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2019-07-10
Aprire i porti non è carità. I veri poveri del mondo se ne stanno a casa loro
Ansa
Il 6 luglio L'Osservatore Romano ha pubblicato un editoriale dedicandogli un titolo colmo di patos, «Restano solo il cielo e i barconi». L'autore, di formazione filosofica, è il professor Stefano Semplici, ordinario di Etica sociale all'università Tor Vergata, presidente del comitato per la Bioetica della Società italiana di pediatria e past president del comitato internazionale di Bioetica dell'Unesco. Nel suo intervento, il professor Semplici non si occupa delle vicende attorno a questo o quel salvataggio, ma va direttamente al «nodo fondamentale» che sta alla radice dello scontro politico e culturale: «Esiste o no - in presenza di macroscopiche asimmetrie nella garanzia dei fondamentali diritti economici e sociali - un diritto a forzare la condivisione o anche semplicemente a cercare condizioni e risorse per una vita migliore, entrando con ogni mezzo in altri Paesi anche quando non ricorrono le condizioni richieste per lo status di rifugiato?», si è domandato, indicando nella disparità di ricchezze e di benessere sociale la causa dell'attuale crisi migratoria.
Per rispondere, prima Semplici scrive: «Si tratta di dire con chiarezza se si intende questo soccorso in continuità con un elementare dovere di umanità o con la tesi che occorre garantire a tutti la possibilità di cominciare una nuova vita nel paese che preferiscono». Poi aggiunge: «Se si ritiene che le frontiere non possano comunque essere aperte per chiunque desideri varcarle, il problema diventa immediatamente quello della regolamentazione, dei controlli ed eventualmente delle soglie da fissare». Consentire a tutti la possibilità di cominciare una nuova vita nel Paese che preferiscono e al contempo porre dei limiti fatti di controlli e di soglie, sono strade che non possono essere tenute insieme «per la contradizion che nol consente», per dirla con Dante. E dunque quale scelta viene indicata? La risposta giunge quasi al termine dell'articolo: «Quando si tratta della povertà e della disuguaglianza non vale il limite delle acque territoriali o della zona Sar di competenza», scrive il professor Semplici.
Povertà, bassa speranza di vita, elevata mortalità materna ed infantile, insieme alla mancanza di acqua potabile, sono i 5 indicatori citati nell'articolo per indicare le cause di fondo delle migrazioni. Ma per avallare una teoria non è sufficiente dare qualche numero sparso un po' a casaccio. Il ministero dell'Interno ha appena pubblicato le statistiche che riguardano gli sbarchi dal 1 gennaio al 5 luglio di quest'anno. Le 10 nazionalità più frequentemente dichiarate al momento dello sbarco sono state, in ordine decrescente di frequenza: Tunisia, Pakistan, Costa d'Avorio, Algeria, Iraq, Bangladesh, Sudan, Guinea, Iran, Marocco. Queste 10 nazionalità concorrono all'81,9% dei migranti sbarcati sulle nostre coste. Basta consultare i dati pubblicati dalla Banca Mondiale, Oms e Unicef per rendersi conto che la tesi del professor Semplici non può contare su una base fattuale. Nessuna delle 10 nazioni che compongono la maggioranza dei migranti risulta tra le 10 più povere.
Le immagini fornite dalle stesse Ong escludono che le persone tratte a bordo soffrano di denutrizione. Nessuno dei 10 Paesi di maggiore provenienza degli immigrati risulta tra i 10 con più bassa speranza di vita alla nascita, né tra i 10 con maggiori problemi d'accesso all'acqua potabile. Nessuna delle 10 nazioni più rappresentate tra i migranti risultano fra le 10 nazioni con la più alta mortalità materna o infantile.
