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2022-06-11
Anche Pfizer sconsiglia il siero alle gestanti
iStock
Il colosso Pfizer non ha mai detto che il vaccino anti Covid è sicuro per le donne in attesa di un figlio. Studiosi e ricercatori seri l’hanno sempre saputo, più volte il mondo scientifico che indaga, approfondisce, conosce la complessità dei trial o anche solo legge per davvero la documentazione fornita dalle case farmaceutiche, ha provato a mettere in guardia. Sul rischio di un via libera alla vaccinazione in una fase così delicata e complessa della vita di una donna qual è la gravidanza, sulle incognite che rimangono pesanti circa le conseguenze nella creatura che si sta formando nel grembo materno.
Qualche giorno fa, l’endocrinologo Giovanni Frajese, sospeso dall’Ordine dei medici perché non ha accettato di farsi inoculare, è tornato sulla questione. Durante un video di meno di venti minuti, dal titolo La verità è sotto gli occhi di tutti, il professore ha ricordato con preoccupazione la gravità di questo voluto fraintendimento, da parte di agenzie regolatorie e altre autorità sanitarie, delle associazioni di ginecologi e pediatri, di una posizione invece molto chiara di Pfizer nei confronti delle donne incinte. L’azienda non raccomanda di vaccinare le future mamme, per nove mesi la popolazione «forse più fragile che esiste sulla faccia della Terra», come le definisce Frajese. Anzi.
Siamo andati a controllare e sul sito di Pfizer, le schede tecniche per gli operatori sanitarie aggiornate il 1 giugno, quindi una decina di giorni fa, alla voce utilizzo in gravidanza riportano: «I dati disponibili sul vaccino Pfizer Biontech Covid-19 somministrato alle donne in gravidanza non sono sufficienti per informare i rischi associati al vaccino in gravidanza».
I Cds statunitensi però raccomandano il vaccino alle donne incinte, lo stesso fanno l’Agenzia del farmaco europea (Ema) e quella italiana (Aifa). Perché agiscono in questo modo, ripropone la domanda l’endocrinologo, se il vaccino non è previsto durante la gestazione? Pfizer non ha fatto trial su donne in gravidanza, o saranno stati ancora meno di quelli avviati per le altre fasce di popolazione. Di fatto, non ci sono dati che possano affermare che il vaccino funzioni. Ancor peggio, non c’è sicurezza del prodotto, ed è Big pharma ad ammetterlo.
Le donne in gravidanza diventano così «cavie, spiega il professore, e la cosa enorme è che medici possano permetterlo. «Si raccomanda la vaccinazione anti Sars Cov-2/Covid-19, con vaccini a mRna, alle donne in gravidanza nel secondo e terzo trimestre», informava nel settembre scorso una circolare del ministero della Salute, firmata dal direttore generale della Prevenzione, Gianni Rezza.
«La Sigo con le sue confederate Aogoi, Agui, Agite prende atto, con grande soddisfazione, e condivide le raccomandazioni del ministero della Salute, contenute nella circolare recentemente diramata e che, rassicurando le decine di migliaia di donne gravide e in allattamento, ha confermato l’assoluta tranquillità per le stesse nel procedere alla vaccinazione anti Covid 19», plaudevano i ginecologi italiani. Un mese prima avevano scritto al ministro Roberto Speranza, chiedendo di promuovere il più possibile la vaccinazione delle donne in gravidanza e in allattamento, nei bambini di età superiore ai 12 anni e nei più piccoli appena pronti i vaccini per loro.
Le neo mamme, nella circolare vengono pure invitate a vaccinarsi mentre nutrono con il proprio latte i neonati. «La donna che allatta deve essere informata che la vaccinazione non espone il lattante a rischi e gli permette di assumere, tramite il latte, anticorpi contro Sars-Cov-2», si legge sul sito del ministero della Salute. Ma siamo certi che le creature non corrano rischi? No, affatto. È sempre la stessa Pfizer a dichiarare che non esistono studi. «Non sono disponibili dati per valutare gli effetti del vaccino Pfizer Biontech Covid-19 sul neonato allattato al seno o sulla produzione/escrezione di latte», riporta sul suo sito.
Ma allora è gravissimo che si insista nel vaccinare donne in attesa, o che allattano, senza informarle che non ci sono stracci di sicurezza su reazioni avverse nel loro corpo e in quello del bambino. E per fortuna che siamo preoccupati della spaventosa denatalità, altrimenti che cos’altro verrebbe permesso per minare la salute delle poche che cercano di avere un figlio? Un paper appena uscito su Lancet e relativo a uno studio di coorte effettuato in Svizzera tra il 1 marzo e il 27 dicembre 2021, ha mostrato che non ci sono dati sulla sicurezza riguardo gli effetti avversi quando il vaccino viene iniziato nei primi tre mesi di gravidanza (quelli più critici), e che su 1.012 donne vaccinate, indipendentemente dal tipo di vaccino, 727 (81,3%) hanno riportato almeno un evento avverso locale per la prima dose e 720 (80,5%) per la seconda dose.
