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2023-06-20
Antonio Ligabue: al Castello di Conversano in mostra la sua arte folle e geniale
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Antonio Ligabue, Buoi con carro e botte, s.d. (1953-54) .Olio su tavola di faesite. Collezione privata
Un’infanzia difficile, segnata da malattie, fame e miseria, e un talento innato per il disegno. Una parabola di vita e arte che ha inizio a Zurigo, suo luogo di nascita, nel 1899 e che termina a Gualtieri, piccolo borgo della bassa reggiana, nel1965. Questi, in sintesi, l’Alfa e l’Omega dell’esistenza di Antonio Ligabue ( nato Antonio Costa e poi Laccabue, il cognome del padre adottivo), il più naïf dei pittori italiani. Anzi. Il pittore naïf per antonomasia.
Visionario e autodidatta, affetto sin dall’adolescenza da gravi problemi psichiatrici (che gli costarono l’espulsione dalla Svizzera e una serie di ricoveri in strutture per malati di mente), quella di Ligabue è stata una vita ai margini, vissuta fra l’incomprensione dei suoi contemporanei e lo scherno degli abitanti di Gualtieri, che lo chiamavano «el Matt» e, in fondo, temevano quell’uomo brutto e sgraziato, iracondo e autolesionista. Sempre più solo, sempre più alienato. Da questo mondo che lo rifiutava, Ligabue fuggiva rifugiandosi nell’arte, in quella sua arte primitiva e colorata, tormentata e amara, a tratti violenta, espressione del suo profondo disagio esistenziale e riscatto di una vita sfortunata e difficile.
Belve feroci, se stesso (Ligabue, nell’arco di quasi quarant’anni, ha realizzato oltre 123 autoritratti), gli animali domestici e i paesaggi campestri i suoi soggetti preferiti, visti e rappresentati in modo « elementare», con gli occhi stupiti e ingenui di un bambino imprigionato in un corpo da adulto. Un bambino cresciuto affamato e senza amore, malnutrito e rachitico, con una vena mai sopita di pazzia, che non amava , contraccambiato, gli uomini e amava tanto gli animali. Gli uomini impararono ad amarlo – lui e la sua arte - dopo, post-mortem, quando oramai era troppo tardi e la sua esistenza era trascorsa da miserabile, con una brevissima parentesi di notorietà (grazie a Renato Marino Mazzacurati, importante artista della Scuola Romana, che ne riconobbe il talento e gli organizzò alcune piccole mostre) e tanto, troppo buio.
Questa storia umana e artistica, straordinaria e unica, che negli anni ha appassionato migliaia di persone, tanto da essere diventata protagonista di film e sceneggiati televisivi (memorabile lo sceneggiato RAI del 1977 con Flavio Bucci, così come il recente film Volevo nascondermi con la magistrale interpretazione di Elio Germano), è al centro della grande mostra di Conversano, curata da Francesco Negri e Francesca Villanti.
La Mostra
Suddiviso cronologicamente, il percorso espositivo ripercorre le diverse tappe dell’opera di Ligabue, dal
primo periodo (1927-1939) - quando i colori sono ancora molto tenui e diluiti e le rappresentazioni di animali feroci non eccessivamente aggressive – al terzo (1952-1962), la sua fase più feconda, quella in cui il segno diventa vigoroso e netto e la produzione di autoritratti, diversificati a seconda degli stati d’animo, è prolissa. In mezzo, gli anni che vanno dal 1939 al 1952, il periodo in cui i toni cromatici diventano più caldi e la materia pittorica acquisisce spessore e maggior realismo.
Un’ esposizione ottimamente allestita, di grande impatto visivo ed emotivo, che oltre alle opere pittoriche (tutte provenienti da collezioni private) offre allo sguardo del visitatore una ricca collezione di foto in bianco e nero - quasi tutte risalenti agli anni ’50 -, documenti sulla vita dell’artista e la proiezione di un documentario di Raffaele Andreassi datato 1961.
Fra i capolavori esposti, da segnalare Carrozza con cavalli e paesaggio svizzero (1956-1957), Autoritratto con sciarpa rossa (1952- 1962) e Ritratto di Marino (1939- 1952), accanto a potenti sculture in bronzo, come Gufo con preda (1957-1958). Da non perdere, la sezione dedicata alla produzione grafica con disegni e incisioni - con lavori come Iena (1952-1962) e Cavallo con asino (1952-1962) - e quella interamente dedicata all’incredibile vita di quest’uomo dagli occhi penetranti, le labbra carnose, le grandi orecchie a sventola, il naso adunco e il gozzo, nato emarginato e diventato icona.