Se, come si legge sull'Osservatore Romano, sono la povertà e le disuguaglianze ad alimentare le migrazioni, com'è che le persone che vivono dove le disuguaglianze sono maggiori non costituiscono il grosso dei migranti? Non è l'estrema povertà, incompatibile con le migliaia di dollari da pagare per il viaggio, né la presenza di elevata mortalità materna e infantile, incompatibile col fatto che donne e bambini sono una minoranza dei migranti, ad alimentare la tratta di esseri umani. Ma davvero l'etica cattolica è stata a tal punto adulterata da considerare l'attrazione illusoria di potere condividere la vita opulenta dell'Occidente una ragione proporzionata all'impoverimento umano dei Paesi di origine, al rischio della vita del migrante e alla destabilizzazione sociale dei Paesi di approdo? Nella sua analisi delle ragioni che spingono migliaia di uomini a lasciare i propri Paesi, stupisce che il professor Semplici non abbia fatto cenno ad un dato: il 71,5% dei migranti provengono da 9 nazioni dove la percentuale degli islamici è del 90% o più. Perché tacere una correlazione così macroscopica? Ha ragione Semplici a scrivere che l'Italia non vive in questo momento una situazione d'emergenza, peccato che taccia il fatto che la riduzione degli sbarchi e dei morti in mare non è stata spontanea, ma è avvenuta per l'inversione della politica migratoria dei tre anni del governo Renzi, durante il quale oltre mezzo milione di persone sbarcarono sulle nostre coste, una politica che il trio Pd sulla Sea Watch anela a rinverdire. Semplici è bioeticista, dovrebbe conoscere il concetto di compensazione del rischio: più la traversata è ritenuta sicura, più aumentano le persone disposte a tentarla, ma questo a sua volta aumenta il numero dei morti nel tentativo di attraversare il mare. I dati confermano in pieno questo schema. Lasciare arrivare migliaia di maschi in età militare nella cui cultura religiosa la donna ha un valore inferiore all'uomo, la poligamia è normale, la menzogna al miscredente è lecita, era ciò che preoccupava il compianto cardinale Biffi era il pericolo da cui ci metteva in guardia San Giovanni Paolo II. Ed è una cosa che non può non essere contrastata da un uomo chiamato dal voto dei cittadini a proteggere la loro sicurezza.
Londra paga Parigi per tenere i clandestini lontani dalla Manica
Mentre tutti i riflettori mediatici sono puntati sul Mediterraneo, l'altro tratto di mare assai ambito dai migranti, ovvero lo stretto della Manica, passa quasi sotto silenzio, abilmente sorvolato dalla stampa di colore buonista ed europeista.
Per esempio recentemente Francia e Regno Unito, con un'operazione congiunta iniziata un anno fa, hanno sgominato - senza troppe preoccupazioni umanitarie -un'organizzazione rumena di passeur che operava su ruota (stipando a dozzine i clandestini nei rimorchi dei camion e facendoli poi passare a Calais o Dunkerque).
La rete criminale, oltre che in Romania, contava membri nei due Paesi transfrontalieri e il fatturato del suo business è stato stimato intorno ai 3,6 milioni di euro l'anno. Gli inquirenti calcolano che l'organizzazione abbia attuato 259 tentativi di passaggio, con 167 successi e 92 fallimenti. Comunque anche via mare sono sempre più numerosi i tentativi di traversata della Manica: dall'inizio dell'anno sono oltre 500 i migranti fermati su imbarcazioni e altri natanti di fortuna. Il Regno Unito è talmente geloso del rispetto dei propri confini, della sua profilassi migratoria, da allungare fior di quattrini alla Francia per il potenziamento tecnologico dei controlli di frontiera e, più in genere, la politica di prevenzione e dissuasione dell'immigrazione clandestina. Dall'accordo di Touquet, firmato da Nicolas Sarkozy nel 2003, che fissava il «contributo» inglese a 113 milioni di euro, siamo saliti con il trattato di Sandhurst - siglato da Emmanuel Macron e Theresa May nel 2018 - alla bella cifra di 163 milioni. Mica bruscolini, tanto che per le casse francesi la Manica e i migranti paiono quasi un lauto affare. Di fatto i francesi si fanno pagare per tenersi nella pancia gli indesiderati del Regno Unito: bel modo francese di mettere a profitto i migranti, di trasformarli infine in una «risorsa». Ma gli inglesi, oltre a pagare i loro vicini per quello che già da loro dovrebbero fare, cioè fermare i clandestini, quasi non si fidassero del servizio, dispiegano nello stretto, con funzioni di avvistamento e deterrenza, anche delle unità della Raf e della Royal Navy ovvero le forze armate. Per loro è un'intelligente forma di sinergia tra governo e Difesa (sinergia che in Italia stenta ancora a decollare oppure fa cilecca).