Si sono verificati quattro eventi collaterali gravi quali embolia polmonare, rottura prematura delle membrane, febbre isolata con ricovero e herpes zoster. Una percentuale dello 0,4% non è decisamente bassa, soprattutto perché un evento avverso su una gestante vale per due, per la futura mamma e per il bimbo che si sta formando.
Gli addetti alla pubblica sicurezza citano il governo per danno erariale
L’Osa, associazione operatori di sicurezza associati, quindi polizia di Stato, carabinieri, Guardia di finanza, vigili del fuoco, esercito, aeronautica, marina militare e ogni altro addetto all’ordine pubblico, ha presentato una corposa denuncia alla Corte dei Conti chiedendo di sottoporre a giudizio per responsabilità amministrativa il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, il ministro della Salute, Roberto Speranza, oltre a i vari comandanti e capi dipartimento.
Sarebbero responsabili di danno erariale «per non aver vigilato sulla corretta applicazione della profilassi vaccinale, della sorveglianza sanitaria nei confronti del personale dipendente da tali dipartimenti», e per i costi sostenuti dallo Stato in due anni, compreso «la retribuzione dei medici vaccinatori del personale del comparto difesa, sicurezza e soccorso pubblico avendo per tale servizio già sostenuto i costi delle sanità delle amministrazioni che hanno, fra i vari compiti istituzionali, anche quello della profilassi vaccinale».
L’avvocato Luigi Doria del foro di Lecce ha elencato una lunga serie di mancanze, disattenzioni, non vigilanza sulla vaccinazione anti Covid che hanno provocato «numerosissimi decessi e moltissime reazioni avverse gravi, riscontrate tra il personale delle forze di polizia, delle forze armate e del corpo nazionale dei vigili del fuoco». C’è una precisa e articolata direttiva tecnica del maggio 2018, adottato dal ministero della Difesa di concerto con quello della Salute, in base alla quale la profilassi vaccinale doveva essere attuata, ma soprattutto garantita dall’amministrazione del ministero dell’Interno e non svolta negli hub.
Invece di verificare che questo accadesse, le autorità hanno condiviso illegittime norme di circolazione collegate al green pass per l’accesso nelle caserme e agli alloggi di servizio. «È stata praticata su tutta la popolazione militare e in generale tutta quella che veste un’uniforme, in palese spregio alle indicazioni delle commissioni parlamentari d’inchiesta, una somministrazione incontrollata di vaccini […] senza effettuare, come previsto, una puntuale raccolta e registrazione di anamnesi mirata e specifica», si legge nel documento.
Qualcuno ne dovrà rispondere e, secondo l’Osa, per indennizzi e responsabilità penali occorre rifarsi alla sentenza 22415 della Cassazione penale sulla valutazione dei rischi nella pubblica amministrazione. Se risulterà che comandanti e dirigenti delle varie articolazioni centrali e periferiche dello Stato, in tema di vaccinazione anti Covid del personale dipendente «non abbiano avuto autonomi poteri gestionali, in quanto preclusi e/o erroneamente indirizzati dagli organi di direzione politica, questi ultimi dovranno essere ritenuti, per la vaccinazione in questione, datori di lavoro di tutti i soggetti inoculati e dovranno assumersene direttamente le responsabilità per i danni erariali presenti e futuri cagionati alla salute di tali soggetti, per il fatto di non aver permesso di applicare la prevista sorveglianza sanitaria e la corretta profilassi vaccinale al personale in uniforme». Se ne vedranno delle belle.
Quanto agli eventi avversi da vaccino, viene chiesto se l’osservatorio epidemiologico della Difesa abbia o meno ricevuto e monitorato i dati relativi all’immunizzazione del personale militare, visto che le segnalazioni sono state davvero tante. In tutto il comparto sicurezza.
