Con l’intesa India-Ue rischiamo l’invasione di tè, riso e tessuti. Ridono vino e chimica
2026-01-28
I nodi dell'Ue
Mentre Ita è alle prese con la rabbia dei lavoratori dei call center, a Fiumicino si presenta una nuova compagnia: Aeroitalia. Un nuovo concorrente su un mercato già difficile.
Per di più lanciato da un investitore che pure aveva fatto la corte all’Alitalia: il magnate sudamericano Germán Efromovich, il «salvatore» della compagnia aerea Avianca, rilevata in bancarotta nel 2004. Accanto a lui il banchiere francese Marc Bourgade, amministratore delegato di Flying Solutions DWC, con base a Dubai. «Non è il momento migliore per lanciare una nuova compagnia di bandiera. Ma non cerchiamo scuse.
Saremo a break even nel giro di un anno» ha dichiarato a Verità&Affari l’amministratore delegato di Aeroitalia, Gaetano Intrieri, manager di lungo corso nel settore aereo con esperienze in Cit, Alitech, Gandalf, Itali Airlines , Italiatour Airlines.
IL DEBUTTO
Aeroitalia, nata a Roma Fiumicino e con uffici nella Capitale, partirà grazie ad 80 milioni di investimento con 6 aeromobili. Il primo volo è previsto per il 2 maggio da Ciampino per Bruxelles.
Ma la società, che inizialmente farà voli charter per l’estate, farà base a Forlì. Almeno finché non si raggiungerà un accordo con Aeroporti di Roma per lo scalo di Fiumicino, opzione fortemente sostenuta dal sindaco Esterino Montino. Anche per compensare le «perdite» occupazionali subite con il ridimensionamento dell’ex Alitalia. «Il nostro obiettivo è di arrivare ad avere 25 aerei entro fine 2023, di cui 15 a corto raggio e 10 a lungo raggio» ha spiegato Intrieri nella conferenza stampa di presentazione della compagnia precisando che «il capitale iniziale è di 5 milioni di euro ma entro fine anno arriverà ad 80».
Quanto al fronte occupazionale, attualmente la compagnia ha assunto 150 persone. Ma conta di arrivare a 500-600 entro l’estate per arrivare a regime fino a 1500 unità. Nella prima fase la società opererà come charter, poi in autunno partiranno le rotte da Forlì verso il Mezzogiorno ed infine ne 2023 si passerà al lungo raggio per per collegare l’Italia al Sud America. «Questo nuovo arrivo era uno degli obiettivi a cui abbiamo contribuito in questi anni, nel momento in cui entrava in crisi definitivamente Alitalia per una serie di errori madornali - ha dichiarato il sindaco di Fiumicino, Montino -. Si è aperta sul mercato italiano una grande opportunità, non concentrata solo su Ita, grazie anche ad investitori stranieri. Spero, Fiumicino sia il centro di questa operazione».
ITA E IL CASO CALL CENTER
Intanto, i lavoratori Covisian, società che gestiva i call center dell’ex Alitalia, hanno occupato la sede di Palermo per manifestare contro Ita che ha deciso di internalizzare il servizio clienti. Hanno chiesto l’immediata apertura del tavolo di confronto tra sindacato, governo, Ita e la società di call center per scongiurare i licenziamenti di 543 persone. Peraltro senza che Ita applichi la clausola di salvaguardia che vorrebbe l’assorbimento dei lavoratori Covisian all’interno di Ita per lo svolgimento delle attività di call center.
A rischio i 221 di Covisian assunti poco meno di sei mesi fa e che potrebbero rimanere a casa dall’1 maggio e i 322 di Almaviva in cassa integrazione. «È l’ennesimo tassello del progetto di ridimensionamento di Ita - ha spiegato Antonio Amoroso, responsabile del settore trasporti della Cub - Per non parlare del fatto che è incredibile che una società pubblica non si presenti ad un tavolo di trattativa organizzato dal ministero del lavoro a tutela dell’occupazione». L’ennesima anomalia nella storia dell’ex compagnia di bandiera, ormai arrivata al capolinea.
