True
2019-07-03
Altri due ex sindaci emiliani del Pd indagati nell’inchiesta sugli abusi
iStock
Non passa giorno senza che il Partito democratico gridi alla «indegna strumentalizzazione politica» e ribadisca la sua totale estraneità rispetto all'inchiesta «Angeli e demoni» riguardante gli abusi sui bambini dell'Val d'Enza, in provincia di Reggio Emilia. Purtroppo per i dem, però, la realtà dei fatti continua a riservare brutte sorprese e amare smentite. Come si è appreso ieri, altri due ex sindaci di area progressista risultano coinvolti nelle indagini. Si tratta dell'ex sindaco di Montecchio, Paolo Colli, e dell'ex sindaco di Cavriago ed ex presidente dell'Unione val d'Enza, Paolo Burani. Sono entrambi appartenenti al Partito democratico, e sono indagati a piede libero per abuso d'ufficio.
Dello stesso reato - oltre che di falso - è accusato pure Andrea Carletti, sindaco di Bibbiano (di nuovo in quota Pd). Il primo cittadino bibbianese si trova attualmente agli arresti domiciliari e oggi verrà interrogato, ma resta al suo posto non essendo interdetto dai pubblici uffici. Da quando tutta questa storiaccia ha avuto inizio, i dirigenti del Pd continuano a ripetere che Carletti «è un amministratore capace, che si è speso per la sua comunità ed è apprezzato dai suoi cittadini. Risponderà con serenità dei rilievi amministrativi che gli vengono mossi».
Ieri persino l'Anpi di Bibbiano, non avendo di meglio da fare, ha deciso di intervenire pubblicamente a favore del sindaco: «Avendo piena fiducia nella magistratura», dicono i partigiani, «siamo fiduciosi che in tempi rapidi al nostro sindaco verrà riconosciuto di aver sempre svolto la sua attività di amministratore pubblico “con disciplina e onore", come indica l'articolo 54 della Costituzione».
Sarà. Nel frattempo, però, il giudice reggiano non usa parole leggerissime per parlare di Carletti, anzi. Come ha ricordato su queste pagine Maurizio Tortorella, i reati che vengono contestati al sindaco prevedono dai 2 ai 10 anni di reclusione. Secondo il giudice delle indagini preliminari, Luca Ramponi, Carletti si sarebbe «reso responsabile di episodi che costituiscono un espressivo indice del suo modo di comportarsi» e che «è evidente la sua copertura politica continuativa e sistematica all'attività degli altri indagati». Il gip punta il dito sulla «essenzialità del suo contributo» e «la sua alta capacità criminale». L'amministratore bibbianese, infatti, avrebbe «ripetutamente consentito le spese in esecuzione degli abusi d'ufficio con erogazione di contributi indebiti». Soldi che andavano a finire anche agli psicologi del centro Hansel e Gretel.
Dunque è vero che Carletti non ha partecipato agli abusi e al plagio dei ragazzini. Ma è altrettanto vero che del «sistema Val d'Enza» era un ingranaggio essenziale. Del giro, pare, facevano parte anche i suoi ex colleghi e compagni di partito Paolo Burani e Paolo Colli (altri quattro amministratori sono stati sentiti ieri dalle autorità come persone informate sui fatti: l'ex sindaco di Campegine, Paolo Cervi, l'ex sindaco di Gattatico, Gianni Maiola, l'ex sindaco di Sant'Ilario, Marcello Moretti, e l'ex vice sindaco di San Polo, Edmondo Grasselli).
Che anche Burani e Colli siano finiti nell'inchiesta, visti gli incarichi che ricoprivano, appare abbastanza ovvio. E risulta evidente anche il fatto che abbiano offerto supporto - se non altro politico e ideologico - ai vari assistenti sociali e psicologi protagonisti della vicenda. Il 10 ottobre del 2018, per esempio, Paolo Burani, in qualità di presidente dell'Unione dei Comuni della Val d'Enza, ha inaugurato un convegno intitolato «Rinascere dal trauma: il progetto “La Cura"». Tra gli sponsor, la Regione Emilia Romagna guidata da Stefano Bonaccini (Pd).
«La Cura», spiega la brochure di presentazione dell'evento, «è un servizio innovativo in cui i bimbi vittime di gravi traumi psicologici, quali la violenza sessuale e i maltrattamenti, vengono seguiti con psicoterapie specifiche e assistenza socio-sanitaria competente». In pratica, è il servizio per i minori al centro dell'inchiesta.
La direzione artistica e la regia di questo convegno sono state affidate a Fadia Bassmaji, cioè l'ex compagna della responsabile dei servizi sociali della Val d'Enza, Federica Anghinolfi, nonché affidataria (assieme alla moglie Daniela Bedogni) di una bambina di nome Katia. La piccola, per inciso, ora è stata tolta alle due donne per maltrattamenti.
Tra i relatori del convegno c'erano Gloria Soavi, la potente psicoterapeuta presidente del Cismai; l'ormai celebre Claudio Foti, direttore del centro Hansel e Gretel; la di lui compagna e collega Nadia Bolognini e, ovviamente, l'immancabile Federica Anghinolfi. Non solo: l'evento è stato chiuso da una tavola rotonda moderata da Andrea Malaguti, giornalista della Stampa e autore di un reportage sulle sette sataniche e gli abusi su minori che dava grande lustro alle opinioni di Claudio Foti.
