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2019-07-03
Altri due ex sindaci emiliani del Pd indagati nell’inchiesta sugli abusi
iStock
Non passa giorno senza che il Partito democratico gridi alla «indegna strumentalizzazione politica» e ribadisca la sua totale estraneità rispetto all'inchiesta «Angeli e demoni» riguardante gli abusi sui bambini dell'Val d'Enza, in provincia di Reggio Emilia. Purtroppo per i dem, però, la realtà dei fatti continua a riservare brutte sorprese e amare smentite. Come si è appreso ieri, altri due ex sindaci di area progressista risultano coinvolti nelle indagini. Si tratta dell'ex sindaco di Montecchio, Paolo Colli, e dell'ex sindaco di Cavriago ed ex presidente dell'Unione val d'Enza, Paolo Burani. Sono entrambi appartenenti al Partito democratico, e sono indagati a piede libero per abuso d'ufficio.
Dello stesso reato - oltre che di falso - è accusato pure Andrea Carletti, sindaco di Bibbiano (di nuovo in quota Pd). Il primo cittadino bibbianese si trova attualmente agli arresti domiciliari e oggi verrà interrogato, ma resta al suo posto non essendo interdetto dai pubblici uffici. Da quando tutta questa storiaccia ha avuto inizio, i dirigenti del Pd continuano a ripetere che Carletti «è un amministratore capace, che si è speso per la sua comunità ed è apprezzato dai suoi cittadini. Risponderà con serenità dei rilievi amministrativi che gli vengono mossi».
Ieri persino l'Anpi di Bibbiano, non avendo di meglio da fare, ha deciso di intervenire pubblicamente a favore del sindaco: «Avendo piena fiducia nella magistratura», dicono i partigiani, «siamo fiduciosi che in tempi rapidi al nostro sindaco verrà riconosciuto di aver sempre svolto la sua attività di amministratore pubblico “con disciplina e onore", come indica l'articolo 54 della Costituzione».
Sarà. Nel frattempo, però, il giudice reggiano non usa parole leggerissime per parlare di Carletti, anzi. Come ha ricordato su queste pagine Maurizio Tortorella, i reati che vengono contestati al sindaco prevedono dai 2 ai 10 anni di reclusione. Secondo il giudice delle indagini preliminari, Luca Ramponi, Carletti si sarebbe «reso responsabile di episodi che costituiscono un espressivo indice del suo modo di comportarsi» e che «è evidente la sua copertura politica continuativa e sistematica all'attività degli altri indagati». Il gip punta il dito sulla «essenzialità del suo contributo» e «la sua alta capacità criminale». L'amministratore bibbianese, infatti, avrebbe «ripetutamente consentito le spese in esecuzione degli abusi d'ufficio con erogazione di contributi indebiti». Soldi che andavano a finire anche agli psicologi del centro Hansel e Gretel.
Dunque è vero che Carletti non ha partecipato agli abusi e al plagio dei ragazzini. Ma è altrettanto vero che del «sistema Val d'Enza» era un ingranaggio essenziale. Del giro, pare, facevano parte anche i suoi ex colleghi e compagni di partito Paolo Burani e Paolo Colli (altri quattro amministratori sono stati sentiti ieri dalle autorità come persone informate sui fatti: l'ex sindaco di Campegine, Paolo Cervi, l'ex sindaco di Gattatico, Gianni Maiola, l'ex sindaco di Sant'Ilario, Marcello Moretti, e l'ex vice sindaco di San Polo, Edmondo Grasselli).
Che anche Burani e Colli siano finiti nell'inchiesta, visti gli incarichi che ricoprivano, appare abbastanza ovvio. E risulta evidente anche il fatto che abbiano offerto supporto - se non altro politico e ideologico - ai vari assistenti sociali e psicologi protagonisti della vicenda. Il 10 ottobre del 2018, per esempio, Paolo Burani, in qualità di presidente dell'Unione dei Comuni della Val d'Enza, ha inaugurato un convegno intitolato «Rinascere dal trauma: il progetto “La Cura"». Tra gli sponsor, la Regione Emilia Romagna guidata da Stefano Bonaccini (Pd).
«La Cura», spiega la brochure di presentazione dell'evento, «è un servizio innovativo in cui i bimbi vittime di gravi traumi psicologici, quali la violenza sessuale e i maltrattamenti, vengono seguiti con psicoterapie specifiche e assistenza socio-sanitaria competente». In pratica, è il servizio per i minori al centro dell'inchiesta.
