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2023-04-04
New York, cinquant'anni fa l'inaugurazione delle Torri Gemelle
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Le Twin Towers durante le fasi finali della costruzione (Getty Images)
Il World Trade Center di Manhattan, New York, nacque da un’idea di pace alla vigilia della guerra. Nel 1939 la New York World Fair, l’ente fieristico della grande mela, allestì un’edizione dedicata al commercio mondiale chiamata World Trade, dal titolo esplicitamente rivolto al mondo da parte di una nazione che aveva vissuto anni di isolazionismo dopo la Grande Depressione: “World peace through trade” (la pace mondiale attraverso il commercio). Fu la guerra a cancellare i piani dell’ente newyorchese fino agli anni ’50, quando in seguito alla modernizzazione delle strutture portuali il nipote del fondatore della World’s Fair, David Rockefeller, riprenderà l’idea di un grande centro per il commercio internazionale da realizzare nella zona del vecchio Fulton Fish Market, sotto la gestione della New York Port Authority. La costruzione del Lincoln Tunnel nel 1960 diede l’impulso decisivo allo sviluppo dell’area, così come lo sviluppo della rete ferroviaria proveniente dal New Jersey. Entrambe le infrastrutture convogliavano nell’area destinata alle fondamenta delle Twin Towers e la location definitiva fu spostata leggermente a ovest in una zona di piccoli negozi di materiale elettrico ed elettronico nota come Radio Row, che dopo una dura battaglia legale fu espropriata per fare spazio al progetto del World Trade Center. Il progetto delle torri aveva l’obiettivo primario di superare il record stabilito nel 1931 dall’Empire State Building e realizzare gli edifici più alti del mondo. Il progetto fu affidato all’architetto giapponese Minoru Yamasaki, che studiò assieme al team di ingegneri una struttura innovativa rispetto ai grattacieli fino ad allora costruiti. Al posto della tradizionale gabbia esterna portante in acciaio e cemento armato, Yamasaki pensò ad una struttura tubolare centrale interna alle due torri retta da contrafforti e colonne in acciaio, mentre le pareti esterne consistevano di una struttura a traliccio anch’ essa in acciaio. Questa particolare struttura avrebbe dovuto reggere a sollecitazioni estreme e la motivazione era che a New York si era verificato un grave incidente che coinvolse un aereo e un grattacielo. Il precedente era avvenuto il 28 luglio 1945 quando un bombardiere B-25 Mitchell dell’Usaaf aveva colpito accidentalmente proprio uno dei simboli della città, l’Empire State Building. Nell’ottica di evitare il crollo in caso di incidente (mai allora si era pensato ad un attacco terroristico) furono condotti test di resistenza in caso di impatto con i più grandi jet di linea, evento che non avrebbe dovuto causare il collasso delle torri.
I lavori per la costruzione delle due Torri Gemelle iniziarono nel febbraio del 1967 con gli impressionanti scavi per le fondamenta, profonde 21 metri e larghe come due isolati. La grande vasca ottenuta fu sigillata con un cemento speciale idrorepellente per evitare le infiltrazioni d’acqua dal vicino Hudson River. Con i materiali di risulta dello sbancamento fu realizzato il vicino Battery Park City, quartiere di lusso nei pressi del World Trade Center. Per realizzare le strutture delle torri, furono impiegati macchinari particolari importati dall’Australia, battezzate i «canguri». Si trattava di particolari gru in grado di seguire la rapida salita in altezza dei due grattacieli, che crescevano a ritmi elevatissimi. La prima torre ad essere completata fu quella Nord, la cui sommità fu raggiunta dagli addetti il 23 dicembre 1970. Il grattacielo, di 110 piani, svettava a 416 metri dal suolo ed era l’edificio più alto del mondo. La seconda torre, quella Sud, fu completata in altezza il 19 luglio 1971. La costruzione dei grattacieli più alti del mondo costò molto in termini di vite umane, poiché per una serie di gravi incidenti persero la vita ben 60 lavoratori.