Bisognerà che prima o poi s’indaghi perché Ursula von der Leyen ce l’ha con i piemontesi, i lombardi e i pugliesi. E col sistema moda italiano. Qualsiasi accordo commerciale la presidente della Commissione europea stringa è sempre contro gli agricoltori e stavolta colpisce duramente il tessile. A Nuova Delhi si è costruita la «più grande area commerciale di libero scambio». Lo avevano detto anche a proposito del Mercosur, ma dalla burocrazia europea non si può pretendere uno sforzo di fantasia.
Sommati insieme abitanti dell’India e dell’Ue fanno quasi due miliardi di persone e l’India di Nerendra Modi si avvia a essere la quarta economia del mondo. È certo - parole del Commissario europeo al commercio Maros Sefcovic - che questo trattato ha delle prospettive: «Si prevede che il commercio corrente di beni e servizi (attualmente pari a 180 miliardi di euro) raddoppierà entro cinque o sei anni e oltre 800.000 posti di lavoro nell’Ue dipendono dalle esportazioni verso l'India». Per quanto riguarda l’Italia le cifre sono assai più modeste: 14,3 miliardi di euro nel 2024, con un obiettivo di crescita a 20 miliardi entro il 2029.
L’entusiasmo della baronessa si riassume in una sola voce: automobili. I dazi vengono dimezzati (dal 150 al 75%). Ursula von der Leyen va alla ricerca di panacee per rimediare al danno epocale che ha fatto con il Green deal. E il prezzo ricade sull’agricoltura. La Coldiretti avverte che noi abbiamo venduto agroalimentare per 140 milioni di euro loro ce ne hanno rimandato per 600 milioni. C’è cautela perché su latte e carne sembra che ci si un accordo di salvaguardia, ma i contadini sono preoccupati. L’India ha 200 milioni di ettari coltivati e il 40% degli indiani vivono sui campi. Sono anche un aggregato sociale e politico molto influente. Hanno tenuto Modi in scacco per 4 anni con continue rivolte - altro che gli assedi a Bruxelles con i trattori - per impedire l’ingresso delle multinazionali americane. Difficile che cedano all’Ue.
Anche i consumatori non sono facilmente accessibili. Metà sono vegetariani (impossibile vendere salumi) hanno una produzione interna di latticini impenetrabile, non vogliono Ogm, mangiano prodotti da forno freschi. Solo il mercato delle metropoli è un possibile, assai limitato visto il reddito medio, sbocco per il nostro agroalimentare. Tanto per avere dei numeri: hanno la leadership nell’uva da tavola (ma non fanno vino), sono il primo Paese esportatore di riso: hanno in mano il 40% del mercato e vendono all’estero 20 milioni di tonnellate. Nel Bengala non coltivano solo Basmati (il riso a chicco lungo), ma hanno cominciato a produrre anche il japonica che assicura all’Italia il primato europeo di produzione ed esportazione. Sono una potenza nel grano: quest’anno hanno esportato mezzo milione di tonnellate di farina facendo crollare il prezzo. Nel paniere agricolo indiano che vale il 7,5% della produzione mondiale ci sono i primati di legumi, latte e spezie e il secondo posto assoluto per grano, cotone, canna da zucchero, frutta, verdura, pesci da allevamento e tè.
Su un paio di prodotti l’Italia può diventare competitiva. Il primo è il vino che passa da un dazio folle del 150% a 75 per poi scendere fino al 20%. Solo che è un mercato da costruire: per ora vendiamo per 2,6 milioni di euro (l’Europa sta a 7,7 milioni). L’altro prodotto è l’olio che arriverà a dazio zero in un paese che ne consuma molto. L’Ue assicura che i settori sensibili (riso, carne, latte) non saranno toccati – e Coldiretti apprezza, ma vigila - e arriveranno in India dazio zero i nostri prodotti trasformati (pasta, cioccolata, pet food, dolci), ma le garanzie sui Dop e Igp sono di là da venire. Un settore che subirà la concorrenza indiana è la pesca. Le maggiori preoccupazioni sono sul tessile. È vero che le maggiori griffe hanno a disposizione un potenziale mercato da 70 miliardi di dollari in India ma è anche vero che l’India a dazio zero ora esporterà in Ue una quantità di materia prima (produce 500.000 tonnellate di filato di cotone e 9.000 tonnellate di seta) a dazio zero con al seguito 35 miliardi di abbigliamento pronto.
