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2019-07-10
Aprire i porti non è carità. I veri poveri del mondo se ne stanno a casa loro
Ansa
Il 6 luglio L'Osservatore Romano ha pubblicato un editoriale dedicandogli un titolo colmo di patos, «Restano solo il cielo e i barconi». L'autore, di formazione filosofica, è il professor Stefano Semplici, ordinario di Etica sociale all'università Tor Vergata, presidente del comitato per la Bioetica della Società italiana di pediatria e past president del comitato internazionale di Bioetica dell'Unesco. Nel suo intervento, il professor Semplici non si occupa delle vicende attorno a questo o quel salvataggio, ma va direttamente al «nodo fondamentale» che sta alla radice dello scontro politico e culturale: «Esiste o no - in presenza di macroscopiche asimmetrie nella garanzia dei fondamentali diritti economici e sociali - un diritto a forzare la condivisione o anche semplicemente a cercare condizioni e risorse per una vita migliore, entrando con ogni mezzo in altri Paesi anche quando non ricorrono le condizioni richieste per lo status di rifugiato?», si è domandato, indicando nella disparità di ricchezze e di benessere sociale la causa dell'attuale crisi migratoria.
Per rispondere, prima Semplici scrive: «Si tratta di dire con chiarezza se si intende questo soccorso in continuità con un elementare dovere di umanità o con la tesi che occorre garantire a tutti la possibilità di cominciare una nuova vita nel paese che preferiscono». Poi aggiunge: «Se si ritiene che le frontiere non possano comunque essere aperte per chiunque desideri varcarle, il problema diventa immediatamente quello della regolamentazione, dei controlli ed eventualmente delle soglie da fissare». Consentire a tutti la possibilità di cominciare una nuova vita nel Paese che preferiscono e al contempo porre dei limiti fatti di controlli e di soglie, sono strade che non possono essere tenute insieme «per la contradizion che nol consente», per dirla con Dante. E dunque quale scelta viene indicata? La risposta giunge quasi al termine dell'articolo: «Quando si tratta della povertà e della disuguaglianza non vale il limite delle acque territoriali o della zona Sar di competenza», scrive il professor Semplici.
Povertà, bassa speranza di vita, elevata mortalità materna ed infantile, insieme alla mancanza di acqua potabile, sono i 5 indicatori citati nell'articolo per indicare le cause di fondo delle migrazioni. Ma per avallare una teoria non è sufficiente dare qualche numero sparso un po' a casaccio. Il ministero dell'Interno ha appena pubblicato le statistiche che riguardano gli sbarchi dal 1 gennaio al 5 luglio di quest'anno. Le 10 nazionalità più frequentemente dichiarate al momento dello sbarco sono state, in ordine decrescente di frequenza: Tunisia, Pakistan, Costa d'Avorio, Algeria, Iraq, Bangladesh, Sudan, Guinea, Iran, Marocco. Queste 10 nazionalità concorrono all'81,9% dei migranti sbarcati sulle nostre coste. Basta consultare i dati pubblicati dalla Banca Mondiale, Oms e Unicef per rendersi conto che la tesi del professor Semplici non può contare su una base fattuale. Nessuna delle 10 nazioni che compongono la maggioranza dei migranti risulta tra le 10 più povere.
Le immagini fornite dalle stesse Ong escludono che le persone tratte a bordo soffrano di denutrizione. Nessuno dei 10 Paesi di maggiore provenienza degli immigrati risulta tra i 10 con più bassa speranza di vita alla nascita, né tra i 10 con maggiori problemi d'accesso all'acqua potabile. Nessuna delle 10 nazioni più rappresentate tra i migranti risultano fra le 10 nazioni con la più alta mortalità materna o infantile.
