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2022-04-26
Con «Bang bang baby» arriva la prima serie originale di Amazon prodotta in Italia
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Inutile girarci intorno. Bang Bang Baby, serie televisiva ispirata alla storia vera di Marisa Merico, è bella, di quella bellezza che si è soliti invidiare agli americani: una bellezza che non farà la storia, ma il piacere dello spettatore, in serate altrimenti votate al meno peggio dei palinsesti, quello sì. Lo show, il primo che Amazon Original abbia voluto produrre in Italia, è costruito su una formula nota. Un argomento drammatico, la sua lettura ironica, un citazionismo straordinariamente pop e colori e voci e musiche studiate sapientemente per riempire la testa di chi guardi, e lì risuonare all’infinito. «Cos’è la vita-a senza l’amore-e?», canta Nada, strascicando le vocali, mentre giostre girano e con loro gli occhi di una bimba in età scolare. È il 1977, una Milano ottimista, gente allegra. Alice, sulle giostre, ride alla vita, a sua madre. Ride, ma uno sparo spezza quel suo buonumore di bambina. «È tuo padre», le dice la mamma, fiera operaia in una fabbrica lombarda, «È morto». E allora, in quel giorno altrimenti pieno, la sua infanzia finisce. Alice cresce, in fretta, senza volerlo. E lo spettatore con lei. Milano cambia volto, il 1977 cede il passo al 1986 e Bang Bang Baby, le cui prime cinque puntate saranno disponibili su Amazon Prime Video da giovedì 28 aprile, prende il via.
Alice, una brava e credibile Arianna Becheroni, ha sedici anni. Studia, con la convinzione traballante di ogni adolescente. Potesse, passerebbe le proprie giornate a ingurgitare BigBabol e Smarties, sognando i mondi lontani della televisione a colori. Ma sua madre no. Lucia Mascino, straordinaria nel ruolo della femminista della prima ora, la rimbrotta. L’istruzione, il lavoro, la patente, «Sii indipendente, Alice». E Alice fa sì con la testa. «Certo, mamma», borbotta, gli occhi fissi alle prime telenovela. Alice è timida, più della madre caparbia che si ritrova. Non sembra averne ereditato la forza, l’ambizione. Ma le certezze dello spettatore, raggirato da quella ragazzina all’apparenza fragile, vacillano presto. Vacillano, quando Alice scopre che il padre che credeva morto (un «calabrese», puntualizza il titolo del giornale sul quale ne riconosce il volto) è vivo. «Un criminale», taglia su la Mascino. E Alice, testarda come età impone, urla. «Da oggi, non sei più mia madre», strilla, prima di correre dalla nonna paterna, Lina, e scoprire come l’intera famiglia sia affiliata alla ‘ndrangheta. Padre criminale, zii criminali, piccoli cuginetti criminali, una nonna – meravigliosa Dora Romano – la cui unica ambizione è quella di sedere, prima donna a farlo, accanto agli uomini della Mammasantissima. Le parole della madre le riecheggiano in testa, ma Alice le ignora. Ha passato nove anni a rimpiangere suo padre, a versare lacrime sulla sua condizione di orfana, e non le importa cosa faccia quell’uomo. Crede di poterlo cambiare. Con che tenerezza gli parla. «Ti farò questo favore, ma tu poi troverai un lavoro normale», gli dice, attraverso la porta di una cella. E lo pensa, lo pensa con la determinazione di una crocerossina in erba. Lo pensa, ma dal quel pensiero ha origine la sua tragedia. Alice, per amore di un padre che nemmeno conosce, si fa trascinare nel mezzo della ’ndrangheta, criminale fra i criminali. Ma Bang Bang Baby, le cui ultime cinque puntate saranno su Amazon Prime Video giovedì 19 maggio, non fa altrettanto. Non si snatura, non assume i contorni melodrammatici di una catastrofe annunciata. La serie mantiene intatta la propria leggerezza, quei connotati un po’ grotteschi presi mutuati dalla filmografia di Nicolas Widing Refn. «Quello che volevo fare era tentare di passare in maniera molto armonica dal teen drama alla commedia al melò, fino ad arrivare al genere crime. Questo è stato possibile prendendo sul serio ogni genere, cioè senza far sì che la farsa o un tono sopra le righe trascinasse tutto in un contenitore di inverosimiglianza», ha spiegato Michele Alhaique, regista della prima serie italiana all’altezza delle tante americane. Non ce ne vogliano Gomorra o Suburra, produzioni pur eccellenti, ma Bang Bang Baby, con la sua confezione impeccabile, è la prima storia universale che sia stata prodotta in Italia. C’è Milano, certo. C’è la musica, il dialetto. Ma le peripezie di Alice sono peripezie emotive. Può cambiare il contesto, essere tradotto il dialetto, e sono ancora lì, intatte e magnetiche.