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Il colosso ammette: i dati sulle donne incinte sono insufficienti per calcolare i rischi della vaccinazione. Ma Ema, Aifa e ministero continuano a insistere sull’iniezione durante la gravidanza e l’allattamento. Sebbene, pure per i neonati, i pericoli siano ignoti.Denuncia dell’Osa contro Luciana Lamorgese, Lorenzo Guerini e Roberto Speranza per la campagna di profilassi.Lo speciale contiene due articoli.Il colosso Pfizer non ha mai detto che il vaccino anti Covid è sicuro per le donne in attesa di un figlio. Studiosi e ricercatori seri l’hanno sempre saputo, più volte il mondo scientifico che indaga, approfondisce, conosce la complessità dei trial o anche solo legge per davvero la documentazione fornita dalle case farmaceutiche, ha provato a mettere in guardia. Sul rischio di un via libera alla vaccinazione in una fase così delicata e complessa della vita di una donna qual è la gravidanza, sulle incognite che rimangono pesanti circa le conseguenze nella creatura che si sta formando nel grembo materno. Qualche giorno fa, l’endocrinologo Giovanni Frajese, sospeso dall’Ordine dei medici perché non ha accettato di farsi inoculare, è tornato sulla questione. Durante un video di meno di venti minuti, dal titolo La verità è sotto gli occhi di tutti, il professore ha ricordato con preoccupazione la gravità di questo voluto fraintendimento, da parte di agenzie regolatorie e altre autorità sanitarie, delle associazioni di ginecologi e pediatri, di una posizione invece molto chiara di Pfizer nei confronti delle donne incinte. L’azienda non raccomanda di vaccinare le future mamme, per nove mesi la popolazione «forse più fragile che esiste sulla faccia della Terra», come le definisce Frajese. Anzi.Siamo andati a controllare e sul sito di Pfizer, le schede tecniche per gli operatori sanitarie aggiornate il 1 giugno, quindi una decina di giorni fa, alla voce utilizzo in gravidanza riportano: «I dati disponibili sul vaccino Pfizer Biontech Covid-19 somministrato alle donne in gravidanza non sono sufficienti per informare i rischi associati al vaccino in gravidanza». I Cds statunitensi però raccomandano il vaccino alle donne incinte, lo stesso fanno l’Agenzia del farmaco europea (Ema) e quella italiana (Aifa). Perché agiscono in questo modo, ripropone la domanda l’endocrinologo, se il vaccino non è previsto durante la gestazione? Pfizer non ha fatto trial su donne in gravidanza, o saranno stati ancora meno di quelli avviati per le altre fasce di popolazione. Di fatto, non ci sono dati che possano affermare che il vaccino funzioni. Ancor peggio, non c’è sicurezza del prodotto, ed è Big pharma ad ammetterlo. Le donne in gravidanza diventano così «cavie, spiega il professore, e la cosa enorme è che medici possano permetterlo. «Si raccomanda la vaccinazione anti Sars Cov-2/Covid-19, con vaccini a mRna, alle donne in gravidanza nel secondo e terzo trimestre», informava nel settembre scorso una circolare del ministero della Salute, firmata dal direttore generale della Prevenzione, Gianni Rezza. «La Sigo con le sue confederate Aogoi, Agui, Agite prende atto, con grande soddisfazione, e condivide le raccomandazioni del ministero della Salute, contenute nella circolare recentemente diramata e che, rassicurando le decine di migliaia di donne gravide e in allattamento, ha confermato l’assoluta tranquillità per le stesse nel procedere alla vaccinazione anti Covid 19», plaudevano i ginecologi italiani. Un mese prima avevano scritto al ministro Roberto Speranza, chiedendo di promuovere il più possibile la vaccinazione delle donne in gravidanza e in allattamento, nei bambini di età superiore ai 12 anni e nei più piccoli appena pronti i vaccini per loro.Le neo mamme, nella circolare vengono pure invitate a vaccinarsi mentre nutrono con il proprio latte i neonati. «La donna che allatta deve essere informata che la vaccinazione non espone il lattante a rischi e gli permette di assumere, tramite il latte, anticorpi contro Sars-Cov-2», si legge sul sito del ministero della Salute. Ma siamo certi che le creature non corrano rischi? No, affatto. È sempre la stessa Pfizer a dichiarare che non esistono studi. «Non sono disponibili dati per valutare gli effetti del vaccino Pfizer Biontech Covid-19 sul neonato allattato al seno o sulla produzione/escrezione di latte», riporta sul suo sito. Ma allora è gravissimo che si insista nel vaccinare donne in attesa, o che allattano, senza informarle che non ci sono stracci di sicurezza su reazioni avverse nel loro corpo e in quello del bambino. E per fortuna che siamo preoccupati della spaventosa denatalità, altrimenti che cos’altro verrebbe