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2022-04-26
Con «Bang bang baby» arriva la prima serie originale di Amazon prodotta in Italia
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Inutile girarci intorno. Bang Bang Baby, serie televisiva ispirata alla storia vera di Marisa Merico, è bella, di quella bellezza che si è soliti invidiare agli americani: una bellezza che non farà la storia, ma il piacere dello spettatore, in serate altrimenti votate al meno peggio dei palinsesti, quello sì. Lo show, il primo che Amazon Original abbia voluto produrre in Italia, è costruito su una formula nota. Un argomento drammatico, la sua lettura ironica, un citazionismo straordinariamente pop e colori e voci e musiche studiate sapientemente per riempire la testa di chi guardi, e lì risuonare all’infinito. «Cos’è la vita-a senza l’amore-e?», canta Nada, strascicando le vocali, mentre giostre girano e con loro gli occhi di una bimba in età scolare. È il 1977, una Milano ottimista, gente allegra. Alice, sulle giostre, ride alla vita, a sua madre. Ride, ma uno sparo spezza quel suo buonumore di bambina. «È tuo padre», le dice la mamma, fiera operaia in una fabbrica lombarda, «È morto». E allora, in quel giorno altrimenti pieno, la sua infanzia finisce. Alice cresce, in fretta, senza volerlo. E lo spettatore con lei. Milano cambia volto, il 1977 cede il passo al 1986 e Bang Bang Baby, le cui prime cinque puntate saranno disponibili su Amazon Prime Video da giovedì 28 aprile, prende il via.
Alice, una brava e credibile Arianna Becheroni, ha sedici anni. Studia, con la convinzione traballante di ogni adolescente. Potesse, passerebbe le proprie giornate a ingurgitare BigBabol e Smarties, sognando i mondi lontani della televisione a colori. Ma sua madre no. Lucia Mascino, straordinaria nel ruolo della femminista della prima ora, la rimbrotta. L’istruzione, il lavoro, la patente, «Sii indipendente, Alice». E Alice fa sì con la testa. «Certo, mamma», borbotta, gli occhi fissi alle prime telenovela. Alice è timida, più della madre caparbia che si ritrova. Non sembra averne ereditato la forza, l’ambizione. Ma le certezze dello spettatore, raggirato da quella ragazzina all’apparenza fragile, vacillano presto. Vacillano, quando Alice scopre che il padre che credeva morto (un «calabrese», puntualizza il titolo del giornale sul quale ne riconosce il volto) è vivo. «Un criminale», taglia su la Mascino. E Alice, testarda come età impone, urla. «Da oggi, non sei più mia madre», strilla, prima di correre dalla nonna paterna, Lina, e scoprire come l’intera famiglia sia affiliata alla ‘ndrangheta. Padre criminale, zii criminali, piccoli cuginetti criminali, una nonna – meravigliosa Dora Romano – la cui unica ambizione è quella di sedere, prima donna a farlo, accanto agli uomini della Mammasantissima. Le parole della madre le riecheggiano in testa, ma Alice le ignora. Ha passato nove anni a rimpiangere suo padre, a versare lacrime sulla sua condizione di orfana, e non le importa cosa faccia quell’uomo. Crede di poterlo cambiare. Con che tenerezza gli parla. «Ti farò questo favore, ma tu poi troverai un lavoro normale», gli dice, attraverso la porta di una cella. E lo pensa, lo pensa con la determinazione di una crocerossina in erba. Lo pensa, ma dal quel pensiero ha origine la sua tragedia. Alice, per amore di un padre che nemmeno conosce, si fa trascinare nel mezzo della ’ndrangheta, criminale fra i criminali. Ma Bang Bang Baby, le cui ultime cinque puntate saranno su Amazon Prime Video giovedì 19 maggio, non fa altrettanto. Non si snatura, non assume i contorni melodrammatici di una catastrofe annunciata. La serie mantiene intatta la propria leggerezza, quei connotati un po’ grotteschi presi mutuati dalla filmografia di Nicolas Widing Refn. «Quello che volevo fare era tentare di passare in maniera molto armonica dal teen drama alla commedia al melò, fino ad arrivare al genere crime. Questo è stato possibile prendendo sul serio ogni genere, cioè senza far sì che la farsa o un tono sopra le righe trascinasse tutto in un contenitore di inverosimiglianza», ha spiegato Michele Alhaique, regista della prima serie italiana all’altezza delle tante americane. Non ce ne vogliano Gomorra o Suburra, produzioni pur eccellenti, ma Bang Bang Baby, con la sua confezione impeccabile, è la prima storia universale che sia stata prodotta in Italia. C’è Milano, certo. C’è la musica, il dialetto. Ma le peripezie di Alice sono peripezie emotive. Può cambiare il contesto, essere tradotto il dialetto, e sono ancora lì, intatte e magnetiche.
