassazione per favorirne il collocamento» mentre «il risparmio collocato in liquidità subisce l’aliquota del 26%». In pratica, secondo Patuelli, «si tratta di una tassazione complessiva che supera il 50% e non incoraggia il risparmio a dirigersi verso investimenti produttivi». Poi ha invocato regole più flessibili per banche, imprese e famiglie «per ristrutturare i crediti deteriorati» chiedendo «che l’Autorità bancaria europea (Eba, ndr) renda meno rigida l’inflessibile normativa che molto limita le ristrutturazioni dei crediti». Patuelli ha infine sollecitato un tetto al debito pubblico italiano che «non può crescere in cifra assoluta all’infinito e che sottrae risorse alle iniziative sociali pubbliche e penalizza la competitività internazionale delle imprese».
Ditonellapiaga e Tony Pitony si esibiscono sul palco del teatro Ariston (Ansa)
La serata delle cover, con i duetti tra concorrenti e ospiti, è la più attesa del Festival. A incuriosire sono gli abbinamenti e la scelta dei brani. L’Ariston risponde con entusiasmo: tra omaggi, energia e qualche azzardo, ecco le pagelle della serata.
Elettra Lamborghini con Las Ketchup 6,5 Aserejé, tormentone primi Duemila, è perfetta per tenere vivo il clima di festa creato dal medley di Laura Pausini. L’Ariston ha voglia di divertirsi. Fasciate in uno sgargiante abito lungo trasmettono spensieratezza. Frizzanti.
Alessandro Siani 6,5 Arriva da Napoli, come cinque dei cantanti in gara e chissà se c’entra la caccia all’audience. Il ping-pong con Carlo Conti sui motivi, istituzionali e giocosi, perché Sanremo è Sanremo è una bella idea, ma è appena abbozzata. Timido.
Bianca Balti 8 Un anno dopo, con i capelli, elegante e sorridente. «Sono qua per godermela, non solo per me, ma per tutte le persone che hanno sofferto come me». E «sono innamoratissima». Entusiasta.
Malika Ayane con Claudio Santamaria 4,5 Quando si sceglie Mi sei scoppiato dentro il cuore di Mina bisogna pensarci 10 volte. Inevitabile balzi all’orecchio ciò che manca. E lo scoppio floppa. Temerari.
Bambole di pezza con Cristina D’Avena 6 per l’impegno Sembrano copiare i Maneskin senza riuscirci e questo la dice tutta. Infatti, il meglio lo danno quando citano Whole lotta love dei Led Zeppelin. Ma perché non hanno proposto quella? Confuse.
Tommaso Paradiso con Stadio 7,5 Una sferzata di rock visionario e apocalittico atterra all’Ariston con L’ultima luna di Lucio Dalla. Gaetano Curreri non ha la voce giusta, Tommaso sì. Di culto.
Michele Bravi con Fiorella Mannoia 5 Per la scelta di Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni vale quanto detto per il brano di Mina: si sente il vuoto. Non c’è il carisma, non c’è la drammaticità, non c’è la voce piena dell’interprete originale. Pazienza.
Tredici Pietro con Galeffi, Fudasca & The Band 8,5 Il figlio d’arte cresce e si muove meglio ogni sera. Figurarsi se spunta papà Gianni che Vita la cantava con Lucio Dalla. Chissenefregadeimoralisti.
Maria Antonietta & Colombre con Brunori Sas 8 la voce di Colombre si avvicina a quella di Jimmy Fontana di Il mondo e il confronto con una delle più belle canzoni della musica italiana non è penalizzante. Plausibili.
Fulminacci con Francesca Fagnani 6,5 Qui è più teatro che musica, ma citare Mina e Alberto Lupo di Parole parole dà i brividi. Si può accettare solo in un copione scanzonato e autoironico. Coraggiosi.
LDA e Aka 7even con Tullio De Piscopo 7,5 A 80 anni l’energia e il feeling di De Piscopo sono intatti. E fa tutta la differenza cantare la cover con il suo inventore. L’Ariston continua a fare festa. Andamento veloce.
J-Ax con Ligera County Fam 8 All star de Milan: Cochi Ponzoni (senza Renato Pozzetto) Paolo Rossi, Paolo Jannacci, Ale & Franz accompagnano il rapper. Felicemente sgangherati.
