2026-04-01
Alto Adige, scoperta maxi evasione contributiva nell'edilizia e 64 lavoratori in nero
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La Guardia di Finanza di Merano, in collaborazione con gli ispettori dell’Inps, ha accertato irregolarità nei confronti di due aziende edili operanti nel Burgraviato.
I lavori in corso in numerosi cantieri, tutti attivi nel Burgraviato, procedevano a pieno ritmo nonostante una forza lavoro che, almeno stando ai libri contabili, poteva contare su un esiguo numero di operai.
La circostanza ha insospettivo i finanzieri del Comando Provinciale di Bolzano che, con gli ispettori dell’Inps, hanno deciso di approfondire la posizione di due aziende edili, una società e una ditta individuale, riconducibili alla medesima compagine gestionale.
L’attività di controllo, condotta dalla Compagnia di Merano, ha consentito l’identificazione delle maestranze effettivamente impiegate e l’acquisizione di documentazione utile a riscontrare la regolarità della loro assunzione e le modalità di corresponsione delle retribuzioni.
Gli approfondimenti hanno fatto emergere come, accanto a un esiguo numero di personale regolarmente assunto, vi fossero ben 62 lavoratori che venivano impiegati per alcuni periodi totalmente in nero e, per altri, in modo irregolare.
Per 14 di loro, le Fiamme gialle hanno accertato l’impiego lavorativo pur risultando formalmente inoccupati e per questa ragione destinatari della Naspi, l’indennità di disoccupazione. In un caso è stato identificato un operaio regolarmente al lavoro, nonostante risultasse in malattia.
Il sistema si reggeva su un vorticoso giro di contanti, utilizzati per corrispondere le paghe ai lavoratori non regolarmente assunti, in violazione dell’obbligo di tracciabilità dei pagamenti, oltre che sul sistematico aggiramento degli obblighi di versamento degli oneri previdenziali e contributivi: la Guardia di finanza ha accertato l’omesso versamento di contributi per oltre 270 mila euro.
A conclusione dell’attività ispettiva, sono state comminate sanzioni amministrative per un importo di oltre 130 mila euro ed è stato adottato il provvedimento di sospensione dell’attività imprenditoriale, come previsto dal Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro.
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Ansa
La Commissione approva un piano di aiuti di Stato da 6 miliardi per incentivare gli investimenti nella produzione da fonti rinnovabili Intanto l’esecutivo fatica a trovare fondi per il caro benzina. Sono gli euroburocrati a decidere dove finisce il denaro dei contribuenti.
La Commissione europea ha approvato, due giorni fa, un regime italiano di aiuti di Stato da 6 miliardi di euro per sostenere la produzione di idrogeno da fonti rinnovabili destinato ai trasporti e all’industria. Denaro pubblico che finirà a sussidiare i produttori di idrogeno, senza che questo aiuto costituisca violazione del divieto di aiuti di Stato distorsivi della concorrenza. L’obiettivo è quello di incentivare, fino al 2029, la produzione di 200.000 tonnellate annue di idrogeno da fonti rinnovabili in Italia. Sarà ammissibile all’incentivo sia l’idrogeno prodotto tramite elettrolisi alimentata da elettricità rinnovabile sia quello ottenuto da fonti rinnovabili tramite processi biologici, bio-termochimici e termochimici.
Il «grimaldello» giuridico usato dalla Commissione e invocato dall’Italia, per ritenere ammissibile tale aiuto, è quello dell’articolo 107, paragrafo 3, lettera c dei Trattati (Tfeu) che considera compatibili col mercato interno gli «aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche». Nel caso specifico Teresa Ribera, commissario e vicepresidente esecutivo, ha ritenuto che questa spesa sia necessaria e appropriata per de-carbonizzare i settori difficili da elettrificare come trasporti e alcuni settori industriali; ha un effetto incentivante (senza aiuto i produttori non realizzerebbero gli investimenti); è proporzionata, in quanto l’importo dell’aiuto è determinato tramite gara competitiva sul solo prezzo di esercizio; genera effetti positivi per l’ambiente superiori agli effetti distorsivi sulla concorrenza.