Insomma quelli che in Francia e Regno Unito vengono raccontati - soprattutto dai due governi e in seconda battuta dalla stampa adulatrice - come dei successi di efficienza statale, coordinamento tra Stati, rispetto delle leggi e degli inviolabili confini nazionali, qui da noi nel Mediterraneo - con un'inversione prospettica che è dettata solo da politica e interesse di parte - diventano dei crimini contro l'umanità e delle violazioni del diritto internazionale. È quella che si definisce una «doppia morale», l'applicare due pesi e due misure, o con parola più diretta e lampante: ipocrisia bell'e buona. Anche le Ong più randagie non navigano mai nelle acque della Manica, dove pure ci sarebbero molti naufraghi da salvare e divieti da infrangere; lassù hanno la fondata paura di venire cannoneggiate e fatte colare a picco, qualora non rispettassero l'alt di una motovedetta. Meglio per loro far delle crociere nel Mediterraneo, teatro marittimo più ameno e tranquillo e poi popolato quasi unicamente dagli italiani che sono persone assai più malleabili e ammodo. Ne sanno qualcosa quei passeur che - non per lucro, ma per motivi umanitari - sono stati finora pizzicati dagli umanitarissimi francesi, grandi Soloni in etica altrui. Ebbene questi passeur, a differenza della divetta Carola Rackete, si sono visti comminare come se niente fosse - per fatti molto meno gravi dei suoi - condanne a più anni, e senza che nessuna sinistra in galosce fiatasse o gridasse al dispotismo. Ma è sempre stato così e la storia lo insegna: quando l'Italia prova a fare come le altre grandi nazioni europee, per loro sbaglia di sicuro. È che ci vedono (e ancor più ci vogliono) in una perenne minorità, politicamente succubi, simili a una Cenerentola d'Europa ma senza alcuna magia.
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L'Osservatore Romano invita a ignorare norme e confini in nome della solidarietà. Ma, guardando i numeri, si scopre che sui barconi non si trovano gli ultimi della Terra.Mentre l'Ue ci attacca per la gestione dell'emergenza sbarchi, gli altri governi chiudono le loro porte senza farsi troppi scrupoli umanitari e senza proteste da parte dei movimenti di sinistra.Lo speciale contiene due articoli.Il 6 luglio L'Osservatore Romano ha pubblicato un editoriale dedicandogli un titolo colmo di patos, «Restano solo il cielo e i barconi». L'autore, di formazione filosofica, è il professor Stefano Semplici, ordinario di Etica sociale all'università Tor Vergata, presidente del comitato per la Bioetica della Società italiana di pediatria e past president del comitato internazionale di Bioetica dell'Unesco. Nel suo intervento, il professor Semplici non si occupa delle vicende attorno a questo o quel salvataggio, ma va direttamente al «nodo fondamentale» che sta alla radice dello scontro politico e culturale: «Esiste o no - in presenza di macroscopiche asimmetrie nella garanzia dei fondamentali diritti economici e sociali - un diritto a forzare la condivisione o anche semplicemente a cercare condizioni e risorse per una vita migliore, entrando con ogni mezzo in altri Paesi anche quando non ricorrono le condizioni richieste per lo status di rifugiato?», si è domandato, indicando nella disparità di ricchezze e di benessere sociale la causa dell'attuale crisi migratoria. Per rispondere, prima Semplici scrive: «Si tratta di dire con chiarezza se si intende questo soccorso in continuità con un elementare dovere di umanità o con la tesi che occorre garantire a tutti la possibilità di cominciare una nuova vita nel paese che preferiscono». Poi aggiunge: «Se si ritiene che le frontiere non possano comunque essere aperte per chiunque desideri varcarle, il problema diventa immediatamente quello della regolamentazione, dei controlli ed eventualmente delle soglie da fissare». Consentire a tutti la possibilità di cominciare una nuova vita nel Paese che preferiscono e al contempo porre dei limiti fatti di controlli e di soglie, sono strade che non possono essere tenute insieme «per la contradizion che nol consente», per dirla con Dante. E dunque quale scelta viene indicata? La risposta giunge quasi al termine dell'articolo: «Quando si tratta della povertà e della disuguaglianza non vale il limite