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2019-07-10
Aprire i porti non è carità. I veri poveri del mondo se ne stanno a casa loro
Ansa
Il 6 luglio L'Osservatore Romano ha pubblicato un editoriale dedicandogli un titolo colmo di patos, «Restano solo il cielo e i barconi». L'autore, di formazione filosofica, è il professor Stefano Semplici, ordinario di Etica sociale all'università Tor Vergata, presidente del comitato per la Bioetica della Società italiana di pediatria e past president del comitato internazionale di Bioetica dell'Unesco. Nel suo intervento, il professor Semplici non si occupa delle vicende attorno a questo o quel salvataggio, ma va direttamente al «nodo fondamentale» che sta alla radice dello scontro politico e culturale: «Esiste o no - in presenza di macroscopiche asimmetrie nella garanzia dei fondamentali diritti economici e sociali - un diritto a forzare la condivisione o anche semplicemente a cercare condizioni e risorse per una vita migliore, entrando con ogni mezzo in altri Paesi anche quando non ricorrono le condizioni richieste per lo status di rifugiato?», si è domandato, indicando nella disparità di ricchezze e di benessere sociale la causa dell'attuale crisi migratoria.
Per rispondere, prima Semplici scrive: «Si tratta di dire con chiarezza se si intende questo soccorso in continuità con un elementare dovere di umanità o con la tesi che occorre garantire a tutti la possibilità di cominciare una nuova vita nel paese che preferiscono». Poi aggiunge: «Se si ritiene che le frontiere non possano comunque essere aperte per chiunque desideri varcarle, il problema diventa immediatamente quello della regolamentazione, dei controlli ed eventualmente delle soglie da fissare». Consentire a tutti la possibilità di cominciare una nuova vita nel Paese che preferiscono e al contempo porre dei limiti fatti di controlli e di soglie, sono strade che non possono essere tenute insieme «per la contradizion che nol consente», per dirla con Dante. E dunque quale scelta viene indicata? La risposta giunge quasi al termine dell'articolo: «Quando si tratta della povertà e della disuguaglianza non vale il limite delle acque territoriali o della zona Sar di competenza», scrive il professor Semplici.
Povertà, bassa speranza di vita, elevata mortalità materna ed infantile, insieme alla mancanza di acqua potabile, sono i 5 indicatori citati nell'articolo per indicare le cause di fondo delle migrazioni. Ma per avallare una teoria non è sufficiente dare qualche numero sparso un po' a casaccio. Il ministero dell'Interno ha appena pubblicato le statistiche che riguardano gli sbarchi dal 1 gennaio al 5 luglio di quest'anno. Le 10 nazionalità più frequentemente dichiarate al momento dello sbarco sono state, in ordine decrescente di frequenza: Tunisia, Pakistan, Costa d'Avorio, Algeria, Iraq, Bangladesh, Sudan, Guinea, Iran, Marocco. Queste 10 nazionalità concorrono all'81,9% dei migranti sbarcati sulle nostre coste. Basta consultare i dati pubblicati dalla Banca Mondiale, Oms e Unicef per rendersi conto che la tesi del professor Semplici non può contare su una base fattuale. Nessuna delle 10 nazioni che compongono la maggioranza dei migranti risulta tra le 10 più povere.
Le immagini fornite dalle stesse Ong escludono che le persone tratte a bordo soffrano di denutrizione. Nessuno dei 10 Paesi di maggiore provenienza degli immigrati risulta tra i 10 con più bassa speranza di vita alla nascita, né tra i 10 con maggiori problemi d'accesso all'acqua potabile. Nessuna delle 10 nazioni più rappresentate tra i migranti risultano fra le 10 nazioni con la più alta mortalità materna o infantile.
