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2019-07-10
Aprire i porti non è carità. I veri poveri del mondo se ne stanno a casa loro
Ansa
Il 6 luglio L'Osservatore Romano ha pubblicato un editoriale dedicandogli un titolo colmo di patos, «Restano solo il cielo e i barconi». L'autore, di formazione filosofica, è il professor Stefano Semplici, ordinario di Etica sociale all'università Tor Vergata, presidente del comitato per la Bioetica della Società italiana di pediatria e past president del comitato internazionale di Bioetica dell'Unesco. Nel suo intervento, il professor Semplici non si occupa delle vicende attorno a questo o quel salvataggio, ma va direttamente al «nodo fondamentale» che sta alla radice dello scontro politico e culturale: «Esiste o no - in presenza di macroscopiche asimmetrie nella garanzia dei fondamentali diritti economici e sociali - un diritto a forzare la condivisione o anche semplicemente a cercare condizioni e risorse per una vita migliore, entrando con ogni mezzo in altri Paesi anche quando non ricorrono le condizioni richieste per lo status di rifugiato?», si è domandato, indicando nella disparità di ricchezze e di benessere sociale la causa dell'attuale crisi migratoria.
Per rispondere, prima Semplici scrive: «Si tratta di dire con chiarezza se si intende questo soccorso in continuità con un elementare dovere di umanità o con la tesi che occorre garantire a tutti la possibilità di cominciare una nuova vita nel paese che preferiscono». Poi aggiunge: «Se si ritiene che le frontiere non possano comunque essere aperte per chiunque desideri varcarle, il problema diventa immediatamente quello della regolamentazione, dei controlli ed eventualmente delle soglie da fissare». Consentire a tutti la possibilità di cominciare una nuova vita nel Paese che preferiscono e al contempo porre dei limiti fatti di controlli e di soglie, sono strade che non possono essere tenute insieme «per la contradizion che nol consente», per dirla con Dante. E dunque quale scelta viene indicata? La risposta giunge quasi al termine dell'articolo: «Quando si tratta della povertà e della disuguaglianza non vale il limite delle acque territoriali o della zona Sar di competenza», scrive il professor Semplici.
Povertà, bassa speranza di vita, elevata mortalità materna ed infantile, insieme alla mancanza di acqua potabile, sono i 5 indicatori citati nell'articolo per indicare le cause di fondo delle migrazioni. Ma per avallare una teoria non è sufficiente dare qualche numero sparso un po' a casaccio. Il ministero dell'Interno ha appena pubblicato le statistiche che riguardano gli sbarchi dal 1 gennaio al 5 luglio di quest'anno. Le 10 nazionalità più frequentemente dichiarate al momento dello sbarco sono state, in ordine decrescente di frequenza: Tunisia, Pakistan, Costa d'Avorio, Algeria, Iraq, Bangladesh, Sudan, Guinea, Iran, Marocco. Queste 10 nazionalità concorrono all'81,9% dei migranti sbarcati sulle nostre coste. Basta consultare i dati pubblicati dalla Banca Mondiale, Oms e Unicef per rendersi conto che la tesi del professor Semplici non può contare su una base fattuale. Nessuna delle 10 nazioni che compongono la maggioranza dei migranti risulta tra le 10 più povere.
Le immagini fornite dalle stesse Ong escludono che le persone tratte a bordo soffrano di denutrizione. Nessuno dei 10 Paesi di maggiore provenienza degli immigrati risulta tra i 10 con più bassa speranza di vita alla nascita, né tra i 10 con maggiori problemi d'accesso all'acqua potabile. Nessuna delle 10 nazioni più rappresentate tra i migranti risultano fra le 10 nazioni con la più alta mortalità materna o infantile.
