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2023-11-01
In Bankitalia comincia l’era Panetta: anti Lagarde ma pro euro digitale
Il nuovo governatore della Banca d'Italia, Fabio Panetta (Imagoeconomica)
Oggi finisce l’era Visco, durata 12 anni, e comincia quella di Fabio Panetta al timone della Banca d’Italia. L’occasione per suggellare il passaggio di testimone è stata offerta ieri dalla Giornata mondiale del risparmio organizzata a Roma dall’Acri, l’associazione delle fondazioni. Ignazio Visco ha lanciato il suo ultimo monito al governo rappresentato in sala dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, chiedendo al governo di non compromettere «la qualità della spesa pubblica e la sua capacità di sostenere la crescita». L’ultima parte del suo discorso è stata poi dedicata a non chiudere il mondo di nuovo in blocchi perché, ha aggiunto citando Voltaire nel Candide, occorre «coltivare il nostro giardino» ma «nell’attuale contesto mondiale, è improbabile che possa bastare». Lunghi applausi dalla platea dove, ieri, c’erano presidenti di fondazioni, banchieri, funzionari e dirigenti della Banca d’Italia, ma non il successore di Visco, Fabio Panetta, che si insedierà ufficialmente oggi. Lascia il board della Bce per tornare a Palazzo Koch da governatore dopo che a Via Nazionale è stato stretto collaboratore di Antonio Fazio (era il suo sherpa alle riunioni della Bce), poi di Mario Draghi, poi vicedirettore generale con lo stesso Visco e, per poco più di sei mesi, direttore generale di Bankitalia nonché presidente dell’Ivass. L’economista esperto di euro digitale, e suo primo sponsor, conosce bene le alchimie «politiche» di Francoforte e gli inquilini dei piani alti dell’Eurotower. Molto più del suo predecessore.
In questi ultimi anni ha seguito i dossier più caldi sotto il profilo bancario e ha anche fatto parte della Vigilanza della Bce sedendosi dal 1° gennaio 2020 al tavolo del comitato esecutivo. E mostrandosi tra i consiglieri che invocavano più prudenza e gradualità, dopo la corsa ripida dei tassi d’interesse. Parlava con quel cappello, quando a febbraio aveva citato Lucio Battisti in un discorso a un evento londinese: «Quello che la Bce non deve fare, nel contrasto all’inflazione, è guidare come un pazzo a fari spenti nella notte». E sempre con il cappello di tecnico della Vigilanza, lo scorso 20 settembre, aveva detto che «garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche è come tenere in equilibrio un’altalena, con il debito da un lato e la crescita dall’altro». Messaggio rivolto Bruxelles, cui lasciava intendere quanto sia controproducente opporre regole troppo rigide o predefinite nell’interazione monetario-fiscale e insistere sulla riduzione del debito se non si irrobustisce appunto la crescita.
L’era Panetta in via Nazionale comincia proprio quando la crescita dell’inflazione è tornata sotto il 2%, su livelli che non si vedevano da due anni e a pochi giorni dalla pausa presa da Christine Lagarde sui tassi. Ma comincia anche mentre entra nel vivo la delicata trattativa tra il governo italiano e le autorità Ue sul Mes. Il tutto, alla vigilia delle elezioni europee di giugno. Come sarà, quindi, la Bankitalia di Panetta? Che posizione terrà lungo l’asse Roma-Bruxelles-Francoforte? Sul fronte interno della vigilanza bancaria è attesa grande continuità con Visco sebbene quest’ultimo sia esperto di economia reale, il suo successore invece di banche e finanza. Quanto alle politiche monetarie, nei suoi interventi abbiamo visto come Panetta abbia sostenuto che strangolare lo sviluppo in nome del contenimento dell’inflazione ha poco senso quando realtà (come quella italiana) caratterizzate da alto debito necessitano di un aumento del Pil per garantire ai mercati la sostenibilità del rimborso dei titoli di Stato. Posizione allineata con quella del ministro dell’Economia, Giorgetti, che ha più volte rimarcato come i rialzi dei tassi «ci costano 14-15 miliardi» in più per gli oneri del debito, mentre l’obiettivo di blocco della crescita economica in funzione anti inflattiva è stato «brillantemente raggiunto». Chi lo conosce si aspetta un suo ruolo «indipendente ma pragmatico», comunque con un piglio «politico» ereditato dal padre, Paolino Panetta, che nel dopoguerra è stato a lungo sindaco di Pescosolido, paese in provincia di Frosinone, militando nelle file della Democrazia cristiana.
Di certo, Panetta spingerà per l’euro digitale. L’argomento che lo ha visto protagonista in questi anni, avendo la delega sui sistemi di pagamento nel comitato esecutivo. Il suo ultimo intervento, con un articolo sul blog della Bce, è un appello a estendere i vantaggi delle tecnologie digitali ai pagamenti transfrontalieri ancora «lenti e troppo costosi», ha scritto.