Apprendiamo così, purtroppo non per la prima volta, che nel mercato in cui si venera da anni il mantra della concorrenza, quando un bene non ha mercato perché ha costi di produzione relativamente alti rispetto ad altri beni sostitutivi, la soluzione è quella di incentivare i produttori, gettando denaro pubblico in un pozzo potenzialmente senza fondo. Perché non è affatto detto che dopo il 2029 quella produzione di idrogeno potrà stare sul mercato senza sussidi.
Sono proprio le modalità di erogazione di questo sostegno (contratti bilaterali per differenza) che costituiranno l’albero della cuccagna per i produttori attuali e potenziali, tra cui ci sono giganti come Snam, Eni, Enel Green Power, Italgas, A2a e Iren. Aziende a cui certo non mancano le risorse finanziarie e manageriali per investire e rischiare in proprio.
Il meccanismo prevede infatti gare competitive sul prezzo di esercizio (strike price), in modo da favorire i progetti più efficienti e basso costo di produzione. Una volta fissato questo prezzo, se il prezzo di mercato del combustibile alternativo (in genere combustibile fossile più economico ma più inquinante) a disposizione degli utilizzatori di idrogeno verde fosse più basso, lo Stato rimborserà ai produttori la differenza. Colmando così lo svantaggio di costo dell’idrogeno e offrendo a produttori e utilizzatori un prezzo stabile, fissato pari al prezzo di esercizio, e un indubbio incentivo a tenere in vita la produzione di un bene che altrimenti non avrebbe clienti. Se il prezzo di mercato dei combustibili alternativi superasse lo strike price, i produttori restituirebbero la differenza allo Stato.
Si tratta di un’iniziativa che parte da lontano, i cui primi passi sono stati finanziati con il Pnrr, e che si inquadra nella Strategia Ue sull’idrogeno del luglio 2020 e del Clean Industrial Deal. Come si vede, strumenti concepiti in un’altra era geologica per quanto riguarda l’assetto dell’economia e delle priorità verso cui destinare le risorse pubbliche. Strumenti che sono il risultato di un furore ideologico a favore della transizione verde che oggi - dopo Covid, guerra e inflazione a doppia cifra del 2022 - è in forte discussione.
Invece la Commissione procede spedita come se fossimo ancora nel 2020 con i soldi dei contribuenti italiani al traino.
Ma tutto ciò non può passare inosservato nei giorni in cui al governo faticano a trovare risorse per contenere il caro carburanti o, volendo andare indietro a dicembre, quando il taglio dell’Irpef avrebbe potuto essere più generoso.
A questo proposito è illuminante la frase pronunciata dal ministro Giancarlo Giorgetti a Cernobbio nell’ultimo fine settimana: «Dobbiamo fare delle riflessioni rispetto a quello che dobbiamo fare, chi dobbiamo aiutare e chi dobbiamo incentivare, ma sempre tenendo a mente i nostri limiti di finanza pubblica».
Ecco, poiché le risorse sono limitate e le priorità sono evidentemente cambiate rispetto al 2020, va proprio colto l’invito del ministro a fare una seria riflessione su 6 miliardi di denaro pubblico destinati a tenere in vita la produzione di un bene che altrimenti non avrebbe mercato, impedendo utilizzi alternativi di quel denaro. D’altronde, se si ritiene che l’idrogeno verde sia la terra promessa, potrebbero essere i produttori a sostenere i costi e le perdite per tenerlo sul mercato, in attesa di un futuro profittevole. Negli Usa, OpenAi, tra i più grandi produttori di intelligenza artificiale, nel 2026 fatturerà circa 30 miliardi e ne perderà 14, con i profitti attesi non prima del 2029. E non riceve sussidi pubblici.
