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2019-07-10
Aprire i porti non è carità. I veri poveri del mondo se ne stanno a casa loro
Ansa
Il 6 luglio L'Osservatore Romano ha pubblicato un editoriale dedicandogli un titolo colmo di patos, «Restano solo il cielo e i barconi». L'autore, di formazione filosofica, è il professor Stefano Semplici, ordinario di Etica sociale all'università Tor Vergata, presidente del comitato per la Bioetica della Società italiana di pediatria e past president del comitato internazionale di Bioetica dell'Unesco. Nel suo intervento, il professor Semplici non si occupa delle vicende attorno a questo o quel salvataggio, ma va direttamente al «nodo fondamentale» che sta alla radice dello scontro politico e culturale: «Esiste o no - in presenza di macroscopiche asimmetrie nella garanzia dei fondamentali diritti economici e sociali - un diritto a forzare la condivisione o anche semplicemente a cercare condizioni e risorse per una vita migliore, entrando con ogni mezzo in altri Paesi anche quando non ricorrono le condizioni richieste per lo status di rifugiato?», si è domandato, indicando nella disparità di ricchezze e di benessere sociale la causa dell'attuale crisi migratoria.
Per rispondere, prima Semplici scrive: «Si tratta di dire con chiarezza se si intende questo soccorso in continuità con un elementare dovere di umanità o con la tesi che occorre garantire a tutti la possibilità di cominciare una nuova vita nel paese che preferiscono». Poi aggiunge: «Se si ritiene che le frontiere non possano comunque essere aperte per chiunque desideri varcarle, il problema diventa immediatamente quello della regolamentazione, dei controlli ed eventualmente delle soglie da fissare». Consentire a tutti la possibilità di cominciare una nuova vita nel Paese che preferiscono e al contempo porre dei limiti fatti di controlli e di soglie, sono strade che non possono essere tenute insieme «per la contradizion che nol consente», per dirla con Dante. E dunque quale scelta viene indicata? La risposta giunge quasi al termine dell'articolo: «Quando si tratta della povertà e della disuguaglianza non vale il limite delle acque territoriali o della zona Sar di competenza», scrive il professor Semplici.
Povertà, bassa speranza di vita, elevata mortalità materna ed infantile, insieme alla mancanza di acqua potabile, sono i 5 indicatori citati nell'articolo per indicare le cause di fondo delle migrazioni. Ma per avallare una teoria non è sufficiente dare qualche numero sparso un po' a casaccio. Il ministero dell'Interno ha appena pubblicato le statistiche che riguardano gli sbarchi dal 1 gennaio al 5 luglio di quest'anno. Le 10 nazionalità più frequentemente dichiarate al momento dello sbarco sono state, in ordine decrescente di frequenza: Tunisia, Pakistan, Costa d'Avorio, Algeria, Iraq, Bangladesh, Sudan, Guinea, Iran, Marocco. Queste 10 nazionalità concorrono all'81,9% dei migranti sbarcati sulle nostre coste. Basta consultare i dati pubblicati dalla Banca Mondiale, Oms e Unicef per rendersi conto che la tesi del professor Semplici non può contare su una base fattuale. Nessuna delle 10 nazioni che compongono la maggioranza dei migranti risulta tra le 10 più povere.
Le immagini fornite dalle stesse Ong escludono che le persone tratte a bordo soffrano di denutrizione. Nessuno dei 10 Paesi di maggiore provenienza degli immigrati risulta tra i 10 con più bassa speranza di vita alla nascita, né tra i 10 con maggiori problemi d'accesso all'acqua potabile. Nessuna delle 10 nazioni più rappresentate tra i migranti risultano fra le 10 nazioni con la più alta mortalità materna o infantile.