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Da giovedì 28 aprile sbarca su Prime Video la nuova produzione italiana di Amazon con le prime cinque puntate della serie televisiva ispirata alla storia vera di Marisa Merico, ribattezzata la «principessa di ‘ndrangheta».Inutile girarci intorno. Bang Bang Baby, serie televisiva ispirata alla storia vera di Marisa Merico, è bella, di quella bellezza che si è soliti invidiare agli americani: una bellezza che non farà la storia, ma il piacere dello spettatore, in serate altrimenti votate al meno peggio dei palinsesti, quello sì. Lo show, il primo che Amazon Original abbia voluto produrre in Italia, è costruito su una formula nota. Un argomento drammatico, la sua lettura ironica, un citazionismo straordinariamente pop e colori e voci e musiche studiate sapientemente per riempire la testa di chi guardi, e lì risuonare all’infinito. «Cos’è la vita-a senza l’amore-e?», canta Nada, strascicando le vocali, mentre giostre girano e con loro gli occhi di una bimba in età scolare. È il 1977, una Milano ottimista, gente allegra. Alice, sulle giostre, ride alla vita, a sua madre. Ride, ma uno sparo spezza quel suo buonumore di bambina. «È tuo padre», le dice la mamma, fiera operaia in una fabbrica lombarda, «È morto». E allora, in quel giorno altrimenti pieno, la sua infanzia finisce. Alice cresce, in fretta, senza volerlo. E lo spettatore con lei. Milano cambia volto, il 1977 cede il passo al 1986 e Bang Bang Baby, le cui prime cinque puntate saranno disponibili su Amazon Prime Video da giovedì 28 aprile, prende il via.Alice, una brava e credibile Arianna Becheroni, ha sedici anni. Studia, con la convinzione traballante di ogni adolescente. Potesse, passerebbe le proprie giornate a ingurgitare BigBabol e Smarties, sognando i mondi lontani della televisione a colori. Ma sua madre no. Lucia Mascino, straordinaria nel ruolo della femminista della prima ora, la rimbrotta. L’istruzione, il lavoro, la patente, «Sii indipendente, Alice». E Alice fa sì con la testa. «Certo, mamma», borbotta, gli occhi fissi alle prime telenovela. Alice è timida, più della madre caparbia che si ritrova. Non sembra averne ereditato la forza, l’ambizione. Ma le certezze dello spettatore, raggirato da quella ragazzina all’apparenza fragile, vacillano presto. Vacillano, quando Alice scopre che il padre che credeva morto (un «calabrese», puntualizza il titolo del giornale sul quale ne riconosce il volto) è vivo. «Un criminale», taglia su la Mascino. E Alice, testarda come età impone, urla. «Da oggi, non sei più mia madre», strilla, prima di correre dalla nonna paterna, Lina, e scoprire come l’intera famiglia sia affiliata alla ‘ndrangheta. Padre criminale, zii criminali, piccoli cuginetti criminali, una nonna – meravigliosa Dora Romano – la cui unica ambizione è quella di sedere, prima donna a farlo, accanto agli uomini della Mammasantissima. Le parole della madre le riecheggiano in testa, ma Alice le ignora. Ha passato nove anni a rimpiangere suo padre, a versare lacrime sulla sua condizione di orfana, e non le importa cosa faccia quell’uomo. Crede di poterlo cambiare. Con che tenerezza gli parla. «Ti farò questo favore, ma tu poi troverai un lavoro normale», gli dice, attraverso la porta di una cella. E lo pensa, lo pensa con la determinazione di una crocerossina in erba. Lo pensa, ma dal quel pensiero ha origine la sua tragedia. Alice, per amore di un padre che nemmeno conosce, si fa trascinare nel mezzo della ’ndrangheta, criminale fra i criminali. Ma Bang Bang Baby, le cui ultime cinque puntate saranno su Amazon Prime Video giovedì 19 maggio, non fa altrettanto. Non si snatura, non assume i contorni melodrammatici di una catastrofe annunciata. La serie mantiene intatta la propria leggerezza, quei connotati un po’ grotteschi presi mutuati dalla filmografia di Nicolas Widing Refn. «Quello che volevo fare era tentare di passare in maniera molto armonica dal teen drama alla commedia al melò, fino ad arrivare al genere crime. Questo è stato possibile prendendo sul serio ogni genere, cioè senza far sì che la farsa o un tono sopra le righe trascinasse tutto in un contenitore di inverosimiglianza», ha spiegato Michele Alhaique, regista della prima serie italiana all’altezza delle tante americane. Non ce ne vogliano Gomorra o Suburra, produzioni pur eccellenti, ma Bang Bang Baby, con la sua confezione impeccabile, è la prima storia universale che sia stata prodotta in Italia. C’è Milano, certo. C’è la musica, il dialetto. Ma le peripezie di Alice sono peripezie emotive. Può cambiare il contesto, essere tradotto il dialetto, e sono ancora lì, intatte e magnetiche.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
Infatti, da quanto si è appreso il colloquio era in programma da qualche giorno e aveva a oggetto l’esame di alcuni provvedimenti in materia di giustizia. Mantovano, in serata, ha commentato: «Ciò che è nel fascicolo della Procura di Milano, che parlava di “radicale presa di distanza dal passato deviante” e faceva riferimento al figlio, lasciava pochi margini alla valutazione del ministro».
Ieri, parlando a Rainews 24, il viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ribadito che «la procedura relativa alla grazia a favore di Nicole Minetti si è svolta nel pieno rispetto delle norme. Oggi emergono elementi nuovi riportati dalla stampa, è corretto che tali notizie vengano verificate, e con attenzione. Se dovessero risultare significative difformità rispetto a quanto rappresentato dalla richiedente la grazia, sarà altrettanto corretto trarne le debite conseguenze».
