Cognome e nome: Grasso Aldo. Critico televisivo del Corriere della Sera, autore di Cara Televisione - Una storia d’amore e altri sentimenti (Raffaello Cortina Editore, 2026), un mix di passioni e di ripulse shakerato in 36 anni di onorata carriera.
E dove è andato a promuoverlo?
Ma in tv, ovvio.
Proprio come uno di quei personaggetti (quorum ego, ai tempi in cui vivevo ingabbiato nel piccolo schermo da mane a sera) di cui scrive peste e corna, nel momento in cui si fanno piazzisti di sé stessi in video.
Si è quindi appalesato da Fabio Fazio il 9 marzo.
Poi, il 9 aprile, da Geppi Cucciari, una forzata della battuta spiritosa a tutti i costi, diventata un’eroina dei ceti medi riflessivi da quando al premio Strega ha infiocinato come un tordo l’allora ministro Gennaro Sangiuliano.
Nulla di male, ci mancherebbe.
Marketing is marketing.
Però la sensazione è stata comunque di straniamento.
Come ritrovare un critico gastronomico attovagliato in uno dei ristoranti che deve giudicare, ospite dello chef.
Fabiolo nel volumetto non è mai citato.
La Cucciara invece sì, una volta, conduttrice «brava e intelligente».
Una rasoiata in piena regola, nevvero?
Già in passato si era scagliato contro Maria Giuseppina e il suo manufatto tv.
Leggere per credere il suo attacco del 29 marzo 2024: «Lunga vita a Splendida cornice, Rai 3, un programma che sa affrontare problemi seri con leggerezza, che diverte sapendo suscitare curiosità e stimolare lo spettatore».
Valutazione al vetriolo bissata il 17 ottobre 2025: «Quanta roba! Quanti ospiti! Quanto tutto! Finalmente sono tornate Geppi Cucciari e la sua Splendida Cornice. Di aggettivi per descrivere la brillantezza con cui Geppi conduce ne abbiamo già spesi parecchi: brava, intelligente (aridanga, ndr), pronta, spiritosa, ironica».
Due mesi dopo: «Lunga vita (ari-aridanga, ndr) a Splendida cornice, una riserva indiana da difendere», 12 dicembre 2025.
Nota a margine: se il peccatuccio dell’incipit reiterato l’avesse commesso uno che a Grasso risulta pregiudizialmente antipatico, il «mediocre plagiatore» sarebbe stato sistemato per le feste.
Grasso è un cultore del situazionismo.
No, non quello di Guy Debord, intellettuale cult del Sessantotto.
Anche se citarlo fa chic e non impegna.
Come è successo a Grasso il 20 marzo 2001, che nel forum TeleVisioni ha spiegato che «Debord oggi sembra avere molti seguaci in televisione, nella pubblicistica, nelle arti figurative, perfino su Internet. Alcuni protagonisti di spicco della nuova tv, uno su tutti: Antonio Ricci, amano ricondurre alcuni gesti linguistici (?, ndr) che caratterizzano i loro programmi alla lezione di Debord, situazionisti moderni riconoscibili dal conto in banca a nove zeri», forse una stilettata proprio a Ricci, questo riferimento al vile denaro, vai a sapere.
Più banalmente, Grasso appare un situazionista che sa adattarsi alle situazioni contingenti.
14 settembre 2025.
Sul palco del Festival della Comunicazione di Camogli, Grasso - «un amico fedelissimo che da sempre ci accompagna nei momenti più importanti» - intervista Urbano Cairo.
Incidentalmente il suo editore.
Incidentalmente anche editore di La7.
Tv incidentalmente media partner della rassegna medesima.
La prima domanda è stato un inaspettato colpo sotto la cintola: «Il titolo che ho dato al nostro incontro, presidente, “pensare il futuro”, è un furto che io ho fatto a lei, una volta in cui è venuto in università, nel 2015, per parlare di tv e invece fece un discorso motivazionale per cui gli studenti impazzirono, e alla fine concluse: dovete sempre guardare in avanti, perché - affinché il futuro si realizzi - dovete pensare il futuro. Oggi si sentirebbe di fare ancora un’esortazione di questo genere?».
Un vero uppercut alla Mike Tyson.
Intendiamoci: interloquire in pubblico con il proprio datore di lavoro non è sbagliato o disdicevole di per sé, anche se «un giornalista che intervista il proprio editore è sospettabile di scarsa indipendenza» (così mise le mani avanti lo smaliziato Federico Rampini nell’introduzione di Per adesso, Longanesi 1999, suo libro-intervista con Carlo De Benedetti).
Ma si sa: gli interessi in conflitto sono sempre quelli altrui.
Come gli ha ricordato un’inviperita Bianca Berlinguer (nel libro gode di una citazione, «ecco intervenire l’artificio dell’ipocrisia, succede spesso nel suo salotto»).
Giugno 2022.
Il titolo dell’intervento del critico è già tutto un programma: È finita Cartabianca e spero non torni più.