delle acque territoriali o della zona Sar di competenza», scrive il professor Semplici. Povertà, bassa speranza di vita, elevata mortalità materna ed infantile, insieme alla mancanza di acqua potabile, sono i 5 indicatori citati nell'articolo per indicare le cause di fondo delle migrazioni. Ma per avallare una teoria non è sufficiente dare qualche numero sparso un po' a casaccio. Il ministero dell'Interno ha appena pubblicato le statistiche che riguardano gli sbarchi dal 1 gennaio al 5 luglio di quest'anno. Le 10 nazionalità più frequentemente dichiarate al momento dello sbarco sono state, in ordine decrescente di frequenza: Tunisia, Pakistan, Costa d'Avorio, Algeria, Iraq, Bangladesh, Sudan, Guinea, Iran, Marocco. Queste 10 nazionalità concorrono all'81,9% dei migranti sbarcati sulle nostre coste. Basta consultare i dati pubblicati dalla Banca Mondiale, Oms e Unicef per rendersi conto che la tesi del professor Semplici non può contare su una base fattuale. Nessuna delle 10 nazioni che compongono la maggioranza dei migranti risulta tra le 10 più povere. Le immagini fornite dalle stesse Ong escludono che le persone tratte a bordo soffrano di denutrizione. Nessuno dei 10 Paesi di maggiore provenienza degli immigrati risulta tra i 10 con più bassa speranza di vita alla nascita, né tra i 10 con maggiori problemi d'accesso all'acqua potabile. Nessuna delle 10 nazioni più rappresentate tra i migranti risultano fra le 10 nazioni con la più alta mortalità materna o infantile. Se, come si legge sull'Osservatore Romano, sono la povertà e le disuguaglianze ad alimentare le migrazioni, com'è che le persone che vivono dove le disuguaglianze sono maggiori non costituiscono il grosso dei migranti? Non è l'estrema povertà, incompatibile con le migliaia di dollari da pagare per il viaggio, né la presenza di elevata mortalità materna e infantile, incompatibile col fatto che donne e bambini sono una minoranza dei migranti, ad alimentare la tratta di esseri umani. Ma davvero l'etica cattolica è stata a tal punto adulterata da considerare l'attrazione illusoria di potere condividere la vita opulenta dell'Occidente una ragione proporzionata all'impoverimento umano dei Paesi di origine, al rischio della vita del migrante e alla destabilizzazione sociale dei Paesi di approdo? Nella sua analisi delle ragioni che spingono migliaia di uomini a lasciare i propri Paesi, stupisce che il professor Semplici non abbia fatto cenno ad un dato: il 71,5% dei migranti provengono da 9 nazioni dove la percentuale degli islamici è del 90% o più. Perché tacere una correlazione così macroscopica? Ha ragione Semplici a scrivere che l'Italia non vive in questo momento una situazione d'emergenza, peccato che taccia il fatto che la riduzione degli sbarchi e dei morti in mare non è stata spontanea, ma è avvenuta per l'inversione della politica migratoria dei tre anni del governo Renzi, durante il quale oltre mezzo milione di persone sbarcarono sulle nostre coste, una politica che il trio Pd sulla Sea Watch anela a rinverdire. Semplici è bioeticista, dovrebbe conoscere il concetto di compensazione del rischio: più la traversata è ritenuta sicura, più aumentano le persone disposte a tentarla, ma questo a sua volta aumenta il numero dei morti nel tentativo di attraversare il mare. I dati confermano in pieno questo schema. Lasciare arrivare migliaia di maschi in età militare nella cui cultura religiosa la donna ha un valore inferiore all'uomo, la poligamia è normale, la menzogna al miscredente è lecita, era ciò che preoccupava il compianto cardinale Biffi era il pericolo da cui ci metteva in guardia San Giovanni Paolo II. 