Alla discussione hanno partecipato, tra gli altri, il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, e la parlamentare del Pd Vanna Iori, una di quelle che oggi difendono a spada tratta il modello emiliano. Non stupisce, la posizione della Iori. La signora, infatti, era presente anche a un altro incontro pubblico, organizzato a Montecchio l'11 novembre del 2015 e dedicato ai diritti dell'infanzia. Tra i relatori: Federica Anghinolfi, Andrea Carletti e Paolo Colli, il sindaco di Montecchio ora indagato. Chiaro: la giustizia deve fare il suo corso e per ora non ci sono colpevoli. Ma il legame politico tra il Pd e il giro bibbianese è un po' difficile da negare, non trovate?
I parenti degli psicologi di Veleno si sono candidati con la sinistra
La palude melmosa svelata dall'inchiesta «Angeli e Demoni» della Procura di Reggio Emilia ha un fondale in comune. Non solo perché, come ha svelato il giornalista Pablo Trincia, alcuni psicologi della Hansel e Gretel di Moncalieri, la Onlus al centro dell'indagine, sono gli stessi che lavorarono nella Bassa Modenese negli anni Novanta (finiti nel caso Veleno), ma soprattutto perché i protagonisti delle due vicende hanno una rete di relazioni agganciata al mondo progressista.
E non lo dimostra solo l'arresto (ai domiciliari) del sindaco dem di Bibbiano, Andrea Carletti, («pienamente consapevole», scrive la Procura, «della totale illiceità del sistema»). Sul registro degli indagati si sono aggiunti i nomi di due ex sindaci: Paolo Colli e Paolo Burani, rispettivamente primi cittadini (all'epoca dei fatti contestati) di Montecchio e Cavriago. Entrambi sono accusati di abuso d'ufficio, proprio come Carletti, al quale, però, viene contestato anche il falso in atto pubblico. E proprio come Carletti, sono del Pd.
«Dietro c'è una ragione ideologica», tuona Carlo Giovanardi, che da sottosegretario alla Famiglia, durante il governo Berlusconi, ingaggiò una battaglia con la Commissione europea che diffondeva dati falsi sugli abusi dei minori (la Commissione, dopo un lungo carteggio con il sottosegretario, dovette ammettere l'errore). «Questi signori del Pd, anche davanti alle evidenze, continuano a difendere sindaci e amministratori di Asl». Non solo. «Candidano addirittura i loro familiari». E qui la storia fa di nuovo un salto nel tempo e torna a quei torbidi mesi tra il 1997 e il 1998. Torna a Mirandola e Massa Finalese, dove 16 bambini di età compresa tra gli otto e i dieci anni furono tolti alle famiglie da psicologi e assistenti sociali, perché i genitori erano stati accusati di abusi e di aver commesso dei riti satanici. Torna all'inchiesta Veleno.
Sono state due le candidature definite «pesanti» dal consigliere provinciale modenese di Forza Italia Antonio Platis: la sorella della psicologa Valeria Donati e la moglie del capo Ausl dei servizi sociali Marcello Burgoni. Entrambe candidate con il Pd. Valeria Donati ai tempi di Veleno era alla sua prima esperienza professionale dopo la laurea. Fu lei a raccogliere la confessione del ragazzino da cui partì tutto: accuse di molestie, addirittura si parlò di rituali satanici. Il mostro giudiziario che ne venne fuori è stato definitivamente schiacciato da una sentenza di assoluzione emessa dalla Corte di cassazione. Morti e feriti di quella faccenda, però, gridano ancora giustizia.
Marcello Burgoni, invece, è un ex seminarista che ai tempi di Veleno era diventato il responsabile dei servizi sociali dell'Asl di Mirandola. La provincia sta provando ancora a fare i conti con questa storia. Tanto che la Commissione servizi sociali del Consiglio dell'Unione area nord di Modena, a dicembre, aveva convocato proprio Donati e Burgoni (unico a presentarsi). «Non meravigliamoci se dal Pd non si alzano voci di condanna», chiosa Giovanardi, che da buon emiliano conosce bene il territorio.
La Commissione ha bloccato la quota associativa destinata al Cismai, la struttura cui appartenevano molti degli assistenti sociali coinvolti nel caso Veleno. Si parla di 4 milioni di euro spesi negli ultimi 20 anni dall'Unione dei comuni nord di Modena per spese d'affido e terapie psicologiche per i bambini. «Perché oltre all'ideologia», sostiene Giovanardi, «ci sono fiumi di soldi, perché più pedofili trovavano e più li pagavano». E a spartirsi la torta c'era anche il Cab, il Centro aiuto del bambino, associazione «aperta da Valeria Donati», ricostruisce Repubblica, «per fornire assistenza ai bambini di cui diagnosticava i traumi, dopo che la Asl aveva deciso di appaltare il servizio a una struttura più qualificata».
«Per ogni bambino», si legge invece nel libro Veleno (Einaudi) di Trincia, «il centro della Donati percepiva tra i 1.032 e i 1.400 euro al mese, in base alla gravità della situazione. In circa dieci anni il Cab ha ricevuto la cifra di 2.209.400 euro di fondi pubblici. E questo nonostante il conflitto di interessi lampante e pericoloso».