La direzione artistica e la regia di questo convegno sono state affidate a Fadia Bassmaji, cioè l'ex compagna della responsabile dei servizi sociali della Val d'Enza, Federica Anghinolfi, nonché affidataria (assieme alla moglie Daniela Bedogni) di una bambina di nome Katia. La piccola, per inciso, ora è stata tolta alle due donne per maltrattamenti.
Tra i relatori del convegno c'erano Gloria Soavi, la potente psicoterapeuta presidente del Cismai; l'ormai celebre Claudio Foti, direttore del centro Hansel e Gretel; la di lui compagna e collega Nadia Bolognini e, ovviamente, l'immancabile Federica Anghinolfi. Non solo: l'evento è stato chiuso da una tavola rotonda moderata da Andrea Malaguti, giornalista della Stampa e autore di un reportage sulle sette sataniche e gli abusi su minori che dava grande lustro alle opinioni di Claudio Foti.
Alla discussione hanno partecipato, tra gli altri, il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, e la parlamentare del Pd Vanna Iori, una di quelle che oggi difendono a spada tratta il modello emiliano. Non stupisce, la posizione della Iori. La signora, infatti, era presente anche a un altro incontro pubblico, organizzato a Montecchio l'11 novembre del 2015 e dedicato ai diritti dell'infanzia. Tra i relatori: Federica Anghinolfi, Andrea Carletti e Paolo Colli, il sindaco di Montecchio ora indagato. Chiaro: la giustizia deve fare il suo corso e per ora non ci sono colpevoli. Ma il legame politico tra il Pd e il giro bibbianese è un po' difficile da negare, non trovate?
I parenti degli psicologi di Veleno si sono candidati con la sinistra
La palude melmosa svelata dall'inchiesta «Angeli e Demoni» della Procura di Reggio Emilia ha un fondale in comune. Non solo perché, come ha svelato il giornalista Pablo Trincia, alcuni psicologi della Hansel e Gretel di Moncalieri, la Onlus al centro dell'indagine, sono gli stessi che lavorarono nella Bassa Modenese negli anni Novanta (finiti nel caso Veleno), ma soprattutto perché i protagonisti delle due vicende hanno una rete di relazioni agganciata al mondo progressista.
E non lo dimostra solo l'arresto (ai domiciliari) del sindaco dem di Bibbiano, Andrea Carletti, («pienamente consapevole», scrive la Procura, «della totale illiceità del sistema»). Sul registro degli indagati si sono aggiunti i nomi di due ex sindaci: Paolo Colli e Paolo Burani, rispettivamente primi cittadini (all'epoca dei fatti contestati) di Montecchio e Cavriago. Entrambi sono accusati di abuso d'ufficio, proprio come Carletti, al quale, però, viene contestato anche il falso in atto pubblico. E proprio come Carletti, sono del Pd.
«Dietro c'è una ragione ideologica», tuona Carlo Giovanardi, che da sottosegretario alla Famiglia, durante il governo Berlusconi, ingaggiò una battaglia con la Commissione europea che diffondeva dati falsi sugli abusi dei minori (la Commissione, dopo un lungo carteggio con il sottosegretario, dovette ammettere l'errore). «Questi signori del Pd, anche davanti alle evidenze, continuano a difendere sindaci e amministratori di Asl». Non solo. «Candidano addirittura i loro familiari». E qui la storia fa di nuovo un salto nel tempo e torna a quei torbidi mesi tra il 1997 e il 1998. Torna a Mirandola e Massa Finalese, dove 16 bambini di età compresa tra gli otto e i dieci anni furono tolti alle famiglie da psicologi e assistenti sociali, perché i genitori erano stati accusati di abusi e di aver commesso dei riti satanici. Torna all'inchiesta Veleno.
Sono state due le candidature definite «pesanti» dal consigliere provinciale modenese di Forza Italia Antonio Platis: la sorella della psicologa Valeria Donati e la moglie del capo Ausl dei servizi sociali Marcello Burgoni. Entrambe candidate con il Pd. Valeria Donati ai tempi di Veleno era alla sua prima esperienza professionale dopo la laurea. Fu lei a raccogliere la confessione del ragazzino da cui partì tutto: accuse di molestie, addirittura si parlò di rituali satanici. Il mostro giudiziario che ne venne fuori è stato definitivamente schiacciato da una sentenza di assoluzione emessa dalla Corte di cassazione. Morti e feriti di quella faccenda, però, gridano ancora giustizia.