Se, come si legge sull'Osservatore Romano, sono la povertà e le disuguaglianze ad alimentare le migrazioni, com'è che le persone che vivono dove le disuguaglianze sono maggiori non costituiscono il grosso dei migranti? Non è l'estrema povertà, incompatibile con le migliaia di dollari da pagare per il viaggio, né la presenza di elevata mortalità materna e infantile, incompatibile col fatto che donne e bambini sono una minoranza dei migranti, ad alimentare la tratta di esseri umani. Ma davvero l'etica cattolica è stata a tal punto adulterata da considerare l'attrazione illusoria di potere condividere la vita opulenta dell'Occidente una ragione proporzionata all'impoverimento umano dei Paesi di origine, al rischio della vita del migrante e alla destabilizzazione sociale dei Paesi di approdo? Nella sua analisi delle ragioni che spingono migliaia di uomini a lasciare i propri Paesi, stupisce che il professor Semplici non abbia fatto cenno ad un dato: il 71,5% dei migranti provengono da 9 nazioni dove la percentuale degli islamici è del 90% o più. Perché tacere una correlazione così macroscopica? Ha ragione Semplici a scrivere che l'Italia non vive in questo momento una situazione d'emergenza, peccato che taccia il fatto che la riduzione degli sbarchi e dei morti in mare non è stata spontanea, ma è avvenuta per l'inversione della politica migratoria dei tre anni del governo Renzi, durante il quale oltre mezzo milione di persone sbarcarono sulle nostre coste, una politica che il trio Pd sulla Sea Watch anela a rinverdire. Semplici è bioeticista, dovrebbe conoscere il concetto di compensazione del rischio: più la traversata è ritenuta sicura, più aumentano le persone disposte a tentarla, ma questo a sua volta aumenta il numero dei morti nel tentativo di attraversare il mare. I dati confermano in pieno questo schema. Lasciare arrivare migliaia di maschi in età militare nella cui cultura religiosa la donna ha un valore inferiore all'uomo, la poligamia è normale, la menzogna al miscredente è lecita, era ciò che preoccupava il compianto cardinale Biffi era il pericolo da cui ci metteva in guardia San Giovanni Paolo II. Ed è una cosa che non può non essere contrastata da un uomo chiamato dal voto dei cittadini a proteggere la loro sicurezza.
Londra paga Parigi per tenere i clandestini lontani dalla Manica
Mentre tutti i riflettori mediatici sono puntati sul Mediterraneo, l'altro tratto di mare assai ambito dai migranti, ovvero lo stretto della Manica, passa quasi sotto silenzio, abilmente sorvolato dalla stampa di colore buonista ed europeista.
Per esempio recentemente Francia e Regno Unito, con un'operazione congiunta iniziata un anno fa, hanno sgominato - senza troppe preoccupazioni umanitarie -un'organizzazione rumena di passeur che operava su ruota (stipando a dozzine i clandestini nei rimorchi dei camion e facendoli poi passare a Calais o Dunkerque).
La rete criminale, oltre che in Romania, contava membri nei due Paesi transfrontalieri e il fatturato del suo business è stato stimato intorno ai 3,6 milioni di euro l'anno. Gli inquirenti calcolano che l'organizzazione abbia attuato 259 tentativi di passaggio, con 167 successi e 92 fallimenti. Comunque anche via mare sono sempre più numerosi i tentativi di traversata della Manica: dall'inizio dell'anno sono oltre 500 i migranti fermati su imbarcazioni e altri natanti di fortuna. Il Regno Unito è talmente geloso del rispetto dei propri confini, della sua profilassi migratoria, da allungare fior di quattrini alla Francia per il potenziamento tecnologico dei controlli di frontiera e, più in genere, la politica di prevenzione e dissuasione dell'immigrazione clandestina. Dall'accordo di Touquet, firmato da Nicolas Sarkozy nel 2003, che fissava il «contributo» inglese a 113 milioni di euro, siamo saliti con il trattato di Sandhurst - siglato da Emmanuel Macron e Theresa May nel 2018 - alla bella cifra di 163 milioni. Mica bruscolini, tanto che per le casse francesi la Manica e i migranti paiono quasi un lauto affare. Di fatto i francesi si fanno pagare per tenersi nella pancia gli indesiderati del Regno Unito: bel modo francese di mettere a profitto i migranti, di trasformarli infine in una «risorsa». Ma gli inglesi, oltre a pagare i loro vicini per quello che già da loro dovrebbero fare, cioè fermare i clandestini, quasi non si fidassero del servizio, dispiegano nello stretto, con funzioni di avvistamento e deterrenza, anche delle unità della Raf e della Royal Navy ovvero le forze armate. Per loro è un'intelligente forma di sinergia tra governo e Difesa (sinergia che in Italia stenta ancora a decollare oppure fa cilecca).