Anche in Commissione il sistema di Veleno aveva un difensore: l'ex sindaco di Mirandola Gigi Costi (eletto con il centrosinistra, è il fratello dell'assessore regionale Palma Costi), che ha giustificato quei meccanismi, beccandosi il rimbrotto degli avvocati delle famiglie alle quali furono sottratti i figli: «Appigli per sottrarsi alle responsabilità».
«Queste vicende pesano», conclude Giovanardi, «insieme a tutte le teorizzazioni ideologiche sposate dal Pd che attaccano la famiglia».
Continua a leggereRiduci
Paolo Colli e Paolo Burani, già amministratori dem del Reggiano, accusati di abuso di ufficio come il primo cittadino di Bibbiano. Partecipavano a convegni con gli psicologi e assistenti sociali al centro della vicenda.I parenti degli psicologi di Veleno si sono candidati con la sinistra. La sorella e la moglie di due protagonisti del caso dei falsi satanisti in lista con i dem.Lo speciale comprende due articoli. Non passa giorno senza che il Partito democratico gridi alla «indegna strumentalizzazione politica» e ribadisca la sua totale estraneità rispetto all'inchiesta «Angeli e demoni» riguardante gli abusi sui bambini dell'Val d'Enza, in provincia di Reggio Emilia. Purtroppo per i dem, però, la realtà dei fatti continua a riservare brutte sorprese e amare smentite. Come si è appreso ieri, altri due ex sindaci di area progressista risultano coinvolti nelle indagini. Si tratta dell'ex sindaco di Montecchio, Paolo Colli, e dell'ex sindaco di Cavriago ed ex presidente dell'Unione val d'Enza, Paolo Burani. Sono entrambi appartenenti al Partito democratico, e sono indagati a piede libero per abuso d'ufficio. Dello stesso reato - oltre che di falso - è accusato pure Andrea Carletti, sindaco di Bibbiano (di nuovo in quota Pd). Il primo cittadino bibbianese si trova attualmente agli arresti domiciliari e oggi verrà interrogato, ma resta al suo posto non essendo interdetto dai pubblici uffici. Da quando tutta questa storiaccia ha avuto inizio, i dirigenti del Pd continuano a ripetere che Carletti «è un amministratore capace, che si è speso per la sua comunità ed è apprezzato dai suoi cittadini. Risponderà con serenità dei rilievi amministrativi che gli vengono mossi». Ieri persino l'Anpi di Bibbiano, non avendo di meglio da fare, ha deciso di intervenire pubblicamente a favore del sindaco: «Avendo piena fiducia nella magistratura», dicono i partigiani, «siamo fiduciosi che in tempi rapidi al nostro sindaco verrà riconosciuto di aver sempre svolto la sua attività di amministratore pubblico “con disciplina e onore", come indica l'articolo 54 della Costituzione».Sarà. Nel frattempo, però, il giudice reggiano non usa parole leggerissime per parlare di Carletti, anzi. Come ha ricordato su queste pagine Maurizio Tortorella, i reati che vengono contestati al sindaco prevedono dai 2 ai 10 anni di reclusione. Secondo il giudice delle indagini preliminari, Luca Ramponi, Carletti si sarebbe «reso responsabile di episodi che costituiscono un espressivo indice del suo modo di comportarsi» e che «è evidente la sua copertura politica continuativa e sistematica all'attività degli altri indagati». Il gip punta il dito sulla «essenzialità del suo contributo» e «la sua alta capacità criminale». L'amministratore bibbianese, infatti, avrebbe «ripetutamente consentito le spese in esecuzione degli abusi d'ufficio con erogazione di contributi indebiti». Soldi che andavano a finire anche agli psicologi del centro Hansel e Gretel. Dunque è vero che Carletti non ha partecipato agli abusi e al plagio dei ragazzini. Ma è altrettanto vero che del «sistema Val d'Enza» era un ingranaggio essenziale. Del giro, pare, facevano parte anche i suoi ex colleghi e compagni di partito Paolo Burani e Paolo Colli (altri quattro amministratori sono stati sentiti ieri dalle autorità come persone informate sui fatti: l'ex sindaco di Campegine, Paolo Cervi, l'ex sindaco di Gattatico, Gianni Maiola, l'ex sindaco di Sant'Ilario, Marcello Moretti, e l'ex vice sindaco di San Polo, Edmondo Grasselli). Che anche Burani e Colli siano finiti nell'inchiesta, visti gli incarichi che ricoprivano, appare abbastanza ovvio. E risulta evidente anche il fatto che abbiano offerto supporto - se non altro politico e ideologico - ai vari assistenti sociali e psicologi protagonisti della vicenda. Il 10 ottobre del 2018, per esempio, Paolo Burani, in qualità di presidente dell'Unione dei Comuni della Val d'Enza, ha inaugurato un convegno intitolato «Rinascere dal trauma: il progetto “La Cura"». Tra gli sponsor, la Regione Emilia Romagna guidata da Stefano Bonaccini (Pd). «La Cura», spiega la brochure di presentazione dell'evento, «è un servizio innovativo in cui i bimbi vittime di gravi traumi psicologici, quali la violenza sessuale e i maltrattamenti, vengono seguiti con psicoterapie specifiche e assistenza socio-sanitaria competente». In pratica, è il servizio per i minori al centro dell'inchiesta. La direzione artistica e la regia di questo convegno sono state affidate a Fadia Bassmaji, cioè l'ex compagna della responsabile dei servizi sociali della Val d'Enza, Federica