Se, come si legge sull'Osservatore Romano, sono la povertà e le disuguaglianze ad alimentare le migrazioni, com'è che le persone che vivono dove le disuguaglianze sono maggiori non costituiscono il grosso dei migranti? Non è l'estrema povertà, incompatibile con le migliaia di dollari da pagare per il viaggio, né la presenza di elevata mortalità materna e infantile, incompatibile col fatto che donne e bambini sono una minoranza dei migranti, ad alimentare la tratta di esseri umani. Ma davvero l'etica cattolica è stata a tal punto adulterata da considerare l'attrazione illusoria di potere condividere la vita opulenta dell'Occidente una ragione proporzionata all'impoverimento umano dei Paesi di origine, al rischio della vita del migrante e alla destabilizzazione sociale dei Paesi di approdo? Nella sua analisi delle ragioni che spingono migliaia di uomini a lasciare i propri Paesi, stupisce che il professor Semplici non abbia fatto cenno ad un dato: il 71,5% dei migranti provengono da 9 nazioni dove la percentuale degli islamici è del 90% o più. Perché tacere una correlazione così macroscopica? Ha ragione Semplici a scrivere che l'Italia non vive in questo momento una situazione d'emergenza, peccato che taccia il fatto che la riduzione degli sbarchi e dei morti in mare non è stata spontanea, ma è avvenuta per l'inversione della politica migratoria dei tre anni del governo Renzi, durante il quale oltre mezzo milione di persone sbarcarono sulle nostre coste, una politica che il trio Pd sulla Sea Watch anela a rinverdire. Semplici è bioeticista, dovrebbe conoscere il concetto di compensazione del rischio: più la traversata è ritenuta sicura, più aumentano le persone disposte a tentarla, ma questo a sua volta aumenta il numero dei morti nel tentativo di attraversare il mare. I dati confermano in pieno questo schema. Lasciare arrivare migliaia di maschi in età militare nella cui cultura religiosa la donna ha un valore inferiore all'uomo, la poligamia è normale, la menzogna al miscredente è lecita, era ciò che preoccupava il compianto cardinale Biffi era il pericolo da cui ci metteva in guardia San Giovanni Paolo II. Ed è una cosa che non può non essere contrastata da un uomo chiamato dal voto dei cittadini a proteggere la loro sicurezza.
Londra paga Parigi per tenere i clandestini lontani dalla Manica
Mentre tutti i riflettori mediatici sono puntati sul Mediterraneo, l'altro tratto di mare assai ambito dai migranti, ovvero lo stretto della Manica, passa quasi sotto silenzio, abilmente sorvolato dalla stampa di colore buonista ed europeista.
Per esempio recentemente Francia e Regno Unito, con un'operazione congiunta iniziata un anno fa, hanno sgominato - senza troppe preoccupazioni umanitarie -un'organizzazione rumena di passeur che operava su ruota (stipando a dozzine i clandestini nei rimorchi dei camion e facendoli poi passare a Calais o Dunkerque).
La rete criminale, oltre che in Romania, contava membri nei due Paesi transfrontalieri e il fatturato del suo business è stato stimato intorno ai 3,6 milioni di euro l'anno. Gli inquirenti calcolano che l'organizzazione abbia attuato 259 tentativi di passaggio, con 167 successi e 92 fallimenti. Comunque anche via mare sono sempre più numerosi i tentativi di traversata della Manica: dall'inizio dell'anno sono oltre 500 i migranti fermati su imbarcazioni e altri natanti di fortuna. Il Regno Unito è talmente geloso del rispetto dei propri confini, della sua profilassi migratoria, da allungare fior di quattrini alla Francia per il potenziamento tecnologico dei controlli di frontiera e, più in genere, la politica di prevenzione e dissuasione dell'immigrazione clandestina. Dall'accordo di Touquet, firmato da Nicolas Sarkozy nel 2003, che fissava il «contributo» inglese a 113 milioni di euro, siamo saliti con il trattato di Sandhurst - siglato da Emmanuel Macron e Theresa May nel 2018 - alla bella cifra di 163 milioni. Mica bruscolini, tanto che per le casse francesi la Manica e i migranti paiono quasi un lauto affare. Di fatto i francesi si fanno pagare per tenersi nella pancia gli indesiderati del Regno Unito: bel modo francese di mettere a profitto i migranti, di trasformarli infine in una «risorsa». Ma gli inglesi, oltre a pagare i loro vicini per quello che già da loro dovrebbero fare, cioè fermare i clandestini, quasi non si fidassero del servizio, dispiegano nello stretto, con funzioni di avvistamento e deterrenza, anche delle unità della Raf e della Royal Navy ovvero le forze armate. Per loro è un'intelligente forma di sinergia tra governo e Difesa (sinergia che in Italia stenta ancora a decollare oppure fa cilecca).