Se, come si legge sull'Osservatore Romano, sono la povertà e le disuguaglianze ad alimentare le migrazioni, com'è che le persone che vivono dove le disuguaglianze sono maggiori non costituiscono il grosso dei migranti? Non è l'estrema povertà, incompatibile con le migliaia di dollari da pagare per il viaggio, né la presenza di elevata mortalità materna e infantile, incompatibile col fatto che donne e bambini sono una minoranza dei migranti, ad alimentare la tratta di esseri umani. Ma davvero l'etica cattolica è stata a tal punto adulterata da considerare l'attrazione illusoria di potere condividere la vita opulenta dell'Occidente una ragione proporzionata all'impoverimento umano dei Paesi di origine, al rischio della vita del migrante e alla destabilizzazione sociale dei Paesi di approdo? Nella sua analisi delle ragioni che spingono migliaia di uomini a lasciare i propri Paesi, stupisce che il professor Semplici non abbia fatto cenno ad un dato: il 71,5% dei migranti provengono da 9 nazioni dove la percentuale degli islamici è del 90% o più. Perché tacere una correlazione così macroscopica? Ha ragione Semplici a scrivere che l'Italia non vive in questo momento una situazione d'emergenza, peccato che taccia il fatto che la riduzione degli sbarchi e dei morti in mare non è stata spontanea, ma è avvenuta per l'inversione della politica migratoria dei tre anni del governo Renzi, durante il quale oltre mezzo milione di persone sbarcarono sulle nostre coste, una politica che il trio Pd sulla Sea Watch anela a rinverdire. Semplici è bioeticista, dovrebbe conoscere il concetto di compensazione del rischio: più la traversata è ritenuta sicura, più aumentano le persone disposte a tentarla, ma questo a sua volta aumenta il numero dei morti nel tentativo di attraversare il mare. I dati confermano in pieno questo schema. Lasciare arrivare migliaia di maschi in età militare nella cui cultura religiosa la donna ha un valore inferiore all'uomo, la poligamia è normale, la menzogna al miscredente è lecita, era ciò che preoccupava il compianto cardinale Biffi era il pericolo da cui ci metteva in guardia San Giovanni Paolo II. Ed è una cosa che non può non essere contrastata da un uomo chiamato dal voto dei cittadini a proteggere la loro sicurezza.
Londra paga Parigi per tenere i clandestini lontani dalla Manica
Mentre tutti i riflettori mediatici sono puntati sul Mediterraneo, l'altro tratto di mare assai ambito dai migranti, ovvero lo stretto della Manica, passa quasi sotto silenzio, abilmente sorvolato dalla stampa di colore buonista ed europeista.
Per esempio recentemente Francia e Regno Unito, con un'operazione congiunta iniziata un anno fa, hanno sgominato - senza troppe preoccupazioni umanitarie -un'organizzazione rumena di passeur che operava su ruota (stipando a dozzine i clandestini nei rimorchi dei camion e facendoli poi passare a Calais o Dunkerque).
La rete criminale, oltre che in Romania, contava membri nei due Paesi transfrontalieri e il fatturato del suo business è stato stimato intorno ai 3,6 milioni di euro l'anno. Gli inquirenti calcolano che l'organizzazione abbia attuato 259 tentativi di passaggio, con 167 successi e 92 fallimenti. Comunque anche via mare sono sempre più numerosi i tentativi di traversata della Manica: dall'inizio dell'anno sono oltre 500 i migranti fermati su imbarcazioni e altri natanti di fortuna. Il Regno Unito è talmente geloso del rispetto dei propri confini, della sua profilassi migratoria, da allungare fior di quattrini alla Francia per il potenziamento tecnologico dei controlli di frontiera e, più in genere, la politica di prevenzione e dissuasione dell'immigrazione clandestina. Dall'accordo di Touquet, firmato da Nicolas Sarkozy nel 2003, che fissava il «contributo» inglese a 113 milioni di euro, siamo saliti con il trattato di Sandhurst - siglato da Emmanuel Macron e Theresa May nel 2018 - alla bella cifra di 163 milioni. Mica bruscolini, tanto che per le casse francesi la Manica e i migranti paiono quasi un lauto affare. Di fatto i francesi si fanno pagare per tenersi nella pancia gli indesiderati del Regno Unito: bel modo francese di mettere a profitto i migranti, di trasformarli infine in una «risorsa». Ma gli inglesi, oltre a pagare i loro vicini per quello che già da loro dovrebbero fare, cioè fermare i clandestini, quasi non si fidassero del servizio, dispiegano nello stretto, con funzioni di avvistamento e deterrenza, anche delle unità della Raf e della Royal Navy ovvero le forze armate. Per loro è un'intelligente forma di sinergia tra governo e Difesa (sinergia che in Italia stenta ancora a decollare oppure fa cilecca).