Anghinolfi, nonché affidataria (assieme alla moglie Daniela Bedogni) di una bambina di nome Katia. La piccola, per inciso, ora è stata tolta alle due donne per maltrattamenti. Tra i relatori del convegno c'erano Gloria Soavi, la potente psicoterapeuta presidente del Cismai; l'ormai celebre Claudio Foti, direttore del centro Hansel e Gretel; la di lui compagna e collega Nadia Bolognini e, ovviamente, l'immancabile Federica Anghinolfi. Non solo: l'evento è stato chiuso da una tavola rotonda moderata da Andrea Malaguti, giornalista della Stampa e autore di un reportage sulle sette sataniche e gli abusi su minori che dava grande lustro alle opinioni di Claudio Foti. Alla discussione hanno partecipato, tra gli altri, il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, e la parlamentare del Pd Vanna Iori, una di quelle che oggi difendono a spada tratta il modello emiliano. Non stupisce, la posizione della Iori. La signora, infatti, era presente anche a un altro incontro pubblico, organizzato a Montecchio l'11 novembre del 2015 e dedicato ai diritti dell'infanzia. Tra i relatori: Federica Anghinolfi, Andrea Carletti e Paolo Colli, il sindaco di Montecchio ora indagato. Chiaro: la giustizia deve fare il suo corso e per ora non ci sono colpevoli. Ma il legame politico tra il Pd e il giro bibbianese è un po' difficile da negare, non trovate?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altri-due-ex-sindaci-emiliani-del-pd-indagati-nellinchiesta-sugli-abusi-2639059148.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-parenti-degli-psicologi-di-veleno-si-sono-candidati-con-la-sinistra" data-post-id="2639059148" data-published-at="1770418724" data-use-pagination="False"> I parenti degli psicologi di Veleno si sono candidati con la sinistra La palude melmosa svelata dall'inchiesta «Angeli e Demoni» della Procura di Reggio Emilia ha un fondale in comune. Non solo perché, come ha svelato il giornalista Pablo Trincia, alcuni psicologi della Hansel e Gretel di Moncalieri, la Onlus al centro dell'indagine, sono gli stessi che lavorarono nella Bassa Modenese negli anni Novanta (finiti nel caso Veleno), ma soprattutto perché i protagonisti delle due vicende hanno una rete di relazioni agganciata al mondo progressista. E non lo dimostra solo l'arresto (ai domiciliari) del sindaco dem di Bibbiano, Andrea Carletti, («pienamente consapevole», scrive la Procura, «della totale illiceità del sistema»). Sul registro degli indagati si sono aggiunti i nomi di due ex sindaci: Paolo Colli e Paolo Burani, rispettivamente primi cittadini (all'epoca dei fatti contestati) di Montecchio e Cavriago. Entrambi sono accusati di abuso d'ufficio, proprio come Carletti, al quale, però, viene contestato anche il falso in atto pubblico. E proprio come Carletti, sono del Pd. «Dietro c'è una ragione ideologica», tuona Carlo Giovanardi, che da sottosegretario alla Famiglia, durante il governo Berlusconi, ingaggiò una battaglia con la Commissione europea che diffondeva dati falsi sugli abusi dei minori (la Commissione, dopo un lungo carteggio con il sottosegretario, dovette ammettere l'errore). «Questi signori del Pd, anche davanti alle evidenze, continuano a difendere sindaci e amministratori di Asl». Non solo. «Candidano addirittura i loro familiari». E qui la storia fa di nuovo un salto nel tempo e torna a quei torbidi mesi tra il 1997 e il 1998. Torna a Mirandola e Massa Finalese, dove 16 bambini di età compresa tra gli otto e i dieci anni furono tolti alle famiglie da psicologi e assistenti sociali, perché i genitori erano stati accusati di abusi e di aver commesso dei riti satanici. Torna all'inchiesta Veleno. Sono state due le candidature definite «pesanti» dal consigliere provinciale modenese di Forza Italia Antonio Platis: la sorella della psicologa Valeria Donati e la moglie del capo Ausl dei servizi sociali Marcello Burgoni. Entrambe candidate con il Pd. Valeria Donati ai tempi di Veleno era alla sua prima esperienza professionale dopo la laurea. Fu lei a raccogliere la confessione del ragazzino da cui partì tutto: accuse di molestie, addirittura si parlò di rituali satanici. Il mostro giudiziario che ne venne fuori è stato definitivamente schiacciato da una sentenza di assoluzione emessa dalla Corte di cassazione. Morti e feriti di quella faccenda, però, gridano ancora giustizia. Marcello Burgoni, invece, è un ex seminarista che ai tempi di Veleno era diventato il responsabile dei servizi sociali dell'Asl di Mirandola. La provincia sta provando ancora a fare i conti con questa storia. Tanto che la Commissione servizi sociali del Consiglio dell'Unione area nord di Modena, a dicembre, aveva convocato proprio Donati e Burgoni (unico a presentarsi). «Non meravigliamoci se dal Pd non si alzano voci di condanna», chiosa Giovanardi, che da buon emiliano conosce bene il territorio. La Commissione ha bloccato la quota associativa destinata al Cismai, la struttura cui appartenevano molti degli assistenti sociali coinvolti nel caso Veleno. Si parla di 4 milioni di euro spesi negli ultimi 20 anni dall'Unione dei comuni nord di Modena per spese