Insomma quelli che in Francia e Regno Unito vengono raccontati - soprattutto dai due governi e in seconda battuta dalla stampa adulatrice - come dei successi di efficienza statale, coordinamento tra Stati, rispetto delle leggi e degli inviolabili confini nazionali, qui da noi nel Mediterraneo - con un'inversione prospettica che è dettata solo da politica e interesse di parte - diventano dei crimini contro l'umanità e delle violazioni del diritto internazionale. È quella che si definisce una «doppia morale», l'applicare due pesi e due misure, o con parola più diretta e lampante: ipocrisia bell'e buona. Anche le Ong più randagie non navigano mai nelle acque della Manica, dove pure ci sarebbero molti naufraghi da salvare e divieti da infrangere; lassù hanno la fondata paura di venire cannoneggiate e fatte colare a picco, qualora non rispettassero l'alt di una motovedetta. Meglio per loro far delle crociere nel Mediterraneo, teatro marittimo più ameno e tranquillo e poi popolato quasi unicamente dagli italiani che sono persone assai più malleabili e ammodo. Ne sanno qualcosa quei passeur che - non per lucro, ma per motivi umanitari - sono stati finora pizzicati dagli umanitarissimi francesi, grandi Soloni in etica altrui. Ebbene questi passeur, a differenza della divetta Carola Rackete, si sono visti comminare come se niente fosse - per fatti molto meno gravi dei suoi - condanne a più anni, e senza che nessuna sinistra in galosce fiatasse o gridasse al dispotismo. Ma è sempre stato così e la storia lo insegna: quando l'Italia prova a fare come le altre grandi nazioni europee, per loro sbaglia di sicuro. È che ci vedono (e ancor più ci vogliono) in una perenne minorità, politicamente succubi, simili a una Cenerentola d'Europa ma senza alcuna magia.
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L'Osservatore Romano invita a ignorare norme e confini in nome della solidarietà. Ma, guardando i numeri, si scopre che sui barconi non si trovano gli ultimi della Terra.Mentre l'Ue ci attacca per la gestione dell'emergenza sbarchi, gli altri governi chiudono le loro porte senza farsi troppi scrupoli umanitari e senza proteste da parte dei movimenti di sinistra.Lo speciale contiene due articoli.Il 6 luglio L'Osservatore Romano ha pubblicato un editoriale dedicandogli un titolo colmo di patos, «Restano solo il cielo e i barconi». L'autore, di formazione filosofica, è il professor Stefano Semplici, ordinario di Etica sociale all'università Tor Vergata, presidente del comitato per la Bioetica della Società italiana di pediatria e past president del comitato internazionale di Bioetica dell'Unesco. Nel suo intervento, il professor Semplici non si occupa delle vicende attorno a questo o quel salvataggio, ma va direttamente al «nodo fondamentale» che sta alla radice dello scontro politico e culturale: «Esiste o no - in presenza di macroscopiche asimmetrie nella garanzia dei fondamentali diritti economici e sociali - un diritto a forzare la condivisione o anche semplicemente a cercare condizioni e risorse per una vita migliore, entrando con ogni mezzo in altri Paesi anche quando non ricorrono le condizioni richieste per lo status di rifugiato?», si è domandato, indicando nella disparità di ricchezze e di benessere sociale la causa dell'attuale crisi migratoria. Per rispondere, prima Semplici scrive: «Si tratta di dire con chiarezza se si intende questo soccorso in continuità con un elementare dovere di umanità o con la tesi che occorre garantire a tutti la possibilità di cominciare una nuova vita nel paese che preferiscono». Poi aggiunge: «Se si ritiene che le frontiere non possano comunque essere aperte per chiunque desideri varcarle, il problema diventa immediatamente quello della regolamentazione, dei controlli ed eventualmente delle soglie da fissare». Consentire a tutti la possibilità di cominciare una nuova vita nel Paese che preferiscono e al contempo porre dei