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Da giovedì 28 aprile sbarca su Prime Video la nuova produzione italiana di Amazon con le prime cinque puntate della serie televisiva ispirata alla storia vera di Marisa Merico, ribattezzata la «principessa di ‘ndrangheta».Inutile girarci intorno. Bang Bang Baby, serie televisiva ispirata alla storia vera di Marisa Merico, è bella, di quella bellezza che si è soliti invidiare agli americani: una bellezza che non farà la storia, ma il piacere dello spettatore, in serate altrimenti votate al meno peggio dei palinsesti, quello sì. Lo show, il primo che Amazon Original abbia voluto produrre in Italia, è costruito su una formula nota. Un argomento drammatico, la sua lettura ironica, un citazionismo straordinariamente pop e colori e voci e musiche studiate sapientemente per riempire la testa di chi guardi, e lì risuonare all’infinito. «Cos’è la vita-a senza l’amore-e?», canta Nada, strascicando le vocali, mentre giostre girano e con loro gli occhi di una bimba in età scolare. È il 1977, una Milano ottimista, gente allegra. Alice, sulle giostre, ride alla vita, a sua madre. Ride, ma uno sparo spezza quel suo buonumore di bambina. «È tuo padre», le dice la mamma, fiera operaia in una fabbrica lombarda, «È morto». E allora, in quel giorno altrimenti pieno, la sua infanzia finisce. Alice cresce, in fretta, senza volerlo. E lo spettatore con lei. Milano cambia volto, il 1977 cede il passo al 1986 e Bang Bang Baby, le cui prime cinque puntate saranno disponibili su Amazon Prime Video da giovedì 28 aprile, prende il via.Alice, una brava e credibile Arianna Becheroni, ha sedici anni. Studia, con la convinzione traballante di ogni adolescente. Potesse, passerebbe le proprie giornate a ingurgitare BigBabol e Smarties, sognando i mondi lontani della televisione a colori. Ma sua madre no. Lucia Mascino, straordinaria nel ruolo della femminista della prima ora, la rimbrotta. L’istruzione, il lavoro, la patente, «Sii indipendente, Alice». E Alice fa sì con la testa. «Certo, mamma», borbotta, gli occhi fissi alle prime telenovela. Alice è timida, più della madre caparbia che si ritrova. Non sembra averne ereditato la forza, l’ambizione. Ma le certezze dello spettatore, raggirato da quella ragazzina all’apparenza fragile, vacillano presto. Vacillano, quando Alice scopre che il padre che credeva morto (un «calabrese», puntualizza il titolo del giornale sul quale ne riconosce il volto) è vivo. «Un criminale», taglia su la Mascino. E Alice, testarda come età impone, urla. «Da oggi, non sei più mia madre», strilla, prima di correre dalla nonna paterna, Lina, e scoprire come l’intera famiglia sia affiliata alla ‘ndrangheta. Padre criminale, zii criminali, piccoli cuginetti criminali, una nonna – meravigliosa Dora Romano – la cui unica ambizione è quella di sedere, prima donna a farlo, accanto agli uomini della Mammasantissima. Le parole della madre le riecheggiano in testa, ma Alice le ignora. Ha passato nove anni a rimpiangere suo padre, a versare lacrime sulla sua condizione di orfana, e non le importa cosa faccia quell’uomo. Crede di poterlo cambiare. Con che tenerezza gli parla. «Ti farò questo favore, ma tu poi troverai un lavoro normale», gli dice, attraverso la porta di una cella. E lo pensa, lo pensa con la determinazione di una crocerossina in erba. Lo pensa, ma dal quel pensiero ha origine la sua tragedia. Alice, per amore di un padre che nemmeno conosce, si fa trascinare nel mezzo della ’ndrangheta, criminale fra i criminali. Ma Bang Bang Baby, le cui ultime cinque puntate saranno su Amazon Prime Video giovedì 19 maggio, non fa altrettanto. Non si snatura, non assume i contorni melodrammatici di una catastrofe annunciata. La serie mantiene intatta la propria leggerezza, quei connotati un po’ grotteschi presi mutuati dalla filmografia di Nicolas Widing Refn. «Quello che volevo fare era tentare di passare in maniera molto armonica dal teen drama alla commedia al melò, fino ad arrivare al genere crime. Questo è stato possibile prendendo sul serio ogni genere, cioè senza far sì che la farsa o un tono sopra le righe trascinasse tutto in un contenitore di inverosimiglianza», ha spiegato Michele Alhaique, regista della prima serie italiana all’altezza delle tante americane. Non ce ne vogliano Gomorra o Suburra, produzioni pur eccellenti, ma Bang Bang Baby, con la sua confezione impeccabile, è la prima storia universale che sia stata prodotta in Italia. C’è Milano, certo. C’è la musica, il dialetto. Ma le peripezie di Alice sono peripezie emotive. Può cambiare il contesto, essere tradotto il dialetto, e sono ancora lì, intatte e magnetiche.
