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2022-06-11
Anche Pfizer sconsiglia il siero alle gestanti
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Il colosso Pfizer non ha mai detto che il vaccino anti Covid è sicuro per le donne in attesa di un figlio. Studiosi e ricercatori seri l’hanno sempre saputo, più volte il mondo scientifico che indaga, approfondisce, conosce la complessità dei trial o anche solo legge per davvero la documentazione fornita dalle case farmaceutiche, ha provato a mettere in guardia. Sul rischio di un via libera alla vaccinazione in una fase così delicata e complessa della vita di una donna qual è la gravidanza, sulle incognite che rimangono pesanti circa le conseguenze nella creatura che si sta formando nel grembo materno.
Qualche giorno fa, l’endocrinologo Giovanni Frajese, sospeso dall’Ordine dei medici perché non ha accettato di farsi inoculare, è tornato sulla questione. Durante un video di meno di venti minuti, dal titolo La verità è sotto gli occhi di tutti, il professore ha ricordato con preoccupazione la gravità di questo voluto fraintendimento, da parte di agenzie regolatorie e altre autorità sanitarie, delle associazioni di ginecologi e pediatri, di una posizione invece molto chiara di Pfizer nei confronti delle donne incinte. L’azienda non raccomanda di vaccinare le future mamme, per nove mesi la popolazione «forse più fragile che esiste sulla faccia della Terra», come le definisce Frajese. Anzi.
Siamo andati a controllare e sul sito di Pfizer, le schede tecniche per gli operatori sanitarie aggiornate il 1 giugno, quindi una decina di giorni fa, alla voce utilizzo in gravidanza riportano: «I dati disponibili sul vaccino Pfizer Biontech Covid-19 somministrato alle donne in gravidanza non sono sufficienti per informare i rischi associati al vaccino in gravidanza».
I Cds statunitensi però raccomandano il vaccino alle donne incinte, lo stesso fanno l’Agenzia del farmaco europea (Ema) e quella italiana (Aifa). Perché agiscono in questo modo, ripropone la domanda l’endocrinologo, se il vaccino non è previsto durante la gestazione? Pfizer non ha fatto trial su donne in gravidanza, o saranno stati ancora meno di quelli avviati per le altre fasce di popolazione. Di fatto, non ci sono dati che possano affermare che il vaccino funzioni. Ancor peggio, non c’è sicurezza del prodotto, ed è Big pharma ad ammetterlo.
Le donne in gravidanza diventano così «cavie, spiega il professore, e la cosa enorme è che medici possano permetterlo. «Si raccomanda la vaccinazione anti Sars Cov-2/Covid-19, con vaccini a mRna, alle donne in gravidanza nel secondo e terzo trimestre», informava nel settembre scorso una circolare del ministero della Salute, firmata dal direttore generale della Prevenzione, Gianni Rezza.
«La Sigo con le sue confederate Aogoi, Agui, Agite prende atto, con grande soddisfazione, e condivide le raccomandazioni del ministero della Salute, contenute nella circolare recentemente diramata e che, rassicurando le decine di migliaia di donne gravide e in allattamento, ha confermato l’assoluta tranquillità per le stesse nel procedere alla vaccinazione anti Covid 19», plaudevano i ginecologi italiani. Un mese prima avevano scritto al ministro Roberto Speranza, chiedendo di promuovere il più possibile la vaccinazione delle donne in gravidanza e in allattamento, nei bambini di età superiore ai 12 anni e nei più piccoli appena pronti i vaccini per loro.
Le neo mamme, nella circolare vengono pure invitate a vaccinarsi mentre nutrono con il proprio latte i neonati. «La donna che allatta deve essere informata che la vaccinazione non espone il lattante a rischi e gli permette di assumere, tramite il latte, anticorpi contro Sars-Cov-2», si legge sul sito del ministero della Salute. Ma siamo certi che le creature non corrano rischi? No, affatto. È sempre la stessa Pfizer a dichiarare che non esistono studi. «Non sono disponibili dati per valutare gli effetti del vaccino Pfizer Biontech Covid-19 sul neonato allattato al seno o sulla produzione/escrezione di latte», riporta sul suo sito.