Il 4 aprile 1973, completata la piazza sottostante le torri il fratello di David Rockefeller, Nelson, tagliò il nastro che inaugurò quello che fu definito un grande sogno. Il primato di altezza delle Twin Towers non durò a lungo, in quanto la torre Sears di Chicago esattamente un mese dopo, il 4 maggio 1973, raggiunse alla fine della fase costruttiva i 442 metri di altezza. Nonostante il sorpasso le Twin Towers non persero in termini di fama, diventando presto uno dei simboli universali degli Stati Uniti. Quasi 500 aziende popolarono gli interni delle due torri, che fecero da sfondo a innumerevoli film, telefilm, spot pubblicitari. Furono sulle cronache mondiali quando furono oggetto di un record, quello del funambolo francese Philippe Petit che dopo essersi introdotto illegalmente nel World Trade Center vestito da tecnico percorse in bilico su un cavo d’acciaio la distanza di 42 metri che separava i tetti dei due grattacieli. Tre anni dopo, nel 1977, George Willig lasciò i newyorchesi con il naso all’insù quando si arrampicò fino al tetto della torre Sud usando semplicemente braccia e gambe come i freeclimbers. Negli anni Ottanta le Twin Towers vissero la loro età dell’oro, con l’apertura di spazi al pubblico e un grande ristorante panoramico. Le entrate aumentarono, così come le tariffe degli affitti che resero i due grattacieli una location super esclusiva.
La fama crescente, tuttavia, rese le torri obiettivo dei terroristi. Il 26 febbraio 1993 una bomba piazzata da un gruppo di estremisti islamici esplose nei garage sotterranei della torre Nord causando 6 vittime, oltre 1.000 feriti e gravi danni alla struttura e agli impianti. Nonostante l’aumento della sicurezza che costò alla New York Port Authority circa 700 milioni di dollari, nessuno poté nulla quando l’attacco venne dal cielo l’11 settembre 2001. La vita del World Trade Center finì con una delle più grandi tragedie dell’intera storia mondiale quando entrambe le Twin Towers furono colpite dai jet di linea pilotati dai terroristi. Nonostante gli sforzi per garantire la tenuta delle strutture in fase di progettazione, la violenza dell’impatto non lasciò scampo ai due gioielli in riva all’Hudson. La torre Sud fu la prima a collassare appena 56 minuti dopo lo schianto, alle 09:59 del mattino. Alle 10:28 fu seguita dalla sua gemella, la torre Nord, che scomparve per sempre dallo skyline di Manhattan inghiottendo con sé quasi tremila vite umane lasciando spazio alla desolazione delle macerie di ground zero, mentre le fiamme continuarono a bruciare per oltre tre mesi dal giorno dell’attentato.
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Il 4 aprile 1973 i due grattacieli del World Trade Center furono aperti ufficialmente. Divennero un simbolo universale degli Stati Uniti prima di entrare nel mirino del terrorismo islamico per la prima volta nel 1993. Scomparvero per sempre negli attacchi dell'11 settembre 2001.Il World Trade Center di Manhattan, New York, nacque da un’idea di pace alla vigilia della guerra. Nel 1939 la New York World Fair, l’ente fieristico della grande mela, allestì un’edizione dedicata al commercio mondiale chiamata World Trade, dal titolo esplicitamente rivolto al mondo da parte di una nazione che aveva vissuto anni di isolazionismo dopo la Grande Depressione: “World peace through trade” (la pace mondiale attraverso il commercio). Fu la guerra a cancellare i piani dell’ente newyorchese fino agli anni ’50, quando in seguito alla modernizzazione delle strutture portuali il nipote del fondatore della World’s Fair, David Rockefeller, riprenderà l’idea di un grande centro per il commercio internazionale da realizzare nella zona del vecchio Fulton Fish Market, sotto la gestione della New York Port Authority. La costruzione del Lincoln Tunnel nel 1960 diede l’impulso decisivo allo sviluppo dell’area, così come lo sviluppo della rete ferroviaria proveniente dal New Jersey. Entrambe le infrastrutture convogliavano nell’area destinata alle fondamenta delle Twin Towers e la location definitiva fu spostata leggermente a ovest in una zona di piccoli negozi di materiale elettrico ed elettronico nota come Radio Row, che dopo una dura battaglia legale fu espropriata per fare spazio al progetto del World Trade Center. Il progetto delle torri aveva l’obiettivo primario di superare il record stabilito nel 1931 dall’Empire State Building e realizzare gli edifici più alti del mondo. Il progetto fu affidato all’architetto giapponese Minoru Yamasaki, che studiò assieme al team di ingegneri una struttura innovativa rispetto ai grattacieli fino ad allora costruiti. Al posto della tradizionale gabbia esterna