d'affido e terapie psicologiche per i bambini. «Perché oltre all'ideologia», sostiene Giovanardi, «ci sono fiumi di soldi, perché più pedofili trovavano e più li pagavano». E a spartirsi la torta c'era anche il Cab, il Centro aiuto del bambino, associazione «aperta da Valeria Donati», ricostruisce Repubblica, «per fornire assistenza ai bambini di cui diagnosticava i traumi, dopo che la Asl aveva deciso di appaltare il servizio a una struttura più qualificata». «Per ogni bambino», si legge invece nel libro Veleno (Einaudi) di Trincia, «il centro della Donati percepiva tra i 1.032 e i 1.400 euro al mese, in base alla gravità della situazione. In circa dieci anni il Cab ha ricevuto la cifra di 2.209.400 euro di fondi pubblici. E questo nonostante il conflitto di interessi lampante e pericoloso». Anche in Commissione il sistema di Veleno aveva un difensore: l'ex sindaco di Mirandola Gigi Costi (eletto con il centrosinistra, è il fratello dell'assessore regionale Palma Costi), che ha giustificato quei meccanismi, beccandosi il rimbrotto degli avvocati delle famiglie alle quali furono sottratti i figli: «Appigli per sottrarsi alle responsabilità». «Queste vicende pesano», conclude Giovanardi, «insieme a tutte le teorizzazioni ideologiche sposate dal Pd che attaccano la famiglia».
Una vista generale mentre gli anelli olimpici si uniscono per uno spettacolo pirotecnico durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 allo stadio San Siro (Getty Images)
Davanti a 67.000 spettatori, la cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026 celebra l’arte, la musica e la creatività italiana. Dall’omaggio a Raffaella Carrà e Modugno ai cinque cerchi olimpici che brillano in cielo, uno spettacolo che unisce città e montagne sotto il filo conduttore dell’armonia.
San Siro si trasforma in un teatro a cielo aperto e Milano accende ufficialmente la fiamma delle Olimpiadi invernali 2026. Davanti a 67.000 spettatori, record assoluto per un’edizione invernale, la cerimonia di apertura sceglie il linguaggio del racconto e delle immagini per presentare al mondo i Giochi «diffusi» tra città e montagne, con un filo conduttore dichiarato: l’armonia. Il cuore scenico è un grande cerchio, omaggio alla storia urbana di Milano, da cui partono traiettorie ideali verso le altre sedi dei Giochi. Un modo per raccontare, senza parole, l’idea di un’Olimpiade che unisce luoghi diversi sotto un’unica narrazione.
Lo stadio è pieno fin dal tardo pomeriggio, colorato dalle bandiere di decine di Paesi e da un pubblico arrivato da ogni parte del mondo. L’attesa è scandita dal pre show tra musica e intrattenimento, poi il messaggio del segretario generale dell’Onu António Guterres richiama il valore universale dei Giochi come spazio di incontro e unità. Fuori, a distanza di sicurezza, si muove anche una protesta annunciata: un corteo di qualche centinaio di manifestanti attraversa il quartiere San Siro senza incidenti, mentre dentro lo stadio la scena è tutta per lo spettacolo.
Come anticipato nel pomeriggio dalla Verità, il prologo istituzionale è affidato a un filmato che sorprende il pubblico: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriva idealmente a San Siro a bordo di un tram, seduto tra cittadini comuni, orchestrali e atleti con gli sci. Il mezzo percorre una Milano notturna e simbolica, fino al capolinea dello stadio. Solo alla fine si scopre il conducente speciale: Valentino Rossi, in divisa da tranviere. Un ingresso sobrio e ironico, prima che il Capo dello Stato prenda posto in tribuna accanto alla presidente del Cio Kirsty Coventry.
Alle 20 in punto si alza il sipario. La cerimonia si apre con la danza: Claudio Coviello e Antonella Albano, ballerini della Scala, portano in scena Amore e Psiche, passione e razionalità che si cercano e si rincorrono sul prato di San Siro. È il primo tassello di una narrazione che intreccia arte, musica e identità italiana. A guidare idealmente il racconto è Matilda De Angelis, che entra con la bacchetta da direttrice d’orchestra mentre attorno a lei sfilano i volti dei grandi compositori della tradizione. Poco dopo, il prato si riempie di colori per l’omaggio alla creatività italiana e a una delle sue icone popolari: Raffaella Carrà, evocata tra figuranti e costumi sgargianti. La parte musicale alterna registri e generazioni. Mariah Carey, in abito chiaro, sceglie di omaggiare l’Italia cantando in italiano Nel blu dipinto di blu, trasformando San Siro in un grande coro. Subito dopo, lo stadio si tinge di tricolore per il tributo a Giorgio Armani, con Vittoria Ceretti che porta in scena la bandiera italiana, consegnata poi ai corazzieri. È Laura Pausini a dare voce all’inno nazionale, mentre il tricolore viene issato e lo stadio si ferma per qualche istante in un silenzio carico di attesa. C’è spazio anche per la parola, con Pierfrancesco Favino che presta la voce ai versi dell’Infinito di Leopardi, prima che la scena si apra ai simboli olimpici: i cinque cerchi si avvicinano nel cielo di San Siro e si accendono tra i fuochi d’artificio, suggellando visivamente l’inizio dei Giochi.