Ma allora è gravissimo che si insista nel vaccinare donne in attesa, o che allattano, senza informarle che non ci sono stracci di sicurezza su reazioni avverse nel loro corpo e in quello del bambino. E per fortuna che siamo preoccupati della spaventosa denatalità, altrimenti che cos’altro verrebbe permesso per minare la salute delle poche che cercano di avere un figlio? Un paper appena uscito su Lancet e relativo a uno studio di coorte effettuato in Svizzera tra il 1 marzo e il 27 dicembre 2021, ha mostrato che non ci sono dati sulla sicurezza riguardo gli effetti avversi quando il vaccino viene iniziato nei primi tre mesi di gravidanza (quelli più critici), e che su 1.012 donne vaccinate, indipendentemente dal tipo di vaccino, 727 (81,3%) hanno riportato almeno un evento avverso locale per la prima dose e 720 (80,5%) per la seconda dose.
Si sono verificati quattro eventi collaterali gravi quali embolia polmonare, rottura prematura delle membrane, febbre isolata con ricovero e herpes zoster. Una percentuale dello 0,4% non è decisamente bassa, soprattutto perché un evento avverso su una gestante vale per due, per la futura mamma e per il bimbo che si sta formando.
Gli addetti alla pubblica sicurezza citano il governo per danno erariale
L’Osa, associazione operatori di sicurezza associati, quindi polizia di Stato, carabinieri, Guardia di finanza, vigili del fuoco, esercito, aeronautica, marina militare e ogni altro addetto all’ordine pubblico, ha presentato una corposa denuncia alla Corte dei Conti chiedendo di sottoporre a giudizio per responsabilità amministrativa il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, il ministro della Salute, Roberto Speranza, oltre a i vari comandanti e capi dipartimento.
Sarebbero responsabili di danno erariale «per non aver vigilato sulla corretta applicazione della profilassi vaccinale, della sorveglianza sanitaria nei confronti del personale dipendente da tali dipartimenti», e per i costi sostenuti dallo Stato in due anni, compreso «la retribuzione dei medici vaccinatori del personale del comparto difesa, sicurezza e soccorso pubblico avendo per tale servizio già sostenuto i costi delle sanità delle amministrazioni che hanno, fra i vari compiti istituzionali, anche quello della profilassi vaccinale».
L’avvocato Luigi Doria del foro di Lecce ha elencato una lunga serie di mancanze, disattenzioni, non vigilanza sulla vaccinazione anti Covid che hanno provocato «numerosissimi decessi e moltissime reazioni avverse gravi, riscontrate tra il personale delle forze di polizia, delle forze armate e del corpo nazionale dei vigili del fuoco». C’è una precisa e articolata direttiva tecnica del maggio 2018, adottato dal ministero della Difesa di concerto con quello della Salute, in base alla quale la profilassi vaccinale doveva essere attuata, ma soprattutto garantita dall’amministrazione del ministero dell’Interno e non svolta negli hub.
Invece di verificare che questo accadesse, le autorità hanno condiviso illegittime norme di circolazione collegate al green pass per l’accesso nelle caserme e agli alloggi di servizio. «È stata praticata su tutta la popolazione militare e in generale tutta quella che veste un’uniforme, in palese spregio alle indicazioni delle commissioni parlamentari d’inchiesta, una somministrazione incontrollata di vaccini […] senza effettuare, come previsto, una puntuale raccolta e registrazione di anamnesi mirata e specifica», si legge nel documento.
Qualcuno ne dovrà rispondere e, secondo l’Osa, per indennizzi e responsabilità penali occorre rifarsi alla sentenza 22415 della Cassazione penale sulla valutazione dei rischi nella pubblica amministrazione. Se risulterà che comandanti e dirigenti delle varie articolazioni centrali e periferiche dello Stato, in tema di vaccinazione anti Covid del personale dipendente «non abbiano avuto autonomi poteri gestionali, in quanto preclusi e/o erroneamente indirizzati dagli organi di direzione politica, questi ultimi dovranno essere ritenuti, per la vaccinazione in questione, datori di lavoro di tutti i soggetti inoculati e dovranno assumersene direttamente le responsabilità per i danni erariali presenti e futuri cagionati alla salute di tali soggetti, per il fatto di non aver permesso di applicare la prevista sorveglianza sanitaria e la corretta profilassi vaccinale al personale in uniforme». Se ne vedranno delle belle.
Quanto agli eventi avversi da vaccino, viene chiesto se l’osservatorio epidemiologico della Difesa abbia o meno ricevuto e monitorato i dati relativi all’immunizzazione del personale militare, visto che le segnalazioni sono state davvero tante. In tutto il comparto sicurezza.