portante in acciaio e cemento armato, Yamasaki pensò ad una struttura tubolare centrale interna alle due torri retta da contrafforti e colonne in acciaio, mentre le pareti esterne consistevano di una struttura a traliccio anch’ essa in acciaio. Questa particolare struttura avrebbe dovuto reggere a sollecitazioni estreme e la motivazione era che a New York si era verificato un grave incidente che coinvolse un aereo e un grattacielo. Il precedente era avvenuto il 28 luglio 1945 quando un bombardiere B-25 Mitchell dell’Usaaf aveva colpito accidentalmente proprio uno dei simboli della città, l’Empire State Building. Nell’ottica di evitare il crollo in caso di incidente (mai allora si era pensato ad un attacco terroristico) furono condotti test di resistenza in caso di impatto con i più grandi jet di linea, evento che non avrebbe dovuto causare il collasso delle torri.I lavori per la costruzione delle due Torri Gemelle iniziarono nel febbraio del 1967 con gli impressionanti scavi per le fondamenta, profonde 21 metri e larghe come due isolati. La grande vasca ottenuta fu sigillata con un cemento speciale idrorepellente per evitare le infiltrazioni d’acqua dal vicino Hudson River. Con i materiali di risulta dello sbancamento fu realizzato il vicino Battery Park City, quartiere di lusso nei pressi del World Trade Center. Per realizzare le strutture delle torri, furono impiegati macchinari particolari importati dall’Australia, battezzate i «canguri». Si trattava di particolari gru in grado di seguire la rapida salita in altezza dei due grattacieli, che crescevano a ritmi elevatissimi. La prima torre ad essere completata fu quella Nord, la cui sommità fu raggiunta dagli addetti il 23 dicembre 1970. Il grattacielo, di 110 piani, svettava a 416 metri dal suolo ed era l’edificio più alto del mondo. La seconda torre, quella Sud, fu completata in altezza il 19 luglio 1971. La costruzione dei grattacieli più alti del mondo costò molto in termini di vite umane, poiché per una serie di gravi incidenti persero la vita ben 60 lavoratori. Il 4 aprile 1973, completata la piazza sottostante le torri il fratello di David Rockefeller, Nelson, tagliò il nastro che inaugurò quello che fu definito un grande sogno. Il primato di altezza delle Twin Towers non durò a lungo, in quanto la torre Sears di Chicago esattamente un mese dopo, il 4 maggio 1973, raggiunse alla fine della fase costruttiva i 442 metri di altezza. Nonostante il sorpasso le Twin Towers non persero in termini di fama, diventando presto uno dei simboli universali degli Stati Uniti. Quasi 500 aziende popolarono gli interni delle due torri, che fecero da sfondo a innumerevoli film, telefilm, spot pubblicitari. Furono sulle cronache mondiali quando furono oggetto di un record, quello del funambolo francese Philippe Petit che dopo essersi introdotto illegalmente nel World Trade Center vestito da tecnico percorse in bilico su un cavo d’acciaio la distanza di 42 metri che separava i tetti dei due grattacieli. Tre anni dopo, nel 1977, George Willig lasciò i newyorchesi con il naso all’insù quando si arrampicò fino al tetto della torre Sud usando semplicemente braccia e gambe come i freeclimbers. Negli anni Ottanta le Twin Towers vissero la loro età dell’oro, con l’apertura di spazi al pubblico e un grande ristorante panoramico. Le entrate aumentarono, così come le tariffe degli affitti che resero i due grattacieli una location super esclusiva. La fama crescente, tuttavia, rese le torri obiettivo dei terroristi. Il 26 febbraio 1993 una bomba piazzata da un gruppo di estremisti islamici esplose nei garage sotterranei della torre Nord causando 6 vittime, oltre 1.000 feriti e gravi danni alla struttura e agli impianti. Nonostante l’aumento della sicurezza che costò alla New York Port Authority circa 700 milioni di dollari, nessuno poté nulla quando l’attacco venne dal cielo l’11 settembre 2001. La vita del World Trade Center finì con una delle più grandi tragedie dell’intera storia mondiale quando entrambe le Twin Towers furono colpite dai jet di linea pilotati dai terroristi. Nonostante gli sforzi per garantire la tenuta delle strutture in fase di progettazione, la violenza dell’impatto non lasciò scampo ai due gioielli in riva all’Hudson. La torre Sud fu la prima a collassare appena 56 minuti dopo lo schianto, alle 09:59 del mattino. Alle 10:28 fu seguita dalla sua gemella, la torre Nord, che scomparve per sempre dallo skyline di Manhattan inghiottendo con sé quasi tremila vite umane lasciando spazio alla desolazione delle macerie di ground zero, mentre le fiamme continuarono a bruciare per oltre tre mesi dal giorno dell’attentato.
