Così il premier durante l'informativa alla Camera sull'azione del governo, che ha toccato anche i temi di Hormuz, della crisi in Medio Oriente e del rapporto con gli Stati Uniti.
Quindi la stoccata alla leader Pd sul rapporto Europa-Usa e l'unità dell'Occidente: «Mi verrebbe da dire, prendendo a prestito una frase cara a Elly Schlein, che noi siamo testardamente unitari. E se può permettersi di esserlo lei rispetto alle variopinte forze politiche che compongono il campo largo, potrò ben permettermelo io rispetto a Europa e Stati Uniti che stanno insieme da molto, molto tempo».
Matteo Renzi (Ansa)
L’ex premier incontra il nuovo editore greco: gli propone Salvatore Nastasi come presidente del cda e gli presenta il membro laico del Csm, Ernesto Carbone. Le trame sul direttore.
Dove c’è Matteo Renzi c’è intrigo, dove c’è intrigo c’è mistero. E abbastanza misteriose sono le manovre che stanno avvenendo attorno al quotidiano La Repubblica. È infatti corsa contro il tempo per aggiudicarsi se non il controllo almeno l’amicizia del quotidiano storico della sinistra italiana la cui proprietà è passata poche settimane fa dalle mani del gruppo guidato da John Elkann a quello dell’armatore ed editore greco Theodore Kyriakou.
Come sempre il più lesto a muoversi è stato Matteo Renzi nella sua duplice veste di senatore e lobbista di alto rango. Nei salotti romani il tema è all’ordine del giorno dopo che è filtrata la notizia dell’incontro che avrebbe dovuto rimanere riservato avvenuto nei giorni scorsi a Roma tra Renzi e Kyriakou per discutere del futuro del giornale e del suo posizionamento. Con il passare delle ore emergono alcuni dettagli. Il primo riguarda i dubbi che il nuovo proprietario avrebbe esternato sulla proposta di Renzi di nominare Salvatore Nastasi, il manager fedele all’ex premier e che ha partecipato all’incontro, presidente del nuovo consiglio di amministrazione; il secondo dettaglio, che poi tanto dettaglio non è, è che all’incontro era presente anche Ernesto Carbone, storico braccio destro di Renzi - è stato anche deputato del Pd per una legislatura - ma anche attuale membro laico del Consiglio superiore della magistratura.
L’analogia con la famosa «notte dell’hotel Champagne» del 2019 in cui membri del Csm e politici (guarda caso anche allora renziani) si riunirono per decidere segretamente cose che avrebbero dovuto essere decise altrove e che diede il là allo scandalo Palamara viene naturale. Ma al di là di una suggestione la domanda resta lecita: che ci faceva un membro del Csm in un incontro in cui si parlava di giornali, imprese private e linee editoriali, in altri termini di potere? E a proposito di domande in queste ore ne circola una altrettanto maliziosa: perché Renzi ha fatto incontrare più o meno nelle stesse ore Theodore Kyriakou anche a due importanti editori romani di area centrodestra? Risposte certe non ce ne sono, anche perché la vera domanda è la seguente: questa volta chi sta cercando di intortare Matteo Renzi, la sinistra o la destra?
Insomma è naturale chiedersi fino a che punto Renzi stia facendo gli interessi dell’editore greco agganciato durante un recente viaggio in America probabilmente tramite il suo amico principe saudita Bin Salman che guarda caso tre anni fa ha investito 225 milioni di euro per acquistare il 30% di Antenna Group, la società di Kyriakou che ha perfezionato l’acquisto di La Repubblica.
Altro filone è quello che riguarda il direttore de La Repubblica. Alla notizia del cambio di proprietà, Renzi fece scrivere ai suoi, fatto inusuale, un comunicato in cui «si esprime soddisfazione per la conferma di Mario Orfeo alla direzione, scelta che garantisce continuità, equilibrio e qualità editoriale». Ma nei medesimi salotti romani che stanno ospitando incontri più o meno carbonari c’è chi sostiene che Renzi parli assai bene di Emiliano Fittipaldi, attuale direttore del Domani. E qualcuno già incasella quel comunicato elogiativo dell’attuale direttore nella famosa categoria degli «Stai sereno» inaugurata da Renzi per fare fuori Enrico Letta.
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Maurizio Landini (Ansa)
Il sindacato rosso critica il taglia-accise perché non punisce le società energetiche.
«È una questione di priorità». Quante volte dall’inizio della guerra in Medio Oriente ci siamo sentiti ripetere sempre la stessa solfa: il conflitto è un fenomeno esogeno, che nessuno in Italia e in Europa ha auspicato e spinto, ma ha provocato un gravissimo choc energetico su famiglie, lavoratori e imprese di tutto il Vecchio continente.