permesso per minare la salute delle poche che cercano di avere un figlio? Un paper appena uscito su Lancet e relativo a uno studio di coorte effettuato in Svizzera tra il 1 marzo e il 27 dicembre 2021, ha mostrato che non ci sono dati sulla sicurezza riguardo gli effetti avversi quando il vaccino viene iniziato nei primi tre mesi di gravidanza (quelli più critici), e che su 1.012 donne vaccinate, indipendentemente dal tipo di vaccino, 727 (81,3%) hanno riportato almeno un evento avverso locale per la prima dose e 720 (80,5%) per la seconda dose. Si sono verificati quattro eventi collaterali gravi quali embolia polmonare, rottura prematura delle membrane, febbre isolata con ricovero e herpes zoster. Una percentuale dello 0,4% non è decisamente bassa, soprattutto perché un evento avverso su una gestante vale per due, per la futura mamma e per il bimbo che si sta formando. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/anche-pfizer-sconsiglia-siero-gestanti-2657489653.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-addetti-alla-pubblica-sicurezza-citano-il-governo-per-danno-erariale" data-post-id="2657489653" data-published-at="1654885784" data-use-pagination="False"> Gli addetti alla pubblica sicurezza citano il governo per danno erariale L’Osa, associazione operatori di sicurezza associati, quindi polizia di Stato, carabinieri, Guardia di finanza, vigili del fuoco, esercito, aeronautica, marina militare e ogni altro addetto all’ordine pubblico, ha presentato una corposa denuncia alla Corte dei Conti chiedendo di sottoporre a giudizio per responsabilità amministrativa il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, il ministro della Salute, Roberto Speranza, oltre a i vari comandanti e capi dipartimento. Sarebbero responsabili di danno erariale «per non aver vigilato sulla corretta applicazione della profilassi vaccinale, della sorveglianza sanitaria nei confronti del personale dipendente da tali dipartimenti», e per i costi sostenuti dallo Stato in due anni, compreso «la retribuzione dei medici vaccinatori del personale del comparto difesa, sicurezza e soccorso pubblico avendo per tale servizio già sostenuto i costi delle sanità delle amministrazioni che hanno, fra i vari compiti istituzionali, anche quello della profilassi vaccinale». L’avvocato Luigi Doria del foro di Lecce ha elencato una lunga serie di mancanze, disattenzioni, non vigilanza sulla vaccinazione anti Covid che hanno provocato «numerosissimi decessi e moltissime reazioni avverse gravi, riscontrate tra il personale delle forze di polizia, delle forze armate e del corpo nazionale dei vigili del fuoco». C’è una precisa e articolata direttiva tecnica del maggio 2018, adottato dal ministero della Difesa di concerto con quello della Salute, in base alla quale la profilassi vaccinale doveva essere attuata, ma soprattutto garantita dall’amministrazione del ministero dell’Interno e non svolta negli hub. Invece di verificare che questo accadesse, le autorità hanno condiviso illegittime norme di circolazione collegate al green pass per l’accesso nelle caserme e agli alloggi di servizio. «È stata praticata su tutta la popolazione militare e in generale tutta quella che veste un’uniforme, in palese spregio alle indicazioni delle commissioni parlamentari d’inchiesta, una somministrazione incontrollata di vaccini […] senza effettuare, come previsto, una puntuale raccolta e registrazione di anamnesi mirata e specifica», si legge nel documento. Qualcuno ne dovrà rispondere e, secondo l’Osa, per indennizzi e responsabilità penali occorre rifarsi alla sentenza 22415 della Cassazione penale sulla valutazione dei rischi nella pubblica amministrazione. Se risulterà che comandanti e dirigenti delle varie articolazioni centrali e periferiche dello Stato, in tema di vaccinazione anti Covid del personale dipendente «non abbiano avuto autonomi poteri gestionali, in quanto preclusi e/o erroneamente indirizzati dagli organi di direzione politica, questi ultimi dovranno essere ritenuti, per la vaccinazione in questione, datori di lavoro di tutti i soggetti inoculati e dovranno assumersene direttamente le responsabilità per i danni erariali presenti e futuri cagionati alla salute di tali soggetti, per il fatto di non aver permesso di applicare la prevista sorveglianza sanitaria e la corretta profilassi vaccinale al personale in uniforme». Se ne vedranno delle belle. Quanto agli eventi avversi da vaccino, viene chiesto se l’osservatorio epidemiologico della Difesa abbia o meno ricevuto e monitorato i dati relativi all’immunizzazione del personale militare, visto che le segnalazioni sono state davvero tante. In tutto il comparto sicurezza.