limiti fatti di controlli e di soglie, sono strade che non possono essere tenute insieme «per la contradizion che nol consente», per dirla con Dante. E dunque quale scelta viene indicata? La risposta giunge quasi al termine dell'articolo: «Quando si tratta della povertà e della disuguaglianza non vale il limite delle acque territoriali o della zona Sar di competenza», scrive il professor Semplici. Povertà, bassa speranza di vita, elevata mortalità materna ed infantile, insieme alla mancanza di acqua potabile, sono i 5 indicatori citati nell'articolo per indicare le cause di fondo delle migrazioni. Ma per avallare una teoria non è sufficiente dare qualche numero sparso un po' a casaccio. Il ministero dell'Interno ha appena pubblicato le statistiche che riguardano gli sbarchi dal 1 gennaio al 5 luglio di quest'anno. Le 10 nazionalità più frequentemente dichiarate al momento dello sbarco sono state, in ordine decrescente di frequenza: Tunisia, Pakistan, Costa d'Avorio, Algeria, Iraq, Bangladesh, Sudan, Guinea, Iran, Marocco. Queste 10 nazionalità concorrono all'81,9% dei migranti sbarcati sulle nostre coste. Basta consultare i dati pubblicati dalla Banca Mondiale, Oms e Unicef per rendersi conto che la tesi del professor Semplici non può contare su una base fattuale. Nessuna delle 10 nazioni che compongono la maggioranza dei migranti risulta tra le 10 più povere. Le immagini fornite dalle stesse Ong escludono che le persone tratte a bordo soffrano di denutrizione. Nessuno dei 10 Paesi di maggiore provenienza degli immigrati risulta tra i 10 con più bassa speranza di vita alla nascita, né tra i 10 con maggiori problemi d'accesso all'acqua potabile. Nessuna delle 10 nazioni più rappresentate tra i migranti risultano fra le 10 nazioni con la più alta mortalità materna o infantile. Se, come si legge sull'Osservatore Romano, sono la povertà e le disuguaglianze ad alimentare le migrazioni, com'è che le persone che vivono dove le disuguaglianze sono maggiori non costituiscono il grosso dei migranti? Non è l'estrema povertà, incompatibile con le migliaia di dollari da pagare per il viaggio, né la presenza di elevata mortalità materna e infantile, incompatibile col fatto che donne e bambini sono una minoranza dei migranti, ad alimentare la tratta di esseri umani. Ma davvero l'etica cattolica è stata a tal punto adulterata da considerare l'attrazione illusoria di potere condividere la vita opulenta dell'Occidente una ragione proporzionata all'impoverimento umano dei Paesi di origine, al rischio della vita del migrante e alla destabilizzazione sociale dei Paesi di approdo? Nella sua analisi delle ragioni che spingono migliaia di uomini a lasciare i propri Paesi, stupisce che il professor Semplici non abbia fatto cenno ad un dato: il 71,5% dei migranti provengono da 9 nazioni dove la percentuale degli islamici è del 90% o più. Perché tacere una correlazione così macroscopica? Ha ragione Semplici a scrivere che l'Italia non vive in questo momento una situazione d'emergenza, peccato che taccia il fatto che la riduzione degli sbarchi e dei morti in mare non è stata spontanea, ma è avvenuta per l'inversione della politica migratoria dei tre anni del governo Renzi, durante il quale oltre mezzo milione di persone sbarcarono sulle nostre coste, una politica che il trio Pd sulla Sea Watch anela a rinverdire. Semplici è bioeticista, dovrebbe conoscere il concetto di compensazione del rischio: più la traversata è ritenuta sicura, più aumentano le persone disposte a tentarla, ma questo a sua volta aumenta il numero dei morti nel tentativo di attraversare il mare. I dati confermano in pieno questo schema. Lasciare arrivare migliaia di maschi in età militare nella cui cultura religiosa la donna ha un valore inferiore all'uomo, la poligamia è normale, la menzogna al miscredente è lecita, era ciò che preoccupava il compianto cardinale Biffi era il pericolo da cui ci metteva in guardia San Giovanni Paolo II. 