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2023-10-31
Anche senza Timmermans la Ue resta posseduta dal demone green
Wopke Hoekstra (Getty images)
«Sono qui in Himalaya dove i ghiacciai si stanno sciogliendo a un livello record. Come in Groenlandia, come in Antartide. Il livello del mare sta aumentando. E qui vediamo inondazioni, vediamo frane, vediamo comunità colpite in modo drammatico. Dobbiamo fermare questa follia». L’appello è stato lanciato dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, in un video dall’Himalaya. Dove Guterres ha pensato di ritirarsi per qualche giorno dopo i contrasti con Israele in seguito al suo discorso sulle responsabilità del massacro del 7 ottobre. Intanto, il coordinatore per gli aiuti umanitari dell’Onu Martin Griffiths è atteso a Tel Aviv dopo che il ministero degli Esteri - sollecitato da alcuni Paesi stranieri - gli ha concesso il visto per alcuni giorni. Guterres ha invece preferito il tetto del mondo al Palazzo di vetro. Meglio occuparsi dello scioglimento dei ghiacciai e di un’altra guerra, quella climatica.
Il tema, del resto, è di attualità visto che ieri è iniziata la plenaria della Pre-Cop28 ad Abu Dhabi. La ventottesima conferenza Onu sui cambiamenti climatici, si terrà infatti a Dubai dal 30 novembre al 12 dicembre 2023. Sarà il nuovo commissario per il Clima dell’Unione europea, Wopke Hoekstra, a rappresentare la delegazione dei ventisette Stati membri, che parteciperanno anche come singoli Paesi. E sarà, dunque, Hoekstra a dire per conto di Bruxelles che bisogna abbandonare i combustibili fossili che non sono compensati dai sistemi di cattura del carbonio. Lo ha anticipato lui stesso commentando l’ultimo rapporto sullo stato dell’energia in Ue («State of the Energy Union Report») pubblicato a ottobre 2023: «L’Unione europea deve accelerare nella riduzione delle emissioni di gas serra, in particolare nel settore agricolo. Nel mandato della Cop28, tutti gli Stati membri hanno concordato che i sussidi ai combustibili fossili che non affrontano né la povertà energetica né la transizione equa, devono essere eliminati prima possibile», ha detto.
Un impegno complicato, visto cosa sta succedendo in Medio Oriente. Ma nonostante il cambio improvviso di scenario dalle conseguenze ancora imprevedibili, e nonostante l’esecutivo Ue sia alla fine del mandato in vista delle elezioni che si terranno tra pochi mesi, la strategia del nuovo commissario sembra la stessa del suo predecessore Frans Timmermans. Ovvero portare avanti l’accordo per bloccare l’utilizzo dei combustibili fossili che non siano coperti dalla tassa sulla Co2, in aperta contraddizione con quello che fa il resto del mondo. E con l’obiettivo politico di legare le mani anche alla futura squadra che guiderà la Commissione europea.
Nel frattempo, il Financial Times ieri ha scritto che il Regno Unito e la Ue spingeranno per porre fine ad alcune forme di sussidio per le attività di estrazione di combustibili fossili durante una riunione dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) il mese prossimo. Questa mossa, ha evidenziato il quotidiano della City, si basa sull’impegno di alcuni Paesi dell’Ocse ad allineare le istituzioni finanziarie pubbliche agli obiettivi dell’accordo di Parigi per limitare il riscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi centigradi.
Alla plenaria di ieri è intervenuto anche il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin. La Cop28 deve dare «indicazioni chiare, verso percorsi realistici che portino a obiettivi tangibili», ha detto il ministro. Sottolineando che «triplicare la capacità di energia rinnovabile globale e raddoppiare il tasso di efficienza energetica attuale, ridurre drasticamente le emissioni di metano, eliminare gradualmente i sussidi ai combustibili fossili e adottare misure di mitigazione ambiziose in tutti i settori economici sono tutti obbiettivi alla nostra portata. Ma l’azione ambiziosa deve sostanziarsi anche nel giusto equilibrio in tutti i pilastri dell’Accordo di Parigi». Poi ha aggiunto che «il raggiungimento degli obiettivi a lungo termine dell’Accordo di Parigi richiede una trasformazione fondamentale di tutte le economie e un grande cambiamento nella struttura dell’economia globale, dei mercati finanziari e degli investimenti». Secondo Pichetto «politiche climatiche e scelte energetiche sono facce di una stessa medaglia, non si può parlare delle prime senza affrontare il tema della riduzione della nostra dipendenza dai combustibili fossili e al contempo assicurare la sicurezza energetica».