A quel punto tocca agli atleti. La sfilata delle delegazioni si apre, come da tradizione, con la Grecia e scorre tra gli applausi, in ordine alfabetico, fino ad arrivare all’Italia, attesa per ultima. Gli azzurri sono 146 in totale, distribuiti tra Milano, Cortina, Predazzo e Livigno, con Arianna Fontana e Federico Pellegrino a guidare il gruppo presente a San Siro.
La giornata olimpica era iniziata già molte ore prima, tra diplomazia e passerelle istituzionali: la visita del vicepresidente americano J.D. Vance in città, il ricevimento a Palazzo Reale con capi di Stato e di governo, la parata di ospiti illustri. Ma è qui, dentro lo stadio, che Milano e Cortina consegnano al mondo il loro biglietto da visita. I Giochi sono cominciati e l’Italia prova a presentarli così, con uno spettacolo che mescola arte, simboli e identità, affidando all’«armonia» il compito di tenere insieme sport, città e montagne.
Continua a leggereRiduci
Se il disegno di legge verrà approvato, sarà la prima volta che lo Statuto dei lavoratori includerà una disposizione specifica sul congedo per l’eutanasia. Della serie, mi prendo un giorno per assistere una persona che vuol farla finita, la mattina mi metto a disposizione per la pratica ferale e il pomeriggio faccio shopping o vado al mare.
Il ministero del Lavoro, guidato da Yolanda Díaz, intende elaborare questa legge come un decreto legge reale, che entrerebbe in vigore immediatamente dopo l’approvazione del Consiglio dei ministri. L’accordo prevede anche 15 giorni di congedo per l’assistenza a coniugi, partner o familiari stretti in cure palliative, unico provvedimento sensato. La misura, presa d’intesa con i sindacati, è stata approvata senza l’accordo con le associazioni imprenditoriali, furibonde perché in questo modo, trattandosi di congedi retribuiti, si scarica sulle imprese il costo dei lavoratori assenti che dovrebbe essere sostenuto dal governo. Il Pp ha già annunciato che voterà contro la proposta. Nel frattempo, l’Autorità indipendente per la responsabilità fiscale (AIReF) ha rilevato una mancanza di controllo in Spagna sulla spesa per congedi per malattia, che è aumentata del 60% dal 2017 raggiungendo i 16,5 miliardi di euro nel 2024. L’astensione dal lavoro per motivi di salute è diventata la seconda voce più grande del sistema di sicurezza sociale, seconda solo alle pensioni ed è dovuto in gran parte all’aumento delle patologie legate alla salute mentale, cresciute vertiginosamente a partire dalla pandemia e che stanno diventando più durature. I disturbi mentali hanno la durata media più lunga, passando da 67 giorni nel 2017 a 98,5 giorni nel 2024. Clamorosamente, in Spagna il monitoraggio dei congedi per malattia da parte della Previdenza sociale per i lavoratori parte solo dopo i 365 giorni.
E se il premier Pedro Sánchez sottolinea la «occupazione di qualità» promossa in Spagna, sostenendo che «per la prima volta sta emergendo un’economia produttiva e sana», la Ceoe, Confederazione spagnola delle organizzazioni dei datori di lavoro segnala: «La Spagna continua a essere il Paese con il tasso di disoccupazione più alto nell’Ocse e conta oltre mezzo milione di persone in situazioni di disponibilità limitata o con richieste di lavoro specifiche, il che riflette fenomeni strutturali che restano irrisolti […] Le piccole imprese continuano a essere le più colpite dall’aumento dei costi del lavoro, dell’energia, delle tasse e dei finanziamenti, nonché da un quadro normativo instabile».
Non va meglio per Sánchez nemmeno quando attacca Musk. Al vertice mondiale dei governi a Dubai ha annunciato che vieterà l’accesso ai social media ai minori di 16 anni e adotterà altre misure per aumentare il controllo sulle piattaforme digitali, come quelle dell’imprenditore sudafricano.
Sul suo profilo X, Musk non perdeva tempo: «Sánchez lo scorretto è un tiranno e un traditore del popolo di Spagna». Ma al di là degli scontri sui social, ancora una volta il premier parla e promette ma non fa. Il Regolamento europeo sui servizi digitali, che avrebbe dovuto essere in vigore in Spagna da febbraio 2024, rimane bloccato al Congresso. Un ritardo di due anni. La Cnmc, Commissione nazionale per i mercati e la concorrenza non è ancora in grado di «monitorare il rispetto degli obblighi imposti ai fornitori di servizi mediatici statali che offrono notizie e contenuti di attualità». Ha le mani legate anche sul monitoraggio delle piattaforme digitali.