Il suo primo impegno ufficiale, sebbene a porte chiuse, è previsto per il 15 novembre, con la riunione non di politica monetaria del consiglio direttivo della Bce. A stretto giro Panetta dovrà, inoltre, scegliere il nuovo vice direttore generale, ovvero chi prenderà il posto di Piero Cipollone - passato all’esecutivo della Bce, nel ruolo lasciato proprio da Panetta - nel direttorio di Via Nazionale. In pole position ci sarebbe Gian Luca Trequattrini, a lungo capo di gabinetto del direttorio. Dato per favorito.
«Il Fisco aiuta solo i titoli di Stato»
«È difficile discutere di Patto di stabilità quando tutto intorno a noi è instabile. Le regole devono essere quindi serie, credibili, comprensibili e realistiche». Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, intervenendo alla Giornata mondiale del risparmio, ha lanciato ieri più di una frecciata ai vertici della Ue ma anche della Bce. «La politica monetaria restrittiva delle Banche centrali inizia a produrre effetti, ahimè anche con l’azzeramento della crescita», ha infatti sottolineato sempre ieri chiosando con quell’«ahimè». E augurandosi che le previsioni ottimistiche su un forte ridimensionamento del tasso di inflazione nel prossimo futuro «possano trovare riscontro nella realtà, perché l’andamento dei prezzi non è stato lineare e omogeneo registrandosi, piuttosto, forti distorsioni dei prezzi relativi che hanno inevitabilmente impattato anche sulla distribuzione del reddito».
Quanto alla posizione italiana di «riconoscere uno spazio adeguato ad alcune tipologie di spese per investimenti, con particolare riferimento a quelli, assai consistenti, che stanno impegnando i nostri sistemi economici nelle difficili transizioni e in relazione alle maggiori esigenze di sicurezza e difesa», Giorgetti ieri ha spiegato che «non trova ampio consenso» ma «noi la ribadiamo con forza». Il capo del Mef ha inoltre ricordato che il risparmio italiano «non è interamente collocato nei conti correnti» e che «una certa vocazione parsimoniosa degli italiani ha evitato di esporci alle periodiche e sempre più frequenti crisi finanziarie generate dalle bolle speculative di volta in volta in altri Paesi». L’Italia dovrebbe quindi valorizzare di più «questo elemento di forza che dovrebbe indurre gli osservatori esterni a valutare in termini meno critici la stabilità complessiva» del nostro Paese. Resta l’elevato livello di debito pubblico che è «il nostro punto debole», ha ammesso. «Dopo anni di bassi tassi di interesse e con l’impennata del suo stock indotta dagli scostamenti di bilancio in risposta alla pandemia e alla guerra in Ucraina, è suonata la sveglia. Più debito significa più spesa per interessi, e più spesa per interessi significa risorse sottratte al sostegno a famiglie e imprese. È un’equazione semplice ma non sempre chiara agli attori politici e sociali».
Ma oltre al ministro dell’economia, ieri alla Giornata del risparmio ha tenuto banco anche uno scatenato presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, che ha puntato il dito sul fatto che gli investimenti nelle imprese di ogni genere sono gravati dal massimo della tassazione: il 24% di Ires sugli utili, più l’Irap, più il 26% di «cedolare secca» sui dividendi percepiti dai risparmiatori, più l’imposta patrimoniale del bollo e l’addizionale del 3,5% sugli utili delle banche. In Italia, ha dunque detto il presidente dell’associazione dei banchieri, «sono agevolati soltanto gli investimenti nel debito pubblico, gravati dall’aliquota ridotta del 12,5% di tassazione per favorirne il collocamento» mentre «il risparmio collocato in liquidità subisce l’aliquota del 26%». In pratica, secondo Patuelli, «si tratta di una tassazione complessiva che supera il 50% e non incoraggia il risparmio a dirigersi verso investimenti produttivi». Poi ha invocato regole più flessibili per banche, imprese e famiglie «per ristrutturare i crediti deteriorati» chiedendo «che l’Autorità bancaria europea (Eba, ndr) renda meno rigida l’inflessibile normativa che molto limita le ristrutturazioni dei crediti». Patuelli ha infine sollecitato un tetto al debito pubblico italiano che «non può crescere in cifra assoluta all’infinito e che sottrae risorse alle iniziative sociali pubbliche e penalizza la competitività internazionale delle imprese».