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Per esempio recentemente Francia e Regno Unito, con un'operazione congiunta iniziata un anno fa, hanno sgominato - senza troppe preoccupazioni umanitarie -un'organizzazione rumena di passeur che operava su ruota (stipando a dozzine i clandestini nei rimorchi dei camion e facendoli poi passare a Calais o Dunkerque). La rete criminale, oltre che in Romania, contava membri nei due Paesi transfrontalieri e il fatturato del suo business è stato stimato intorno ai 3,6 milioni di euro l'anno. Gli inquirenti calcolano che l'organizzazione abbia attuato 259 tentativi di passaggio, con 167 successi e 92 fallimenti. Comunque anche via mare sono sempre più numerosi i tentativi di traversata della Manica: dall'inizio dell'anno sono oltre 500 i migranti fermati su imbarcazioni e altri natanti di fortuna. Il Regno Unito è talmente geloso del rispetto dei propri confini, della sua profilassi migratoria, da allungare fior di quattrini alla Francia per il potenziamento tecnologico dei controlli di frontiera e, più in genere, la politica di prevenzione e dissuasione dell'immigrazione clandestina. Dall'accordo di Touquet, firmato da Nicolas Sarkozy nel 2003, che fissava il «contributo» inglese a 113 milioni di euro, siamo saliti con il trattato di Sandhurst - siglato da Emmanuel Macron e Theresa May nel 2018 - alla bella cifra di 163 milioni. Mica bruscolini, tanto che per le casse francesi la Manica e i migranti paiono quasi un lauto affare. Di fatto i francesi si fanno pagare per tenersi nella pancia gli indesiderati del Regno Unito: bel modo francese di mettere a profitto i migranti, di trasformarli infine in una «risorsa». Ma gli inglesi, oltre a pagare i loro vicini per quello che già da loro dovrebbero fare, cioè fermare i clandestini, quasi non si fidassero del servizio, dispiegano nello stretto, con funzioni di avvistamento e deterrenza, anche delle unità della Raf e della Royal Navy ovvero le forze armate. Per loro è un'intelligente forma di sinergia tra governo e Difesa (sinergia che in Italia stenta ancora a decollare oppure fa cilecca). Insomma quelli che in Francia e Regno Unito vengono raccontati - soprattutto dai due governi e in seconda battuta dalla stampa adulatrice - come dei successi di efficienza statale, coordinamento tra Stati, rispetto delle leggi e degli inviolabili confini nazionali, qui da noi nel Mediterraneo - con un'inversione prospettica che è dettata solo da politica e interesse di parte - diventano dei crimini contro l'umanità e delle violazioni del diritto internazionale. È quella che si definisce una «doppia morale», l'applicare due pesi e due misure, o con parola più diretta e lampante: ipocrisia bell'e buona. Anche le Ong più randagie non navigano mai nelle acque della Manica, dove pure ci sarebbero molti naufraghi da salvare e divieti da infrangere; lassù hanno la fondata paura di venire cannoneggiate e fatte colare a picco, qualora non rispettassero l'alt di una motovedetta. Meglio per loro far delle crociere nel Mediterraneo, teatro marittimo più ameno e tranquillo e poi popolato quasi unicamente dagli italiani che sono persone assai più malleabili e ammodo. Ne sanno qualcosa quei passeur che - non per lucro, ma per motivi umanitari - sono stati finora pizzicati dagli umanitarissimi francesi, grandi Soloni in etica altrui. Ebbene questi passeur, a differenza della divetta Carola Rackete, si sono visti comminare come se niente fosse - per fatti molto meno gravi dei suoi - condanne a più anni, e senza che nessuna sinistra in galosce fiatasse o gridasse al dispotismo. Ma è sempre stato così e la storia lo insegna: quando l'Italia prova a fare come le altre grandi nazioni europee, per loro sbaglia di sicuro. È che ci vedono (e ancor più ci vogliono) in una perenne minorità, politicamente succubi, simili a una Cenerentola d'Europa ma senza alcuna magia.
Matteo Salvini (Ansa)
Per due giorni, a giugno, la Lega proverà a fare quello che le squadre di calcio in crisi fanno quando la classifica comincia a far paura: chiudersi in ritiro. Matteo Salvini ha convocato per il 19 e 20 giugno il consiglio federale, i ministri, i governatori, i capigruppo, gli amministratori e i segretari regionali. Una «due giorni di incontri, proposte e programmi». La sede non è stata decisa (Luca Zaia ha già annunciato che non ci sarà), ma dovrebbe essere in Veneto, a pochi giorni di distanza dall’assemblea costituente di Futuro nazionale di Roberto Vannacci (che poi proseguirà con i congressi regionali). Magari a Verona, dove il 25 maggio il generale inaugurerà una nuova sede del suo partito. Il messaggio politico è chiaro: il Carroccio deve serrare le fila prima che la stagione entri nella fase più delicata. Il 2027 si preannuncia denso di appuntamenti elettorali decisivi per il futuro di via Bellerio.