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Il colosso ammette: i dati sulle donne incinte sono insufficienti per calcolare i rischi della vaccinazione. Ma Ema, Aifa e ministero continuano a insistere sull’iniezione durante la gravidanza e l’allattamento. Sebbene, pure per i neonati, i pericoli siano ignoti.Denuncia dell’Osa contro Luciana Lamorgese, Lorenzo Guerini e Roberto Speranza per la campagna di profilassi.Lo speciale contiene due articoli.Il colosso Pfizer non ha mai detto che il vaccino anti Covid è sicuro per le donne in attesa di un figlio. Studiosi e ricercatori seri l’hanno sempre saputo, più volte il mondo scientifico che indaga, approfondisce, conosce la complessità dei trial o anche solo legge per davvero la documentazione fornita dalle case farmaceutiche, ha provato a mettere in guardia. Sul rischio di un via libera alla vaccinazione in una fase così delicata e complessa della vita di una donna qual è la gravidanza, sulle incognite che rimangono pesanti circa le conseguenze nella creatura che si sta formando nel grembo materno. Qualche giorno fa, l’endocrinologo Giovanni Frajese, sospeso dall’Ordine dei medici perché non ha accettato di farsi inoculare, è tornato sulla questione. Durante un video di meno di venti minuti, dal titolo La verità è sotto gli occhi di tutti, il professore ha ricordato con preoccupazione la gravità di questo voluto fraintendimento, da parte di agenzie regolatorie e altre autorità sanitarie, delle associazioni di ginecologi e pediatri, di una posizione invece molto chiara di Pfizer nei confronti delle donne incinte. L’azienda non raccomanda di vaccinare le future mamme, per nove mesi la popolazione «forse più fragile che esiste sulla faccia della Terra», come le definisce Frajese. Anzi.Siamo andati a controllare e sul sito di Pfizer, le schede tecniche per gli operatori sanitarie aggiornate il 1 giugno, quindi una decina di giorni fa, alla voce utilizzo in gravidanza riportano: «I dati disponibili sul vaccino Pfizer Biontech Covid-19 somministrato alle donne in gravidanza non sono sufficienti per informare i rischi associati al vaccino in gravidanza». I Cds statunitensi però raccomandano il vaccino alle donne incinte, lo stesso fanno l’Agenzia del farmaco europea (Ema) e quella italiana (Aifa). Perché agiscono in questo modo, ripropone la domanda l’endocrinologo, se il vaccino non è previsto durante la gestazione? Pfizer non ha fatto trial su donne in gravidanza, o saranno stati ancora meno di quelli avviati per le altre fasce di popolazione. Di fatto, non ci sono dati che possano affermare che il vaccino funzioni. Ancor peggio, non c’è sicurezza del prodotto, ed è Big pharma ad ammetterlo. Le donne in gravidanza diventano così «cavie, spiega il professore, e la cosa enorme è che medici possano permetterlo. «Si raccomanda la vaccinazione anti Sars Cov-2/Covid-19, con vaccini a mRna, alle donne in gravidanza nel secondo e terzo trimestre», informava nel settembre scorso una circolare del ministero della Salute, firmata dal direttore generale della Prevenzione, Gianni Rezza. «La Sigo con le sue confederate Aogoi, Agui, Agite prende atto, con grande soddisfazione, e condivide le raccomandazioni del ministero della Salute, contenute nella circolare recentemente diramata e che, rassicurando le decine di migliaia di donne gravide e in allattamento, ha confermato l’assoluta tranquillità per le stesse nel procedere alla vaccinazione anti Covid 19», plaudevano i ginecologi italiani. Un mese prima avevano scritto al ministro Roberto Speranza, chiedendo di promuovere il più possibile la vaccinazione delle donne in gravidanza e in allattamento, nei bambini di età superiore ai 12 anni e nei più piccoli appena pronti i vaccini per loro.Le neo mamme, nella circolare vengono pure invitate a vaccinarsi mentre nutrono con il proprio latte i neonati. «La donna che allatta deve essere informata che la vaccinazione non espone il lattante a rischi e gli permette di assumere, tramite il latte, anticorpi contro Sars-Cov-2», si legge sul sito del ministero della Salute. Ma siamo certi che le creature non corrano rischi? No, affatto. È sempre la stessa Pfizer a dichiarare che non esistono studi. «Non sono disponibili dati per valutare gli effetti del vaccino Pfizer Biontech Covid-19 sul neonato allattato al seno o sulla produzione/escrezione di latte», riporta sul suo sito. Ma allora è gravissimo che si insista nel vaccinare donne in attesa, o che allattano, senza informarle che non ci sono stracci di sicurezza su reazioni avverse nel loro corpo e in quello del bambino. E per fortuna che siamo preoccupati della spaventosa denatalità, altrimenti che cos’altro verrebbe permesso per minare la