Sarà l’interrogatorio di garanzia previsto questa mattina a San Vittore, di fronte al gip Domenico Santoro, il primo vero passaggio in cui l’assistente capo della polizia Carmelo Cinturrino sarà chiamato a rispondere punto per punto non solo dello sparo che il 26 gennaio ha ucciso Abderrahim Mansouri, ma soprattutto di ciò che è accaduto subito dopo, nel boschetto di Rogoredo. È un quadro inquietante quello che gli inquirenti hanno delineato intorno a questo agente nato a Messina il 21 novembre del 1984, accusato di omicidio volontario e difeso dall’avvocato Pietro Porciani. Per la Procura che ha disposto il carcere, oltre al pericolo di fuga, risulta «concreto e attuale» sia il pericolo di inquinamento probatorio sia di reiterazione del reato, «alla luce della circostanza che il fermato ha dimostrato elevatissima capacità criminale».
Nelle carte firmate dal procuratore capo, Marcello Viola, e da Giovanni Tarzia si affaccia infatti anche un’altra ipotesi: che i quattro agenti inizialmente sentiti come persone informate sui fatti possano aver fornito versioni in linea con quella di Cinturrino per timore di essere ammazzati anche loro. Solo dopo - nel corso di interrogatori più approfonditi e alla luce dei riscontri oggettivi - hanno iniziato a dettagliare elementi diversi. È in questo snodo che gli inquirenti collocano il cambio di passo investigativo, frutto di un lavoro definito dagli stessi vertici «rigoroso e senza sconti», portato avanti dalla Procura e dalla Squadra mobile della questura di Milano.
A pesare, secondo gli atti, sarebbero state anche le pressioni attribuite all’assistente capo: Cinturrino avrebbe sollecitato i colleghi a mantenere la versione della legittima difesa. Dai verbali emerge una figura temuta, capace di incutere soggezione. «Avevo paura che potesse spararmi», ha riferito l’agente Davide Picciotto, una percezione confermata da altri testimoni che descrivono comportamenti abitualmente aggressivi, tanto da usare talvolta il martello anche contro i tossicodipendenti.
Il fermo e la richiesta di custodia cautelare si fondano sull’accusa di omicidio volontario: per la Procura, Cinturrino avrebbe sparato consapevolmente a Mansouri senza una minaccia concreta, mentre cercava di fuggire, aggravando la propria posizione alterando la scena e costruendo una versione difensiva non veritiera.
Il quadro cambia radicalmente con il secondo interrogatorio di Picciotto, reso il 19 febbraio. È qui che, secondo gli inquirenti, emergono riscontri decisivi. Picciotto - che al momento dello sparo si trovava alla destra di Cinturrino, due o tre metri più indietro - colloca l’azione a una distanza di circa 20 metri dalla vittima. Racconta di aver visto Mansouri fare un gesto con il braccio destro, «sopra la spalla», come se stesse per lanciare qualcosa. Un gesto che viene collegato alla pietra rinvenuta accanto alla mano del giovane e visibile nelle immagini acquisite.
Ma Picciotto è altrettanto esplicito su un punto centrale: non ha mai avuto timore di essere colpito. Lo dice chiaramente agli inquirenti. La minaccia, secondo il suo racconto, non era concreta né immediata. E soprattutto aggiunge un elemento dirimente: prima dello sparo nessuno ha intimato l’alt, né si è qualificato come polizia.
Dopo il colpo, Mansouri cade prono, con il volto a terra. Le lesioni al viso, l’imbrattamento di terriccio, la posizione del corpo e la traiettoria del proiettile - che entra nella regione parietale destra e si arresta nella zona occipitale - trovano riscontro negli accertamenti medico-legali e balistici dell’università di Milano e della polizia scientifica. È una caduta compatibile con un colpo esploso di lato, mentre la testa era leggermente ruotata, non con un fronteggiamento diretto.
È a questo punto che si innesta la parte più inquietante del racconto. Picciotto riferisce che Cinturrino gli consegna le chiavi della Panda di servizio e gli ordina di andare al commissariato Mecenate a prendere la valigetta degli atti, quella abitualmente utilizzata dai capo pattuglia delle volanti. Non quella di servizio - presente sul posto con la volante Mecenate bis - ma una borsa nera personale, con lo stemma dell’Italia, appartenente allo stesso Cinturrino. Le telecamere documentano l’andata e il ritorno: Picciotto si allontana alle 17.33, rientra al bosco alle 17.48. Quando torna, vede Cinturrino aprire il cofano, prelevare un oggetto nero e correre verso il corpo. Solo dopo, vicino alla mano di Mansouri, compare la pistola a salve.
Il ritardo nei soccorsi - 22-23 minuti - chiude il cerchio. Mansouri non muore sul colpo: dà segni di vita. Eppure il 118 viene chiamato solo alle 17.55. Secondo la Procura, Cinturrino tranquillizza i colleghi, dicendo di aver già avvisato la centrale. Non è vero. Quel lasso di tempo, scrivono i pm, viene utilizzato per modificare la scena.