Per quel che riguarda l’Italia a nel settore moda sin qui un saldo positivo di circa 2 miliardi, ma si teme la concorrenza indiana sul mercato interno dell’Ue. Positiva è la riduzione a zero dei dazi su macchinari, prodotti chimici e farmaceutici, ma il settore più favorito è l’auto. I dazi scenderanno dal 110% al 10% - nell'arco di 10 anni - con una quota di 250.000 veicoli all’anno. Per le auto smontate e rimontate in India ci sarà una quota aggiuntiva di 75.000 auto, con dazi ridotti all’8,25%.
Per l’Italia i vantaggi sono relativi perché le utilitarie sono escluse dall’accordo e c’è il pericolo dell’invasione dei pellami conciati e della pasta di cellulosa e del legno. Ma se un accordo va bene per la Germania è un grande accordo.
Ho conosciuto di persona il lettore della Verità. Non è facile oggi conoscere il lettore di un giornale perché è finito il tempo dell’impegno civile e dei giornali-partito; perché i lettori di quotidiani e libri sono diminuiti e riguardano una fascia d’età adulta-anziana; e perché viviamo tutti un po’ nascosti, latenti, isolati, come molecole sparse nell’etere o nelle edicole votive dello smartphone. Ma il lettore della Verità sta partecipando a una settimana di incontri ad Abano Terme, all’hotel Mioni Pezzato, accogliendo l’invito di Stefano Passaquindici che da anni organizza viaggi e incontri per loro e in passato per i lettori del Giornale. Ci sono e ci saranno altri ospiti.
Qui ad Abano il lettore della Verità sembra un’anima del purgatorio o il confratello di una congregazione, perché lo incontri in accappatoio e cappuccio, come si usa nelle località termali, tra bagni, massaggi, fanghi e piscine. Poi la sera si veste, riprende le fattezze di contemporaneo e viene ad ascoltare, interviene, partecipa. È un campione significativo, saranno un po’ meno di duecento. Un giornale non è una caserma, e ancor meno può esserlo un giornale antagonista e davvero fuori dal coro; i suoi lettori non si accontentano dei racconti ufficiali su altri media e vogliono leggere la realtà con altre lenti, con spirito libero e non conformista. Nemmeno il conformismo degli anticonformisti, cioè la militanza contrapposta agli allineati che vivono le loro opinioni come una parrocchia laica, un gregge e una sezione di partito. Di parrocchie bastano quelle vere, per i credenti; non ne vogliono altre, surrogate e surrettizie.
A me è capitato di dover aprire la settimana d’incontri coi lettori, domenica scorsa, e di dover parlare - come vuole del resto un giornale - un po’ di tutto, tra cultura e attualità. Un quotidiano non è la preghiera laica del mattino, come diceva Hegel, ma un po’ somiglia ai «brevi cenni sull’universo» di cui parlava Gramsci. Una visione d’insieme ma applicata alla quotidianità e agli avvenimenti in corso, dedicata ai nostri giorni e alle sue maggiori preoccupazioni; e le opinioni sono quel che resta del nostro tempo e per certi versi ciò che si sporge a interpretare il tempo che verrà. Non farò elogi e lisciatine nei loro confronti, non si addice a loro e nemmeno a noi che ci scriviamo; e poi non c’è la presunzione di rappresentare il meglio degli italiani, non soffriamo di complessi di superiorità, a differenza di quel che accade nelle sette radical.
Questi lettori in presenza sono la punta avanzata di un’area di opinione molto larga; chi la condivide e un po’ la rappresenta, sa che la punta emersa è piuttosto piccola rispetto al vasto mondo che rappresenta. Il problema è chiaro da tempo: c’è un’area vasta di opinioni che legge poco e a volte si caratterizza per un idem sentire ma non per un idem pensare.