Insomma quelli che in Francia e Regno Unito vengono raccontati - soprattutto dai due governi e in seconda battuta dalla stampa adulatrice - come dei successi di efficienza statale, coordinamento tra Stati, rispetto delle leggi e degli inviolabili confini nazionali, qui da noi nel Mediterraneo - con un'inversione prospettica che è dettata solo da politica e interesse di parte - diventano dei crimini contro l'umanità e delle violazioni del diritto internazionale. È quella che si definisce una «doppia morale», l'applicare due pesi e due misure, o con parola più diretta e lampante: ipocrisia bell'e buona. Anche le Ong più randagie non navigano mai nelle acque della Manica, dove pure ci sarebbero molti naufraghi da salvare e divieti da infrangere; lassù hanno la fondata paura di venire cannoneggiate e fatte colare a picco, qualora non rispettassero l'alt di una motovedetta. Meglio per loro far delle crociere nel Mediterraneo, teatro marittimo più ameno e tranquillo e poi popolato quasi unicamente dagli italiani che sono persone assai più malleabili e ammodo. Ne sanno qualcosa quei passeur che - non per lucro, ma per motivi umanitari - sono stati finora pizzicati dagli umanitarissimi francesi, grandi Soloni in etica altrui. Ebbene questi passeur, a differenza della divetta Carola Rackete, si sono visti comminare come se niente fosse - per fatti molto meno gravi dei suoi - condanne a più anni, e senza che nessuna sinistra in galosce fiatasse o gridasse al dispotismo. Ma è sempre stato così e la storia lo insegna: quando l'Italia prova a fare come le altre grandi nazioni europee, per loro sbaglia di sicuro. È che ci vedono (e ancor più ci vogliono) in una perenne minorità, politicamente succubi, simili a una Cenerentola d'Europa ma senza alcuna magia.
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L'Osservatore Romano invita a ignorare norme e confini in nome della solidarietà. Ma, guardando i numeri, si scopre che sui barconi non si trovano gli ultimi della Terra.Mentre l'Ue ci attacca per la gestione dell'emergenza sbarchi, gli altri governi chiudono le loro porte senza farsi troppi scrupoli umanitari e senza proteste da parte dei movimenti di sinistra.Lo speciale contiene due articoli.Il 6 luglio L'Osservatore Romano ha pubblicato un editoriale dedicandogli un titolo colmo di patos, «Restano solo il cielo e i barconi». L'autore, di formazione filosofica, è il professor Stefano Semplici, ordinario di Etica sociale all'università Tor Vergata, presidente del comitato per la Bioetica della Società italiana di pediatria e past president del comitato internazionale di Bioetica dell'Unesco. Nel suo intervento, il professor Semplici non si occupa delle vicende attorno a questo o quel salvataggio, ma va direttamente al «nodo fondamentale» che sta alla radice dello scontro politico e culturale: «Esiste o no - in presenza di macroscopiche asimmetrie nella garanzia dei fondamentali diritti economici e sociali - un diritto a forzare la condivisione o anche semplicemente a cercare condizioni e risorse per una vita migliore, entrando con ogni mezzo in altri Paesi anche quando non ricorrono le condizioni richieste per lo status di rifugiato?», si è domandato, indicando nella disparità di ricchezze e di benessere sociale la causa dell'attuale crisi migratoria. Per rispondere, prima Semplici scrive: «Si tratta di dire con chiarezza se si intende questo soccorso in continuità con un elementare dovere di umanità o con la tesi che occorre garantire a tutti la possibilità di cominciare una nuova vita nel paese che preferiscono». Poi aggiunge: «Se si ritiene che le frontiere non possano comunque essere aperte per chiunque desideri varcarle, il problema diventa immediatamente quello della regolamentazione, dei controlli ed eventualmente delle soglie da fissare». Consentire a tutti la possibilità di cominciare una nuova vita nel Paese che preferiscono e al contempo porre dei limiti fatti di controlli e di soglie, sono strade che non possono