«Wonder Man» (Disney+)
La nuova serie, su Disney+ da mercoledì 28 gennaio, segue Simon Williams, supereroe con identità segreta, alle prese con una carriera da attore e la sorveglianza del Dipartimento per il controllo dei danni. Tra quotidiano e straordinario, lo show intrattiene senza promettere rivoluzioni.
L'idea è ormai sedimentata. I supereroi, la cui narrazione un tempo era appannaggio di pochi e magnifici film, sarebbero stati sfruttati dalla serialità televisiva. Un do ut des, perché la domanda non rimanesse mai senza risposta e perché anche i personaggi minori degli universi fumettistici potessero trovare un loro spazio. Ci sarebbe stata reciprocità, uno scambio consensuale fra il pubblico e la parte creativa. E così, in questi ultimi anni, è stato. Così continuerà ad essere.
Wonder Man, su Disney+ da mercoledì 28 gennaio, sembra portare avanti quel che è iniziato diverse stagioni fa, l'idea ormai sedimentata. Al centro, dunque, non ha alcun personaggio noto. Non ai più. Protagonista dello show è Simon Williams, un ragazzo all'apparenza ordinario, impegnato a intraprendere una carriera da attore. Parrebbe desiderare quello che tanti, come lui, desiderano: un posto nel mondo patinato dello spettacolo, sotto i riflettori, dove il lavoro si possa mescolare al gioco e il gioco al divertimento. Per farlo, parrebbe anche disposto a tutto. Ivi compreso nascondere quel che più lo renderebbe straordinario, i suoi super poteri. Simon Williams, di cui è stato raccontato (ad oggi) solo all'interno dei fumetti, non è un uomo qualunque, ma un supereroe. Un supereroe che il Dipartimento per il Controllo dei Danni, guidato dall'agente P. Cleary, considera alla stregua di una minaccia. Troppo spesso i supereroi si sono ritagliati ruoli che, all'interno della società, non avrebbero dovuto ricoprire. Troppo spesso i media sono andati loro dietro, accecati da quell'abbaglio che il Dipartimento vuole denunciare come tale.Williams abbozza, concentrando ogni energia su di sé, l'occultamento dei poteri e la carriera da attore. Una carriera che potrebbe prendere il volo, qualora il ragazzo riuscisse ad aggiudicarsi la parte del protagonista in un remake d'autore.Wonder Man si muove così, su un binario duplice, sfruttando l'alterità tra identità segreta e identità pubblica. C'è l'uomo, quello semplice e comune, con i drammi e le difficoltà, le gioie e l'evolversi di un quotidiano che in nulla differisce da quello di chi guardi. E c'è il supereroe, messo alle strette da un'istituzione ambigua, che vorrebbe controllarne il potenziale. Non è irrinunciabile e non promette di inaugurare un nuovo filone, una nuova epopea. Però, intrattiene, con quel po' di genuina magia che i supereroi sanno portarsi appresso.
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Secondo il Rapporto Censis-United, quasi metà dei laureati non avrebbe completato gli studi senza la formazione digitale. La flessibilità, l’autonomia nello studio e la possibilità di conciliare lavoro e università spingono sempre più adulti verso le università telematiche.
In Italia, quasi metà dei laureati delle università telematiche ammette che senza la didattica digitale non avrebbe mai conseguito il titolo: il 45,1% non ce l’avrebbe fatta, mentre un ulteriore 39,4% avrebbe impiegato molto più tempo. È il primo dato che emerge dal Rapporto Censis-United sulla formazione digitale, basato su quasi 4.000 laureati delle sette università telematiche associate United nel periodo 2020-2024.
Il quadro che ne viene fuori racconta di un sistema che non sostituisce gli atenei tradizionali, ma li integra. La principale motivazione degli studenti è la flessibilità: il 73,7% ha scelto l’università telematica per conciliare studio e lavoro, e oltre la metà apprezza la gestione autonoma dei tempi di vita. Anche le agevolazioni economiche giocano un ruolo importante: tra chi ne ha usufruito, l’80,6% le considera determinanti nella scelta del percorso.
Il profilo del laureato digitale è chiaro. Più della metà ha completato una laurea triennale, il 53,7% è donna e quasi il 40% ha 46 anni o più. La maggior parte degli iscritti era già occupata al momento dell’iscrizione (75,3%), e quasi la metà proviene da percorsi tecnici o professionali. Significativa anche la presenza territoriale: il 51,2% dei partecipanti risiede nel Mezzogiorno.