Se, come si legge sull'Osservatore Romano, sono la povertà e le disuguaglianze ad alimentare le migrazioni, com'è che le persone che vivono dove le disuguaglianze sono maggiori non costituiscono il grosso dei migranti? Non è l'estrema povertà, incompatibile con le migliaia di dollari da pagare per il viaggio, né la presenza di elevata mortalità materna e infantile, incompatibile col fatto che donne e bambini sono una minoranza dei migranti, ad alimentare la tratta di esseri umani. Ma davvero l'etica cattolica è stata a tal punto adulterata da considerare l'attrazione illusoria di potere condividere la vita opulenta dell'Occidente una ragione proporzionata all'impoverimento umano dei Paesi di origine, al rischio della vita del migrante e alla destabilizzazione sociale dei Paesi di approdo? Nella sua analisi delle ragioni che spingono migliaia di uomini a lasciare i propri Paesi, stupisce che il professor Semplici non abbia fatto cenno ad un dato: il 71,5% dei migranti provengono da 9 nazioni dove la percentuale degli islamici è del 90% o più. Perché tacere una correlazione così macroscopica? Ha ragione Semplici a scrivere che l'Italia non vive in questo momento una situazione d'emergenza, peccato che taccia il fatto che la riduzione degli sbarchi e dei morti in mare non è stata spontanea, ma è avvenuta per l'inversione della politica migratoria dei tre anni del governo Renzi, durante il quale oltre mezzo milione di persone sbarcarono sulle nostre coste, una politica che il trio Pd sulla Sea Watch anela a rinverdire. Semplici è bioeticista, dovrebbe conoscere il concetto di compensazione del rischio: più la traversata è ritenuta sicura, più aumentano le persone disposte a tentarla, ma questo a sua volta aumenta il numero dei morti nel tentativo di attraversare il mare. I dati confermano in pieno questo schema. Lasciare arrivare migliaia di maschi in età militare nella cui cultura religiosa la donna ha un valore inferiore all'uomo, la poligamia è normale, la menzogna al miscredente è lecita, era ciò che preoccupava il compianto cardinale Biffi era il pericolo da cui ci metteva in guardia San Giovanni Paolo II. Ed è una cosa che non può non essere contrastata da un uomo chiamato dal voto dei cittadini a proteggere la loro sicurezza.
Londra paga Parigi per tenere i clandestini lontani dalla Manica
Mentre tutti i riflettori mediatici sono puntati sul Mediterraneo, l'altro tratto di mare assai ambito dai migranti, ovvero lo stretto della Manica, passa quasi sotto silenzio, abilmente sorvolato dalla stampa di colore buonista ed europeista.
Per esempio recentemente Francia e Regno Unito, con un'operazione congiunta iniziata un anno fa, hanno sgominato - senza troppe preoccupazioni umanitarie -un'organizzazione rumena di passeur che operava su ruota (stipando a dozzine i clandestini nei rimorchi dei camion e facendoli poi passare a Calais o Dunkerque).
La rete criminale, oltre che in Romania, contava membri nei due Paesi transfrontalieri e il fatturato del suo business è stato stimato intorno ai 3,6 milioni di euro l'anno. Gli inquirenti calcolano che l'organizzazione abbia attuato 259 tentativi di passaggio, con 167 successi e 92 fallimenti. Comunque anche via mare sono sempre più numerosi i tentativi di traversata della Manica: dall'inizio dell'anno sono oltre 500 i migranti fermati su imbarcazioni e altri natanti di fortuna. Il Regno Unito è talmente geloso del rispetto dei propri confini, della sua profilassi migratoria, da allungare fior di quattrini alla Francia per il potenziamento tecnologico dei controlli di frontiera e, più in genere, la politica di prevenzione e dissuasione dell'immigrazione clandestina. Dall'accordo di Touquet, firmato da Nicolas Sarkozy nel 2003, che fissava il «contributo» inglese a 113 milioni di euro, siamo saliti con il trattato di Sandhurst - siglato da Emmanuel Macron e Theresa May nel 2018 - alla bella cifra di 163 milioni. Mica bruscolini, tanto che per le casse francesi la Manica e i migranti paiono quasi un lauto affare. Di fatto i francesi si fanno pagare per tenersi nella pancia gli indesiderati del Regno Unito: bel modo francese di mettere a profitto i migranti, di trasformarli infine in una «risorsa». Ma gli inglesi, oltre a pagare i loro vicini per quello che già da loro dovrebbero fare, cioè fermare i clandestini, quasi non si fidassero del servizio, dispiegano nello stretto, con funzioni di avvistamento e deterrenza, anche delle unità della Raf e della Royal Navy ovvero le forze armate. Per loro è un'intelligente forma di sinergia tra governo e Difesa (sinergia che in Italia stenta ancora a decollare oppure fa cilecca).