Salvini è milanista e conosce bene la grammatica dei ritiri. Con Massimiliano Allegri, al Milan, si può giocare male ma restare in partita è imperativo. Il punto è che il Carroccio continua a osservare la crescita, sulla destra, di un avversario che conosce bene lo spogliatoio leghista. Il nome è quello di Vannacci. L’ex generale è diventato un problema elettorale. Swg per il tg di La7 colloca la Lega al 6% e Futuro nazionale al 4,1%. Ipsos/Pagnoncelli, sul Corriere, è ancora più severo: Lega al 5,8%, Vannacci al 4,1%. Meno di due punti di distanza.
Dopo le chiusure a possibili alleanze da parte di Massimiliano Romeo, Roberto Occhiuto e Letizia Moratti, Vannacci ha risposto sui social con una frase che suona come un avvertimento: «Poi non si venga a dare la colpa» a me «se questo centrodestra sbiadito, timido, tentennante e moderato finirà per perdere consensi ed elezioni». È una minaccia preventiva: se il centrodestra perde, la colpa non sarà di chi rompe, ma di chi non ha avuto il coraggio di inseguirlo.
Il caso di Laura Ravetto ha reso il problema visibile. La deputata ha lasciato la Lega per aderire a Futuro nazionale. Per un partito abituato a perdere amministratori verso Fdi, vedere una parlamentare passare direttamente al nuovo concorrente di destra è un segnale diverso. Non c’è più solo Meloni a drenare consensi.
La linea ufficiale resta la compattezza. Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, respinge l’idea di nuovi «campi larghi» a destra costruiti inseguendo i sondaggi. «Il centrodestra è rodato da anni», dice. «Non si fanno campi larghi soltanto perché può essere indicato favorevole o no in un determinato momento dai vari sondaggi». In fin dei conti la Lega si ritrova con tre grossi problemi da risolvere. Il primo è nazionale: dimostrare di essere ancora indispensabile nel centrodestra. L’altro identitario: impedire che l’elettore più arrabbiato trovi in Vannacci un’offerta più chiara. L’ultimo territoriale: difendere il Nord dall’avanzata di Fdi.
Le elezioni comunali di Milano sono il primo banco di prova. Il centrodestra non ha ancora un candidato per il dopo Beppe Sala. Il nome di Maurizio Lupi circola, ma non decolla. Salvini preferisce un profilo civico. Samuele Piscina, segretario milanese del Carroccio, è stato più esplicito: Lupi «non ha il consenso di tutti».
Il secondo fronte è la Regione Lombardia. Da mesi nel centrodestra si ragiona sull’ipotesi di legare politiche, comunali milanesi e regionali lombarde in un election day nel 2027. L’operazione concentrerebbe la mobilitazione nel territorio più forte della coalizione. Ma aprirebbe subito la guerra per il dopo Attilio Fontana. Fratelli d’Italia considera la Lombardia un obiettivo naturale.
Roberto Calderoli prova a raffreddare il dossier. La legislatura, ricordava ieri, scade naturalmente il 13 ottobre 2027. Di voto anticipato, dice, non se ne parla (lo stesso Salvini aveva rettificato la battuta sulla crisi economica che era stata male interpretata). Il messaggio vale per Palazzo Chigi, ma anche per via Bellerio: la Lega non vuole arrivare logorata alla partita finale.
Il ritiro di giugno serve a questo. Allegri direbbe che conta il risultato. Ma qui il punto non è vincere di corto muso. È evitare che la Lega perda, insieme, pezzi a destra e peso al Nord.
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Il segretario di Stato americano Marco Rubio (Ansa)
«La diplomazia rimane la nostra preferenza nei confronti di Cuba. A essere sincero, la probabilità che ciò accada, considerando con chi abbiamo a che fare in questo momento, non è elevata», ha anche detto. Parole, quelle di Rubio, che hanno innescato la reazione piccata del ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, il quale ha tacciato gli Stati Uniti di «istigare un’aggressione militare».