Mentre la questione prosegue sul piano giudiziario, le opposizioni fanno sentire la loro voce. Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, nel corso di una conferenza stampa a Bologna, ha affrontato anche questa spinosa questione: «Considero la vicenda di Nordio tutta da verificare. Conosco, però, Sergio Mattarella, lo stimo, ne apprezzo la profondità e la leadership, e quindi mi fido delle decisioni che il Colle ha preso, e vorrà prendere, sulla base del supplemento di indagine che ha chiesto. Chi si deve dimettere è Giorgia Meloni». Sul caso interviene anche il presidente di Noi Moderati, Maurizio Lupi: «La vicenda ha evidentemente diversi punti oscuri che vanno chiariti, accertando eventuali responsabilità». Il leader di Azione, Carlo Calenda, a Ping Pong su Rai Radio 1, ha evidenziato come ci sia stata «una campagna d’odio montata dal Fatto Quotidiano, che fa questo nella vita. Il problema è che non viene detto che la grazia è proposta dal procuratore generale di Milano. Se c’è un errore, riguarda chi ha dato parere favorevole. Il Quirinale non entra nel merito, valuta solo i documenti che riceve. Nordio si deve dimettere, ma non lo farà». I rappresentanti del M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato (Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero De Raho, Valentina D’Orso, Carla Giuliano, Ada Lopreiato e Roberto Scarpinato) continuano a chiedere «chiarimenti» al Guardasigilli: «A questo punto il ministro Nordio deve fare una sola cosa: dia spiegazioni chiare sull’istruttoria del suo ministero sulla grazia a Nicole Minetti, senza cercare nuovi capri espiatori e risparmiandoci qualsiasi altra esibizione di arroganza e protervia, e poi tolga il disturbo, prima di fare altri danni. Su Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani sono emersi elementi pesantissimi e ombre allarmanti sull’istruttoria consegnata dal ministero al Quirinale. Siamo davanti, come minimo, all’ennesimo episodio di superficialità di un ministero allo sbando. L’Italia chiede a Nordio rispetto e chiarimenti, è suo dovere rendere conto e agire sempre nel rispetto delle istituzioni».
Ieri, Nicola Fratoianni di Avs ha chiesto le dimissioni del ministro: «Quello che è successo sul caso Minetti è più di un pasticcio: se è un pasticcio è gravissimo. Ma se è qualcosa di diverso è ancora più grave. L’unica cosa che non capiamo è cosa aspetti ancora il ministro Nordio a dimettersi». Sulla stessa lunghezza d’onda è la posizione della senatrice M5s Alessandra Maiorino: «L’inchiesta del Fatto Quotidiano ha svelato come i presupposti per la grazia a Nicole Minetti fossero infondati, pieni di bugie. Ci sono ospedali che non hanno mai visitato il bambino al centro del dossier, cambi di vita di Minetti mai avvenuti e molto altro. Il ministro Nordio non può per l’ennesima volta scappare dalle sue responsabilità politiche, come sul caso Almasri, sulla campagna referendarie e su altre pagine buie di questa legislatura, questa vicenda è sconcertante e a risponderne deve essere lui. L’istruttoria del ministero era drammaticamente superficiale o, peggio, era una sottaciuta volontà politica quella di non controllare troppo le carte presentate dagli avvocati di Nicole Minetti?». Richieste di dimissioni sono arrivate anche da Riccardo Magi (+Europa)
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Massimo Recalcati (Ansa)
E ieri, sulla prima pagina di La Repubblica, Recalcati pubblica una impietosa diagnosi sullo stato mentale della sinistra italiana: «Esiste una tentazione ricorrente - scrive commentando l’espulsione della Brigata ebraica dal corteo del 25 aprile a Milano - di una parte della sinistra, quella di credere che il diritto alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola bandiera». E ancora: «Si tratta di un vero e proprio cortocircuito ideologico… di un complesso di superiorità che affligge coloro che si sentono dalla parte giusta della storia e quindi autorizzati a espellere, censurare, ridurre gli altri al silenzio».