Brutte notizie anche dal Lussemburgo, dove i giudici non mettono fine alle rivendicazioni del movimento di indipendenza catalana. La Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) ha annullato il procedimento con cui il Tribunale dell’Unione europea il 5 luglio 2023 aveva revocato l’immunità al leader di Junts, Carles Puigdemont, e agli ex ministri del governo della Comunità autonoma di Catalogna, Toni Comín e Clara Ponsatí, tutti residenti a Waterloo (Belgio).
La motivazione della decisione è che il relatore nominato per le richieste di sospensione dell’immunità «potrebbe essere percepito come non imparziale». Si trattava di Angel Dzhambazki, europarlamentare bulgaro dei conservatori europei (Ecr), lo stesso gruppo di cui fa parte il partito spagnolo Vox, promotore delle azioni legali contro Puigdemont, Comín e Ponsatí in seguito al referendum illegale del 1° ottobre 2017. I tre erano stati poi eletti al Parlamento europeo nel 2019, e la Corte suprema spagnola aveva chiesto all’Europarlamento di revocare la loro immunità. Revoca votata a marzo 2021, ma ora quella decisione e la sentenza del 2023 sono state annullate.
Continua a leggereRiduci
Jeffrey Epstein (Ansa)
Dalle carte, consultabili online sul sito del Doj, emerge che due ragazze straniere sarebbero morte per strangolamento dopo sesso estremo nel ranch del predatore sessuale in New Messico, per poi essere sepolte su suo ordine nei dintorni della tenuta. In una email, inviata il 21 novembre 2019 da una persona che afferma di aver lavorato per Epstein a un uomo di nome Eddy Aragon, ci sono diversi link che mostrerebbero il defunto pedofilo filmato durante performances sessuali con ragazze minorenni e la confessione di un tentato omicidio di una delle ragazze. Nel testo il mittente scrive che due ragazze sono state sepolte su ordine di Epstein e «Madam G», verosimilmente la complice del faccendiere, Ghislaine Maxwell, tuttora reclusa in un carcere di massima sicurezza in Texas, nella vasta proprietà in New Mexico già nota come parco giochi privato del faccendiere per abusi sessuali e traffico di minori.
«Edward, questa vicenda è delicata, quindi sarà la prima e ultima mail, a seconda della tua discrezione. Puoi scegliere se tenerla o buttarla via, ma questo materiale viene da una persona che è stata lì e ha visto tutto, come ex membro dello staff dello Zorro Ranch. Il materiale che ti allego è stato preso dalla casa di Jeffrey Epstein come mia assicurazione in caso di eventuali contenziosi tra me e lui. Non mi fare domande», chiosa in stampatello l’uomo. «Le cose più terribili su Jeffrey Epstein devono ancora essere scritte. Sapevi che da qualche parte nelle colline fuori dallo Zorro, due ragazze straniere sono state sepolte per ordine di Jeffrey e Madam G? Entrambe sono morte per strangolamento durante sesso violento e fetish», scrive l’uomo. L’email è stata inoltrata all’Fbi tre mesi dopo il decesso di Epstein, ufficialmente morto suicida mentre era detenuto al Metropolitan Correctional Center di New York City.
Il finanziere pedofilo intendeva lasciare il suo Zorro Ranch, acquistato nel 1993 dall’ex governatore democratico del New Mexico Bruce King, alla sua ragazza bielorussa Karyna Shuliak. La tenuta di 13 miglia quadrate in mezzo al deserto vicino a Santa Fe includeva una residenza di circa 2.500 metri quadri. Secondo quanto riferisce il Daily Mail, Epstein usava lo Zorro Ranch per i suoi appuntamenti segreti, dato che gli ospiti potevano andare e venire più discretamente rispetto a quanto potessero fare a Little St James, l’isola caraibica privata di Epstein al largo di St Thomas. Uno degli ospiti più importanti nel ranch degli orrori è, come noto, il principe Andrew d’Inghilterra, duca di York, insieme con sua moglie Sarah Ferguson.
Continuano nel frattempo le reazioni a catena dopo la pubblicazione dei file. Ed è ancora un quotidiano inglese, il Times, a riferire che la poltrona del primo ministro inglese Keir Starmer sarebbe in bilico dopo le rivelazioni sul caso dell’ex ambasciatore Peter Mandelson. Secondo quanto appreso, il premier ha deciso di confermare la sua nomina a rappresentante diplomatico del Regno Unito negli Stati Uniti, avvenuta ad aprile del 2025, nonostante i rapporti tra Mandelson ed Epstein fossero ampiamente noti a Downing Street. Un rapporto del Cabinet Office aveva infatti evidenziato, già prima della nomina, quale fosse la natura delle relazioni tra i due, facendo riferimento a un dossier confidenziale di JP Morgan che diceva che i due uomini avevano rapporti «particolarmente stretti». L’Ufficio del Gabinetto aveva presentato il dossier a Starmer, ma il primo ministro decise di credere «sulla parola» alle rassicurazioni di Mandelson. I funzionari coinvolti nel processo di controllo hanno detto di aver trovato l’approccio di Starmer «sconcertante». «Le informazioni ora disponibili rendono chiaro che le risposte che ha dato Mandelson erano bugie», si è difeso il premier britannico. «Mi ha descritto Epstein come qualcuno che conosceva a malapena. Tale inganno non è compatibile con il servizio pubblico», ha dichiarato il primo ministro inglese. La vicenda però ha aperto un dibattito sulla sua affidabilità: la decisione di credere alle smentite dell’ambasciatore anziché ai documentati dossier su di lui è una scelta che l’opposizione conservatrice e parte del Partito laburista ritengono incompatibile con il ruolo di capo del governo, ma il premier ha chiarito che non intende dimettersi. Il filone rischia comunque di mantenere alta la pressione politica su Downing Street ancora per molto.