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
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(Ansa)
Fare in fretta e fare bene: dopo il buon risultato del primo turno delle amministrative, il centrodestra punta tutto sulla legge elettorale per mettere all’angolo gli avversari. Innanzitutto, si obbligherà il centrosinistra a indicare il candidato premier prima delle elezioni, con tutte le conseguenze (nefaste, per loro) del caso. I risultati delle comunali, inoltre, al di là del voto dei centri più importanti, restituiscono una distribuzione dell’elettorato molto frammentata, con Pd, M5s, Avs e alleati che, correndo uniti a differenza del 2022, nei collegi soprattutto al Sud (basta leggere i risultati delle comunali in Campania) potrebbero fare il pieno di uninominali. Proprio gli uninominali, quindi, verranno eliminati nella nuova legge elettorale, che il centrodestra deve però approvare il prima possibile, per non consegnare al centrosinistra l’arma propagandistica del «parlate di cose che non interessano alla gente» e «volete cambiare in corsa le regole».
Alcune modifiche, quindi, verranno apportate al testo originario: le indiscrezioni parlano di un premio di maggioranza più contenuto e di una soglia per ottenerlo leggermente più alta del 40%, per non correre il rischio di una bocciatura da parte della Corte costituzionale. Le preferenze? Falso problema: come già sanno i lettori della Verità, basterà «bloccare» il cappello di lista per garantire l’elezione dei candidati scelti dalle segreterie di partito, lasciando gli altri a battersi per la speranza di un posto al sole. «Ci sono tre disegni di legge», spiega il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Nazario Pagano di Forza Italia, al termine dei lavori di ieri, «sui quali si è aperta la discussione generale e si sta svolgendo in commissione. Al suo esito, anche sulla scorta di ciò che è emerso dalle audizioni, molto variegate, i relatori trarranno le loro conseguenze ed è probabile che faranno le loro proposte. Delle modifiche saranno proposte, questo sì. A me non risulta che il testo sarà stravolto. C’è sempre stata la intenzione di coinvolgere le opposizioni», aggiunge Pagano, «io ero anche favorevole a un comitato ristretto ma se opponi sempre un niet sovietico a qualunque cose capite che è un problema». In Commissione non è mancata un po’ di bagarre, poiché le opposizioni, prendendo spunto dalle indiscrezioni di stampa su imminenti modifiche al testo in fase di valutazione, hanno chiesto di poter discutere su quello definitivo: «Se c’è un nuovo testo base», chiede il deputato del Pd Gianni Cuperlo, «perché iniziamo la discussione generale su un testo base che di fatto voi stessi dite che non c’è più? Su questo punto c’è stata un’oretta di schermaglie. I relatori sono intervenuti dicendo che ragionevolmente ci sarà un testo modificato ma di fatto ancora non c’è. Il presidente Pagano si è impuntato e ha avviato comunque la discussione generale che, ha detto, servirà a definire il nuovo testo che arriverà successivamente. Ma è un gioco dell’oca: se stanno discutendo sul nuovo testo base ci facciano sapere cosa prevede».
Il gioco delle parti: in realtà l’unica speranza per il centrosinistra è che la maggioranza perda tempo e arrivi «lunga», troppo a ridosso delle elezioni per procedere a modificare la legge. «Se c’è la volontà politica», sottolinea il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «ci sono i tempi. Non è un problema di tempi il percorso delle leggi, è sempre figlio della volontà politica». Sembrano invece superate le perplessità di Forza Italia, che non può certo sganciarsi da un’alleanza che sta in piedi, da più di 30 anni, non solo a livello nazionale ma anche in regioni e comuni. Il problema-Roberto Vannacci? Tutta fuffa: Forza Italia alla fine accetterà l’alleanza con chiunque, pur di vincere, incassare la sua quota di premio di maggioranza e restare al governo. Un «accordo sul programma» si trova sempre, come del resto lo troveranno nel centrosinistra, dove certo non mancano le distanze tra le visioni dei vari partiti.
A proposito di Vannacci: il generale non molla sulle preferenze, ma la nuova legge elettorale, manco a dirlo, gli sta benissimo: «A noi non interessano le altre dinamiche», commenta Vannacci, «la soglia di sbarramento la mettano dove vogliono. Ci piace il premio di maggioranza perché consegna governabilità al Paese, ma siamo assolutamente contrari al fatto che non si riprendano in considerazione le preferenze e che le preferenze non vengano reintrodotte. La sinistra, peraltro, deve tacere perché questa legge si chiama Rosatellum, deriva da Rosato che è un loro esimio rappresentante, quindi è stata la sinistra in primis a non volere le preferenze e siamo noi di Futuro nazionale invece ad avanzare questa istanza. Faremo tutti gli emendamenti, tutti gli ordini del giorno per farci ascoltare», aggiunge il leader di Fn, «anche se sappiamo che le dinamiche di potere, di palazzo e le mosse del cavallo delle segreterie dei partiti saranno difficili da superare».