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iStock
Il commissario Dan Jorgensen ai ministri: riducete la domanda nei trasporti. Ma il Patto di stabilità non si può cambiare.
Mentre sul piano politico e diplomatico gli annunci contraddittori di Donald Trump provocano l’effetto montagne russe sui mercati, la crisi energetica incombente sta diventando sempre più evidente. In Asia già diversi Paesi hanno attuato alcune misure per contenere i consumi e a quanto pare il rimedio si avvicina anche in Europa. Ieri il commissario europeo per l’energia Dan Jorgensen ha inviato una lettera ai ministri dell'energia dell’Ue, invitandoli a valutare la promozione di misure di riduzione della domanda, con particolare attenzione al settore dei trasporti. In altre parole, il commissario chiede che gli Stati attuino una riduzione dei consumi. Inoltre, «gli Stati membri dovrebbero evitare misure che possano aumentare il consumo di carburante».
Nell’incontro di ieri tra lo stesso commissario e i ministri dell’energia degli Stati membri è emerso che la Commissione proporrà un altro dei suoi «toolbox», la cassetta degli attrezzi inaugurata nella crisi del gas del 2022. La Commissione europea sta lavorando «a un insieme di misure che presenteremo presto per sostenere gli Stati membri nel proteggere sia le famiglie che le imprese» dai rincari energetici, ha detto il Commissario.
Jorgensen in conferenza stampa ha detto anche che «resta in vigore il bando del petrolio e del gas russo» e ha invitato gli Stati a «non adottare risposte nazionali frammentate». Il commissario ha anche detto che le conseguenze di questa crisi dureranno «più a lungo del previsto», notando un inizio di scarsità di diesel e carburante per aerei.
Sempre ieri un portavoce della Commissione ha affermato che la sospensione del Patto di stabilità europeo è esclusa. «La clausola di salvaguardia generale del Patto può essere attivata solo in caso di grave recessione», ha detto il portavoce. Secondo la fonte, gli stimoli di bilancio potrebbero addirittura risultare controproducenti perché potrebbero stimolare la domanda di energia e aggravare la situazione, alzando i prezzi e aumentando la carenza di offerta. Dunque, per Bruxelles, meglio una recessione innescata dalla distruzione della domanda, che una sospensione del rigore fiscale.
La crisi energetica è innescata da un episodio su cui l’Europa non ha alcun controllo. Ma, ancora una volta, nelle crisi viene fuori la vera natura dell’Unione. È vero che di norma l’abbassamento della domanda in teoria fa diminuire i prezzi, ma nel caso dell’energia, la cui domanda è fortemente anelastica, questo vale fino a un certo punto. Un recente rapporto di Goldman Sachs spiega come la riduzione delle tasse sull’energia sia il modo migliore di limitare l’impatto dell’inflazione in caso di choc energetico. Uno studio di Tom Krebs e Isabella Weber pubblicato nel 2024 («Can Price Controls Be Optimal? The Economics of the Energy Shock in Germany») spiega come in uno choc energetico ridurre per via fiscale il prezzo finale attenua le dinamiche che fanno salire i prezzi, contribuendo a stabilizzare il sistema.
Teoria a parte, la spinta europea alla riduzione dei consumi richiama alla memoria il 2022 e i tristi consigli dell’allora commissario alla concorrenza Margrethe Vestager, che invitava a fare la doccia tiepida in un minuto e poi dire «Prendi questa, Putin!» (sic).