Pedro Sánchez (Ansa)
Come è noto, il governo di Madrid, con un un decreto promulgato lo scorso aprile, ha deciso di estendere la cittadinanza spagnola a oltre mezzo milione di immigrati clandestini presenti nel Paese. Una scelta che doveva essere dettata da ragioni soprattutto economiche. Per lo Psoe, il partito socialista di Pedro Sánchez, e per la sinistra di Podemos, guidata da Ione Belarra, l’aumento del Pil del 2,9% nel 2025 era dovuto soprattutto al contributo degli stranieri che, col loro lavoro, non solo avevano permesso di migliorare l’economia spagnola, ma avevano anche rafforzato il sistema del welfare. Sulla carta, quindi, l’operazione del governo spagnolo era perfetta. Sulla carta, però. Perché El Confidencial ha raccolto i numeri elaborati dall’Airef, l’autorità indipendente per la responsabilità fiscale, che raccontano tutta un’altra storia rispetto a quella proposta da Sánchez. Secondo le stime, infatti, l’impatto a lungo termine di questa enorme regolarizzazione (500.000 immigrati su poco più di 860.000, quindi più della metà) sarà estremamente limitato: solo lo 0,03% del Pil. Praticamente nulla.
Più precisamente, secondo l’Airef, questa regolarizzazione di massa contribuirà con lo 0,07% del Pil in contributi durante il primo anno di attuazione, pari a circa 1,3 miliardi di euro. Questa cifra aumenterà nei primi anni successivi alla regolarizzazione, raggiungendo un picco dello 0,11% del Pil nel 2030 che, secondo le previsioni di crescita nominale dell’Airef, ammonterebbe a circa 2,3 miliardi di euro. «In media» - ha detto, durante la conferenza stampa di presentazione dei dati, il presidente dell’Airef, Inés Olóndriz -«su un periodo di tempo molto lungo, l’impatto della regolarizzazione degli immigrati è molto ridotto, nell’ordine di due cifre decimali». Quelle che noi, quando si parla di elezioni, definiremmo da prefisso telefonico.
Ma c’è di più. Perché questo scarso beneficio sul Pil potrebbe diminuire ulteriormente nei prossimi anni, come spiega sempre l’Airef: «L’impatto si attenuerà nell’arco di altri quattro anni [2034, ndr], sulla base delle precedenti regolarizzazioni».
C’è però un altro scenario possibile: quello di un ennesimo allargamento della cittadinanza nei prossimi anni. Potenzialmente, infatti, la platea potrebbe aumentare a 950.000 persone, considerando coloro che sono stati in qualche modo registrati, ma che però risultano privi di documenti, e gli altri richiedenti asilo.
Quindi, se l’economia ti smentisce perché farlo? Perché la Spagna ha anche un enorme problema demografico. Lo stesso, anzi a tratti peggiore, che è presente in tutto il mondo occidentale: non si fanno figli, se non in tarda età e i morti sono più dei nati.
Alcuni numeri: nel 2014 le nascite erano 428.000. Dieci anni dopo, nel 2024, solamente 318.000. Che, tradotto, significa circa il 25% in meno solamente in un decennio. Il tasso di fecondità in Spagna, poi, si attesta a 1,1 figli per donna, uno dei dati più bassi presente in Occidente e, soprattutto, ben lontano dai 2,1 necessari per mantenere la popolazione stabile. Continuando a mettere a confronto i numeri degli ultimi dieci anni notiamo che gli over 65 sono aumentati di oltre il 17% mentre gli over 85 sono cresciuti di circa il 35%. Da ciò deriva la grande difficoltà economica legata soprattutto al welfare. Se andiamo invece ad analizzare i numeri delle persone straniere notiamo un trend opposto. Secondo quanto raccolto dall’Istituto nazionale di statistica spagnolo, un bambino su tre è nato da una mamma nata all’estero. Negli ultimi quattro anni, poi, sono giunti nel Paese almeno 1,6 milioni di persone straniere provenienti soprattutto da Colombia, Venezuela, altri Paesi latinoamericani e Marocco. Tutti Paesi in cui il tasso di fertilità è molto più alto e che, a tendere, andranno a sostituire la popolazione locale. Che è lecito, sia chiaro. Ma ne vale davvero la pena? Non sarebbe meglio - prima di allargare le maglie della cittadinanza con pochi controlli su chi si sta accogliendo, come segnalato dagli stessi sindacati di polizia spagnola - incentivare le nascite locali? Pare proprio che la sinistra spagnola, che in questo si trova in ottima compagnia con quella italiana, stia facendo il possibile per far sì che la popolazione locale diventi una minoranza. Che forse, a quel punto, verrà finalmente tutelata.
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Il premier britannico Keir Starmer. Nel riquadro Henry Nowak, lo studente accoltellato da un sikh a Southampton (Ansa)
È esattamente questa la morale della favola nerissima che ha per protagonista Henry Nowak, diciottenne studente al primo anno di università ammazzato a coltellate il 3 dicembre 2025 a Southampton, in Inghilterra.