Insomma quelli che in Francia e Regno Unito vengono raccontati - soprattutto dai due governi e in seconda battuta dalla stampa adulatrice - come dei successi di efficienza statale, coordinamento tra Stati, rispetto delle leggi e degli inviolabili confini nazionali, qui da noi nel Mediterraneo - con un'inversione prospettica che è dettata solo da politica e interesse di parte - diventano dei crimini contro l'umanità e delle violazioni del diritto internazionale. È quella che si definisce una «doppia morale», l'applicare due pesi e due misure, o con parola più diretta e lampante: ipocrisia bell'e buona. Anche le Ong più randagie non navigano mai nelle acque della Manica, dove pure ci sarebbero molti naufraghi da salvare e divieti da infrangere; lassù hanno la fondata paura di venire cannoneggiate e fatte colare a picco, qualora non rispettassero l'alt di una motovedetta. Meglio per loro far delle crociere nel Mediterraneo, teatro marittimo più ameno e tranquillo e poi popolato quasi unicamente dagli italiani che sono persone assai più malleabili e ammodo. Ne sanno qualcosa quei passeur che - non per lucro, ma per motivi umanitari - sono stati finora pizzicati dagli umanitarissimi francesi, grandi Soloni in etica altrui. Ebbene questi passeur, a differenza della divetta Carola Rackete, si sono visti comminare come se niente fosse - per fatti molto meno gravi dei suoi - condanne a più anni, e senza che nessuna sinistra in galosce fiatasse o gridasse al dispotismo. Ma è sempre stato così e la storia lo insegna: quando l'Italia prova a fare come le altre grandi nazioni europee, per loro sbaglia di sicuro. È che ci vedono (e ancor più ci vogliono) in una perenne minorità, politicamente succubi, simili a una Cenerentola d'Europa ma senza alcuna magia.
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L'Osservatore Romano invita a ignorare norme e confini in nome della solidarietà. Ma, guardando i numeri, si scopre che sui barconi non si trovano gli ultimi della Terra.Mentre l'Ue ci attacca per la gestione dell'emergenza sbarchi, gli altri governi chiudono le loro porte senza farsi troppi scrupoli umanitari e senza proteste da parte dei movimenti di sinistra.Lo speciale contiene due articoli.Il 6 luglio L'Osservatore Romano ha pubblicato un editoriale dedicandogli un titolo colmo di patos, «Restano solo il cielo e i barconi». L'autore, di formazione filosofica, è il professor Stefano Semplici, ordinario di Etica sociale all'università Tor Vergata, presidente del comitato per la Bioetica della Società italiana di pediatria e past president del comitato internazionale di Bioetica dell'Unesco. Nel suo intervento, il professor Semplici non si occupa delle vicende attorno a questo o quel salvataggio, ma va direttamente al «nodo fondamentale» che sta alla radice dello scontro politico e culturale: «Esiste o no - in presenza di macroscopiche asimmetrie nella garanzia dei fondamentali diritti economici e sociali - un diritto a forzare la condivisione o anche semplicemente a cercare condizioni e risorse per una vita migliore, entrando con ogni mezzo in altri Paesi anche quando non ricorrono le condizioni richieste per lo status di rifugiato?», si è domandato, indicando nella disparità di ricchezze e di benessere sociale la causa dell'attuale crisi migratoria. Per rispondere, prima Semplici scrive: «Si tratta di dire con chiarezza se si intende questo soccorso in continuità con un elementare dovere di umanità o con la tesi che occorre garantire a tutti la possibilità di cominciare una nuova vita nel paese che preferiscono». Poi aggiunge: «Se si ritiene che le frontiere non possano comunque essere aperte per chiunque desideri varcarle, il problema diventa immediatamente quello della regolamentazione, dei controlli ed eventualmente delle soglie da fissare». Consentire a tutti la possibilità di cominciare una nuova vita nel Paese che preferiscono e al contempo porre dei limiti fatti di controlli e di soglie, sono strade che non possono essere tenute insieme «per la contradizion che nol consente», per dirla con Dante. E dunque quale scelta viene indicata? La risposta giunge quasi al termine dell'articolo: «Quando si tratta della povertà e