Berlinguer carica - giustamente - a testa bassa, come un muflone sardo: «Ma vi sembra normale che il critico televisivo del gruppo editoriale al quale appartiene la trasmissione mia diretta concorrente, DiMartedì su La7, si auguri la chiusura d’autorità del mio talk?».
Di più: «E dico “d’autorità” dal momento che gli ascolti ci hanno costantemente premiato, ma per Grasso la risposta positiva del pubblico sarebbe un criterio valido solo per le tv commerciali perché i loro bilanci dipendono dagli ascolti, non per il servizio pubblico. Mentre la Rai finanziata in parte dal canone, cioè dai soldi dei cittadini, dovrebbe disinteressarsi del consenso degli ascoltatori».
Non è agli atti alcuna replica dell’interessato.
Che però deve essersela legata al dito nel momento del passaggio di Berlinguer da Rai a Mediaset.
Il 13 settembre 2023, nell’occuparsi del debutto di È sempre Cartabianca su Rete4, intinge tastiera e mouse nel miele: «Siamo ancora a Non è la Rai, la recensione potrebbe essere scritta senza guardare il programma».
Ah, e come mai? «Tanto è sempre il solito circo», una sentenza da bar social, ma pazienza.
Poi passa alle insolenze nei confronti della padrona di casa: «Ha ribadito che è stata affascinata dai segnali di pluralismo di Pier Silvio Berlusconi (“segnali di pluralismo” is the new “conto in banca”). L’idea che mi sono fatto, potrò anche sbagliare, è che Berlinguer abbia vinto alla Lotteria. Ora, stretta fra Mario Giordano e Francesco Borgonovo, può finalmente vergognarsi di aver condiviso un giovanile entusiasmo collettivo», ovvero la red passion di famiglia.
Con Antonio Ricci la ruggine è addirittura atavica (ne so qualcosa anch’io, quando nella seconda metà degli anni Ottanta firmavo inchieste sulla tv per Panorama: avendo preso le parti del patron di Striscia la notizia in una querelle con Grasso, l’Insigne mi ha messo nel suo libro nero, e pazienza).
Giovedì scorso la singolar tenzone si è arricchita di un nuovo capitolo.
Ospite della Cucciara, Grasso si è intestato l’invenzione del Tapiro: «Scrissi di Gerry Scotti: ha un cervello di tapiro. Io mi presi una querela, ma da lì nacque il famoso Tapiro d’oro».
Fake news colossale, l’ha spernacchiato Ricci (testo e video sono in rete).
Primo: il tapiro è la trasposizione dell’idolatrato Vitello d’oro della Bibbia, come messo nero su bianco dallo stesso Ricci in Me Tapiro, Mondadori 2017.
Vero è che Grasso, nel libro Al paese dei Berlusconi (Garzanti, 1993), aveva bersagliato Scotti: «Esami radiologici hanno dimostrato che il soggetto possiede un cervello non comune, con un coefficiente di intelligenza pari a quello di un tapiro».
Solo che il riconoscimento non è mai stato destinato al minus habens di turno, quanto piuttosto a chi ha subito uno smacco.
Tant’è che il Tapiro fu appioppato a Scotti (l’8 aprile 1997, mentre stava registrando La sai l’ultima?) dopo aver perso la causa intentata proprio nei confronti di Grasso, rimettendoci peraltro sette milioni e mezzo di lire dell’epoca.
Mentre il primo in assoluto fu recapitato il 26 novembre 1996 a un pm cui era stata sottratta un’inchiesta, e il cerimoniere non fu Valerio Staffelli ma il Gabibbo.
C’è qualcosa che Aldo Grasso teme? Pare abbia terrore delle «pulci» di Stefano Lorenzetto, occhiuto esaminatore di siti, giornali e giornalisti (ha «pizzicato» pure me). Il 14 novembre 2014 Grasso, nel recensire l’affettuoso ricordo dedicato da Massimiliano Del Papa all’«irriverenza fatta persona», cioè allo storico critico televisivo dell’Espresso: Il rompicoglioni. L’eredità perduta di Sergio Saviane, scolpisce: «Il rompicoglioni rende anche il giusto omaggio, nutrendosene, al magistrale ritratto che Lorenzetto ha tratteggiato dello scrittore veneto nel suo libro Hic Sunt Leones», Marsilio 2013.
Come lo ripaga Lorenzetto?
14 dicembre 2025. Grasso: «Sul palco di Atreju, Federico Mollicone ha detto che “Pier Paolo Pasolini sarebbe onorato di essere accostato a Charlie Kirk”. Insomma, Ppp è stato pigiato nel Pantheon della destra, a 53 anni dalla morte, attraverso una seduta spiritica».
E Lorenzetto: «Si è portato avanti con il lavoro Atreju, oppure Grasso ha previsto il futuro nel corso della medesima seduta spiritica? I 53 anni dalla morte di Pasolini cadranno solo nel 2028», tiè.
«Molti dirigenti della televisione attuale si sono laureati con me» ha svelato Grasso in un’intervista telefonica del 26 settembre 2018 a Myriam Mereu dell’università di Cagliari. Al Franti che è in me è sorto un dubbio: sarà mica questa la vera causa del declino del mezzo?