Sul piano politico il caso riaccende lo scontro sullo scudo penale. Elly Schlein, leader dem, ha accusato Giorgia Meloni e Matteo Salvini di aver strumentalizzato il caso, definendo grave l’uso politico di una vicenda giudiziaria ancora in corso per il referendum. Ha chiesto scuse per i giudici e di rivedere la norma del decreto Sicurezza che introdurrebbe una forma di impunità preventiva. Di segno opposto Salvini, che ribadisce: «Lo scudo non è impunità: se ci sono evidenze di crimine si indaga e si arresta». Il premier Meloni ha avvertito che, se le ipotesi fossero confermate, si tratterebbe di un fatto «gravissimo». Ha espresso «profonda rabbia» all’idea che chi tradisce la divisa possa «sporcare» il lavoro di chi ogni giorno tutela la sicurezza, ringraziando la polizia di Stato per le indagini interne svolte «al solo fine di far emergere la verità». Il presidente del Consiglio ha poi ribadito che «non esiste alcuno scudo penale» e che la giustizia farà il suo corso.
Tra gli alberi c’era chi ha visto tutto
È stata una sequenza di errori a portare Carmelo Cinturrino al centro dell’accusa di omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri. Errori che hanno incrinato la versione della legittima difesa e hanno finito per reggere l’impianto accusatorio della Procura di Milano.
Il primo riguarda la pistola. L’arma indicata da Cinturrino come la minaccia che lo avrebbe costretto a sparare non si è rivelata solo una replica a salve. Ma soprattutto, dagli accertamenti della Scientifica, è emerso che su quell’oggetto non erano presenti tracce genetiche della vittima, mentre sono state rinvenute più tracce biologiche dello stesso Cinturrino: sulla guanciola, sul grilletto, sul cane e sull’impugnatura. Un dato che ha smentito l’ipotesi che Mansouri l’avesse mai impugnata e ha rafforzato il sospetto che la pistola fosse stata maneggiata e collocata dopo, per costruire una scena compatibile con la legittima difesa. Il secondo errore ha riguardato i tempi dei soccorsi. Un ritardo che, per l’accusa, non è stato casuale ma funzionale ad alterare la scena. Il terzo è stato non accorgersi dei testimoni. Nel bosco di Rogoredo, quella sera, non c’erano solo poliziotti. Alcuni frequentatori dell’area hanno assistito alle fasi dell’intervento e dello sparo, nascosti nella boscaglia. Tra loro Muhammadi Quadrat Ullah, che ha raccontato di aver visto Mansouri disarmato, con un telefono in una mano e una pietra nell’altra, colpito mentre stava cercando di fuggire. La sua versione è stata ritenuta attendibile anche perché verificata sul posto, in condizioni di luce simili a quelle del pomeriggio del 26 gennaio e perché supportata da riscontri oggettivi: la presenza della pietra accanto alla mano della vittima, il fango sul volto, la posizione prona del corpo.
Tra i riscontri che hanno pesato di più nell’impianto accusatorio c’è il racconto di Mohui Rachid, uno dei frequentatori del boschetto che, secondo gli inquirenti, ha finito per incastrare proprio chi per anni avrebbe incusso timore in quell’area. Rachid ha riferito di essere stato in chiamata Whatsapp con Mansouri negli istanti immediatamente precedenti allo sparo. Una conversazione in tempo reale, durante la quale lo avrebbe avvertito della presenza della polizia invitandolo a scappare. La chiamata, ha raccontato, si è interrotta bruscamente dopo un rumore secco, riconducibile a un colpo d’arma da fuoco. Subito dopo ha tentato di richiamarlo, senza ottenere risposta. Un racconto che ha trovato puntuale riscontro tecnico: l’analisi del cellulare di Mansouri ha confermato una chiamata Whatsapp alle 17.32, collocata a ridosso dell’orario stimato dello sparo. Rachid aveva anche consegnato agli investigatori uno screenshot del registro chiamate, poi verificato dalla Squadra mobile. Un dettaglio ritenuto decisivo perché colloca Mansouri in una situazione incompatibile con la versione della minaccia armata imminente: stava parlando al telefono, non impugnava una pistola. Per la Procura, la testimonianza di Rachid è fondamentale: è uno dei frequentatori del boschetto che, secondo le carte, avrebbero subito per anni intimidazioni da parte di Cinturrino.
Infine, il quarto errore è stato aver confidato in un’impunità costruita nel tempo. Dagli atti emerge un quadro «allarmante»: intimidazioni, violenze e richieste di denaro ai tossici, riferite da più soggetti sentiti dagli investigatori. Intanto Dario Redaelli ha rinunciato all’incarico di consulente della difesa di Cinturrino, affermando di non poter difendere chi ha «preso in giro» lui e l’istituzione a cui ha appartenuto per 40 anni. E ha espresso solidarietà ai poliziotti che ogni giorno onorano la divisa.