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Per esempio recentemente Francia e Regno Unito, con un'operazione congiunta iniziata un anno fa, hanno sgominato - senza troppe preoccupazioni umanitarie -un'organizzazione rumena di passeur che operava su ruota (stipando a dozzine i clandestini nei rimorchi dei camion e facendoli poi passare a Calais o Dunkerque). La rete criminale, oltre che in Romania, contava membri nei due Paesi transfrontalieri e il fatturato del suo business è stato stimato intorno ai 3,6 milioni di euro l'anno. Gli inquirenti calcolano che l'organizzazione abbia attuato 259 tentativi di passaggio, con 167 successi e 92 fallimenti. Comunque anche via mare sono sempre più numerosi i tentativi di traversata della Manica: dall'inizio dell'anno sono oltre 500 i migranti fermati su imbarcazioni e altri natanti di fortuna. Il Regno Unito è talmente geloso del rispetto dei propri confini, della sua profilassi migratoria, da allungare fior di quattrini alla Francia per il potenziamento tecnologico dei controlli di frontiera e, più in genere, la politica di prevenzione e dissuasione dell'immigrazione clandestina. Dall'accordo di Touquet, firmato da Nicolas Sarkozy nel 2003, che fissava il «contributo» inglese a 113 milioni di euro, siamo saliti con il trattato di Sandhurst - siglato da Emmanuel Macron e Theresa May nel 2018 - alla bella cifra di 163 milioni. Mica bruscolini, tanto che per le casse francesi la Manica e i migranti paiono quasi un lauto affare. Di fatto i francesi si fanno pagare per tenersi nella pancia gli indesiderati del Regno Unito: bel modo francese di mettere a profitto i migranti, di trasformarli infine in una «risorsa». Ma gli inglesi, oltre a pagare i loro vicini per quello che già da loro dovrebbero fare, cioè fermare i clandestini, quasi non si fidassero del servizio, dispiegano nello stretto, con funzioni di avvistamento e deterrenza, anche delle unità della Raf e della Royal Navy ovvero le forze armate. Per loro è un'intelligente forma di sinergia tra governo e Difesa (sinergia che in Italia stenta ancora a decollare oppure fa cilecca). Insomma quelli che in Francia e Regno Unito vengono raccontati - soprattutto dai due governi e in seconda battuta dalla stampa adulatrice - come dei successi di efficienza statale, coordinamento tra Stati, rispetto delle leggi e degli inviolabili confini nazionali, qui da noi nel Mediterraneo - con un'inversione prospettica che è dettata solo da politica e interesse di parte - diventano dei crimini contro l'umanità e delle violazioni del diritto internazionale. È quella che si definisce una «doppia morale», l'applicare due pesi e due misure, o con parola più diretta e lampante: ipocrisia bell'e buona. Anche le Ong più randagie non navigano mai nelle acque della Manica, dove pure ci sarebbero molti naufraghi da salvare e divieti da infrangere; lassù hanno la fondata paura di venire cannoneggiate e fatte colare a picco, qualora non rispettassero l'alt di una motovedetta. Meglio per loro far delle crociere nel Mediterraneo, teatro marittimo più ameno e tranquillo e poi popolato quasi unicamente dagli italiani che sono persone assai più malleabili e ammodo. Ne sanno qualcosa quei passeur che - non per lucro, ma per motivi umanitari - sono stati finora pizzicati dagli umanitarissimi francesi, grandi Soloni in etica altrui. Ebbene questi passeur, a differenza della divetta Carola Rackete, si sono visti comminare come se niente fosse - per fatti molto meno gravi dei suoi - condanne a più anni, e senza che nessuna sinistra in galosce fiatasse o gridasse al dispotismo. Ma è sempre stato così e la storia lo insegna: quando l'Italia prova a fare come le altre grandi nazioni europee, per loro sbaglia di sicuro. È che ci vedono (e ancor più ci vogliono) in una perenne minorità, politicamente succubi, simili a una Cenerentola d'Europa ma senza alcuna magia.