Per anni Bruxelles ha raccontato la storia che con i pannelli solari e le pale eoliche avremmo risolto tutti i nostri problemi di dipendenza energetica. Più che una storia, una bugia. Nel 2004 la dipendenza energetica dall’estero era del 56,9%, e nel 2024 questa cifra era 57,2% (dati Eurostat). In vent’anni la dipendenza dall’estero è aumentata, nonostante i 1.000 miliardi di euro investiti in energie rinnovabili. Centinaia di miliardi di sussidi non sono serviti a cambiare di una virgola l’assetto energetico europeo. Mentre si incentivavano le rinnovabili, si condannava la produzione interna di petrolio e gas e si spegnevano le centrali nucleari in Germania, aumentando così la dipendenza dall’estero dell’intera Unione. Nel fare questo, in nome del Green deal, si procedeva anche a de-industrializzare l’intera Europa, stremata da costi energetici insostenibili soprattutto dopo l’addio al gas russo.
Tra i tanti «dettagli» sottovalutati dall’Ue, notiamo che il piano europeo per l’indipendenza energetica passa per una dipendenza dalla Cina per i materiali necessari alla rivoluzione green. Ma si è comunque arenata sulla elettrificazione dei consumi energetici. Le case automobilistiche europee hanno registrato decine di miliardi di perdite sulle auto elettriche e sono in condizioni drammatiche, mentre per molte produzioni industriali fare a meno di gas e carbone è pressoché impossibile, salvo chiudere o andare via dall’Europa. Intanto, a livello europeo i consumi energetici sono in crescita e le fonti rinnovabili non hanno sostituito nemmeno un kilowattora di energia da fossile, bensì si sono aggiunte.
Che di fronte a questo enorme fallimento politico Bruxelles non trovi di meglio che dire «state a casa» e «riducete i consumi» è un altro drammatico esempio di irresponsabilità politica delle istituzioni europee. L’austerità energetica che chiede l’Ue non può che peggiorare il quadro macroeconomico, contribuendo ad abbassare i salari reali e peggiorando il quadro fiscale degli Stati. In tutto ciò, la Bce a Francoforte si prepara ad alzare i tassi in nome del sacro terrore dell’inflazione, condannando l’Europa ad una nuova recessione.
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Papa Leone XIV (Ansa)
L’«ultimatum» di Leone: «Troppi morti, le ostilità cessino entro Pasqua». Intanto replica a Israele, assegnando all’ex custode di Terra Santa le meditazioni del Venerdì. Pizzaballa: «Ci sono state delle incomprensioni con le autorità, ora si guardi avanti».
Stavolta, l’ultimatum lo dà il Papa: pace entro Pasqua. «Ho parlato con il presidente Trump», ha svelato ieri il pontefice alla Rai, mentre era fuori la residenza di Castel Gandolfo. «Recentemente ha detto che vorrebbe porre fine alla guerra», che «sta cercando una via per ridurre la violenza.
La festa della Pasqua dovrebbe essere il tempo più santo, sacro, di tutto l’anno. È un tempo di pace, di molta riflessione, ma come tutti sappiamo, di nuovo nel mondo, in tanti posti, stiamo vedendo tanta sofferenza, tanti morti, anche bambini innocenti. Preghiamo per loro, per le vittime della guerra, preghiamo che ci sia davvero una pace nuova, rinnovata e che possa dare nuova vita a tutti». «Magari», ha auspicato Robert Francis Prevost, ci sarà «una tregua per Pasqua, ci sono segni adesso che finisca la guerra prima di Pasqua, speriamo».