Nowak è stato pugnalato più volte con un coltello cerimoniale sikh, ventuno centimetri di lama che non gli hanno lasciato scampo. Giovedì, per il suo omicidio è stato condannato Vickrum Digwa, un ventitreenne sikh. Questo però non è un assassinio come tanti. Ha un sottofondo etnico-culturale che non può lasciare indifferenti. Infatti, curiosamente, di questo caso al di fuori del Regno Unito si è parlato pochissimo. E siamo sicuri che, se le parti fossero state invertite - cioè se fosse stato ferocemente massacrato un immigrato e il colpevole fosse un giovane bianco - avremmo letto paginate indignate sul razzismo imperante e sull’odio in crescita nell’Inghilterra fascista in cui Nigel Farage fa incetta di consensi. Invece è morto un ragazzo bianco europeo, e poco importa.
Ma l’aspetto più atroce della faccenda riguarda gli ultimi istanti di vita di Nowak. Henry tornava da una serata con gli amici del calcio, è stato aggredito e colpito più volte. Nel disperato tentativo di sfuggire al suo aggressore si è trascinato oltre una recinzione, lasciando dietro di sé una spessa striscia di sangue. Quando la polizia è intervenuta, Henry era ancora vivo. Gli agenti accordi sul posto hanno fermato Digwa, e gli hanno chiesto che cosa fosse accaduto. Lui ha dichiarato di avere con sé il pugnale tradizionale che la fede sikh gli impone di portare, e ha detto di avere agito per legittima difesa, dato che Nowak - ubriaco - gli aveva urlato insulti razzisti, lo aveva aggredito e colpito facendogli cadere il prezioso turbante. Ebbene, i poliziotti senza pensarci su troppo gli hanno creduto. Hanno preso Henry Nowak sanguinante e moribondo e lo hanno ammanettato, trattandolo appunto come un criminale razzista.
Digwa ha ripetuto la sua versione al processo, ma in aula le sue «bugie malvagie» sono state smentite: a giugno sarà pronunciata la sentenza definitiva nei suoi riguardi. Non solo. Anche Kiran Kaur, la madre di Digwa, è finita a processo con l’accusa di favoreggiamento per aver tentato di nascondere l’arma del delitto, ovvero il lungo coltello che i sikh pretendono di portare ovunque in virtù delle loro credenze.
Dopo la sentenza, l’organismo di controllo sull’operato della polizia britannica ha avviato un’indagine sul fermo di Nowak. «Stiamo conducendo un’indagine indipendente sui contatti che gli agenti dell’Hampshire e dell’Isola di Wight hanno avuto con il signor Nowak prima della sua morte, avvenuta il 4 dicembre, compreso l’uso delle manette da parte degli agenti e il primo soccorso prestato», si legge nel comunicato ufficiale. «La nostra indagine, avviata a seguito di una segnalazione obbligatoria da parte delle forze dell’ordine, è tuttora in corso e gli agenti coinvolti sono attualmente considerati testimoni».
Nel frattempo, il vicecapo della polizia ad interim, Robert France, parlando alla Bbc, ha presentato scuse formali ai famigliari di Nowak. «È una tragedia che gli agenti non abbiano capito immediatamente cosa fosse successo a Henry», ha detto. «Mi dispiace che sia stato ammanettato e arrestato mentre perdeva conoscenza. Non voglio nascondere i fatti. Voglio che le persone comprendano i fatti nella loro interezza. Gli agenti che inizialmente hanno interagito con Henry sono gli stessi che hanno iniziato la rianimazione cardiopolmonare, che hanno lottato per salvargli la vita e non ho dubbi sul profondo impatto che questo ha avuto su di loro».