Ieri a Abu Dhabi il ministro dell’Ambiente ha incontrato il ministro emiratino dell’Industria e delle Tecnologie avanzate, Sultan Al Jaber, presidente designato della Conferenza delle Parti di Dubai. «Nel confronto ho rinnovato il pieno e ambizioso impegno dell’Italia a dare seguito operativo agli impegni presi a Sharm El Sheikh», ha spiegato Pichetto Fratin, sottolineando la volontà di spingere sulla partecipazione di una delegazione di «Youth4Climate», la «nostra grande rete di ragazzi protagonisti dell’azione climatica, al Summit dei leader». Lo stesso ministro, però, lo scorso 21 ottobre era stato chiamato «nonno Pichetto» dai giovani attivisti di Ultima Generazione con tanto di sfottò nella nota stampa sull’ennesimo blocco stradale organizzato a Torino.
Se si passa subito al mercato libero più 200 euro nelle bollette
Un decreto Energia in via di definizione, che sarà presentato il 3 novembre al Cdm. Una data cruciale per capire se il governo prorogherà il mercato tutelato dell’energia e del gas o se invece cederà alle pressioni dell’Ue e lascerà invariata la data del 1° gennaio 2024, per l’entrata in vigore del mercato libero.
Al momento ci sono circa 9 milioni di utenze domestiche che sono interessate dalla novità dato che risultano essere ancora legate al mercato tutelato dell’energia e che, nel caso, dovranno passare a quello libero. Passaggio non privo di insidie. Se infatti si confrontano alcuni indici di spesa delle offerte, disponibili sul Portale offerte, con la spesa annua del mercato di maggior tutela si scopre, stando ai dati pubblicati da Arera, come la spesa media sul mercato libero sia attestata, per un cliente tipo domestico residente a Milano, con 2.700 kWh di consumo annuo e 3 kW di potenza, sia pari a 1.933 euro, contro i 1.720 euro di quella riferita al mercato tutelato. Se ci si focalizza sul 10% delle offerte più convenienti presenti sul mercato libero si può osservare come il costo annuo, rispetto al mercato tutelato, risulti essere leggermente inferiore (1.693,41 euro contro i 1.720 euro). Di contro, il 10% delle offerte meno convenienti del mercato libero hanno fatto registrare una spesa annua di circa 2.937,78 euro. A questo si aggiunge che, secondo i dati della Arera, che ogni sei mesi pubblica un monitoraggio sull’evoluzione dei mercati di vendita al dettaglio dell’energia elettrica e del gas, a giugno scorso le offerte di elettricità sul libero mercato erano circa 2.000, e solo 200 risultavano essere più convenienti, rispetto alle tariffe della maggior tutela.
Discorso analogo per quanto riguarda il gas, dove sono presenti più di 2.000 offerte e solo due risultano essere più vantaggiose rispetto alla tariffa regolata. Numeri che fanno riflettere e ai quali non si possono non aggiunge anche le attuali tensioni a livello internazionale che continuano a mettere sotto pressione il mercato dell’energia. Viene dunque da chiedersi se sia veramente necessario passare al mercato libero nel 2024, a fronte di incognite economiche così rilevanti. Sicuramente, ed è innegabile, ci sono delle offerte convenienti sul mercato libero, ma bisogna selezionarle con attenzione, e avere anche la fortuna di riuscire a rientrare nel 10% delle offerte più convenienti presenti sul mercato in quel preciso momento. Opportunità, che ovviamente non sarà destinata a tutte le utenze del mercato tutelato. L’obiettivo del governo non è infatti quello di eliminare il mercato libero, ma di prendere tempo, riorganizzare la situazione delle assegnazioni delle aste e trovare una soluzione per fare in modo che il passaggio dal mercato tutelato a quello libero, non colpisca, soprattutto, le fasce più deboli delle popolazione, con un aumento nella bollette dell’energia e del gas. Questo anche perché, è vero che ci sono strumenti come il «Portale offerte», messi a disposizione dei cittadini per poter vagliare le varie offerte degli operatori, ma molti ne conoscono l’esistenza e il funzionamento.
La mancanza di informazioni adeguate può infatti rappresentare un problema, di non poco conto. A questo si aggiunge anche la possibilità di creare, ulteriore confusione, in un momento in cui il settore vive cambiamenti repentini che determinano variazioni di prezzo non controllabili a causa delle varie crisi internazionali. E un possibile aumento dell’aggressività, da parte degli operatori del mercato libero per ottenere i clienti, prima che venga completato il meccanismo delle aste.
L’Italia ha infatti un numero di società di vendita molto superiore a quello degli altri Paesi: 658 operatori contro i 397 della Spagna, i 63 francesi, i 20 inglesi e i 15 irlandesi.