Insomma quelli che in Francia e Regno Unito vengono raccontati - soprattutto dai due governi e in seconda battuta dalla stampa adulatrice - come dei successi di efficienza statale, coordinamento tra Stati, rispetto delle leggi e degli inviolabili confini nazionali, qui da noi nel Mediterraneo - con un'inversione prospettica che è dettata solo da politica e interesse di parte - diventano dei crimini contro l'umanità e delle violazioni del diritto internazionale. È quella che si definisce una «doppia morale», l'applicare due pesi e due misure, o con parola più diretta e lampante: ipocrisia bell'e buona. Anche le Ong più randagie non navigano mai nelle acque della Manica, dove pure ci sarebbero molti naufraghi da salvare e divieti da infrangere; lassù hanno la fondata paura di venire cannoneggiate e fatte colare a picco, qualora non rispettassero l'alt di una motovedetta. Meglio per loro far delle crociere nel Mediterraneo, teatro marittimo più ameno e tranquillo e poi popolato quasi unicamente dagli italiani che sono persone assai più malleabili e ammodo. Ne sanno qualcosa quei passeur che - non per lucro, ma per motivi umanitari - sono stati finora pizzicati dagli umanitarissimi francesi, grandi Soloni in etica altrui. Ebbene questi passeur, a differenza della divetta Carola Rackete, si sono visti comminare come se niente fosse - per fatti molto meno gravi dei suoi - condanne a più anni, e senza che nessuna sinistra in galosce fiatasse o gridasse al dispotismo. Ma è sempre stato così e la storia lo insegna: quando l'Italia prova a fare come le altre grandi nazioni europee, per loro sbaglia di sicuro. È che ci vedono (e ancor più ci vogliono) in una perenne minorità, politicamente succubi, simili a una Cenerentola d'Europa ma senza alcuna magia.
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L'Osservatore Romano invita a ignorare norme e confini in nome della solidarietà. Ma, guardando i numeri, si scopre che sui barconi non si trovano gli ultimi della Terra.Mentre l'Ue ci attacca per la gestione dell'emergenza sbarchi, gli altri governi chiudono le loro porte senza farsi troppi scrupoli umanitari e senza proteste da parte dei movimenti di sinistra.Lo speciale contiene due articoli.Il 6 luglio L'Osservatore Romano ha pubblicato un editoriale dedicandogli un titolo colmo di patos, «Restano solo il cielo e i barconi». L'autore, di formazione filosofica, è il professor Stefano Semplici, ordinario di Etica sociale all'università Tor Vergata, presidente del comitato per la Bioetica della Società italiana di pediatria e past president del comitato internazionale di Bioetica dell'Unesco. Nel suo intervento, il professor Semplici non si occupa delle vicende attorno a questo o quel salvataggio, ma va direttamente al «nodo fondamentale» che sta alla radice dello scontro politico e culturale: «Esiste o no - in presenza di macroscopiche asimmetrie nella garanzia dei fondamentali diritti economici e sociali - un diritto a forzare la condivisione o anche semplicemente a cercare condizioni e risorse per una vita migliore, entrando con ogni mezzo in altri Paesi anche quando non ricorrono le condizioni richieste per lo status di rifugiato?», si è domandato, indicando nella disparità di ricchezze e di benessere sociale la causa dell'attuale crisi migratoria. Per rispondere, prima Semplici scrive: «Si tratta di dire con chiarezza se si intende questo soccorso in continuità con un elementare dovere di umanità o con la tesi che occorre garantire a tutti la possibilità di cominciare una nuova vita nel paese che preferiscono». Poi aggiunge: «Se si ritiene che le frontiere non possano comunque essere aperte per chiunque desideri varcarle, il problema diventa immediatamente quello della regolamentazione, dei controlli ed eventualmente delle soglie da fissare». Consentire a tutti la possibilità di cominciare una nuova vita nel Paese che preferiscono e al contempo porre dei limiti fatti di controlli e di