essere tenute insieme «per la contradizion che nol consente», per dirla con Dante. E dunque quale scelta viene indicata? La risposta giunge quasi al termine dell'articolo: «Quando si tratta della povertà e della disuguaglianza non vale il limite delle acque territoriali o della zona Sar di competenza», scrive il professor Semplici. Povertà, bassa speranza di vita, elevata mortalità materna ed infantile, insieme alla mancanza di acqua potabile, sono i 5 indicatori citati nell'articolo per indicare le cause di fondo delle migrazioni. Ma per avallare una teoria non è sufficiente dare qualche numero sparso un po' a casaccio. Il ministero dell'Interno ha appena pubblicato le statistiche che riguardano gli sbarchi dal 1 gennaio al 5 luglio di quest'anno. Le 10 nazionalità più frequentemente dichiarate al momento dello sbarco sono state, in ordine decrescente di frequenza: Tunisia, Pakistan, Costa d'Avorio, Algeria, Iraq, Bangladesh, Sudan, Guinea, Iran, Marocco. Queste 10 nazionalità concorrono all'81,9% dei migranti sbarcati sulle nostre coste. Basta consultare i dati pubblicati dalla Banca Mondiale, Oms e Unicef per rendersi conto che la tesi del professor Semplici non può contare su una base fattuale. Nessuna delle 10 nazioni che compongono la maggioranza dei migranti risulta tra le 10 più povere. Le immagini fornite dalle stesse Ong escludono che le persone tratte a bordo soffrano di denutrizione. Nessuno dei 10 Paesi di maggiore provenienza degli immigrati risulta tra i 10 con più bassa speranza di vita alla nascita, né tra i 10 con maggiori problemi d'accesso all'acqua potabile. Nessuna delle 10 nazioni più rappresentate tra i migranti risultano fra le 10 nazioni con la più alta mortalità materna o infantile. Se, come si legge sull'Osservatore Romano, sono la povertà e le disuguaglianze ad alimentare le migrazioni, com'è che le persone che vivono dove le disuguaglianze sono maggiori non costituiscono il grosso dei migranti? Non è l'estrema povertà, incompatibile con le migliaia di dollari da pagare per il viaggio, né la presenza di elevata mortalità materna e infantile, incompatibile col fatto che donne e bambini sono una minoranza dei migranti, ad alimentare la tratta di esseri umani. Ma davvero l'etica cattolica è stata a tal punto adulterata da considerare l'attrazione illusoria di potere condividere la vita opulenta dell'Occidente una ragione proporzionata all'impoverimento umano dei Paesi di origine, al rischio della vita del migrante e alla destabilizzazione sociale dei Paesi di approdo? Nella sua analisi delle ragioni che spingono migliaia di uomini a lasciare i propri Paesi, stupisce che il professor Semplici non abbia fatto cenno ad un dato: il 71,5% dei migranti provengono da 9 nazioni dove la percentuale degli islamici è del 90% o più. Perché tacere una correlazione così macroscopica? Ha ragione Semplici a scrivere che l'Italia non vive in questo momento una situazione d'emergenza, peccato che taccia il fatto che la riduzione degli sbarchi e dei morti in mare non è stata spontanea, ma è avvenuta per l'inversione della politica migratoria dei tre anni del governo Renzi, durante il quale oltre mezzo milione di persone sbarcarono sulle nostre coste, una politica che il trio Pd sulla Sea Watch anela a rinverdire. Semplici è bioeticista, dovrebbe conoscere il concetto di compensazione del rischio: più la traversata è ritenuta sicura, più aumentano le persone disposte a tentarla, ma questo a sua volta aumenta il numero dei morti nel tentativo di attraversare il mare. I dati confermano in pieno questo schema. Lasciare arrivare migliaia di maschi in età militare nella cui cultura religiosa la donna ha un valore inferiore all'uomo, la poligamia è normale, la menzogna al miscredente è lecita, era ciò che preoccupava il compianto cardinale Biffi era il pericolo da cui ci metteva in guardia San Giovanni Paolo II. 