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Verso la conferenza di Dubai. L’Ue proporrà di bloccare i combustibili fossili non coperti da tasse sulla Co2. Così legherà le mani ai prossimi leader. Intanto Antonio Guterres, in piena crisi mediorientale, se ne va sull’Himalaya.Venerdì il cdm che valuterà la proroga Nel tutelato ben 9 milioni di italiani.Lo speciale contiene due articoli«Sono qui in Himalaya dove i ghiacciai si stanno sciogliendo a un livello record. Come in Groenlandia, come in Antartide. Il livello del mare sta aumentando. E qui vediamo inondazioni, vediamo frane, vediamo comunità colpite in modo drammatico. Dobbiamo fermare questa follia». L’appello è stato lanciato dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, in un video dall’Himalaya. Dove Guterres ha pensato di ritirarsi per qualche giorno dopo i contrasti con Israele in seguito al suo discorso sulle responsabilità del massacro del 7 ottobre. Intanto, il coordinatore per gli aiuti umanitari dell’Onu Martin Griffiths è atteso a Tel Aviv dopo che il ministero degli Esteri - sollecitato da alcuni Paesi stranieri - gli ha concesso il visto per alcuni giorni. Guterres ha invece preferito il tetto del mondo al Palazzo di vetro. Meglio occuparsi dello scioglimento dei ghiacciai e di un’altra guerra, quella climatica. Il tema, del resto, è di attualità visto che ieri è iniziata la plenaria della Pre-Cop28 ad Abu Dhabi. La ventottesima conferenza Onu sui cambiamenti climatici, si terrà infatti a Dubai dal 30 novembre al 12 dicembre 2023. Sarà il nuovo commissario per il Clima dell’Unione europea, Wopke Hoekstra, a rappresentare la delegazione dei ventisette Stati membri, che parteciperanno anche come singoli Paesi. E sarà, dunque, Hoekstra a dire per conto di Bruxelles che bisogna abbandonare i combustibili fossili che non sono compensati dai sistemi di cattura del carbonio. Lo ha anticipato lui stesso commentando l’ultimo rapporto sullo stato dell’energia in Ue («State of the Energy Union Report») pubblicato a ottobre 2023: «L’Unione europea deve accelerare nella riduzione delle emissioni di gas serra, in particolare nel settore agricolo. Nel mandato della Cop28, tutti gli Stati membri hanno concordato che i sussidi ai combustibili fossili che non affrontano né la povertà energetica né la transizione equa, devono essere eliminati prima possibile», ha detto.Un impegno complicato, visto cosa sta succedendo in Medio Oriente. Ma nonostante il cambio improvviso di scenario dalle conseguenze ancora imprevedibili, e nonostante l’esecutivo Ue sia alla fine del mandato in vista delle elezioni che si terranno tra pochi mesi, la strategia del nuovo commissario sembra la stessa del suo predecessore Frans Timmermans. Ovvero portare avanti l’accordo per bloccare l’utilizzo dei combustibili fossili che non siano coperti dalla tassa sulla Co2, in aperta contraddizione con quello che fa il resto del mondo. E con l’obiettivo politico di legare le mani anche alla futura squadra che guiderà la Commissione europea.Nel frattempo, il Financial Times ieri ha scritto che il Regno Unito e la Ue spingeranno per porre fine ad alcune forme di sussidio per le attività di estrazione di combustibili fossili durante una riunione dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) il mese prossimo. Questa mossa, ha evidenziato il quotidiano della City, si basa sull’impegno di alcuni Paesi dell’Ocse ad allineare le istituzioni finanziarie pubbliche agli obiettivi dell’accordo di Parigi per limitare il riscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi centigradi.Alla plenaria di ieri è intervenuto anche il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin. La Cop28 deve dare «indicazioni chiare, verso percorsi realistici che portino a obiettivi tangibili», ha detto il ministro. Sottolineando che «triplicare la capacità di energia rinnovabile globale e raddoppiare il tasso di efficienza energetica attuale, ridurre drasticamente le emissioni di metano, eliminare gradualmente i sussidi ai combustibili fossili e adottare misure di mitigazione ambiziose in tutti i settori economici sono tutti obbiettivi alla nostra portata. Ma l’azione ambiziosa deve sostanziarsi anche nel giusto equilibrio in tutti i pilastri dell’Accordo di Parigi». Poi ha aggiunto che «il raggiungimento degli obiettivi a lungo termine dell’Accordo di Parigi richiede una trasformazione fondamentale di tutte le economie e un grande cambiamento nella struttura dell’economia globale, dei mercati finanziari e degli investimenti». Secondo Pichetto «politiche climatiche e scelte energetiche sono facce di una stessa medaglia, non si può parlare delle prime senza affrontare il tema della riduzione della nostra dipendenza dai combustibili fossili e al contempo assicurare la sicurezza energetica». Ieri a Abu Dhabi il ministro dell’Ambiente ha incontrato il ministro emiratino dell’Industria e delle Tecnologie avanzate, Sultan Al Jaber, presidente designato della Conferenza delle Parti di Dubai. «Nel confronto ho rinnovato il pieno e ambizioso impegno dell’Italia a dare seguito operativo agli impegni presi a Sharm El Sheikh», ha spiegato Pichetto Fratin, sottolineando la volontà di spingere sulla partecipazione di una delegazione di «Youth4Climate», la «nostra grande rete di ragazzi protagonisti dell’azione climatica, al Summit dei leader». Lo stesso ministro, però, lo scorso 21 ottobre era stato chiamato «nonno Pichetto» dai giovani attivisti di Ultima Generazione con tanto di sfottò nella nota stampa sull’ennesimo blocco stradale organizzato a Torino. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/anche-senza-timmermans-la-ue-resta-posseduta-dal-demone-green-2666100615.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="se-si-passa-subito-al-mercato-libero-piu-200-euro-nelle-bollette" data-post-id="2666100615" data-published-at="1698694889" data-use-pagination="False"> Se si passa subito al mercato libero più 200 euro nelle bollette Un decreto Energia in via di definizione, che sarà presentato il 3 novembre al Cdm. Una data cruciale per capire se il governo prorogherà il mercato tutelato dell’energia e del gas o se invece cederà alle pressioni dell’Ue e lascerà invariata la data del 1° gennaio 2024, per l’entrata in vigore del mercato libero. Al momento ci sono circa 9 milioni di utenze domestiche che sono interessate dalla novità dato che risultano essere ancora legate al mercato tutelato dell’energia e che, nel caso, dovranno passare a quello libero. Passaggio non privo di insidie. Se infatti si confrontano alcuni indici di spesa delle offerte, disponibili sul Portale offerte, con la spesa annua del mercato di maggior tutela si scopre, stando ai dati pubblicati da Arera, come la spesa media sul mercato libero sia attestata, per un cliente tipo domestico residente a Milano, con 2.700 kWh di consumo annuo e 3 kW di potenza, sia pari a 1.933 euro, contro i 1.720 euro di quella riferita al mercato tutelato. Se ci si focalizza sul 10% delle offerte più convenienti presenti sul mercato libero si può osservare come il costo annuo, rispetto al mercato tutelato, risulti essere leggermente inferiore (1.693,41 euro contro i 1.720 euro). Di contro, il 10% delle offerte meno convenienti del mercato libero hanno fatto registrare una spesa annua di circa 2.937,78 euro. A questo si aggiunge che, secondo i dati della Arera, che ogni sei mesi pubblica un monitoraggio sull’evoluzione dei mercati di vendita al dettaglio dell’energia elettrica e del gas, a giugno scorso le offerte di elettricità sul libero mercato erano circa 2.000, e solo 200 risultavano essere più convenienti, rispetto alle tariffe della maggior tutela. Discorso analogo per quanto riguarda il gas, dove sono presenti più di 2.000 offerte e solo due risultano essere più vantaggiose rispetto alla tariffa regolata. Numeri che fanno riflettere e ai quali non si possono non aggiunge anche le attuali tensioni a livello internazionale che continuano a mettere sotto pressione il mercato dell’energia. Viene dunque da chiedersi se sia veramente necessario passare al mercato libero nel 2024, a fronte di incognite economiche così rilevanti. Sicuramente, ed è innegabile, ci sono delle offerte convenienti sul mercato libero, ma bisogna selezionarle con attenzione, e avere anche la fortuna di riuscire a rientrare nel 10% delle offerte più convenienti presenti sul mercato in quel preciso momento. Opportunità, che ovviamente non sarà destinata a tutte le utenze del mercato tutelato. L’obiettivo del governo non è infatti quello di eliminare il mercato libero, ma di prendere tempo, riorganizzare la situazione delle assegnazioni delle aste e trovare una soluzione per fare in modo che il passaggio dal mercato tutelato a quello libero, non colpisca, soprattutto, le fasce più deboli delle popolazione, con un aumento nella bollette dell’energia e del gas. Questo anche perché, è vero che ci sono strumenti come il «Portale offerte», messi a disposizione dei cittadini per poter vagliare le varie offerte degli operatori, ma molti ne conoscono l’esistenza e il funzionamento. La mancanza di informazioni adeguate può infatti rappresentare un problema, di non poco conto. A questo si aggiunge anche la possibilità di creare, ulteriore confusione, in un momento in cui il settore vive cambiamenti repentini che determinano variazioni di prezzo non controllabili a causa delle varie crisi internazionali. E un possibile aumento dell’aggressività, da parte degli operatori del mercato libero per ottenere i clienti, prima che venga completato il meccanismo delle aste. L’Italia ha infatti un numero di società di vendita molto superiore a quello degli altri Paesi: 658 operatori contro i 397 della Spagna, i 63 francesi, i 20 inglesi e i 15 irlandesi.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.