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Il nuovo governatore si insedia oggi. Fra gli architetti della moneta unica elettronica, sull’inflazione ha detto: «Non bisogna guidare come un pazzo a fari spenti nella notte...». Sulla vigilanza attesa continuità con Ignazio Visco.Antonio Patuelli critica sia l’Eba sia le agevolazioni sui Btp: «Aliquota ridotta al 12,5% mentre sugli investimenti nelle imprese tasse oltre il 50%». Giancarlo Giorgetti contro l’Ue e la Bce.Lo speciale contiene due articoli.Oggi finisce l’era Visco, durata 12 anni, e comincia quella di Fabio Panetta al timone della Banca d’Italia. L’occasione per suggellare il passaggio di testimone è stata offerta ieri dalla Giornata mondiale del risparmio organizzata a Roma dall’Acri, l’associazione delle fondazioni. Ignazio Visco ha lanciato il suo ultimo monito al governo rappresentato in sala dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, chiedendo al governo di non compromettere «la qualità della spesa pubblica e la sua capacità di sostenere la crescita». L’ultima parte del suo discorso è stata poi dedicata a non chiudere il mondo di nuovo in blocchi perché, ha aggiunto citando Voltaire nel Candide, occorre «coltivare il nostro giardino» ma «nell’attuale contesto mondiale, è improbabile che possa bastare». Lunghi applausi dalla platea dove, ieri, c’erano presidenti di fondazioni, banchieri, funzionari e dirigenti della Banca d’Italia, ma non il successore di Visco, Fabio Panetta, che si insedierà ufficialmente oggi. Lascia il board della Bce per tornare a Palazzo Koch da governatore dopo che a Via Nazionale è stato stretto collaboratore di Antonio Fazio (era il suo sherpa alle riunioni della Bce), poi di Mario Draghi, poi vicedirettore generale con lo stesso Visco e, per poco più di sei mesi, direttore generale di Bankitalia nonché presidente dell’Ivass. L’economista esperto di euro digitale, e suo primo sponsor, conosce bene le alchimie «politiche» di Francoforte e gli inquilini dei piani alti dell’Eurotower. Molto più del suo predecessore. In questi ultimi anni ha seguito i dossier più caldi sotto il profilo bancario e ha anche fatto parte della Vigilanza della Bce sedendosi dal 1° gennaio 2020 al tavolo del comitato esecutivo. E mostrandosi tra i consiglieri che invocavano più prudenza e gradualità, dopo la corsa ripida dei tassi d’interesse. Parlava con quel cappello, quando a febbraio aveva citato Lucio Battisti in un discorso a un evento londinese: «Quello che la Bce non deve fare, nel contrasto all’inflazione, è guidare come un pazzo a fari spenti nella notte». E sempre con il cappello di tecnico della Vigilanza, lo scorso 20 settembre, aveva detto che «garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche è come tenere in equilibrio un’altalena, con il debito da un lato e la crescita dall’altro». Messaggio rivolto Bruxelles, cui lasciava intendere quanto sia controproducente opporre regole troppo rigide o predefinite nell’interazione monetario-fiscale e insistere sulla riduzione del debito se non si irrobustisce appunto la crescita. L’era Panetta in via Nazionale comincia proprio quando la crescita dell’inflazione è tornata sotto il 2%, su livelli che non si vedevano da due anni e a pochi giorni dalla pausa presa da Christine Lagarde sui tassi. Ma comincia anche mentre entra nel vivo la delicata trattativa tra il governo italiano e le autorità Ue sul Mes. Il tutto, alla vigilia delle elezioni europee di giugno. Come sarà, quindi, la Bankitalia di Panetta? Che posizione terrà lungo l’asse Roma-Bruxelles-Francoforte? Sul fronte interno della vigilanza bancaria è attesa grande continuità con Visco sebbene quest’ultimo sia esperto di economia reale, il suo successore invece di banche e finanza. Quanto alle politiche monetarie, nei suoi interventi abbiamo visto come Panetta abbia sostenuto che strangolare lo sviluppo in nome del contenimento dell’inflazione ha poco senso quando realtà (come quella italiana) caratterizzate da alto debito necessitano di un aumento del Pil per garantire ai mercati la sostenibilità del rimborso dei titoli di Stato. Posizione allineata con quella del ministro dell’Economia, Giorgetti, che ha più volte rimarcato come i rialzi dei tassi «ci costano 14-15 miliardi» in più per gli oneri del debito, mentre l’obiettivo di blocco della crescita economica in funzione anti inflattiva è stato «brillantemente raggiunto». Chi lo conosce si aspetta un suo ruolo «indipendente ma pragmatico», comunque con un piglio «politico» ereditato dal padre, Paolino Panetta, che nel dopoguerra è stato a lungo sindaco di Pescosolido, paese in provincia di Frosinone, militando nelle file della Democrazia cristiana. Di certo, Panetta spingerà per l’euro digitale. L’argomento che lo ha visto protagonista in questi anni, avendo la delega