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2023-11-01
In Bankitalia comincia l’era Panetta: anti Lagarde ma pro euro digitale
Il nuovo governatore della Banca d'Italia, Fabio Panetta (Imagoeconomica)
Oggi finisce l’era Visco, durata 12 anni, e comincia quella di Fabio Panetta al timone della Banca d’Italia. L’occasione per suggellare il passaggio di testimone è stata offerta ieri dalla Giornata mondiale del risparmio organizzata a Roma dall’Acri, l’associazione delle fondazioni. Ignazio Visco ha lanciato il suo ultimo monito al governo rappresentato in sala dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, chiedendo al governo di non compromettere «la qualità della spesa pubblica e la sua capacità di sostenere la crescita». L’ultima parte del suo discorso è stata poi dedicata a non chiudere il mondo di nuovo in blocchi perché, ha aggiunto citando Voltaire nel Candide, occorre «coltivare il nostro giardino» ma «nell’attuale contesto mondiale, è improbabile che possa bastare». Lunghi applausi dalla platea dove, ieri, c’erano presidenti di fondazioni, banchieri, funzionari e dirigenti della Banca d’Italia, ma non il successore di Visco, Fabio Panetta, che si insedierà ufficialmente oggi. Lascia il board della Bce per tornare a Palazzo Koch da governatore dopo che a Via Nazionale è stato stretto collaboratore di Antonio Fazio (era il suo sherpa alle riunioni della Bce), poi di Mario Draghi, poi vicedirettore generale con lo stesso Visco e, per poco più di sei mesi, direttore generale di Bankitalia nonché presidente dell’Ivass. L’economista esperto di euro digitale, e suo primo sponsor, conosce bene le alchimie «politiche» di Francoforte e gli inquilini dei piani alti dell’Eurotower. Molto più del suo predecessore.
In questi ultimi anni ha seguito i dossier più caldi sotto il profilo bancario e ha anche fatto parte della Vigilanza della Bce sedendosi dal 1° gennaio 2020 al tavolo del comitato esecutivo. E mostrandosi tra i consiglieri che invocavano più prudenza e gradualità, dopo la corsa ripida dei tassi d’interesse. Parlava con quel cappello, quando a febbraio aveva citato Lucio Battisti in un discorso a un evento londinese: «Quello che la Bce non deve fare, nel contrasto all’inflazione, è guidare come un pazzo a fari spenti nella notte». E sempre con il cappello di tecnico della Vigilanza, lo scorso 20 settembre, aveva detto che «garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche è come tenere in equilibrio un’altalena, con il debito da un lato e la crescita dall’altro». Messaggio rivolto Bruxelles, cui lasciava intendere quanto sia controproducente opporre regole troppo rigide o predefinite nell’interazione monetario-fiscale e insistere sulla riduzione del debito se non si irrobustisce appunto la crescita.
L’era Panetta in via Nazionale comincia proprio quando la crescita dell’inflazione è tornata sotto il 2%, su livelli che non si vedevano da due anni e a pochi giorni dalla pausa presa da Christine Lagarde sui tassi. Ma comincia anche mentre entra nel vivo la delicata trattativa tra il governo italiano e le autorità Ue sul Mes. Il tutto, alla vigilia delle elezioni europee di giugno. Come sarà, quindi, la Bankitalia di Panetta? Che posizione terrà lungo l’asse Roma-Bruxelles-Francoforte? Sul fronte interno della vigilanza bancaria è attesa grande continuità con Visco sebbene quest’ultimo sia esperto di economia reale, il suo successore invece di banche e finanza. Quanto alle politiche monetarie, nei suoi interventi abbiamo visto come Panetta abbia sostenuto che strangolare lo sviluppo in nome del contenimento dell’inflazione ha poco senso quando realtà (come quella italiana) caratterizzate da alto debito necessitano di un aumento del Pil per garantire ai mercati la sostenibilità del rimborso dei titoli di Stato. Posizione allineata con quella del ministro dell’Economia, Giorgetti, che ha più volte rimarcato come i rialzi dei tassi «ci costano 14-15 miliardi» in più per gli oneri del debito, mentre l’obiettivo di blocco della crescita economica in funzione anti inflattiva è stato «brillantemente raggiunto». Chi lo conosce si aspetta un suo ruolo «indipendente ma pragmatico», comunque con un piglio «politico» ereditato dal padre, Paolino Panetta, che nel dopoguerra è stato a lungo sindaco di Pescosolido, paese in provincia di Frosinone, militando nelle file della Democrazia cristiana.