Dopo la correzione fraterna, per Leone XIV è arrivato il momento della collaborazione con l’amministrazione dei suoi Stati Uniti. Durante l’omelia della Domenica delle palme, reagendo all’inquietante folklore del segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth, che aveva invocato l’aiuto divino nella campagna militare contro l’Iran, il Papa aveva invece ammonito: Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra». La Chiesa ci tiene a evitare anche che le scintille con Israele per l’incidente al Santo Sepolcro, interdetto al cardinale Pierbattista Pizzaballa e al custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, si trasformino in un incendio. «Non voglio soffermarmi di nuovo sull’episodio», ha detto ieri il porporato, durante una conferenza stampa al Patriarcato latino di Gerusalemme. «Ci sono state delle incomprensioni. Vogliamo guardare al momento come a una opportunità per chiare meglio i diritti delle comunità cristiane e il coordinamento con le istituzioni, di modo che non si ripetano più episodi del genere. Abbiamo ricevuto immediatamente l’assistenza del presidente Herzog», ha sottolineato Pizzaballa, «e di numerosi esponenti delle comunità religiose e non, anche ebraiche. Anche la polizia è intervenuta tempestivamente. Siamo spiacenti per quanto accaduto, ma vogliamo guardare avanti». Il risultato della mediazione con le autorità israeliane è un semi-lockdown pasquale: i riti, ha spiegato il patriarca, si terranno «a porte chiuse, con un ristretto numero di persone». Anche al Muro del pianto, comunque, l’accesso è limitato a 50 persone. «Siamo perfettamente consapevoli delle questioni di sicurezza», ha precisato poi Ielpo. Sarà: i protocolli sono così indispensabili che lo stesso premier israeliano, Benjamin Netanyahu, è intervenuto per ripristinare la libertà di culto. Sconfessando le misure draconiane del suo esecutivo e il rigore della polizia, che dipende dal falco Itamar Ben-Gvir.
La distensione dovrebbe essere stata suggellata dall’incontro, avvenuto lunedì, tra il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, accompagnato dal segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, monsignor Paul R. Gallagher, e l’ambasciatore di Israele presso la Santa sede, Yaron Sideman. «Durante la conversazione», si leggeva in un comunicato della sala stampa, «si è espresso rammarico per l’accaduto, in merito al quale sono stati offerti chiarimenti, si è preso atto dell’intesa raggiunta tra il Patriarcato latino di Gerusalemme e le autorità locali circa la partecipazione alle liturgie del Triduo santo presso la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme». Dalla nota, pensata per mettere fine alla querelle, traspariva comunque che l’inconveniente ha irritato i vertici del cattolicesimo.
Eloquente, perciò, è la scelta del Papa di far scrivere le meditazioni per la Via Crucis del Venerdì santo al Colosseo, la prima del suo pontificato, a padre Francesco Patton, custode di Terra Santa tra il 2016 e il 2025. Il frate minore, che era succeduto nel ruolo proprio a Pizzaballa e che è stato poi sostituito da Ielpo, è stato sempre sensibile alle sofferenze dei cristiani mediorientali. Due settimane fa, su Vatican news, ricordava il dramma di Gaza e le violenze dei coloni in Cisgiordania, oggetto di rimostranze del vicepresidente Usa, JD Vance, a Netanyahu.
La replica a Israele di Leone, come da tradizione cattolica, passa per la testimonianza. Concreta e discreta, vibrante e gentile. Torna in mente un passaggio del Primo libro dei Re: il Signore non è nel vento, né nel terremoto, né nel fuoco, bensì nel «sussurro di una brezza leggera». A redarguire Tel Aviv ci ha pensato l’Onu, avvertendola che applicare la legge sulla pena di morte (per la quale anche Pizzaballa ha manifestato «grande dolore»), sia pure ai soli terroristi, sarebbe un crimine di guerra.
«La sicurezza ha una sua logica ed è importante», ha ribadito ieri, in un’intervista al Corriere, il cardinale Fernando Filoni, Gran maestro all’Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ma «ognuno deve poter esprimere la propria fede, ebrei, cristiani, musulmani». È il senso delle rimostranze arrivate da Egitto e altri Paesi arabi: Gerusalemme, hanno tuonato, deve «cessare immediatamente la chiusura dei cancelli della moschea di Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif», «rimuovere le restrizioni di accesso alla Città vecchia» e «astenersi dall’ostacolare l’accesso dei fedeli musulmani alla moschea». I divieti, lamentava il dispaccio, «costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale». Quello, ormai, abbiamo capito che fine abbia fatto.
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