della disuguaglianza non vale il limite delle acque territoriali o della zona Sar di competenza», scrive il professor Semplici. Povertà, bassa speranza di vita, elevata mortalità materna ed infantile, insieme alla mancanza di acqua potabile, sono i 5 indicatori citati nell'articolo per indicare le cause di fondo delle migrazioni. Ma per avallare una teoria non è sufficiente dare qualche numero sparso un po' a casaccio. Il ministero dell'Interno ha appena pubblicato le statistiche che riguardano gli sbarchi dal 1 gennaio al 5 luglio di quest'anno. Le 10 nazionalità più frequentemente dichiarate al momento dello sbarco sono state, in ordine decrescente di frequenza: Tunisia, Pakistan, Costa d'Avorio, Algeria, Iraq, Bangladesh, Sudan, Guinea, Iran, Marocco. Queste 10 nazionalità concorrono all'81,9% dei migranti sbarcati sulle nostre coste. Basta consultare i dati pubblicati dalla Banca Mondiale, Oms e Unicef per rendersi conto che la tesi del professor Semplici non può contare su una base fattuale. Nessuna delle 10 nazioni che compongono la maggioranza dei migranti risulta tra le 10 più povere. Le immagini fornite dalle stesse Ong escludono che le persone tratte a bordo soffrano di denutrizione. Nessuno dei 10 Paesi di maggiore provenienza degli immigrati risulta tra i 10 con più bassa speranza di vita alla nascita, né tra i 10 con maggiori problemi d'accesso all'acqua potabile. Nessuna delle 10 nazioni più rappresentate tra i migranti risultano fra le 10 nazioni con la più alta mortalità materna o infantile. Se, come si legge sull'Osservatore Romano, sono la povertà e le disuguaglianze ad alimentare le migrazioni, com'è che le persone che vivono dove le disuguaglianze sono maggiori non costituiscono il grosso dei migranti? Non è l'estrema povertà, incompatibile con le migliaia di dollari da pagare per il viaggio, né la presenza di elevata mortalità materna e infantile, incompatibile col fatto che donne e bambini sono una minoranza dei migranti, ad alimentare la tratta di esseri umani. Ma davvero l'etica cattolica è stata a tal punto adulterata da considerare l'attrazione illusoria di potere condividere la vita opulenta dell'Occidente una ragione proporzionata all'impoverimento umano dei Paesi di origine, al rischio della vita del migrante e alla destabilizzazione sociale dei Paesi di approdo? Nella sua analisi delle ragioni che spingono migliaia di uomini a lasciare i propri Paesi, stupisce che il professor Semplici non abbia fatto cenno ad un dato: il 71,5% dei migranti provengono da 9 nazioni dove la percentuale degli islamici è del 90% o più. Perché tacere una correlazione così macroscopica? Ha ragione Semplici a scrivere che l'Italia non vive in questo momento una situazione d'emergenza, peccato che taccia il fatto che la riduzione degli sbarchi e dei morti in mare non è stata spontanea, ma è avvenuta per l'inversione della politica migratoria dei tre anni del governo Renzi, durante il quale oltre mezzo milione di persone sbarcarono sulle nostre coste, una politica che il trio Pd sulla Sea Watch anela a rinverdire. Semplici è bioeticista, dovrebbe conoscere il concetto di compensazione del rischio: più la traversata è ritenuta sicura, più aumentano le persone disposte a tentarla, ma questo a sua volta aumenta il numero dei morti nel tentativo di attraversare il mare. I dati confermano in pieno questo schema. Lasciare arrivare migliaia di maschi in età militare nella cui cultura religiosa la donna ha un valore inferiore all'uomo, la poligamia è normale, la menzogna al miscredente è lecita, era ciò che preoccupava il compianto cardinale Biffi era il pericolo da cui ci metteva in guardia San Giovanni Paolo II. Ed è una cosa che non può non essere contrastata da un uomo chiamato dal voto dei cittadini a proteggere la loro sicurezza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aprire-i-porti-non-e-carita-i-veri-poveri-del-mondo-se-ne-stanno-a-casa-loro-2639141723.