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Per esempio recentemente Francia e Regno Unito, con un'operazione congiunta iniziata un anno fa, hanno sgominato - senza troppe preoccupazioni umanitarie -un'organizzazione rumena di passeur che operava su ruota (stipando a dozzine i clandestini nei rimorchi dei camion e facendoli poi passare a Calais o Dunkerque). La rete criminale, oltre che in Romania, contava membri nei due Paesi transfrontalieri e il fatturato del suo business è stato stimato intorno ai 3,6 milioni di euro l'anno. Gli inquirenti calcolano che l'organizzazione abbia attuato 259 tentativi di passaggio, con 167 successi e 92 fallimenti. Comunque anche via mare sono sempre più numerosi i tentativi di traversata della Manica: dall'inizio dell'anno sono oltre 500 i migranti fermati su imbarcazioni e altri natanti di fortuna. Il Regno Unito è talmente geloso del rispetto dei propri confini, della sua profilassi migratoria, da allungare fior di quattrini alla Francia per il potenziamento tecnologico dei controlli di frontiera e, più in genere, la politica di prevenzione e dissuasione dell'immigrazione clandestina. Dall'accordo di Touquet, firmato da Nicolas Sarkozy nel 2003, che fissava il «contributo» inglese a 113 milioni di euro, siamo saliti con il trattato di Sandhurst - siglato da Emmanuel Macron e Theresa May nel 2018 - alla bella cifra di 163 milioni. Mica bruscolini, tanto che per le casse francesi la Manica e i migranti paiono quasi un lauto affare. Di fatto i francesi si fanno pagare per tenersi nella pancia gli indesiderati del Regno Unito: bel modo francese di mettere a profitto i migranti, di trasformarli infine in una «risorsa». Ma gli inglesi, oltre a pagare i loro vicini per quello che già da loro dovrebbero fare, cioè fermare i clandestini, quasi non si fidassero del servizio, dispiegano nello stretto, con funzioni di avvistamento e deterrenza, anche delle unità della Raf e della Royal Navy ovvero le forze armate. Per loro è un'intelligente forma di sinergia tra governo e Difesa (sinergia che in Italia stenta ancora a decollare oppure fa cilecca). Insomma quelli che in Francia e Regno Unito vengono raccontati - soprattutto dai due governi e in seconda battuta dalla stampa adulatrice - come dei successi di efficienza statale, coordinamento tra Stati, rispetto delle leggi e degli inviolabili confini nazionali, qui da noi nel Mediterraneo - con un'inversione prospettica che è dettata solo da politica e interesse di parte - diventano dei crimini contro l'umanità e delle violazioni del diritto internazionale. È quella che si definisce una «doppia morale», l'applicare due pesi e due misure, o con parola più diretta e lampante: ipocrisia bell'e buona. Anche le Ong più randagie non navigano mai nelle acque della Manica, dove pure ci sarebbero molti naufraghi da salvare e divieti da infrangere; lassù hanno la fondata paura di venire cannoneggiate e fatte colare a picco, qualora non rispettassero l'alt di una motovedetta. Meglio per loro far delle crociere nel Mediterraneo, teatro marittimo più ameno e tranquillo e poi popolato quasi unicamente dagli italiani che sono persone assai più malleabili e ammodo. Ne sanno qualcosa quei passeur che - non per lucro, ma per motivi umanitari - sono stati finora pizzicati dagli umanitarissimi francesi, grandi Soloni in etica altrui. Ebbene questi passeur, a differenza della divetta Carola Rackete, si sono visti comminare come se niente fosse - per fatti molto meno gravi dei suoi - condanne a più anni, e senza che nessuna sinistra in galosce fiatasse o gridasse al dispotismo. Ma è sempre stato così e la storia lo insegna: quando l'Italia prova a fare come le altre grandi nazioni europee, per loro sbaglia di sicuro. È che ci vedono (e ancor più ci vogliono) in una perenne minorità, politicamente succubi, simili a una Cenerentola d'Europa ma senza alcuna magia.
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
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Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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