Non poteva mancare il tormentone sulle spie venute dal freddo mandate da Vladimir Putin. Questa, perlomeno, è la versione del premier polacco Donald Tusk, secondo il quale il defunto faccendiere pedofilo statunitense avrebbe collaborato con il Cremlino per raccogliere materiale compromettente sulle élite occidentali, usando la trappola della seduzione, la cosiddetta «esca dolce». »La stampa globale ruota intorno al sospetto che questo scandalo di pedofilia senza precedenti sia stato co-organizzato dai servizi segreti russi», ha concluso Donald Tusk e così le autorità polacche hanno aperto un’inchiesta, proprio mentre dall’altra parte dell’emisfero, in America, sono usciti alcuni file che mostrano con chiarezza che Epstein stava lavorando per rovesciare il presidente russo. «Dovremo andare presto in Russia», scriveva infatti Boris Nicolic, consulente e socio di Bill Gates alla Bill and Melinda Gates Foundation, a Epstein, «per incontrare Ilja Ponomarev (imprenditore e ex deputato della Duma, ndr) e la sua ragazza Alyona, che sono i principali organizzatori della rivolta contro Putin. Ho paura per quanto può succedergli», continuava Nicolic, «qualche idea per aiutarlo? Non con Davos», suggerisce l’uomo di Bill Gates a Epstein. «È impossibile studiare i materiali relativi al caso Epstein senza provare nausea», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, paragonando la lettura dei documenti alla visione di film thriller e polizieschi. «Ma tutto ha un limite morale».
I magistrati turchi stanno intanto passando al setaccio decine di migliaia di documenti emersi dai file del finanziere pedofilo, con l’obiettivo di ricostruire un traffico di minori dalla Turchia. A rendere drammatico il quadro ci sono i dati diffusi dall’Istituto Nazionale di statistica turco Tuik), secondo cui tra il 2008 e il 2016 si sono perse le tracce di 104,531 minori. «Bisogna capire se sono stati contattati politici, funzionari o rappresentanti delle istituzioni. Bisogna risalire agli orfanotrofi e centri di accoglienza», ha dichiarato Dogan Bekin, parlamentare del partito conservatore Refah.
Continua a leggereRiduci
«Salvador» (Netflix)
Otto episodi su Netflix per raccontare un padre e una figlia: lui ex medico, lei coinvolta in un gruppo neonazista. La serie spagnola evita la retorica e indaga fragilità, responsabilità e bisogno di appartenenza con uno sguardo sobrio.
Otto episodi, disponibili, in un'unica soluzione, su Netflix, a partire da venerdì 6 febbraio. Salvador non è lunga, né promette (per ora) di proseguire oltre questa prima stagione. Eppure, è capace, in uno spazio breve e curato, di raffigurare un quadro complesso: quello di una genitorialità in crisi, di figli incapaci di trovare un'identità rappresentativa, del disperato bisogno di appartenere a qualcosa, a qualcuno.
Salvador, serie tv di origine spagnola, muove dal caso particolare di un padre, un ex medico demansionato, costretto - nonostante gli studi e il curriculum - a guidare le ambulanze. Salvador Aguirre ha un passato complicato, fatto di dipendenze che, piano piano, gli hanno eroso la vita. Ha una figlia, Milena, e con lei un rapporto travagliato. Un rapporto che, come il passato di Salvador, non è, però, al vaglio della serie.
Lo show, come già Adolescence, non sembra andare a ritroso, ma guardare avanti, muovendosi tra strade già battute, già note.
Salvador è la storia di un padre che, in una notte di lavoro, senza nessuna avvisaglia precedente, scopre la figlia essere parte di un gruppo di disadattati, violenti e pericolosi. Decisi, soprattutto, a rivendicare l'esatto opposto di quel che lui, per una vita intera, ha cercato di insegnarle. Milena si è unita ad una frangia di estrema destra, razzista e omofoba, una frangia all'interno della quale si nascondono anche svariati Incel. Odiano gli stranieri, i gay e le donne. Sono neonazisti. Fuor di retorica, però, perché quello che la serie vuole fare è provare ad indagare le ragioni che possano preludere ad una tale scelta.
Salvador cerca di scavare oltre la superficie, andando a fondo delle insicurezze, dei bisogni degli adolescenti. Chiedendosi quali e quante responsabilità abbiano i genitori, quante e quali la società nella quale cresciamo. Il risultato non è perfetto, ma convincente. Gli otto episodi della serie televisiva spagnola sono scorrevoli e ben costruiti, pensati per poter essere visti senza pruriti e ritrosie. Non c'è politica, non c'è grande giudizio. Solo la ricostruzione, piuttosto fedele e dettagliata, di uno spaccato che dimora vicino a tutti noi.
Continua a leggereRiduci