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Sono le ampie sale del Castello Aragonese di Conversano, a pochi chilometri da Bari, a ospitare la prima grande mostra di Antonio Ligabue in terra pugliese. Fra autoritratti e paesaggi, bestie feroci e animali da cortile, esposte sino all’8 ottobre 2023 ben 60 opere di un genio pittorico folle e sensibile, fra gli artisti più straordinari, originali e commoventi del Novecento.Un’infanzia difficile, segnata da malattie, fame e miseria, e un talento innato per il disegno. Una parabola di vita e arte che ha inizio a Zurigo, suo luogo di nascita, nel 1899 e che termina a Gualtieri, piccolo borgo della bassa reggiana, nel1965. Questi, in sintesi, l’Alfa e l’Omega dell’esistenza di Antonio Ligabue ( nato Antonio Costa e poi Laccabue, il cognome del padre adottivo), il più naïf dei pittori italiani. Anzi. Il pittore naïf per antonomasia.Visionario e autodidatta, affetto sin dall’adolescenza da gravi problemi psichiatrici (che gli costarono l’espulsione dalla Svizzera e una serie di ricoveri in strutture per malati di mente), quella di Ligabue è stata una vita ai margini, vissuta fra l’incomprensione dei suoi contemporanei e lo scherno degli abitanti di Gualtieri, che lo chiamavano «el Matt» e, in fondo, temevano quell’uomo brutto e sgraziato, iracondo e autolesionista. Sempre più solo, sempre più alienato. Da questo mondo che lo rifiutava, Ligabue fuggiva rifugiandosi nell’arte, in quella sua arte primitiva e colorata, tormentata e amara, a tratti violenta, espressione del suo profondo disagio esistenziale e riscatto di una vita sfortunata e difficile. Belve feroci, se stesso (Ligabue, nell’arco di quasi quarant’anni, ha realizzato oltre 123 autoritratti), gli animali domestici e i paesaggi campestri i suoi soggetti preferiti, visti e rappresentati in modo « elementare», con gli occhi stupiti e ingenui di un bambino imprigionato in un corpo da adulto. Un bambino cresciuto affamato e senza amore, malnutrito e rachitico, con una vena mai sopita di pazzia, che non amava , contraccambiato, gli uomini e amava tanto gli animali. Gli uomini impararono ad amarlo – lui e la sua arte - dopo, post-mortem, quando oramai era troppo tardi e la sua esistenza era trascorsa da miserabile, con una brevissima parentesi di notorietà (grazie a Renato Marino Mazzacurati, importante artista della Scuola Romana, che ne riconobbe il talento e gli organizzò alcune piccole mostre) e tanto, troppo buio.Questa storia umana e artistica, straordinaria e unica, che negli anni ha appassionato migliaia di persone, tanto da essere diventata protagonista di film e sceneggiati televisivi (memorabile lo sceneggiato RAI del 1977 con Flavio Bucci, così come il recente film Volevo nascondermi con la magistrale interpretazione di Elio Germano), è al centro della grande mostra di Conversano, curata da Francesco Negri e Francesca Villanti. La MostraSuddiviso cronologicamente, il percorso espositivo ripercorre le diverse tappe dell’opera di Ligabue, dalprimo periodo (1927-1939) - quando i colori sono ancora molto tenui e diluiti e le rappresentazioni di animali feroci non eccessivamente aggressive – al terzo (1952-1962), la sua fase più feconda, quella in cui il segno diventa vigoroso e netto e la produzione di autoritratti, diversificati a seconda degli stati d’animo, è prolissa. In mezzo, gli anni che vanno dal 1939 al 1952, il periodo in cui i toni cromatici diventano più caldi e la materia pittorica acquisisce spessore e maggior realismo.Un’ esposizione ottimamente allestita, di grande impatto visivo ed emotivo, che oltre alle opere pittoriche (tutte provenienti da collezioni private) offre allo sguardo del visitatore una ricca collezione di foto in bianco e nero - quasi tutte risalenti agli anni ’50 -, documenti sulla vita dell’artista e la proiezione di un documentario di Raffaele Andreassi datato 1961. Fra i capolavori esposti, da segnalare Carrozza con cavalli e paesaggio svizzero (1956-1957), Autoritratto con sciarpa rossa (1952- 1962) e Ritratto di Marino (1939- 1952), accanto a potenti sculture in bronzo, come Gufo con preda (1957-1958). Da non perdere, la sezione dedicata alla produzione grafica con disegni e incisioni - con lavori come Iena (1952-1962) e Cavallo con asino (1952-1962) - e quella interamente dedicata all’incredibile vita di quest’uomo dagli occhi penetranti, le labbra carnose, le grandi orecchie a sventola, il naso adunco e il gozzo, nato emarginato e diventato icona.
Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara
Ansa
Trattasi dell’evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorità. Cosa di cui, però, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. Maurizio Gaigher, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe «impedire» la manifestazione. A suo dire, essa «non costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [...] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di società vogliamo legittimare e qui la politica non può nascondersi».
Gaigher rivolge dunque «un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l’ambiguità: unitevi all’appello delle forze democratiche della città, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perché i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non è una questione ideologica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Come al solito è tutto straordinario: in nome della libertà e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un’altra esponente del Pd, Mery De Martino. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una «teoria razzista e disumana. La buona notizia è che questa roba può fare un po’ di rumore ma a Bologna non passa davvero». Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio «non diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la città sarà impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell’Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza». Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l’immigrazione di massa per non togliere visibilità alla festa dell’Europa prevista per lo stesso giorno.
Decisamente più minaccioso è il tono utilizzato da Giacomo Tarsitano della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. «Iniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti», dice, «non possono essere ben accette in questa città, perché sono offensive non solo verso le comunità di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa città ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane». Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto è concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate.
Il problema è che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti. La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata, cioè tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se così fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle più svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perché allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?
«Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sarà portata in Parlamento nei prossimi giorni», dice Stefano Colato del comitato remigrazione. «Abbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani. Poi però abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un’altra piazza perché quella è troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po’ stupiti dalle modalità di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare».
Secondo Colato, «anche le motivazioni di questo presunto spostamento ci sono sembrate risibili: la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidarietà al popolo palestinese. Un’altra perplessità», continua Colato, «è sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c’è ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili: ci vogliono vietare il centro cittadino in virtù di un allarme che non c’è?».
Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi «simpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato, poi vedremo in questi giorni se saremo contattati».
Spostamento o meno, a emergere con chiarezza è la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora più dell’immigrazione, è la sinistra.
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