Non c’è dubbio che gli agenti abbiano tentato di rianimare Henry quando si sono accorti che stava morendo. Ma su quanto accaduto prima è persino superfluo svolgere approfondimenti, perché è tutto fin troppo chiaro. Sono anni ormai che le forze dell’ordine britanniche sono costrette a occuparsi non solo dei cosiddetti «crimini di odio», ma persino di «episodi di odio non criminali». Centinaia di persone sono state arrestate per post sui social network ritenuti razzisti, tra cui madri di famiglia e comici famosi finiti in manette per una battuta. Altre migliaia di cittadini (minorenni compresi) sono state monitorate e schedate perché qualcuno le aveva sentite usare un linguaggio non appropriato magari durante una lite. Non scherziamo: sono stati schedati ragazzini che avevano dato del ciccione a un compagno di classe nel corso di un litigio, vicini hanno segnalato altri vicini per una risposta maleducata. Ed ecco il risultato di anni e anni di lavaggio del cervello. La polizia - che pure ha più volte protestato per l’enorme quantità di tempo perso a occuparsi di psicoreati inesistenti e stupidaggini - è stata condizionata al punto da credere che un ragazzo sanguinante e morente sia un criminale perché è bianco. E perché un immigrato di seconda generazione lo ha accusato di razzismo. Ripensate alla scena: c’è un uomo agonizzante che gronda sangue, e dall’altra parte un uomo senza un graffio con un coltello di ventuno centimetri. Chi potrebbe essere la vittima? La risposta che gli agenti si sono dati è: l’uomo con il coltello, perché è scuro di pelle e di origini straniere. E nella retorica woke, si sa, gli stranieri sono sempre vittime del bianco oppressore. Di fronte a questo orrore distopico, non c’è dichiarazione di scuse che tenga.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il messaggio suona più o meno così: volete soldi per affrontare il caro energia? Benissimo. Però prima assicuratevi di non rallentare la corsa al riarmo. Mercoledì la Commissione presenterà il pacchetto di primavera del semestre 2026. Una sorta di pagella in cui Bruxelles distribuisce voti, bacchettate e consigli non richiesti. Quest’anno, tuttavia, il clima è diverso. Sullo sfondo ci sono la guerra commerciale globale, i prezzi energetici che continuano a tormentare famiglie e imprese, la crescita asfittica dell’economia europea e soprattutto la nuova ossessione comunitaria: la spesa militare. La coincidenza è singolare. Quando si tratta di finanziare carri armati, missili, sistemi di difesa e programmi militari, le regole del Patto di stabilità possono essere piegate senza problemi. Quando invece si tratta di aiutare imprese e famiglie a pagare bollette diventate insostenibili ricompaiono i ragionieri del rigore. A metà maggio Giorgia Meloni ha scritto direttamente alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Nella lettera ha chiesto di estendere all’emergenza energetica la clausola di salvaguardia che Bruxelles ha già aperto per le spese militari. Una richiesta semplice: se si possono fare deroghe ai vincoli di bilancio per acquistare armamenti, perché non consentirle anche per proteggere il sistema produttivo dall’esplosione dei costi energetici? Domanda apparentemente logica. Ma proprio la logica sembra essere la grande assente nei palazzi europei. Venerdì il portavoce della Commissione, Balazs Ujvari, ha spiegato che il semestre europeo «sarà un’occasione per affrontare i temi indicati nella lettera». Per la serie: ne parleremo.
Purtroppo le probabilità che l’Italia ottenga un’estensione della clausola sembrano ridotte. Le fonti comunitarie parlano apertamente di forti resistenze. «A livello tecnico e di ministri c’è piena opposizione», riferisce una fonte europea.
In compenso, mentre si chiude una porta, Bruxelles ne apre un’altra. O almeno finge di aprirla. Secondo indiscrezioni potrebbe essere predisposto «un qualche strumento di credito».
La risposta farà probabilmente eco alle indicazioni già fornite dal commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, raccomandando di restare all’interno del quadro fiscale e di privilegiare gli investimenti energetici rispetto ai sussidi. Il parametro è sempre lo stesso. Le regole restano regole. Purché non riguardino la difesa.
Infatti sedici Stati membri hanno già attivato la clausola per gli investimenti militari. Sedici. Nessun dramma. Nessun richiamo ai sacrifici delle generazioni future.
Per le armi il portafoglio si apre. Per le bollette si discute. Per le imprese si riflette. Per i cittadini si studia. Per il riarmo si firma. Naturalmente Bruxelles respinge qualsiasi accusa di doppio standard. E il commissario europeo Raffaele Fitto continua a ripetere che si lavora «con spirito costruttivo». Espressione meravigliosa.
Talmente costruttiva che, pochi giorni fa, i governi sono stati invitati a utilizzare le risorse dei fondi di coesione. Una scelta che, ovviamente, ha suscitato le proteste delle comunità che si vedrebbero tagliare i finanziamenti.
Così si fa avanti. Mercoledì la procedura per deficit eccessivo dovrebbe essere confermata. Il deficit del 2025 si è attestato al 3,1% del Pil, appena sopra la soglia magica del 3%. Ci sarà poi il consueto richiamo al consolidamento dei conti pubblici. Ci sarà il controllo sulla crescita della spesa netta. Ci saranno le raccomandazioni. Ci saranno gli ammonimenti. Ci sarà il rituale. Peccato che i numeri raccontino un’altra storia. Nel 2025 la spesa netta italiana è cresciuta dell’1,9%, oltre il limite dell’1,3% fissato dal percorso concordato con Bruxelles. Ma una parte significativa dell’incremento deriva dall’accelerazione nell’utilizzo dei fondi del Pnrr, elemento che le regole europee consentono di sterilizzare nei conteggi. Insomma, anche stavolta la realtà è più complicata delle formule burocratiche.