sui sistemi di pagamento nel comitato esecutivo. Il suo ultimo intervento, con un articolo sul blog della Bce, è un appello a estendere i vantaggi delle tecnologie digitali ai pagamenti transfrontalieri ancora «lenti e troppo costosi», ha scritto. Il suo primo impegno ufficiale, sebbene a porte chiuse, è previsto per il 15 novembre, con la riunione non di politica monetaria del consiglio direttivo della Bce. A stretto giro Panetta dovrà, inoltre, scegliere il nuovo vice direttore generale, ovvero chi prenderà il posto di Piero Cipollone - passato all’esecutivo della Bce, nel ruolo lasciato proprio da Panetta - nel direttorio di Via Nazionale. In pole position ci sarebbe Gian Luca Trequattrini, a lungo capo di gabinetto del direttorio. Dato per favorito.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bankitalia-comincia-era-panetta-2666111933.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-fisco-aiuta-solo-i-titoli-di-stato" data-post-id="2666111933" data-published-at="1698800393" data-use-pagination="False"> «Il Fisco aiuta solo i titoli di Stato» «È difficile discutere di Patto di stabilità quando tutto intorno a noi è instabile. Le regole devono essere quindi serie, credibili, comprensibili e realistiche». Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, intervenendo alla Giornata mondiale del risparmio, ha lanciato ieri più di una frecciata ai vertici della Ue ma anche della Bce. «La politica monetaria restrittiva delle Banche centrali inizia a produrre effetti, ahimè anche con l’azzeramento della crescita», ha infatti sottolineato sempre ieri chiosando con quell’«ahimè». E augurandosi che le previsioni ottimistiche su un forte ridimensionamento del tasso di inflazione nel prossimo futuro «possano trovare riscontro nella realtà, perché l’andamento dei prezzi non è stato lineare e omogeneo registrandosi, piuttosto, forti distorsioni dei prezzi relativi che hanno inevitabilmente impattato anche sulla distribuzione del reddito». Quanto alla posizione italiana di «riconoscere uno spazio adeguato ad alcune tipologie di spese per investimenti, con particolare riferimento a quelli, assai consistenti, che stanno impegnando i nostri sistemi economici nelle difficili transizioni e in relazione alle maggiori esigenze di sicurezza e difesa», Giorgetti ieri ha spiegato che «non trova ampio consenso» ma «noi la ribadiamo con forza». Il capo del Mef ha inoltre ricordato che il risparmio italiano «non è interamente collocato nei conti correnti» e che «una certa vocazione parsimoniosa degli italiani ha evitato di esporci alle periodiche e sempre più frequenti crisi finanziarie generate dalle bolle speculative di volta in volta in altri Paesi». L’Italia dovrebbe quindi valorizzare di più «questo elemento di forza che dovrebbe indurre gli osservatori esterni a valutare in termini meno critici la stabilità complessiva» del nostro Paese. Resta l’elevato livello di debito pubblico che è «il nostro punto debole», ha ammesso. «Dopo anni di bassi tassi di interesse e con l’impennata del suo stock indotta dagli scostamenti di bilancio in risposta alla pandemia e alla guerra in Ucraina, è suonata la sveglia. Più debito significa più spesa per interessi, e più spesa per interessi significa risorse sottratte al sostegno a famiglie e imprese. È un’equazione semplice ma non sempre chiara agli attori politici e sociali». Ma oltre al ministro dell’economia, ieri alla Giornata del risparmio ha tenuto banco anche uno scatenato presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, che ha puntato il dito sul fatto che gli investimenti nelle imprese di ogni genere sono gravati dal massimo della tassazione: il 24% di Ires sugli utili, più l’Irap, più il 26% di «cedolare secca» sui dividendi percepiti dai risparmiatori, più l’imposta patrimoniale del bollo e l’addizionale del 3,5% sugli utili delle banche. In Italia, ha dunque detto il presidente dell’associazione dei banchieri, «sono agevolati soltanto gli investimenti nel debito pubblico, gravati dall’aliquota ridotta del 12,5% di tassazione per favorirne il collocamento» mentre «il risparmio collocato in liquidità subisce l’aliquota del 26%». In pratica, secondo Patuelli, «si tratta di una tassazione complessiva che supera il 50% e non incoraggia il risparmio a dirigersi verso investimenti produttivi». Poi ha invocato regole più flessibili per banche, imprese e famiglie «per ristrutturare i crediti deteriorati» chiedendo «che l’Autorità bancaria europea (Eba, ndr) renda meno rigida l’inflessibile normativa che molto limita le ristrutturazioni dei crediti». Patuelli ha infine sollecitato un tetto al debito pubblico italiano che «non può crescere in cifra assoluta all’infinito e che sottrae risorse alle iniziative sociali pubbliche e penalizza la competitività internazionale delle imprese».