Bisogna intervenire, calibrando le risorse. Anche perché, tregua o non tregua, al momento nessuno conosce i tempi della nuova contesa.
L’ideale sarebbe, avendo un’altra Europa, sforare i paletti del Patto di stabilità e intervenire subito per dare ristoro ad aziende e cittadini che iniziano a vedere i primi segnali dei rincari. Non si può. Così il governo ha scelto. E ha deciso di intervenire in primis sulle famiglie e sui trasporti con il taglio delle accise.
Circa un miliardo per evitare che gli aumenti alla pompa, che comunque ci sono, diventino un salasso. Fino al 1° maggio, giorno della Festa dei lavoratori, dovremmo avere un’ancora di salvataggio abbastanza resistente alle intemperie.
Difficile opporsi a un provvedimento del genere. Complicato trovare da ridire. Non per la Cgil, che anche in questo caso è riuscita a non essere d’accordo. Si dirà, il segretario Maurizio Landini da un pezzo ormai fa politica, vuoi che arrivi ad applaudire il governo? Di recente è stato costretto a far buon viso a cattivo gioco sul rinnovo del contratto della scuola, e suo malgrado a garantire 137 euro lordi di aumento a 1,3 milioni di dipendenti pubblici: sarebbe davvero chiedergli troppo.
Ma al di là delle critiche al provvedimento sono le motivazione del sindacato rosso che lasciano di stucco. O meglio, fanno rabbrividire, anche perché se questa sinistra dovesse andare al governo il rischio di ritrovarsi Maurizio Landini al Lavoro è concreto.
Comunque. «Il 18 marzo, il giorno prima dell’entrata in vigore del decreto che taglia le accise», spiega Nicolò Giangrande, responsabile ufficio economia della Cgil, in un’audizione in commissione Finanze del Senato, «il prezzo medio del diesel era di 2,105 euro e quello della benzina 1,871 euro, ieri il diesel era a 2,142 euro e la benzina a 1,785 euro. Lo sconto deciso dal governo tra accise e Iva è stato mangiato dall’impennata dei prezzi energetici, destinato a crescere se la guerra in Iran durerà a lungo e tutti ci auguriamo che la tregua di questa notte sia il primo passo per la conclusione del conflitto».
Insomma, la premessa è raccapricciante. Perché si dice: nonostante il taglio delle accise il prezzo del carburante è rimasto inalterato, anzi per il diesel è addirittura cresciuto, senza evidenziare l’ovvio: in mancanza della sforbiciata del governo quell’aggravio sarebbe stato decisamente peggiore.
Ma il meglio deve ancora venire. «Si tratta», sottolinea ancora Giangrande, «di un intervento di politica economica che, se ai primi impegni del decreto aggiungiamo quelli della proroga, ammonta a oltre un miliardo di euro coperto con l’ennesimo taglio ai fondi ministeriali, compreso quello della Salute e a discapito degli investimenti in energie rinnovabili. Un intervento che oltre a rilevarsi del tutto inefficace non ha scalfito di un solo centesimo gli extra profitti che le compagnie energetiche stanno facendo dall’inizio della crisi... quegli extra profitti il governo li sta garantendo a spese del contributore». Per poi concludere: «Quando scadrà la proroga, il problema rischia di ripresentarsi peggiore di prima».
Ora, che non si trattasse di un taglio strutturale era stata la premessa di qualsiasi intervento del governo. Anche perché, come detto, i tempi del conflitto sono oggettivamente indefinibili e i paletti dell’Europa, tanto cara alla sinistra, non consentono di fare altrimenti.
Ma il punto sono le imprese e la logica distruttiva di Landini e compagni, per i quali la priorità non va data al sostegno alle famiglie ma alla punizione delle aziende petrolifere, del gas e del settore energetico che «ingiustamente» (in realtà hanno semplicemente sfruttato condizioni di mercato favorevoli ma indipendente dalle loro volontà) si sono arricchite grazie alla guerra. Morale della favola: il taglio delle accise non va bene perché non punisce le imprese e del resto chissenefrega.
Piuttosto che rassegnarci a una logica del genere preferiamo ipotizzare che pure queste dichiarazioni (tenendo conto anche del contesto in cui sono state rilasciate, Palazzo Madama) facciano parte della propaganda politica che ha contraddistinto la segretaria cgilellina targata Maurizio Landini. Ma probabilmente siamo troppo ottimisti.
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