Di certo, Panetta spingerà per l’euro digitale. L’argomento che lo ha visto protagonista in questi anni, avendo la delega sui sistemi di pagamento nel comitato esecutivo. Il suo ultimo intervento, con un articolo sul blog della Bce, è un appello a estendere i vantaggi delle tecnologie digitali ai pagamenti transfrontalieri ancora «lenti e troppo costosi», ha scritto.
Il suo primo impegno ufficiale, sebbene a porte chiuse, è previsto per il 15 novembre, con la riunione non di politica monetaria del consiglio direttivo della Bce. A stretto giro Panetta dovrà, inoltre, scegliere il nuovo vice direttore generale, ovvero chi prenderà il posto di Piero Cipollone - passato all’esecutivo della Bce, nel ruolo lasciato proprio da Panetta - nel direttorio di Via Nazionale. In pole position ci sarebbe Gian Luca Trequattrini, a lungo capo di gabinetto del direttorio. Dato per favorito.
«Il Fisco aiuta solo i titoli di Stato»
«È difficile discutere di Patto di stabilità quando tutto intorno a noi è instabile. Le regole devono essere quindi serie, credibili, comprensibili e realistiche». Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, intervenendo alla Giornata mondiale del risparmio, ha lanciato ieri più di una frecciata ai vertici della Ue ma anche della Bce. «La politica monetaria restrittiva delle Banche centrali inizia a produrre effetti, ahimè anche con l’azzeramento della crescita», ha infatti sottolineato sempre ieri chiosando con quell’«ahimè». E augurandosi che le previsioni ottimistiche su un forte ridimensionamento del tasso di inflazione nel prossimo futuro «possano trovare riscontro nella realtà, perché l’andamento dei prezzi non è stato lineare e omogeneo registrandosi, piuttosto, forti distorsioni dei prezzi relativi che hanno inevitabilmente impattato anche sulla distribuzione del reddito».
Quanto alla posizione italiana di «riconoscere uno spazio adeguato ad alcune tipologie di spese per investimenti, con particolare riferimento a quelli, assai consistenti, che stanno impegnando i nostri sistemi economici nelle difficili transizioni e in relazione alle maggiori esigenze di sicurezza e difesa», Giorgetti ieri ha spiegato che «non trova ampio consenso» ma «noi la ribadiamo con forza». Il capo del Mef ha inoltre ricordato che il risparmio italiano «non è interamente collocato nei conti correnti» e che «una certa vocazione parsimoniosa degli italiani ha evitato di esporci alle periodiche e sempre più frequenti crisi finanziarie generate dalle bolle speculative di volta in volta in altri Paesi». L’Italia dovrebbe quindi valorizzare di più «questo elemento di forza che dovrebbe indurre gli osservatori esterni a valutare in termini meno critici la stabilità complessiva» del nostro Paese. Resta l’elevato livello di debito pubblico che è «il nostro punto debole», ha ammesso. «Dopo anni di bassi tassi di interesse e con l’impennata del suo stock indotta dagli scostamenti di bilancio in risposta alla pandemia e alla guerra in Ucraina, è suonata la sveglia. Più debito significa più spesa per interessi, e più spesa per interessi significa risorse sottratte al sostegno a famiglie e imprese. È un’equazione semplice ma non sempre chiara agli attori politici e sociali».
Ma oltre al ministro dell’economia, ieri alla Giornata del risparmio ha tenuto banco anche uno scatenato presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, che ha puntato il dito sul fatto che gli investimenti nelle imprese di ogni genere sono gravati dal massimo della tassazione: il 24% di Ires sugli utili, più l’Irap, più il 26% di «cedolare secca» sui dividendi percepiti dai risparmiatori, più l’imposta patrimoniale del bollo e l’addizionale del 3,5% sugli utili delle banche. In Italia, ha dunque detto il presidente dell’associazione dei banchieri, «sono agevolati soltanto gli investimenti nel debito pubblico, gravati dall’aliquota ridotta del 12,5% di tassazione per favorirne il collocamento» mentre «il risparmio collocato in liquidità subisce l’aliquota del 26%». In pratica, secondo Patuelli, «si tratta di una tassazione complessiva che supera il 50% e non incoraggia il risparmio a dirigersi verso investimenti produttivi». Poi ha invocato regole più flessibili per banche, imprese e famiglie «per ristrutturare i crediti deteriorati» chiedendo «che l’Autorità bancaria europea (Eba, ndr) renda meno rigida l’inflessibile normativa che molto limita le ristrutturazioni dei crediti». Patuelli ha infine sollecitato un tetto al debito pubblico italiano che «non può crescere in cifra assoluta all’infinito e che sottrae risorse alle iniziative sociali pubbliche e penalizza la competitività internazionale delle imprese».