L’esperienza di studio è giudicata complessivamente positiva: il 93,4% dei laureati dichiara di essere soddisfatto del percorso intrapreso. Gli aspetti più apprezzati sono la possibilità di conciliare impegni personali e professionali (82,5%) e l’autonomia nello studio (47,7%). Anche l’uso delle tecnologie è valutato positivamente: oltre il 96% ritiene intuitivi i materiali e le piattaforme online, e il 78,4% segnala come vantaggio l’adozione di strumenti avanzati come intelligenza artificiale, metaverso e laboratori virtuali.
Il Rapporto evidenzia inoltre un effetto concreto sul fronte occupazionale. Tra i laureati che hanno trovato o cambiato lavoro entro un anno, il 79,1% ritiene la laurea utile per ottenere un impiego, soprattutto grazie alle competenze acquisite.
In sintesi, la didattica digitale emerge come uno strumento strategico per ampliare l’accesso all’università, ridurre i divari formativi e rafforzare il capitale umano del Paese, confermandosi più di una semplice alternativa: una risposta strutturale alle esigenze di flessibilità e personalizzazione sempre più richieste dagli studenti.
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Il settore italiano degli imballaggi vale 51,3 miliardi e impiega 12.000 addetti. Alla luce del nuovo regolamento europeo PPWR che punta a ridurre del 15% entro il 2040 i rifiuti da imballaggio, la filiera chiede strumenti stabili e un tavolo con governo e Parlamento per innovare senza penalizzare competitività e lavoro.
L’Italia dell’imballaggio è un settore solido e innovativo, un pezzo importante del Made in Italy che vale complessivamente 51,3 miliardi di euro, tra produttori di materiali e costruttori di macchine per confezionamento, stampa e converting. Con oltre 17 milioni di tonnellate di produzione nel 2024, pari all’1,7% del Pil, la filiera registra una crescita costante e prevede incrementi stabili anche nei prossimi anni.
Ma mentre i numeri confermano la salute del comparto, la sfida principale resta la transizione verso la sostenibilità. Il nuovo regolamento europeo Packaging and Packaging Waste Regulation (PPWR) punta a ridurre del 15% entro il 2040 i rifiuti da imballaggio, spingendo il settore a trovare un equilibrio tra crescita della domanda e riduzione dell’impatto ambientale.
Proprio su questo tema si è concentrato l’incontro Filiera a confronto: l’Italia dell’imballaggio verso la nuova normativa europea, organizzato al Senato dal senatore Gianluca Cantalamessa con il supporto di Giflex, l’associazione dei produttori di imballaggi flessibili. L’iniziativa ha messo sul tavolo dati, prospettive e richieste del settore, alla luce della nuova regolamentazione europea. «Oggi servono strumenti stabili e applicabili per chi produce, per chi utilizza, per chi recupera e per chi ricicla gli imballaggi. Le imprese non possono lavorare nell’incertezza: devono programmare, investire, innovare», ha dichiarato Alberto Palaveri, presidente di Giflex. «Siamo qui per rafforzare e difendere nel nuovo contesto europeo la leadership della nostra filiera». Il messaggio chiave è chiaro: servono regole praticabili, supportate da investimenti mirati che permettano alle imprese di trasformare gli obiettivi normativi in risultati concreti. La filiera chiede anche di potenziare i sistemi di raccolta e riciclo, compreso il riciclo chimico, e di accompagnare la transizione verso imballaggi innovativi con strumenti capaci di compensare i costi e proteggere la competitività del settore.
Un ruolo centrale è giocato dall’imballaggio flessibile, leggero ed efficiente: pesa in media solo il 2-3% del prodotto contenuto, richiede meno materie prime e genera basse emissioni di CO2, contribuendo così agli obiettivi europei. Il comparto europeo ha registrato nel 2024 un fatturato di 18,8 miliardi di euro e le previsioni per il 2029 stimano una crescita significativa, sia a livello mondiale sia in Europa. In Italia, il flessibile impiega circa 12.000 addetti, produce circa 400.000 tonnellate e fattura oltre 4,3 miliardi di euro. «Il Made in Italy dell’imballaggio è un modello industriale di eccellenza, competitivo e sostenibile», ha sottolineato il senatore Cantalamessa. «L’Europa deve riconoscere chi è avanti, non penalizzarlo con burocrazia e norme rigide uguali per tutti. La riduzione dei rifiuti si ottiene con filiera, dialogo e flessibilità normativa, non con regolazioni ideologiche».
Per affrontare queste sfide, Giflex ha annunciato la volontà di promuovere un tavolo di lavoro di filiera con governo e Parlamento, finalizzato a costruire soluzioni condivise per ridurre l’impatto ambientale degli imballaggi senza compromettere innovazione, crescita e competitività.
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