Ditonellapiaga con Tony Pitony 8,5 Parrucca rosa e maschera di plastica. Cabaret anni Quaranta, jazz americano, Broadway, Quartetto Cetra. Con The Lady is a tramp un’altra scarica di energia. E si balla.
Caterina Caselli 9 Emozionata. Ancora con la sua voce metallica e contundente. Non smette di ringraziare le persone dalle quali ha imparato. Interprete, scopritrice di talenti, produttrice discografica, artista completa. Magnetica.
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I veicoli dei talebani controllano la sicurezza a un posto di blocco vicino al confine tra Pakistan e Afghanistan a Nangarhar (Ansa)
L’aviazione pachistana la settimana scorsa aveva condotto una serie di attacchi aerei in Afghanistan, colpendo alcuni campi di addestramento per terroristi. Il bilancio era stato di 18 morti e 7 feriti secondo il governo talebano, che aveva convocato l'ambasciatore del Pakistan a Kabul. Era così iniziata quella che in gergo si definisce come una guerra a bassa intensità con continue «scaramucce» sul confine che avvevano comunque provocato morti e feriti. Il governo del primo ministro Shehbaz Sharif ha deciso per un attacco in grande stile con missili terra-aria su uffici, caserme e centri di addestramento del regime talebano che non ha una contraerea in grado di difendere il territorio. Gli studenti coranici avevano «ereditato» dagli americani, al loro abbandono dell’Afghanistan, una serie di aerei ed elicotteri, molti dei quali danneggiati e ormai inservibili. Sul confine si sono moltiplicate le battaglie fra le truppe di terra, ma le cifre di morti e feriti divergono sensibilmente. Islamabad ha dichiarato di aver colpito 22 obiettivi militari e che sono stati uccisi 274 funzionari e militanti talebani. Stando a quanto dichiarato dal portavoce delle forze armate pachistane sarebbero stati solamente 12 i militari caduti negli scontri. Il ministro della Difesa dei talebani ha detto che l’aeronautica militare del ministero della Difesa nazionale ha condotto attacchi aerei coordinati contro un accampamento militare vicino a Faizabad, a Islamabad, una base militare a Nowshera, posizioni militari a Jamrud, mentre Zabihullah Mujahid, portavoce del governo talebano, ha subito indetto una conferenza stampa per annunciare che 55 soldati pachistani erano stati uccisi e 19 postazioni conquistate, mentre 8 combattenti talebani erano caduti. Numeri ovviamente incontrollabili, ma appare difficile credere che la cadente aviazione dell’Afghanistan possa aver ottenuto questi risultati. Zabihullah Mujahid, ha aggiunto di voler subito ricorrere al dialogo per risolvere il conflitto con il vicino Pakistan, sottolineando la necessità di una soluzione pacifica e continuando a sperare che il problema venga risolto senza altra violenza. Il portavoce talebano ha respinto le accuse di Islamabad di essere coinvolti negli attacchi terroristici, rispondendo che sono invece loro che sostengono lo Stato islamico che combatte, sotto il nome di Isis K, per abbattere l’emirato dei talebani. Se proseguisse, lo scontro militare sembrerebbe avere un esito certo, perché le forze armate pachistane dispongono di oltre mezzo milione di uomini e di una forza aerea efficiente, oltre ad un arsenale atomico. L’Afghanistan dichiara di avere 150.000 combattenti, ma non si tratta di un vero e proprio esercito, bensì di milizie abituate soltanto alla guerriglia irregolare. Il fronte però è più ampio di quello che potrebbe sembrare perché il ministro della Difesa di Islamabad ha accusato l’India di avere influenza politica sui talebani. Nuova Delhi ha respinto le accuse, denunciando un piano pachistano per destabilizzare il subcontinente indiano. La Cina e la Russia, unica nazione che ha ufficialmente riconosciuto l’emirato dell’Afghanistan, sono al lavoro per una soluzione diplomatica di un conflitto che potrebbe destabilizzare l’intera Asia centrale.
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Matteo Del Fante (Ansa)
L’amministratore delegato sorride tra numeri e strategie, mentre la stima per il 2026 promette ulteriori crescite: «Abbiamo rafforzato la nostra politica dei dividendi», dice, e non è un dettaglio da poco: la cedola proposta sale del 16%, arrivando a 1,25 euro per azione, a testimonianza di un’azienda che non vuole solo correre, ma premiare chi le ha dato fiducia. A dare contenuto a questo risultati soprattutto la finanza e la logistica, con il primato nella consegna dei pacchi.