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Il nuovo governatore si insedia oggi. Fra gli architetti della moneta unica elettronica, sull’inflazione ha detto: «Non bisogna guidare come un pazzo a fari spenti nella notte...». Sulla vigilanza attesa continuità con Ignazio Visco.Antonio Patuelli critica sia l’Eba sia le agevolazioni sui Btp: «Aliquota ridotta al 12,5% mentre sugli investimenti nelle imprese tasse oltre il 50%». Giancarlo Giorgetti contro l’Ue e la Bce.Lo speciale contiene due articoli.Oggi finisce l’era Visco, durata 12 anni, e comincia quella di Fabio Panetta al timone della Banca d’Italia. L’occasione per suggellare il passaggio di testimone è stata offerta ieri dalla Giornata mondiale del risparmio organizzata a Roma dall’Acri, l’associazione delle fondazioni. Ignazio Visco ha lanciato il suo ultimo monito al governo rappresentato in sala dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, chiedendo al governo di non compromettere «la qualità della spesa pubblica e la sua capacità di sostenere la crescita». L’ultima parte del suo discorso è stata poi dedicata a non chiudere il mondo di nuovo in blocchi perché, ha aggiunto citando Voltaire nel Candide, occorre «coltivare il nostro giardino» ma «nell’attuale contesto mondiale, è improbabile che possa bastare». Lunghi applausi dalla platea dove, ieri, c’erano presidenti di fondazioni, banchieri, funzionari e dirigenti della Banca d’Italia, ma non il successore di Visco, Fabio Panetta, che si insedierà ufficialmente oggi. Lascia il board della Bce per tornare a Palazzo Koch da governatore dopo che a Via Nazionale è stato stretto collaboratore di Antonio Fazio (era il suo sherpa alle riunioni della Bce), poi di Mario Draghi, poi vicedirettore generale con lo stesso Visco e, per poco più di sei mesi, direttore generale di Bankitalia nonché presidente dell’Ivass. L’economista esperto di euro digitale, e suo primo sponsor, conosce bene le alchimie «politiche» di Francoforte e gli inquilini dei piani alti dell’Eurotower. Molto più del suo predecessore. In questi ultimi anni ha seguito i dossier più caldi sotto il profilo bancario e ha anche fatto parte della Vigilanza della Bce sedendosi dal 1° gennaio 2020 al tavolo del comitato esecutivo. E mostrandosi tra i consiglieri che invocavano più prudenza e gradualità, dopo la corsa ripida dei tassi d’interesse. Parlava con quel cappello, quando a febbraio aveva citato Lucio Battisti in un discorso a un evento londinese: «Quello che la Bce non deve fare, nel contrasto all’inflazione, è guidare come un pazzo a fari spenti nella notte». E sempre con il cappello di tecnico della Vigilanza, lo scorso 20 settembre, aveva detto che «garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche è come tenere in equilibrio un’altalena, con il debito da un lato e la crescita dall’altro». Messaggio rivolto Bruxelles, cui lasciava intendere quanto sia controproducente opporre regole troppo rigide o predefinite nell’interazione monetario-fiscale e insistere sulla riduzione del debito se non si irrobustisce appunto la crescita. L’era Panetta in via Nazionale comincia proprio quando la crescita dell’inflazione è tornata sotto il 2%, su livelli che non si vedevano da due anni e a pochi giorni dalla pausa presa da Christine Lagarde sui tassi. Ma comincia anche mentre entra nel vivo la delicata trattativa tra il governo italiano e le autorità Ue sul Mes. Il tutto, alla vigilia delle elezioni europee di giugno. Come sarà, quindi, la Bankitalia di Panetta? Che posizione terrà lungo l’asse Roma-Bruxelles-Francoforte? Sul fronte interno della vigilanza bancaria è attesa grande continuità con Visco sebbene quest’ultimo sia esperto di economia reale, il suo successore invece di banche e finanza. Quanto alle politiche monetarie, nei suoi interventi abbiamo visto come Panetta abbia sostenuto che strangolare lo sviluppo in nome del contenimento dell’inflazione ha poco senso quando realtà (come quella italiana) caratterizzate da alto debito necessitano di un aumento del Pil per garantire ai mercati la sostenibilità del rimborso dei titoli di Stato. Posizione allineata con quella del ministro dell’Economia, Giorgetti, che ha più volte rimarcato come i rialzi dei tassi «ci costano 14-15 miliardi» in più per gli oneri del debito, mentre l’obiettivo di blocco della crescita economica in funzione anti inflattiva è stato «brillantemente raggiunto». Chi lo conosce si aspetta un suo ruolo «indipendente