I lettori della Verità non sono per indole governativi, si sa, e appunto perché non si accontentano, non perdono lo spirito critico neanche davanti a giornali e governi che pure sono per loro preferibili ai precedenti. Condividono molte idee e molte valutazioni che leggono sulla Verità, molte ma non tutte; del resto anche per chi come me vi scrive vale la stessa cosa e naturalmente vale pure l’inverso nei miei confronti: quel che penso e che scrivo è condiviso in molti ma non in tutti i punti, e da molti ma non da tutti i lettori; la mia è una voce, non è la voce della Verità, che detta così ha un sapore biblico. Ma posso garantirvi che quel che scrivo corrisponde a quel che penso, senza furbizie, raggiri e finzioni. Sì, dicevo, la testata è molto impegnativa, ricorda la Pravda, che è La Verità al tempo del comunismo e dell’Unione Sovietica. In Italia ci fu chi ne fece la versione nostrana, e fu quella figura strana di rivoluzionario, comunista e poi fascista, di Nicolino Bombacci che fondò appunto un foglio che si chiamava La Verità. Fu vicino a Lenin, fu il primo leader del Partito comunista d’Italia e poi finì ammazzato dai suoi ex compagni con Mussolini. Se commise grossi errori nella sua vita li scontò sempre sulla sua pelle.
Chi ci legge sa che amiamo la verità ma non pretendiamo di averne il possesso o il monopolio; la ricerca della verità dovrebbe essere la massima aspirazione per un filosofo come per un giornalista, e più in generale per un essere umano. Ma la ricerca non indica che hai in pugno la verità; indica piuttosto un salire le scale che si avvicinano a lei: il senso della realtà e dell’evidenza, l’onesta rappresentazione dei fatti e delle persone, a onor del vero; e infine l’amore per la verità e il mettersi senza riserve al suo servizio. Nessuno dispone della verità, anche perché essa spesso ha molti versanti, e non uno solo. E quando i legami, le affinità e le appartenenze ci chiamano a essere indulgenti con chi sentiamo dalla nostra parte, ricordiamoci di Aristotele che diceva: «Sono amico di Platone ma più amico della verità». E anche Platone a sua volta ha dimostrato con il suo pensiero di essere amico e allievo di Socrate ma più amico e più allievo della verità, anche quando non combaciava con quello che diceva il suo maestro. La stessa cosa vale in politica: non si può sposare una parte a priori e a prescindere, si può arrivare a comprendere gli errori e le cadute perché ci sono altre cose, magari più importanti, che ti uniscono. Ma chi pensa, chi scrive, chi legge giornali e non fogli di catechismo sa che la verità, o meglio quel che a noi sembra la verità, va detta comunque, costi quel che costi. Anche a costo di subire insulti, ingiurie e bassezze, oltre che isolamento e boicottaggi. Per i meschini, se stai criticando quella che dovrebbe essere la tua parrocchia, è solo perché aspiri a entrare in un’altra parrocchia: non viene loro in mente, nel loro bigottismo piccino e arrivista, che c’è chi pensa a cielo aperto, e non vuole passare da una parrocchia all’altra. Ecco, questo mi sento di dire ai lettori della Verità, non solo quelli in presenza ma anche quelli da remoto. Potete fidarvi a ragion veduta, mai ciecamente.
Il silenzio degli innocenti. È la pretesa del tribunale del capoluogo siciliano, che ha condannato una parrocchia a un risarcimento fuori scala per gli schiamazzi e i canti dei bambini dell’oratorio, ritenuti fastidiosi dagli inquilini un condominio adiacente. La sentenza che ordina imperiosamente di tacere a un’intera comunità è accompagnata da 45.000 euro di risarcimento che i sacerdoti di Santa Teresa del Bambin Gesù dovranno sborsare al più presto come punizione per aver «fatto perdere valore» alle case del vicinato mentre lasciavano correre, cantare e giocare a pallone piccoli e adolescenti.
Vale a dire consentivano ciò che tutti i bambini fanno a ogni latitudine, tranne che in via Parlatore (e questo è un curioso ossimoro) nel quartiere palermitano di Noce/Zisa.