Ansa
Il processo non è recente. Già nel 1963, sei anni prima del Sessantotto, l’Università di Stanford abolì il corso di Storia della civiltà occidentale. In Italia, il disastro è cominciato nel Sessantotto, che però è eterno, sembra non essere mai finito. L’idea del professore politicamente neutrale appare da decenni una delicata contraddizione in termini: «professore di sinistra» non è più una categoria sociologica, ma una normalità data per scontata. Antonio Gramsci teorizzò la necessità di occupare i gangli del potere - magistratura, scuola, spettacolo, giornalismo - e Palmiro Togliatti lavorò perché quella strategia diventasse realtà. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’egemonia culturale si è trasformata in senso comune e il dissenso è percepito come una colpa morale. Anche come colpa mortale.
Sergio Ramelli è stato ucciso e ancora si irride la sua morte. La storia di Sergio Ramelli è una di quelle che mettono a disagio perché non si lasciano archiviare con una formula. Non è una «tragica fatalità», non è un «clima di tensione», non è nemmeno un «errore». È una storia semplice e proprio per questo intollerabile: un ragazzo di 18 anni ucciso a colpi di chiave inglese per un tema scolastico scritto «male», o forse scritto troppo bene, o semplicemente scritto. Ramelli non era un personaggio con un qualche peso politico, non era un capo, non era nulla di particolarmente pericoloso. Era uno studente. Ma negli anni Settanta nell’Italia che custodiva il più potente Partito comunista del mondo occidentale, bastava poco per diventare colpevoli: bastava non essere dalla parte giusta. La sua colpa fu di pensare fuori dal perimetro consentito. Il suo tema esprimeva concetti su cui si poteva e si può essere d’accordo o meno, ma era senza dubbio un tema molto ben argomentato.
Nei tempi decenti i temi potevano essere solo sull’analisi de L’Infinito di Giacomo Leopardi o sulla figura di don Abbondio. In tempi ignobili i temi sono di «attualità», vale a dire di politica, vale a dire di indottrinamento, perché il tema di Ramelli era comunque un ottimo tema e prese un’insufficienza, dimostrando che la libertà di opinione millantata dalla nostra costituzione è, insieme a «La legge è uguale per tutti», uno spettacolare esempio di umorismo involontario. E l’insufficienza è ancora il meno. La scuola, che avrebbe dovuto proteggerlo, lo segnalò. La politica, che avrebbe dovuto ignorarlo, lo marchiò. La violenza, che non aveva bisogno di molte giustificazioni, fece il resto. Sergio Ramelli morì dopo settimane di agonia. Ne dà una dolente testimonianza sua madre, che giorno dopo giorno gli tenne la mano sperando in un miracolo che non venne, mentre sui muri e sui ciclostili si sghignazzava per l’agonia e la morte del suo ragazzo. E per molto tempo, più della sua morte, fece rumore il silenzio. Un silenzio educato, responsabile, quasi morale, quello degli educati moralmente superiori, quello dei responsabili, perché alcune vittime disturbano l’educato e sempre etico arredamento ideologico. E allora si preferisce non nominarle, come certi parenti imbarazzanti alle cene di famiglia.
La storia di Sergio Ramelli non insegna nulla, dicono. Ed è proprio questo che fa paura. Insisto: un buon professore - come un buon magistrato - dovrebbe essere qualcuno di cui è impossibile indovinare le idee politiche. Non perché non ne abbia, ma perché non le manifesta nel suo lavoro e rinuncia persino a esibirle nello spazio pubblico, consapevole che la sua imparzialità, come la virtù della moglie di Cesare, deve essere al di sopra di ogni sospetto. Dove l’imparzialità è al di sotto di ogni sospetto, prendiamo atto che la moglie di Cesare è di facili costumi. Magistrati ufficialmente schierati arricchiscono la giurisprudenza di sentenze indubbiamente creative, mentre professori apertamente schierati stigmatizzano e deridono non solo idee politiche diverse dalle loro, ma anche posizioni etiche e religiose tradizionali. Il cristianesimo «forte» viene trattato come un residuo imbarazzante: dalla condanna dell’aborto come omicidio alla considerazione dell’cosiddetta omosessualità come peccato, ogni visione non conforme viene liquidata come segno di spregevole arretratezza morale. Per inciso: anche in epoca di pandemia Covid non pochi professori hanno manifestato pubblicamente la loro perplessità per gli studenti non inoculati e li hanno indicati al pubblico ludibrio come potenziali untori. I professori che non si sono inoculati sono stati sospesi senza stipendio e i loro colleghi lo hanno trovato giustissimo, vista la mancanza di una qualsiasi forma di solidarietà. Quando poi sono rientrati, questi docenti non hanno potuto subito insegnare: c’era il rischio che insegnassero la libertà e il coraggio. Sono stati rinchiusi negli sgabuzzini e nei sottoscala a contare i ragni. Così la scuola, da luogo del sapere, diventa spazio di rieducazione. E il professore imparziale resta, appunto, una creatura mitologica.