salute delle poche che cercano di avere un figlio? Un paper appena uscito su Lancet e relativo a uno studio di coorte effettuato in Svizzera tra il 1 marzo e il 27 dicembre 2021, ha mostrato che non ci sono dati sulla sicurezza riguardo gli effetti avversi quando il vaccino viene iniziato nei primi tre mesi di gravidanza (quelli più critici), e che su 1.012 donne vaccinate, indipendentemente dal tipo di vaccino, 727 (81,3%) hanno riportato almeno un evento avverso locale per la prima dose e 720 (80,5%) per la seconda dose. Si sono verificati quattro eventi collaterali gravi quali embolia polmonare, rottura prematura delle membrane, febbre isolata con ricovero e herpes zoster. Una percentuale dello 0,4% non è decisamente bassa, soprattutto perché un evento avverso su una gestante vale per due, per la futura mamma e per il bimbo che si sta formando. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/anche-pfizer-sconsiglia-siero-gestanti-2657489653.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-addetti-alla-pubblica-sicurezza-citano-il-governo-per-danno-erariale" data-post-id="2657489653" data-published-at="1654885784" data-use-pagination="False"> Gli addetti alla pubblica sicurezza citano il governo per danno erariale L’Osa, associazione operatori di sicurezza associati, quindi polizia di Stato, carabinieri, Guardia di finanza, vigili del fuoco, esercito, aeronautica, marina militare e ogni altro addetto all’ordine pubblico, ha presentato una corposa denuncia alla Corte dei Conti chiedendo di sottoporre a giudizio per responsabilità amministrativa il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, il ministro della Salute, Roberto Speranza, oltre a i vari comandanti e capi dipartimento. Sarebbero responsabili di danno erariale «per non aver vigilato sulla corretta applicazione della profilassi vaccinale, della sorveglianza sanitaria nei confronti del personale dipendente da tali dipartimenti», e per i costi sostenuti dallo Stato in due anni, compreso «la retribuzione dei medici vaccinatori del personale del comparto difesa, sicurezza e soccorso pubblico avendo per tale servizio già sostenuto i costi delle sanità delle amministrazioni che hanno, fra i vari compiti istituzionali, anche quello della profilassi vaccinale». L’avvocato Luigi Doria del foro di Lecce ha elencato una lunga serie di mancanze, disattenzioni, non vigilanza sulla vaccinazione anti Covid che hanno provocato «numerosissimi decessi e moltissime reazioni avverse gravi, riscontrate tra il personale delle forze di polizia, delle forze armate e del corpo nazionale dei vigili del fuoco». C’è una precisa e articolata direttiva tecnica del maggio 2018, adottato dal ministero della Difesa di concerto con quello della Salute, in base alla quale la profilassi vaccinale doveva essere attuata, ma soprattutto garantita dall’amministrazione del ministero dell’Interno e non svolta negli hub. Invece di verificare che questo accadesse, le autorità hanno condiviso illegittime norme di circolazione collegate al green pass per l’accesso nelle caserme e agli alloggi di servizio. «È stata praticata su tutta la popolazione militare e in generale tutta quella che veste un’uniforme, in palese spregio alle indicazioni delle commissioni parlamentari d’inchiesta, una somministrazione incontrollata di vaccini […] senza effettuare, come previsto, una puntuale raccolta e registrazione di anamnesi mirata e specifica», si legge nel documento. Qualcuno ne dovrà rispondere e, secondo l’Osa, per indennizzi e responsabilità penali occorre rifarsi alla sentenza 22415 della Cassazione penale sulla valutazione dei rischi nella pubblica amministrazione. Se risulterà che comandanti e dirigenti delle varie articolazioni centrali e periferiche dello Stato, in tema di vaccinazione anti Covid del personale dipendente «non abbiano avuto autonomi poteri gestionali, in quanto preclusi e/o erroneamente indirizzati dagli organi di direzione politica, questi ultimi dovranno essere ritenuti, per la vaccinazione in questione, datori di lavoro di tutti i soggetti inoculati e dovranno assumersene direttamente le responsabilità per i danni erariali presenti e futuri cagionati alla salute di tali soggetti, per il fatto di non aver permesso di applicare la prevista sorveglianza sanitaria e la corretta profilassi vaccinale al personale in uniforme». Se ne vedranno delle belle. Quanto agli eventi avversi da vaccino, viene chiesto se l’osservatorio epidemiologico della Difesa abbia o meno ricevuto e monitorato i dati relativi all’immunizzazione del personale militare, visto che le segnalazioni sono state davvero tante. In tutto il comparto sicurezza.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.