Sarebbe gioco facile chiosare la notizia con un banale e verissimo: «Professore benvenuto nel mondo reale, meglio tardi che mai»; sarebbe ovvio prevedere che la riflessione autocritica di Recalcati cadrà nel vuoto come quelle fatte in anni ormai lontani, prendendo spunto da altre questioni, da blasonati suoi colleghi quali Norberto Bobbio e Giovanni Sartori perché il corpaccione della sinistra italiana è irriformabile nel suo stupido settarismo. No, prendiamo per costruttivo (e benvenuto) il ragionamento di Recalcati, cioè che l’odierno antifascismo non è, come dovrebbe, la negazione del fascismo, dei suoi principi e dei suoi metodi, bensì più semplicemente l’inverso: un movimento illiberale e violento, in altre parole anti democratico. E lo scorso weekend a Milano se ne è avuta una dimostrazione plastica: cacciate dal corteo del 25 aprile - con la benedizione scioccante del sindaco Beppe Sala, uno dei teorici destinatari dell’appello di Recalcati - le bandiere di Israele che fino a prova contraria appartengono a un popolo martire della repressione nazifascista che ha contribuito alla liberazione dell’Italia, dentro il corteo le bandiere della Palestina di Hamas, un gruppo terroristico che opprime il suo popolo e che ha giurato di cancellare Israele dalla carta geografica riuscendoci per ora solo in parte; fuori le bandiere americane dei veri e unici liberatori, dentro quelle arcobaleno di una pace teorica che peraltro confliggono con lo spirito del 25 aprile che fu il giorno in cui la liberazione arrivò unicamente grazie all’uso massiccio e spesso spietato e vendicativo delle armi (non per nulla si parla di lotta partigiana, non di diplomazia partigiana).
Recalcati mette in guardia: «La democrazia non è mai garantita una volta per tutte. Essa vive solo nella misura in cui si accetta il rischio della parola, della differenza, persino dell’errore. Quando invece si pretende di proteggerla attraverso dispositivi di controllo morale, il confine con l’ideologia totalitaria sfuma pericolosamente». Parole forti, che stampate sul quotidiano La Repubblica fanno un certo effetto in quanto per una volta dirette non al governo delle destre bensì alle opposizioni di sinistra e ai suoi bracci operativi. Parole di psichiatra, medico dei disturbi mentali, che autorizzano a una conclusione: questi dell’Associazione nazionale partigiani, e i loro complici e cantori, sono davvero matti.
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Nicole Minetti (Getty Images)
Cioè, il presidente della Repubblica sarebbe stato tratto in inganno da qualcuno dentro al ministero della Giustizia, che gli avrebbe portato la pratica riguardante l’ex consigliere regionale lombardo di Forza Italia, nascondendo o ignorando alcuni aspetti della vita dell’igienista dentale. Ma le cose non stanno così. Il Quirinale non è stato buggerato da Carlo Nordio o dalla sua ex capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi, come ora, con la collaborazione di gran parte di una stampa appecoronata, si cerca di far credere. Per il semplice motivo che la domanda di grazia non soltanto è stata inviata a Sergio Mattarella direttamente dallo studio legale che assiste Nicole Minetti, ma il 6 agosto dello scorso anno è stato il Colle a sollecitare il ministero ad aprire la pratica per valutare la grazia alla donna condannata per aver favorito la prostituzione. La nostra non è un’interpretazione: a parlare è la documentazione, a partire da quella che regola la concessione degli atti di clemenza da parte del presidente della Repubblica.
Cominciamo, dunque, dall’inizio di questa faccenda, la cui responsabilità si sta provando a scaricare su altri. Vent’anni fa, precisamente il 18 maggio del 2006, la Corte costituzionale, a cui si era appellato Carlo Azeglio Ciampi, chiarì che il potere di grazia non era condiviso con il ministro della Giustizia, ma era di esclusiva titolarità del capo dello Stato. Cioè competeva solo al presidente della Repubblica dire sì o no a una richiesta di clemenza e la sua decisione non era soggetta al vaglio del numero uno di via Arenula. Per effetto di questa sentenza, non soltanto il ministero non si chiama più di Grazia e Giustizia, ma lo stesso giorno di 20 anni fa Giorgio Napolitano, subentrato a Ciampi, comunicò l’istituzione presso il Quirinale di un dipartimento per gli Affari dell’amministrazione della giustizia, direttamente competente per istruire e valutare le domande di cittadini condannati. Basta collegarsi al sito della presidenza della Repubblica per rendersi conto di quali funzioni svolga questo ufficio, che è diviso in quattro settori, uno dei quali esamina e istruisce le richieste di grazia o commutazione delle pene. A guidarlo è un consigliere di Cassazione, il dottor Enrico Gallucci, il quale dispone di tre collaboratori.