A chiarire la natura profonda di questo processo è stato il filosofo francese Jacques Ellul. Nel suo libro Propaganda, Ellul spiega che il mezzo più potente di indottrinamento nelle società moderne non è la propaganda esplicita dei regimi totalitari, bensì quella silenziosa e pervasiva delle democrazie avanzate, una propaganda che «educa». Secondo Ellul, la scuola rappresenta lo strumento privilegiato di questo meccanismo, perché non solo in non pochi casi arrotondi la realtà, per cui, ad esempio, le decine di milioni di vittime del comunismo sono scomparse, ma perché seleziona i quadri mentali attraverso cui le nozioni vengono interpretate. L’indottrinamento moderno non consiste nel dire cosa pensare, bensì nel delimitare ciò che è pensabile. Una volta interiorizzati certi presupposti morali e ideologici, il soggetto crede di ragionare liberamente, mentre in realtà si muove all’interno di un recinto invisibile. Ellul sottolinea come l’educazione sia particolarmente efficace proprio perché rivolta ai giovani, quando le difese critiche non sono ancora formate e l’autorità dell’istituzione scolastica gode di una legittimazione quasi sacrale. Ciò che viene insegnato a scuola non viene percepito come opinione, ma come evidenza, non come ideologia, ma come neutralità scientifica. È in questo modo che la propaganda diventa totalizzante: quando smette di apparire come tale. Applicata al contesto contemporaneo, l’analisi di Ellul illumina con precisione inquietante il funzionamento della scuola odierna. Non si tratta più di discutere la storia, ma di giudicarla; non di comprenderla, ma di condannarla. L’Occidente non è studiato come civiltà complessa, contraddittoria e plurale, bensì come colpevole originario da decostruire. E lo studente non è chiamato a formarsi un’opinione, ma a espiare. Solo odiando l’Occidente e spaccando la testa di Sergio Ramelli o del poliziotto che cerca di proteggere Torino guadagnerà l’innocenza. In questo quadro, il pluralismo non è assente per caso: è strutturalmente incompatibile con l’obiettivo. Perché, come Ellul avvertiva, la propaganda più riuscita è quella che riesce a presentarsi come educazione morale. E la scuola, da luogo del sapere, diventa così il più efficiente laboratorio di conformismo spietato. Sia coloro che hanno spaccato le ossa del cranio di Sergio Ramelli, che quelli che hanno tentato di spaccare quelle del poliziotto aggredito a Torino, sono studenti: frutti di una scuola ideologizzata, quindi, per definizione, una scuola cattiva, anzi pessima, l’ultimo baluardo della mai veramente defunta Unione sovietica. È la scuola che ha armato con la chiave inglese o il martello.
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«Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette» (Disney+)
Allora, si dice la passione fosse ormai sopita, logorata da un'esposizione mediatica eccessiva, da incomprensioni e battibecchi, da un chiacchiericcio che, a distanza di oltre venticinque anni, ancora non ha perso veemenza. Cosa sia successo dentro quell'amore da filma, tra persone che sembravano essersi scelte senza riserve, sole tra mille, nessuno lo ha mai saputo con certezza. La cerchia di John F. Kennedy Jr. riferisce di sensibilità diverse, cuori distanti. Voleva figli, l'erede della dinastia Kennedy. Si avvicinava ai quaranta e avrebbe voluto la moglie gli consentisse di allargare la famiglia.
Ma Carolyn non avrebbe avuto alcun istinto materno. Carolyn, ex commessa con un lavoro nella moda. Carolyn, che le cronache descrivono cocainomane. Carolyn, che nei racconti degli amici voltava la testa dall'altra parte, ogniqualvolta il marito toccava l'argomento.Gli affetti più cari di John John sostengono lui stesse per chiedere il divorzio. Prima, però, sarebbe andato al matrimonio della cugina, portando con sé la moglie, un abito nero di Yves Saint Laurent comprato da Saks, e la cognata. Guidava lui il Piper Saratoga che, il 16 luglio 1999, è decollato alla volta di Martha's Vineyard, senza mai arrivarvi. Quel piccolo aereo è caduto nel mare, John e Carolyn sono morti, con loro la sorella di lei. L'amore da film s'è interrotto quel giorno, è finito prima che un giudice lo rendesse carta straccia, prima che i giornali facessero a pezzi il ricordo di quel che erano stati. La coppia più bella degli Stati Uniti d'America è morta, e - venticinque anni più tardi - è una serie tv a ritrovarla.
Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, su Disney+ a partire da venerdì 13 febbraio, vuole ricostruire quell'amore da film. Dagli inizi, dal primo incontro all'interno di Calvin Klein, quando Carolyn, bionda ed etera, si era ormai affrancata dal ruolo di commessa per diventare dirigente e confidente di CK. Lo show, che alla regia porta la firma di Ryan Murphy, racconta come la coppia si sia innamorata, come lo scapolo d'oro sia diventato marito, gli americani pazzi di quel duo-gioiello. Ma racconta altresì come i media, la sovraesposizione, abbiano pian piano minato la serenità della coppia. Di Carolyn, in particolare, una donna della porta accanto che non avrebbe mai voluto essere oggetto della bulimia dei rotocalchi.
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A spiegarci di che cosa si tratti è stato anche il Corriere della Sera, che giovedì così titolava la recensione: «Gestazione per altri, storia di solidarietà». Ovvero, come far passare la pratica dell’utero in affitto per «una storia d’amore, solidarietà, rispetto, al di là di ogni ideologia». Potenza artistica della rappresentazione, di e con Rossella Fava, autrice e attrice, che sui social racconta di aver «preso spunto dalle interviste che ho realizzato nel giro di un anno, a uomini e donne che hanno affrontato percorsi di Pma e Gpa».
Sulla piattaforma del Teatro della Cooperativa lo spettacolo viene presentato come «un testo importante e necessario che affronta un tema complesso e ancora troppo poco conosciuto, di estrema delicatezza, e che nel nostro Paese, a differenza di altri, fatica ancora a trovare una legislazione più giusta e più umana».
Senza mezzi termini, si definisce dunque disumana la legge italiana che vieta la surrogata e la rende reato universale. Non bastasse, viene lanciata questa provocazione: «Oggi chi è madre? Chi un bambino lo partorisce o chi lo desidera e lo cresce?».
E per togliere anche l’ultimo dubbio sulla collocazione ideologica dell’iniziativa, il pubblico è informato che domenica 15 febbraio «al termine dello spettacolo, ci sarà un incontro con Francesca Re, avvocato e consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni Aps», che vuole la legalizzazione dell’eutanasia, la gestazione per altri e le tecniche di fecondazione assistita per le coppie dello stesso sesso. Venerdì prossimo, 20 febbraio, sempre al termine dello spettacolo «ci sarà un incontro con l’Associazione Famiglie Arcobaleno», composta da genitori Lgbt.
«Non conosco questo spettacolo ma il modo in cui viene presentato è sufficientemente eloquente. C’è un continuo, tenace tentativo di presentare l’utero in affitto come un gesto solidale, mentre è una organizzazione commerciale, sempre regolata da un contratto e da passaggi di denaro», interviene con fermezza Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità. «È una pratica che lede nel profondo la dignità delle donne e i diritti dei bambini. Nonostante la ricerca spasmodica di storie che dimostrino il contrario, la verità è che dietro l’utero in affitto c’è un mercato transnazionale che commercializza i corpi, i bambini, la genitorialità. Ci sono dei contratti molto rigidi, delle penali, uffici legali e clausole durissime, cataloghi di ovociti come fossero merce da banco, giri vertiginosi di denaro, del quale di norma alle donne bisognose che portano avanti le gravidanze vanno le briciole».
Il ministro sottolinea: «In Italia l’organizzazione, la realizzazione e anche la pubblicizzazione di queste pratiche è reato da più di vent’anni, e la legge approvata in questa legislatura, che impedisce di aggirare il divieto e rende l’utero in affitto punibile per i cittadini italiani anche se vanno all’estero a praticarlo, pone il nostro Paese all’avanguardia nella lotta per i diritti delle donne e dei bambini. Siamo un esempio per il mondo, e stiamo lavorando per costruire un’alleanza internazionale contro questa barbarie. Nessun tentativo di “normalizzarla” o spacciarla per una pratica solidale potrà cambiare la realtà».
Invece, in questi giorni la maternità surrogata viene spacciata come un gesto altruistico lanciando un messaggio devastante dal palcoscenico di un teatro che riceve contributi statali e regionali. L’associazione, fondata nel 2002 dal drammaturgo, regista e attore Renato Sarti e che ha come obiettivo «fin dalla sua fondazione, la promozione dei valori della memoria storica e dell’antifascismo», mostra la contabilità solo fino al 2024. In quell’anno aveva ricevuto dal ministero della Cultura 113.838 euro; dalla direzione Cultura area spettacolo del Comune di Milano 52.898,18 euro; dalla Regione Lombardia, direzione generale cultura, tre acconti per complessivi 20.800 euro. Gli anticipi 2025 del ministero della Cultura sono di 63.555,76 euro; dalla Regione Lombardia di 27.000 euro. L’acconto contributo per le attività 2026 è di 18.900 euro, 18.900 euro l’importo per quelle del 2027. Sicuramente le cifre liquidate saranno ben superiori. Nella graduatoria Next - Laboratorio delle idee per la produzione e programmazione dello spettacolo lombardo 2025/2026, «M(Other)» era stato selezionato con il punteggio 73 su 100. E aveva ricevuto un «rimborso spese» di 10.500 euro.