Dopo un decennio di carte bollate (la diatriba giudiziaria andava avanti dal 2015) sarebbe bastato un richiamo simbolico, invece è arrivata la mazzata. Per raccogliere il denaro necessario, don Gabriele Tornambè, don Gianpiero Cusenza e don Emilio Cannata sono stati costretti a lanciare una colletta e hanno spiegato: «Siamo consapevoli che, quando sorgono incomprensioni, esiste il rischio che si alimentino anche di questioni di principio. La porta della nostra chiesa è e rimane aperta a tutti, ai piccoli come agli adulti. Poiché ci riteniamo una famiglia, sentiamo il bisogno di aprirvi il nostro cuore circa la difficoltà nel far fronte alle somme richieste, già sollecitate dai legali degli attori. Come accade in ogni famiglia, questo tempo chiede sacrificio ma anche l’affidamento alla generosità di chi vorrà contribuire». Il primo ad aiutarli è stato il sindaco Roberto Lagalla, che ha donato 1.000 euro.
L’importo consistente sarebbe determinato dai danni patrimoniali arrecati al condominio, costretto a dotarsi di infissi nuovi per favorire l’insonorizzazione, che peraltro avrebbero dovuto far lievitare il valore degli appartamenti, migliorando l’isolamento termico e la classe energetica. Tutto molto legalitario, tutto molto impersonale. Verrebbe da aggiungere disumano, visto che i protagonisti della vicenda hanno avuto dieci anni di tempo per metabolizzarla e coglierne gli aspetti di mediazione. I tre sacerdoti assicurano di «avere fatto di tutto per limitare il fastidio, regolare gli orari, ridurre i decibel. Ma i bambini sono bambini».
Qui sta il senso della notizia. In un’Italia che soffre di denatalità e invita lo Stato a incrementare le politiche per invertire una tendenza preoccupante, ecco che un oratorio dà fastidio, i bambini dovrebbero trasformarsi in automi silenziosi. E un giudice picchia duro su chi mette a loro disposizione spazi educativi prima ancora che religiosi, momenti di vita per crescere con una prospettiva di comunità. Non solo. Mentre un’intera generazione di ragazzi ormai preferisce rinchiudersi nella propria camera e comunicare solo con il computer e con lo smartphone, intrappolata nella solitudine digitale, punire una casa aperta e vitale come un oratorio è un controsenso. Davvero a Palermo il problema è costituito dalla musica, dal rimbalzare di un pallone, dal vociare di un gruppo di giovani? O come sottolineava una battuta nel film Johnny Stecchino, dal traffico?
Allargando l’orizzonte, si scopre che questa è un’Europa per vecchi. E che il cartello «No kids» sta diventando una filosofia. In questi giorni in Francia è in atto una polemica feroce perché la società pubblica delle ferrovie (Sncf) ha varato un’offerta business sui Tgv Parigi-Lione che negli spot promette «un’esperienza di viaggio all’insegna della calma assoluta», con il divieto di salire ai minori sotto i 12 anni. È pur vero che si tratta dell’8% dei posti (il 92% è per tutti) e che lavorare in treno con marmocchi scatenati in corridoio non è il massimo della tranquillità, ma l’errore di Sncf che ha scatenato i social d’Oltralpe è stato consentire l’accesso «agli animali da compagnia» e non ai bambini.
Un pessimo segnale, inaccettabile per le associazioni a difesa dell’infanzia, che hanno allestito una crociata social e chiedono alle Ferrovie di tornare sui propri passi, di attrezzare aree gioco e spazi dedicati alle famiglie invece di escludere gli adulti del futuro. «È una decisione disastrosa per la natalità», «È sintomo di una crescente intolleranza culturale», «Si è superata la linea rossa» si legge nei post più scatenati.
Una simile rivolta era avvenuta nel giugno scorso in Italia, quando una mamma aveva denunciato con una lettera al Corriere della Sera una disavventura sul treno Roma-Milano: il vicino di posto aveva mostrato palese insofferenza nei confronti dei suoi due figli di 6 e 7 anni per essere stato disturbato. Difficile trarre una conclusione, anche perché abbiamo a disposizione una sola versione. E non tutti i passeggeri hanno il dovere di dotarsi in viaggio dei quintali di tolleranza richiesti dai genitori altrui. Ma il silenzio degli innocenti non è la risposta. Servirebbe equilibrio, servirebbe comprensione. Quelli che una volta si insegnavano all’oratorio.