E come sempre il Semestre europeo si concluderà con il tradizionale elenco delle virtù obbligatorie: innovazione, capitale di rischio, aggregazioni tra imprese, elettrificazione, energie rinnovabili, politiche climatiche e ambientali. Il catalogo delle buone intenzioni non mancherà. Manca invece una risposta convincente alla domanda fondamentale che attraversa tutta questa vicenda. Perché l’Europa considera strategico finanziare la difesa ma non considera altrettanto strategico difendere famiglie e imprese? Una domanda che a Bruxelles preferiscono non sentire.
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(iStock)
Veniamo ai numeri: dalle dichiarazioni dei redditi del 2024, l’Irpef media pagata dagli imprenditori e dai lavoratori autonomi si è attestata a 8.331 euro mentre i dipendenti si sono fermati a 4.215 euro e i pensionati a 4.006. In termini percentuali, significa che le partite Iva versano circa il 98% in più rispetto ai dipendenti e addirittura il 108% in più rispetto ai pensionati.
La normativa delle imposte vede l’evoluzione della flat tax per questa categoria di contribuenti che si è concretizzata nell’innalzamento della soglia massima di ricavi e compensi. Dal 2023 il limite per accedere all’aliquota del 15% (o del 5% per i primi 5 anni) è fissato a 85.000 euro. Partito inizialmente nel 2016 con limiti variabili (da 25.000 a 50.000 euro in base all’attività), il tetto è stato unificato e portato a 65.000 euro nel 2019, per poi subire l’ultimo incremento a 85.000 euro. Il sistema attuale sostituisce l’Irpef progressiva e le relative addizionali regionali/comunali con un’imposta sostitutiva secca. L'imponibile non viene calcolato sui costi reali, ma attraverso specifici coefficienti di redditività legati al codice Ateco.
Il prelievo dell’Irpef sulle partite Iva è superiore da anni. Ad esempio nel 2018, le imposte versate dai lavoratori autonomi sono state pari a 5.091 euro mentre quelle dei dipendenti di 3.927 e quelle dei pensionati di 3.047 euro. Anche allora le partite Iva pagavano il 30% in più di Irpef all’anno rispetto ai dipendenti e il 67% in più di quanto versavano i pensionati. «È importante chiarire questa questione per smentire la tesi molto diffusa secondo la quale in Italia le tasse sono onorate quasi esclusivamente da coloro che subiscono il prelievo alla fonte», afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo. «Fermo restando che la lotta all’evasione e alla sotto-dichiarazione è una priorità imprescindibile anche tra gli autonomi e ci mancherebbe, non può diventare un alibi per trascurare un dato altrettanto evidente. Mediamente le partite Iva figurano oggi tra i contribuenti più esposti al prelievo fiscale».
Complessivamente i contribuenti Irpef sono 42,5 milioni: di cui 23,8 sono lavoratori dipendenti (56%), 14,5 milioni pensionati (34%) e 3,3 milioni sono partite Iva (8%). Il gettito totale Irpef, è pari a quasi 190 miliardi di euro; di questi, 100,3 miliardi sono prelevati dai dipendenti (53%), 58,1 miliardi dai pensionati (31%) e 27,4 miliardi dai lavoratori autonomi (14%). Il gettito medio dei contribuenti Irpef è di 4.462 euro; tuttavia, se l’importo medio versato all’erario dai pensionati è di 4.006 euro, sale a 4.215 euro per i dipendenti e si attesta a 8.331 euro per gli imprenditori e lavoratori autonomi. Infine, se disaggreghiamo il dato riferito a quest'ultima categoria professionale, emerge che i lavoratori autonomi (ovvero i liberi professionisti) pagano mediamente 21.528 euro di Irpef pro capite, 5.959 euro gli imprenditori (artigiani, commercianti e piccoli imprenditori che nel 80% dei casi lavorano da soli), e 5.616 euro i collaboratori familiari/soci di società di persone. Anche in questi ultimi due casi, il versamento medio è superiore a quello dei pensionati e, in particolare, dei dipendenti che includono anche soggetti con elevati livelli retributivi (come medici, professori universitari, magistrati, dirigenti, manager).
La Cgia lancia una proposta provocatoria: eliminare il sostituto d’imposta. «Tutti i contribuenti sarebbero chiamati a dichiarare e versare in prima persona, aumentando trasparenza e responsabilizzazione. Questo potrebbe ridurre il pregiudizio secondo cui i lavoratori autonomi avrebbero maggiori possibilità di evasione/elusione: al contrario, emergerebbe con maggiore evidenza il reale livello di contribuzione di ciascuna categoria».
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