Alla trasmissione Il Suggeritore Night Live di Radio Popolare, a cura di Ira Rubini, Rossella Fava ha spiegato di essere cresciuta «con l’immagine della donna con il pancione e che partorendo sarebbe stata lei la mamma del bambino ma oggi, grazie al progresso della scienza e della tecnica in maniera di procreazione, grazie alla gestazione per altri, di madri tra virgolette ce ne possono essere fino a tre. La donna che partorisce il bambino, la donna che fornisce il materiale genetico e la donna che invece lo desidera e lo crescerà. La mamma diventa doppia o trina». Ecco, con quale atteggiamento si affronta a teatro un reato universale. Sempre a Radio Popolare, il regista Sarti (che a settembre era tra coloro che manifestavano «giù le mani dal Leoncavallo»), ha definito «bella l’dea di tre donne in un unico corpo, soprattutto in un periodo di maschilismo esasperato».
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Roberto Gualtieri (Ansa)
Tutte fesserie, noi lo sapevamo e ora lo cominciano a pensare anche gli allocchi che in buona fede o meno ci avevano creduto. Era puro euro-fanatismo. La moda dell’elettrico dunque potrebbe subire un brusco stop. La svolta imposta dall’Europa sulla transizione green non solo ha scombussolato le programmazioni dei grandi marchi automobilistici ma ha soprattutto rovinato la filiera della componentistica meccanica italiana, il cuore pulsante dell’automotive, ciò che ci ha resi e che ci rende una eccellenza nel mondo (si prega di evitare le battute sull’andamento della Ferrari nei gran premi di Formula 1...); ma ora quella svolta non è degna nemmeno di una zona franca dal punto di vista economico. Anche le auto ecologiche devono versare l’obolo come tutte le altre, quelle vecchie e inquinanti: mille euro per ottenere il pass annuale che consente il passaggio nelle zone a traffico limitato. Una stangata vera e propria, non c’è che dire. Che si accoppia alla seconda misura - il pagamento dei parcheggi con le strisce blu per le mild hybrid - che sta dentro lo stesso provvedimento firmato dall’assessore alla mobilità, Eugenio Patané, il quale si è così giustificato: l’obiettivo è decongestionare il centro. No, l’obiettivo è fare cassa. E fregare coloro che si erano fidati della politica e dei suoi incoraggiamenti cambiando l’auto e passando al miracolo elettrico. L’elettrico non è un miracolo più per nessuno, anzi inizia a diventare un problema: gli incentivi non ci sono, l’usato non tira e i benefit si stanno esaurendo. Per non dire del costo dell’energia e delle scomodità della ricarica, specie nelle aree dove ora vogliono far pagare l’accesso. Come sempre accade quando c’è di mezzo l’Europa la fregatura è servita: fanno di tutto per portarti dentro la «loro» scelta e poi ti lasciano col cerino in mano, un po’ come quando hanno ridotto il denaro contante a favore delle carte elettroniche salvo poi lasciarci in balia dei loro «padroni» quasi tutti americani. Con le auto elettriche e con le batterie invece ci stanno facendo invadere dai cinesi, le cui quote di export in Europa e in Italia sono in continua crescita: complimenti alla Von Der Leyen e al suo vecchio sodale che era l’olandese Frans Tiemmerman! Per colpa delle scelte di quella Europa si è creato il crash che stiamo vivendo: dopo aver realizzato lo scambio prima industriale poi commerciale verso l’elettrico vendendo la favola del cambiamento climatico, la gente li ha seguiti convinta di essere premiata e ora ecco che proprio i sindaci dem li frega uniformando i balzelli, tanto per i motori termici quanto per i veicoli Bev! «L’incremento significativo delle elettriche in circolazione ha portato un conseguente aumento delle autorizzazioni di accesso alle Ztl», spiega in una nota il Comune, «Con le macchine a batteria che viaggiano in quelle aree, il traffico sale e la disponibilità di stalli di sosta diminuisce, specie nel centro storico». Non ho capito: si aspettavano quindi che la gente non comprasse auto elettriche oppure l’unico scenario che avrebbero voluto e che vorrebbero è far scomparire le auto dalla scena? Suvvia, la morale è presto fatta: la somma di sinistra, verdi e Unione Europea scatena il caos. E produce danni all’economia. Come al solito.
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