ma pragmatico», comunque con un piglio «politico» ereditato dal padre, Paolino Panetta, che nel dopoguerra è stato a lungo sindaco di Pescosolido, paese in provincia di Frosinone, militando nelle file della Democrazia cristiana. Di certo, Panetta spingerà per l’euro digitale. L’argomento che lo ha visto protagonista in questi anni, avendo la delega sui sistemi di pagamento nel comitato esecutivo. Il suo ultimo intervento, con un articolo sul blog della Bce, è un appello a estendere i vantaggi delle tecnologie digitali ai pagamenti transfrontalieri ancora «lenti e troppo costosi», ha scritto. Il suo primo impegno ufficiale, sebbene a porte chiuse, è previsto per il 15 novembre, con la riunione non di politica monetaria del consiglio direttivo della Bce. A stretto giro Panetta dovrà, inoltre, scegliere il nuovo vice direttore generale, ovvero chi prenderà il posto di Piero Cipollone - passato all’esecutivo della Bce, nel ruolo lasciato proprio da Panetta - nel direttorio di Via Nazionale. In pole position ci sarebbe Gian Luca Trequattrini, a lungo capo di gabinetto del direttorio. 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E augurandosi che le previsioni ottimistiche su un forte ridimensionamento del tasso di inflazione nel prossimo futuro «possano trovare riscontro nella realtà, perché l’andamento dei prezzi non è stato lineare e omogeneo registrandosi, piuttosto, forti distorsioni dei prezzi relativi che hanno inevitabilmente impattato anche sulla distribuzione del reddito». Quanto alla posizione italiana di «riconoscere uno spazio adeguato ad alcune tipologie di spese per investimenti, con particolare riferimento a quelli, assai consistenti, che stanno impegnando i nostri sistemi economici nelle difficili transizioni e in relazione alle maggiori esigenze di sicurezza e difesa», Giorgetti ieri ha spiegato che «non trova ampio consenso» ma «noi la ribadiamo con forza». Il capo del Mef ha inoltre ricordato che il risparmio italiano «non è interamente collocato nei conti correnti» e che «una certa vocazione parsimoniosa degli italiani ha evitato di esporci alle periodiche e sempre più frequenti crisi finanziarie generate dalle bolle speculative di volta in volta in altri Paesi». L’Italia dovrebbe quindi valorizzare di più «questo elemento di forza che dovrebbe indurre gli osservatori esterni a valutare in termini meno critici la stabilità complessiva» del nostro Paese. Resta l’elevato livello di debito pubblico che è «il nostro punto debole», ha ammesso. «Dopo anni di bassi tassi di interesse e con l’impennata del suo stock indotta dagli scostamenti di bilancio in risposta alla pandemia e alla guerra in Ucraina, è suonata la sveglia. Più debito significa più spesa per interessi, e più spesa per interessi significa risorse sottratte al sostegno a famiglie e imprese. È un’equazione semplice ma non sempre chiara agli attori politici e sociali». Ma oltre al ministro dell’economia, ieri alla Giornata del risparmio ha tenuto banco anche uno scatenato presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, che ha puntato il dito sul fatto che gli investimenti nelle imprese di ogni genere sono gravati dal massimo della tassazione: il 24% di Ires sugli utili, più l’Irap, più il 26% di «cedolare secca» sui dividendi percepiti dai risparmiatori, più l’imposta patrimoniale del bollo e l’addizionale del 3,5% sugli utili delle banche. In Italia, ha dunque detto il presidente dell’associazione dei banchieri, «sono agevolati soltanto gli investimenti nel debito pubblico, gravati dall’aliquota ridotta del 12,5% di tassazione per favorirne il collocamento» mentre «il risparmio collocato in liquidità subisce l’aliquota del 26%». In pratica, secondo Patuelli, «si tratta di una tassazione complessiva che supera il 50% e non incoraggia il risparmio a dirigersi verso investimenti produttivi». Poi ha invocato regole più flessibili per banche, imprese e famiglie «per ristrutturare i crediti deteriorati» chiedendo «che l’Autorità bancaria europea (Eba, ndr) renda meno rigida l’inflessibile normativa che molto limita le ristrutturazioni dei crediti». Patuelli ha infine sollecitato un tetto al debito pubblico italiano che «non può crescere in cifra assoluta all’infinito e che sottrae risorse alle iniziative sociali pubbliche e penalizza la competitività internazionale delle imprese».
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
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