Col pareggio Colle in mano ai cespugli. Ecco perché servono regole diverse
Naturalmente fare previsioni su un voto che arriverà fra un anno, senza sapere se la legge elettorale resterà in vigore oppure verrà modificata, è un esercizio rischioso. Eppure i sondaggi - per quel che valgono -accreditano sempre più uno scenario preciso: dalle elezioni politiche del 2027 potrebbe non uscire una maggioranza chiara. Centrodestra e centrosinistra rischiano di equivalersi. È questo il vero spettro che si aggira nelle stanze della politica italiana: il fantasma del pareggio. Se ne discute nei partiti, nelle coalizioni, nei retroscena parlamentari, nei sondaggi, utili a costruire strategie in vista del voto e sulle pagine dei giornali. Se ne parla soprattutto in relazione al difficile percorso che dovrebbe portare a una nuova legge elettorale, con l’obiettivo dichiarato di garantire una maggioranza stabile e un governo in grado di durare per l’intera legislatura. Ma il tema non riguarda soltanto il governo del Paese. Sullo sfondo c’è già il 2029, anno in cui il prossimo Parlamento sarà chiamato ad eleggere il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. È anche in funzione di quell’appuntamento decisivo che i partiti stanno ragionando sugli equilibri parlamentari. Il ricordo della non vittoria corre inevitabilmente al 2013, quando il risultato elettorale impedì a Pier Luigi Bersani di conquistare Palazzo Chigi e aprì una lunga stagione di governi eterogenei e larghe intese, alimentando smarrimento e sfiducia nell’elettorato. Per questo motivo, l’idea stessa di un nuovo pareggio viene letta da molti come il segnale di una crisi dei due poli e di una crescente sfiducia verso l’intero sistema politico. Ma chi spinge per desiderare questo ipotetico risultato? Sono senza dubbio tutte le forze centriste e i partiti di dimensioni minori (Azione, Italia viva, la parte riformista del Pd, ) che sperano di essere determinanti nella formazione di una alleanza di governo. In un Parlamento senza maggioranze autosufficienti, infatti, il loro peso politico potrebbe essere decisivo.
Da qui nasce il dibattito aperto nei diversi schieramenti tra «pareggisti» e «bipolaristi». Uno scontro che attraversa in particolare il centrosinistra. Da una parte c’è chi rifiuta qualsiasi dialogo con il governo Meloni sulla riforma elettorale, dall’altra chi ritiene inevitabile aprire un confronto per impedire una nuova stagione di instabilità.Nel Partito democratico l’arbitro di questa discussione sembra essere ancora Dario Franceschini. Secondo alcuni retroscena, l’ex ministro avrebbe invitato i dirigenti dem a riflettere sul fatto che rifiutarsi oggi di discutere con la Meloni sulla riforma elettorale non metterebbe comunque il Pd al riparo da un confronto con Fratelli d’Italia domani, in caso di pareggio. Una riflessione che non fa una grinza ma il dibattito si complica quando lo sguardo si sposta sul Qurinale.
I «pareggisti», infatti, sostengono che in caso di «non vittoria» dei due schieramenti sarebbe più semplice influire sulla scelta del nuovo presidente della Repubblica. Nel centrosinistra cresce il timore che una vittoria piena del centrodestra possa consegnare a Meloni anche il controllo della partita per il Quirinale. Una posizione questa che sembra comprensibile ma che mostra tutta la sua debolezza. Quasi una rinuncia preventiva a combattere per far prevalere il proprio schieramento politico nella contesa elettorale. È il segnale delle difficoltà e dell’assenza di ambizioni del cosiddetto campo largo. Solo pochi mesi fa, affascinati dall’esito del referendum sulla giustizia, erano pronti a campagne battagliere per scalzare il governo di centrodestra, oggi sembrano meno audaci. Probabilmente si è compreso che non esiste alcuna traslazione automatica dal voto referendario e quello politico, come dimostra del resto il test elettorale amministrativo del fine settimana appena trascorso. Non sappiamo se il messaggio ai duri e puri del centrosinistra, inviato da Franceschini, sia stato recepito. Sappiamo invece che una riforma elettorale appare sempre più necessaria per assicurare, indipendentemente da chi vincerà, un governo stabile e duraturo in una fase storica segnata da sfide economiche, sociali e internazionali sempre più complesse.
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