soglie, sono strade che non possono essere tenute insieme «per la contradizion che nol consente», per dirla con Dante. E dunque quale scelta viene indicata? La risposta giunge quasi al termine dell'articolo: «Quando si tratta della povertà e della disuguaglianza non vale il limite delle acque territoriali o della zona Sar di competenza», scrive il professor Semplici. Povertà, bassa speranza di vita, elevata mortalità materna ed infantile, insieme alla mancanza di acqua potabile, sono i 5 indicatori citati nell'articolo per indicare le cause di fondo delle migrazioni. Ma per avallare una teoria non è sufficiente dare qualche numero sparso un po' a casaccio. Il ministero dell'Interno ha appena pubblicato le statistiche che riguardano gli sbarchi dal 1 gennaio al 5 luglio di quest'anno. Le 10 nazionalità più frequentemente dichiarate al momento dello sbarco sono state, in ordine decrescente di frequenza: Tunisia, Pakistan, Costa d'Avorio, Algeria, Iraq, Bangladesh, Sudan, Guinea, Iran, Marocco. Queste 10 nazionalità concorrono all'81,9% dei migranti sbarcati sulle nostre coste. Basta consultare i dati pubblicati dalla Banca Mondiale, Oms e Unicef per rendersi conto che la tesi del professor Semplici non può contare su una base fattuale. Nessuna delle 10 nazioni che compongono la maggioranza dei migranti risulta tra le 10 più povere. Le immagini fornite dalle stesse Ong escludono che le persone tratte a bordo soffrano di denutrizione. Nessuno dei 10 Paesi di maggiore provenienza degli immigrati risulta tra i 10 con più bassa speranza di vita alla nascita, né tra i 10 con maggiori problemi d'accesso all'acqua potabile. Nessuna delle 10 nazioni più rappresentate tra i migranti risultano fra le 10 nazioni con la più alta mortalità materna o infantile. Se, come si legge sull'Osservatore Romano, sono la povertà e le disuguaglianze ad alimentare le migrazioni, com'è che le persone che vivono dove le disuguaglianze sono maggiori non costituiscono il grosso dei migranti? Non è l'estrema povertà, incompatibile con le migliaia di dollari da pagare per il viaggio, né la presenza di elevata mortalità materna e infantile, incompatibile col fatto che donne e bambini sono una minoranza dei migranti, ad alimentare la tratta di esseri umani. Ma davvero l'etica cattolica è stata a tal punto adulterata da considerare l'attrazione illusoria di potere condividere la vita opulenta dell'Occidente una ragione proporzionata all'impoverimento umano dei Paesi di origine, al rischio della vita del migrante e alla destabilizzazione sociale dei Paesi di approdo? Nella sua analisi delle ragioni che spingono migliaia di uomini a lasciare i propri Paesi, stupisce che il professor Semplici non abbia fatto cenno ad un dato: il 71,5% dei migranti provengono da 9 nazioni dove la percentuale degli islamici è del 90% o più. Perché tacere una correlazione così macroscopica? Ha ragione Semplici a scrivere che l'Italia non vive in questo momento una situazione d'emergenza, peccato che taccia il fatto che la riduzione degli sbarchi e dei morti in mare non è stata spontanea, ma è avvenuta per l'inversione della politica migratoria dei tre anni del governo Renzi, durante il quale oltre mezzo milione di persone sbarcarono sulle nostre coste, una politica che il trio Pd sulla Sea Watch anela a rinverdire. Semplici è bioeticista, dovrebbe conoscere il concetto di compensazione del rischio: più la traversata è ritenuta sicura, più aumentano le persone disposte a tentarla, ma questo a sua volta aumenta il numero dei morti nel tentativo di attraversare il mare. I dati confermano in pieno questo schema. Lasciare arrivare migliaia di maschi in età militare nella cui cultura religiosa la donna ha un valore inferiore all'uomo, la poligamia è normale, la menzogna al miscredente è lecita, era ciò che preoccupava il compianto cardinale Biffi era il pericolo da cui ci metteva in guardia San Giovanni Paolo II. 