Chiarito il quadro normativo e il ruolo del Colle, torniamo a Nicole Minetti. Il 27 luglio dello scorso anno i legali dell’ex igienista dentale scrivono a Sergio Mattarella invocando la grazia per la loro assistita. A firmare è l’avvocato Antonella Calcaterra, dello studio Iusway di Milano. Il 6 agosto, cioè meno di dieci giorni dopo, weekend compreso, Enrico Gallucci, capo dell’ufficio Grazie, sollecita il ministero a istruire la pratica di clemenza in favore di Nicole Minetti. A volte l’iter delle domande è lungo, qualche volta anche un anno o due. Ma stranamente, nel caso dell’ex consigliere lombardo, tutto fila liscio e, soprattutto, spedito. Al punto che pochi mesi dopo, il 9 gennaio 2026, ossia a 166 giorni dalla data della presentazione della domanda, arriva il via libera della Procura generale della Corte d’Appello di Milano: per la magistratura nulla osta alla concessione della grazia. E, un mese dopo, ecco il provvedimento di clemenza. In sei mesi e nonostante le ferie di mezzo, Minetti è liberata dal peso di dover scontare una condanna ai servizi sociali. Nessuno dà notizia del provvedimento del capo dello Stato quando Mattarella firma. Però quando Mi manda Rai 3 rivela la notizia, dal Quirinale prima si rivendica la correttezza dell’operato del presidente («C’è una relazione favorevole molto ampia del procuratore competente. È un caso molto particolare. Purtroppo non posso rivelare dettagli perché c’è di mezzo la tutela di un minore… Ma sono sicuro che se sapesse le motivazioni condividerebbe», scrive l’11 aprile Giovanni Grasso, portavoce del Quirinale). Poi, quando Il Fatto quotidiano mette in dubbio che Nicole Minetti sia tornata sulla retta via e che non si occupi più di prostituzione, sul Colle si cade dalle nuvole e si dà la colpa al ministero, come se il Quirinale non c’entrasse nulla in questa storia, e accreditando l’idea che qualcuno abbia buggerato gli uffici di Sergio Mattarella.
Può darsi che qualcuno si sia approfittato del capo dello Stato, ma di certo non va cercato molto lontano dal Quirinale. E se i cronisti, invece di bendarsi gli occhi di fronte a ogni velina che plana dalla presidenza della Repubblica, si facessero qualche domanda, forse potrebbero scoprire perché la pratica della Minetti abbia viaggiato così spedita. E perché al Tribunale di Milano nessuno si sia chiesto se davvero la ex consigliere fosse diventato una via di mezzo tra Maria Goretti e Santa Caterina da Siena.
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Sergio Mattarella (Ansa)
Il giorno dopo il terremoto provocato dalla lettera del Colle, il capo dello Stato si è svegliato sereno ma davanti a una spremuta di stampa mainstream (Corriere della Sera, Repubblica, Stampa) si è subito preoccupato: lo hanno dipinto come un calligrafo amanuense che copia una pagina di Aristotele, come la mano incorporea di Cornelis Escher con la matita fra le dita. Hanno banalizzato in poche righe (e con eccessi fantozziani) quel ruolo supremo di dominus con facoltà costituzionale di concedere, con decreto proprio, l’atto di clemenza e commutare le pene.