Il futuro, però, non sono solo conti e percentuali: è anche digitale, innovativo e strategico. Del Fante non si limita a parlare di numeri, ma racconta un percorso di trasformazione che intreccia Poste con Tim, «una partnership che non è mirata a un guadagno immediato ma alla creazione di valore durevole e sostenibile per entrambi i gruppi». Il filo conduttore? Sinergie, integrazione e visione a lungo termine. E per dare concretezza alle parole, la riorganizzazione di gruppo in corso prevede un hub finanziario integrato, dove PostePay e BancoPosta dialogheranno fianco a fianco attraverso la fusione delle rispettive attività. Business come energia e telecomunicazioni saranno distribuiti dalla rete degli sportelli Poste. E non si tratta di semplice fantasia digitale: la nuova super-app di Poste, fiore all’occhiello del 2025, è diventata un fenomeno nazionale, con oltre quattro milioni di utenti giornalieri, la più utilizzata tra gli algoritmi proposti da un’azienda italiana. L’Intelligenza artificiale non è un concetto fumoso: Del Fante la indica come «un acceleratore di crescita chiave» del piano strategico pluriennale che verrà presentato entro il 2026, pronto a inaugurare una nuova stagione dopo nove anni di evoluzioni continue.
I numeri del bilancio restano sotto i riflettori: i ricavi di gruppo hanno raggiunto 13,1 miliardi, in crescita del 4% rispetto al 2024. Il margine operativo tocca i 3,2 miliardi, con un balzo del 10%, e l’utile netto segna 2,2 miliardi, anche questo con un +10%, in anticipo sui target del piano 2024-28. Dalle parole di Del Fante emerge che Poste non solo cresce, ma lo fa stabilmente, costruendo le basi per guardare oltre, fino al 2026: i ricavi sono previsti a 13,5 miliardi, il margine operativo superiore a 3,3 miliardi e l’utile netto (esclusa la partecipazione in Tim) a 2,3 miliardi. Anche i dividendi resteranno generosi, con una percentuale di assegnazione ai soci superiore al 70% degli utili. Da aggiungere un piccolo extra legato all’arrivo del dividendo Tim stimato in cento milioni di euro a partire dal 2027.
Proprio dal gruppo telefonico arriva una novità nella governance. Adrian Calaza, ex direttore finanziario di Tim, è il nuovo presidente di Tim Brasil dove già ricopriva il ruolo di consigliere. Prende il posto di Nicandro Durante. In consiglio entra anche Camillo Greco, direttore finanziario di Poste Italiane. Nell’illustrazione dei conti da parte di Matteo Del Fante manca, naturalmente, il capitolo «grandi manovre»: tra le priorità c’è l’acquisizione del 20% del Polo strategico nazionale da Cdp, un investimento contenuto ma strategico per supportare Tim nella migrazione della pubblica amministrazione italiana verso il cloud. Insomma, tra numeri da record e strategie a lungo termine, Poste italiane si conferma un gigante in movimento: non solo un’azienda di servizi postali e finanziari, ma un ecosistema digitale in piena espansione, pronto a cavalcare la tecnologia, l’Intelligenza artificiale e le sinergie industriali. Matteo Del Fante lo annuncia a tutta la comunità finanziaria che l’ascolta durante la conference call: il 2025 è stato eccezionale, ma l’avventura è appena all’inizio.
Il riflesso dell’uso dell’Ia si vedrà anche sul fronte dei dipendenti: le assunzioni annuali nei centri aziendali nel 2026 si stimano in calo del 15% rispetto alla media degli ultimi quattro anni. Con Tim, di cui è primo socio, Poste ha aperto vari tavoli. I risparmi attesi si aggirano sui cento milioni.
A inizio del prossimo anno, Poste attende, inoltre, completare la riorganizzazione con la creazione di un hub finanziario e la fusione di BancoPosta con PostePay. «A seguito di questa fusione deterremo il business energia e tlc a livello di capogruppo», ha detto l’ad, spiegando il progetto di creazione dell’hub finanziario. L’Intelligenza artificiale sarà cruciale nello sviluppo previsto. Nel servizio clienti ha permesso la riduzione dei costi del 30%. Sono attesi altri 30 milioni entro i prossimi quattro anni. Inoltre, sono stimati fino a circa 100 milioni di euro di risparmio annuo sui costi It.
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