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="londra-paga-parigi-per-tenere-i-clandestini-lontani-dalla-manica" data-post-id="2639141723" data-published-at="1781288050" data-use-pagination="False"> Londra paga Parigi per tenere i clandestini lontani dalla Manica Mentre tutti i riflettori mediatici sono puntati sul Mediterraneo, l'altro tratto di mare assai ambito dai migranti, ovvero lo stretto della Manica, passa quasi sotto silenzio, abilmente sorvolato dalla stampa di colore buonista ed europeista. Per esempio recentemente Francia e Regno Unito, con un'operazione congiunta iniziata un anno fa, hanno sgominato - senza troppe preoccupazioni umanitarie -un'organizzazione rumena di passeur che operava su ruota (stipando a dozzine i clandestini nei rimorchi dei camion e facendoli poi passare a Calais o Dunkerque). La rete criminale, oltre che in Romania, contava membri nei due Paesi transfrontalieri e il fatturato del suo business è stato stimato intorno ai 3,6 milioni di euro l'anno. Gli inquirenti calcolano che l'organizzazione abbia attuato 259 tentativi di passaggio, con 167 successi e 92 fallimenti. Comunque anche via mare sono sempre più numerosi i tentativi di traversata della Manica: dall'inizio dell'anno sono oltre 500 i migranti fermati su imbarcazioni e altri natanti di fortuna. Il Regno Unito è talmente geloso del rispetto dei propri confini, della sua profilassi migratoria, da allungare fior di quattrini alla Francia per il potenziamento tecnologico dei controlli di frontiera e, più in genere, la politica di prevenzione e dissuasione dell'immigrazione clandestina. Dall'accordo di Touquet, firmato da Nicolas Sarkozy nel 2003, che fissava il «contributo» inglese a 113 milioni di euro, siamo saliti con il trattato di Sandhurst - siglato da Emmanuel Macron e Theresa May nel 2018 - alla bella cifra di 163 milioni. Mica bruscolini, tanto che per le casse francesi la Manica e i migranti paiono quasi un lauto affare. Di fatto i francesi si fanno pagare per tenersi nella pancia gli indesiderati del Regno Unito: bel modo francese di mettere a profitto i migranti, di trasformarli infine in una «risorsa». Ma gli inglesi, oltre a pagare i loro vicini per quello che già da loro dovrebbero fare, cioè fermare i clandestini, quasi non si fidassero del servizio, dispiegano nello stretto, con funzioni di avvistamento e deterrenza, anche delle unità della Raf e della Royal Navy ovvero le forze armate. Per loro è un'intelligente forma di sinergia tra governo e Difesa (sinergia che in Italia stenta ancora a decollare oppure fa cilecca). Insomma quelli che in Francia e Regno Unito vengono raccontati - soprattutto dai due governi e in seconda battuta dalla stampa adulatrice - come dei successi di efficienza statale, coordinamento tra Stati, rispetto delle leggi e degli inviolabili confini nazionali, qui da noi nel Mediterraneo - con un'inversione prospettica che è dettata solo da politica e interesse di parte - diventano dei crimini contro l'umanità e delle violazioni del diritto internazionale. È quella che si definisce una «doppia morale», l'applicare due pesi e due misure, o con parola più diretta e lampante: ipocrisia bell'e buona. Anche le Ong più randagie non navigano mai nelle acque della Manica, dove pure ci sarebbero molti naufraghi da salvare e divieti da infrangere; lassù hanno la fondata paura di venire cannoneggiate e fatte colare a picco, qualora non rispettassero l'alt di una motovedetta. Meglio per loro far delle crociere nel Mediterraneo, teatro marittimo più ameno e tranquillo e poi popolato quasi unicamente dagli italiani che sono persone assai più malleabili e ammodo. Ne sanno qualcosa quei passeur che - non per lucro, ma per motivi umanitari - sono stati finora pizzicati dagli umanitarissimi francesi, grandi Soloni in etica altrui. Ebbene questi passeur, a differenza della divetta Carola Rackete, si sono visti comminare come se niente fosse - per fatti molto meno gravi dei suoi - condanne a più anni, e senza che nessuna sinistra in galosce fiatasse o gridasse al dispotismo. Ma è sempre stato così e la storia lo insegna: quando l'Italia prova a fare come le altre grandi nazioni europee, per loro sbaglia di sicuro. È che ci vedono (e ancor più ci vogliono) in una perenne minorità, politicamente succubi, simili a una Cenerentola d'Europa ma senza alcuna magia.
Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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