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Per esempio recentemente Francia e Regno Unito, con un'operazione congiunta iniziata un anno fa, hanno sgominato - senza troppe preoccupazioni umanitarie -un'organizzazione rumena di passeur che operava su ruota (stipando a dozzine i clandestini nei rimorchi dei camion e facendoli poi passare a Calais o Dunkerque). La rete criminale, oltre che in Romania, contava membri nei due Paesi transfrontalieri e il fatturato del suo business è stato stimato intorno ai 3,6 milioni di euro l'anno. Gli inquirenti calcolano che l'organizzazione abbia attuato 259 tentativi di passaggio, con 167 successi e 92 fallimenti. Comunque anche via mare sono sempre più numerosi i tentativi di traversata della Manica: dall'inizio dell'anno sono oltre 500 i migranti fermati su imbarcazioni e altri natanti di fortuna. Il Regno Unito è talmente geloso del rispetto dei propri confini, della sua profilassi migratoria, da allungare fior di quattrini alla Francia per il potenziamento tecnologico dei controlli di frontiera e, più in genere, la politica di prevenzione e dissuasione dell'immigrazione clandestina. Dall'accordo di Touquet, firmato da Nicolas Sarkozy nel 2003, che fissava il «contributo» inglese a 113 milioni di euro, siamo saliti con il trattato di Sandhurst - siglato da Emmanuel Macron e Theresa May nel 2018 - alla bella cifra di 163 milioni. Mica bruscolini, tanto che per le casse francesi la Manica e i migranti paiono quasi un lauto affare. Di fatto i francesi si fanno pagare per tenersi nella pancia gli indesiderati del Regno Unito: bel modo francese di mettere a profitto i migranti, di trasformarli infine in una «risorsa». Ma gli inglesi, oltre a pagare i loro vicini per quello che già da loro dovrebbero fare, cioè fermare i clandestini, quasi non si fidassero del servizio, dispiegano nello stretto, con funzioni di avvistamento e deterrenza, anche delle unità della Raf e della Royal Navy ovvero le forze armate. Per loro è un'intelligente forma di sinergia tra governo e Difesa (sinergia che in Italia stenta ancora a decollare oppure fa cilecca). Insomma quelli che in Francia e Regno Unito vengono raccontati - soprattutto dai due governi e in seconda battuta dalla stampa adulatrice - come dei successi di efficienza statale, coordinamento tra Stati, rispetto delle leggi e degli inviolabili confini nazionali, qui da noi nel Mediterraneo - con un'inversione prospettica che è dettata solo da politica e interesse di parte - diventano dei crimini contro l'umanità e delle violazioni del diritto internazionale. È quella che si definisce una «doppia morale», l'applicare due pesi e due misure, o con parola più diretta e lampante: ipocrisia bell'e buona. Anche le Ong più randagie non navigano mai nelle acque della Manica, dove pure ci sarebbero molti naufraghi da salvare e divieti da infrangere; lassù hanno la fondata paura di venire cannoneggiate e fatte colare a picco, qualora non rispettassero l'alt di una motovedetta. Meglio per loro far delle crociere nel Mediterraneo, teatro marittimo più ameno e tranquillo e poi popolato quasi unicamente dagli italiani che sono persone assai più malleabili e ammodo. Ne sanno qualcosa quei passeur che - non per lucro, ma per motivi umanitari - sono stati finora pizzicati dagli umanitarissimi francesi, grandi Soloni in etica altrui. Ebbene questi passeur, a differenza della divetta Carola Rackete, si sono visti comminare come se niente fosse - per fatti molto meno gravi dei suoi - condanne a più anni, e senza che nessuna sinistra in galosce fiatasse o gridasse al dispotismo. Ma è sempre stato così e la storia lo insegna: quando l'Italia prova a fare come le altre grandi nazioni europee, per loro sbaglia di sicuro. È che ci vedono (e ancor più ci vogliono) in una perenne minorità, politicamente succubi, simili a una Cenerentola d'Europa ma senza alcuna magia.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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