«Se qualcuno ha sbagliato va cercato al ministero» titola il Corriere per mettere le cose in chiaro, neanche fossimo in Terza B e a rubare la merendina sia stato «lui con i bermuda a righe». Che poi sarebbe sempre Carlo Nordio. «Il Quirinale è stato ingannato?» si chiede Repubblica in ambasce, scambiando la batteria dei consiglieri giuridici di Mattarella per un educandato irlandese. La Stampa si butta sui giochi da tavolo: «La contromossa del presidente», come se attribuire una grazia fosse una partita a scacchi fra contendenti con obiettivi opposti. Uno scenario stupefacente nel suo semplicismo, mossa del cavallo compresa. Con due punti fermi a colonna dorica: 1) se volete un colpevole cercatelo nella pelata del Guardasigilli, 2) il Quirinale non ha alcuna responsabilità. Anche se potrebbe avere caldeggiato la grazia (non è escluso). Anche se nel secondo mandato ha firmato proprio questa (con altre 26) su 1.500 richieste. Anche se la domanda di grazia è diretta per legge al capo dello Stato. Anche se ridurre il presidente a semplice notaio è un insulto mascherato da carezza.
Però in questo scenario da scaricabarile fa comodo. «Il Quirinale scaccia le nubi dal proprio cielo e le soffia su quello di via Arenula», spiega il Corriere con una metafora eolica, di fatto confermando il passaggio all’ala destra, quella destinata a prendersi gli insulti dello stadio. «Al Colle fanno notare che per la grazia non dispongono di alcun potere di verifica nel merito, possono valutare solo i profili giuridici e procedurali», insiste Repubblica facendo credere che la massima istituzione del Paese abbia forma di astronave e vaghi nell’iperuranio. Senza alcun contatto diretto con i magistrati di via Arenula e con quelli della Procura generale di Corte d’Appello di Milano. La sintesi più colorita è raccolta dalla Stampa: «Non potevamo mandare i corazzieri», a conferma che nel rimbalzo di responsabilità tutto fa brodo, anche il folclore.
In un giorno feriale come tanti vengono ribaltate realtà che pensavamo granitiche. È l’emendamento Houdini. Il Colle, fino a ieri definito dagli stessi media «l’occhiuto e vigile custode della Costituzione che impedisce interpretazioni fallaci e derive non volute dalla Carta» (per esempio sul decreto Sicurezza), improvvisamente diventa inconsapevole, inerme, in balia delle amnesie altrui, incapace di garantire a Mattarella la graniticità di una firma. Ovviamente non è così. E con l’umile approccio di chi crede nella forza dell’istituzione, ci pare che l’approfondito, sofferto, quasi metafisico percorso del presidente Toni Servillo nel film di Paolo Sorrentino La grazia sia più verosimile dello scenario descritto ieri dai quirinalisti travestiti da corazzieri di cartone.
Ma non è finita, sull’argomento il giurista collettivo di redazione riesce ad andare oltre l’immaginabile. A sottolineare oggi «la forza del dubbio» del Colle sono gli stessi giornali che alla notizia dell’atto di clemenza a favore di Nicole Minetti si erano esibiti in messe cantate nei confronti «dell’umanità profonda contenuta in un gesto nobile»; avevano preso le distanze «dalla volgarità, dalla malafede di chi vede favoritismi e agita la coda di paglia del complottismo». Allora «la salute dei congiunti era stata spesso decisiva nella concessione della grazia». Adesso fanno un tifo pavloviano per revocarla. Come diceva Luciano De Crescenzo, eppure è sempre vero anche il contrario.
Nel giorno dello scaricabarile tutti agitano come una coperta di Linus la sentenza numero 200 della Corte Costituzionale nel 2006. Risolveva il conflitto di attribuzione sollevato dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nei confronti del ministro della Giustizia Roberto Castelli proprio sul potere di grazia riguardo all’opportunità di darla ad Adriano Sofri che neppure l’aveva chiesta. Per lui si era mossa «la nota lobby» (copyright di Francesco Cossiga). La Consulta sottolineò che il Guardasigilli deve istruire la pratica ma il capo dello Stato è titolare dell’atto. Poi ci sono Eolo, i corazzieri, le contromosse, le cortine fumogene e il dogma della Stampa: «La controffensiva del Quirinale è sul terreno della verità». Sì, quella divina.
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