Del resto, che le fibrillazioni tra Washington e L’Avana stessero aumentando, non è una novità. Negli scorsi giorni, il Pentagono ha schierato la portaerei Nimitz nei Caraibi, mentre il Dipartimento di Giustizia americano ha formalmente incriminato l’ex presidente cubano, Raúl Castro, con l’accusa di aver ordinato l’abbattimento di due aerei civili nel 1996. L’intelligence statunitense ritiene inoltre che dal 2023 il regime castrista abbia acquistato 300 droni da Russia e Iran: materiale bellico che, secondo Washington, Cuba starebbe valutando di usare per colpire obiettivi statunitensi. Sempre negli scorsi giorni, i servizi segreti americani avrebbero anche studiato le possibili reazioni dell’Avana a un eventuale attacco militare da parte di Washington. Tutto questo, senza trascurare che giovedì l’Ice ha arrestato a Miami Adys Lastres Morera. Si tratta della sorella di Ania Guillermina Lastres Morera, che, in qualità di presidente esecutivo, è a capo di Gaesa: conglomerato di imprese in mano ai militari cubani, che è sotto sanzioni statunitensi.
La tensione è significativamente aumentata dopo che i negoziati tra Usa e Cuba sono finiti in stallo. Washington ha offerto aiuti umanitari e sostegno infrastrutturale a patto che il regime castrista allenti la repressione, liberi i prigionieri politici ed entri de facto nell’orbita geopolitica statunitense. Per convincere L’Avana ad accettare, la scorsa settimana si era recato sull’isola anche il direttore della Cia, John Ratcliffe, incontrando vari alti funzionari cubani. Ciononostante il processo diplomatico non si è realmente sbloccato: un fattore che ha irritato notevolmente la Casa Bianca. Mosca e Pechino, dal canto loro, hanno espresso solidarietà nei confronti del regime castrista. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni, non sembra che stiano offrendo chissà quale sostegno concreto all’Avana contro Washington, replicando un po’ un copione già visto ai tempi della cattura di Nicolás Maduro lo scorso gennaio.
Del resto, la strategia cubana di Trump si inserisce nella sua riedizione della Dottrina Monroe, volta a estromettere il più possibile Cina, Russia e Iran dall’Emisfero occidentale. Il presidente americano è, in un certo senso, invogliato ad agire proprio in considerazione del mancato sostegno concreto arrivato al regime di Maduro da Mosca e Pechino l’anno scorso. Ma attenzione: non c’è solo il tema geopolitico. La pressione su Cuba è finalizzata anche a mantenere il sostegno dell’elettorato anticastrista, di cui è ricco uno Stato cruciale come la Florida. Quella Florida di cui Rubio è stato senatore dal 2011 al 2025. Del resto, la questione non riguarda solo le Midterm di novembre. Non è infatti un mistero che Rubio sia considerato, insieme a JD Vance, uno dei possibili candidati alla nomination presidenziale repubblicana del 2028.
D’altronde, se il vicepresidente americano sta cercando di rafforzarsi nella gestione del processo diplomatico iraniano, il segretario di Stato si mantiene proattivo su due fronti: la promozione della Dottrina Monroe e la cura del dossier europeo. «Le opinioni del presidente, la delusione nei confronti di alcuni dei nostri alleati della Nato e della loro reazione alle nostre operazioni in Medio Oriente sono ben documentate», ha detto ieri, durante il vertice dei ministri degli Esteri della Nato a Helsingborg. Ha poi specificato che tali questioni dovranno essere «affrontate» nel corso del summit dell’Alleanza atlantica che si terrà a luglio ad Ankara. «È ovvio che gli Stati Uniti continuano ad avere impegni globali che devono onorare in termini di dispiegamento delle forze armate. E questo ci impone costantemente di riesaminare dove schieriamo le truppe», ha anche detto. Non dimentichiamo che, dopo aver annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania, Trump ha comunicato l’invio di altrettanti militari in Polonia, legando esplicitamente la decisione al suo stretto rapporto con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Questo testimonia la relazione articolata che vige tra il presidente americano e gli alleati della Nato. In tal senso, Trump si appoggia a Rubio perché si tratta della figura più focalizzata, all’interno della sua amministrazione, a mantenere in piedi le relazioni transatlantiche.
Insomma, il segretario di Stato (che in quanto consigliere per la sicurezza nazionale ad interim della Casa Bianca lavora a stretto contatto col presidente) sta gestendo due dossier - quello caraibico e quello europeo - di primo piano, tenendosi invece meno esposto rispetto alla spinosa questione iraniana, su cui lavora maggiormente Vance. È quindi chiaro come le principali partite geopolitiche che Washington si sta trovando ad affrontare vadano a intersecarsi con la campagna elettorale (ancora embrionale) del 2028.
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