Francesco Lollobrigida (Ansa)
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
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Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
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Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
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I coniugi Moretti (Ansa)
I due, in quanto proprietari, devono rispondere dei reati di omicidio colposo, lesioni personali gravissime colpose e incendio colposo nell’inchiesta per la strage nel locale Constellation, andato a fuoco la notte di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove morirono 41 giovani, tra cui 6 italiani, e 115 rimasero feriti. Per la prima volta la coppia è stata sentita insieme con la formula della procedura del confronto, cioè rispondendo nella stessa stanza alle domande che venivano poste. Anche Jacques ha affermato che «è stato molto male, tanto da non riuscire nemmeno a parlare» dopo la tragedia.
Presenti in aula la procuratrice generale aggiunta del cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di legali delle parti civili, tra cui anche l’avvocato Romain Jordan, incaricato dal governo italiano nella costituzione di parte civile, oltre alle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti. Gli avvocati hanno contestato la scelta del procedimento che avrebbe dato modo ai due imputati di concordare una versione comune e discapito della spontaneità. E a quel «siamo stati distrutti» di Jessica ha replicato Laetitia Brodar-Sitre, mamma del sedicenne Arthur, morto nel rogo. «Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti. Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine».
Nel corso dell’interrogatorio la procura ha contestato a Jessica Moretti anche il reato di falso documentale. Gli addebiti riguardano una fattura del 2015 relativa all’acquisto della schiuma fonoassorbente, con cui era stato rivestito il soffitto del locale e che non era ignifuga. La fattura, palesemente falsificata, riporta infatti l’Iva in vigore in Francia benché sia stata emessa in Germania. Il documento, falsificato probabilmente per scopi fiscali, riporta la data del 3 settembre 2015 e indica un importo di 13.464 euro.
Restano nel mirino degli inquirenti ancora i conti della coppia dopo la segnalazione arrivata dalla Francia alla procura Vallese. Un informatore, in forma anonima, aveva riferito che una carta di credito Revolut era stata inviata a Jessica. La carta non aveva limiti di spesa, cosa che aveva indotto l’informatore a sospettare un possibile collegamento con il riciclaggio di denaro. Un altro dettaglio emerso ieri è sulle bottiglie di champagne con le fontane luminose che avrebbero generato l’incendio. La dipendente Cyanne Panine, poi deceduta, con le fiaccole sulle spalle di un collega è stata indicata come colei che avrebbe inconsapevolmente generato il rogo. Il corteo pirotecnico non sarebbe stato un’iniziativa «spontanea» dei giovani camerieri, ma una pratica dettagliatamente organizzata dalla stessa titolare.
Durante l’interrogatorio sono stati fatti sentire degli audio tratti da una chat di Whatsapp in cui la titolare dà precise istruzioni ai camerieri sulla coreografia: «avrei gradito si facesse» o «potreste farlo». Poi: «Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla schiuma, possono bruciare il Constellation». Questi documenti contrastano con la versione sempre sostenuta dagli imprenditori francesi. «Non abbiamo mai obbligato nessuno», ha ribadito la donna. «Era una consuetudine ma quando si svolgeva la sfilata c’erano sempre due camerieri che erano preparati a gestire la situazione», si è difesa la Moretti. Per l’avvocato Romain Jordan quella di ieri è stata «l’ultima occasione che la coppia Moretti aveva per dare risposte alle vittime su tutti i punti che restano oscuri o nebulosi».
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