Marcello Burgoni, invece, è un ex seminarista che ai tempi di Veleno era diventato il responsabile dei servizi sociali dell'Asl di Mirandola. La provincia sta provando ancora a fare i conti con questa storia. Tanto che la Commissione servizi sociali del Consiglio dell'Unione area nord di Modena, a dicembre, aveva convocato proprio Donati e Burgoni (unico a presentarsi). «Non meravigliamoci se dal Pd non si alzano voci di condanna», chiosa Giovanardi, che da buon emiliano conosce bene il territorio.
La Commissione ha bloccato la quota associativa destinata al Cismai, la struttura cui appartenevano molti degli assistenti sociali coinvolti nel caso Veleno. Si parla di 4 milioni di euro spesi negli ultimi 20 anni dall'Unione dei comuni nord di Modena per spese d'affido e terapie psicologiche per i bambini. «Perché oltre all'ideologia», sostiene Giovanardi, «ci sono fiumi di soldi, perché più pedofili trovavano e più li pagavano». E a spartirsi la torta c'era anche il Cab, il Centro aiuto del bambino, associazione «aperta da Valeria Donati», ricostruisce Repubblica, «per fornire assistenza ai bambini di cui diagnosticava i traumi, dopo che la Asl aveva deciso di appaltare il servizio a una struttura più qualificata».
«Per ogni bambino», si legge invece nel libro Veleno (Einaudi) di Trincia, «il centro della Donati percepiva tra i 1.032 e i 1.400 euro al mese, in base alla gravità della situazione. In circa dieci anni il Cab ha ricevuto la cifra di 2.209.400 euro di fondi pubblici. E questo nonostante il conflitto di interessi lampante e pericoloso».
Anche in Commissione il sistema di Veleno aveva un difensore: l'ex sindaco di Mirandola Gigi Costi (eletto con il centrosinistra, è il fratello dell'assessore regionale Palma Costi), che ha giustificato quei meccanismi, beccandosi il rimbrotto degli avvocati delle famiglie alle quali furono sottratti i figli: «Appigli per sottrarsi alle responsabilità».
«Queste vicende pesano», conclude Giovanardi, «insieme a tutte le teorizzazioni ideologiche sposate dal Pd che attaccano la famiglia».
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Paolo Colli e Paolo Burani, già amministratori dem del Reggiano, accusati di abuso di ufficio come il primo cittadino di Bibbiano. Partecipavano a convegni con gli psicologi e assistenti sociali al centro della vicenda.I parenti degli psicologi di Veleno si sono candidati con la sinistra. La sorella e la moglie di due protagonisti del caso dei falsi satanisti in lista con i dem.Lo speciale comprende due articoli. Non passa giorno senza che il Partito democratico gridi alla «indegna strumentalizzazione politica» e ribadisca la sua totale estraneità rispetto all'inchiesta «Angeli e demoni» riguardante gli abusi sui bambini dell'Val d'Enza, in provincia di Reggio Emilia. Purtroppo per i dem, però, la realtà dei fatti continua a riservare brutte sorprese e amare smentite. Come si è appreso ieri, altri due ex sindaci di area progressista risultano coinvolti nelle indagini. Si tratta dell'ex sindaco di Montecchio, Paolo Colli, e dell'ex sindaco di Cavriago ed ex presidente dell'Unione val d'Enza, Paolo Burani. Sono entrambi appartenenti al Partito democratico, e sono indagati a piede libero per abuso d'ufficio. Dello stesso reato - oltre che di falso - è accusato pure Andrea Carletti, sindaco di Bibbiano (di nuovo in quota Pd). Il primo cittadino bibbianese si trova attualmente agli arresti domiciliari e oggi verrà interrogato, ma resta al suo posto non essendo interdetto dai pubblici uffici. Da quando tutta questa storiaccia ha avuto inizio, i dirigenti del Pd continuano a ripetere che Carletti «è un amministratore capace, che si è speso per la sua comunità ed è apprezzato dai suoi cittadini. Risponderà con serenità dei rilievi amministrativi che gli vengono mossi». Ieri persino l'Anpi di Bibbiano, non avendo di meglio da fare, ha deciso di intervenire pubblicamente a favore del sindaco: «Avendo piena fiducia nella magistratura», dicono i partigiani, «siamo fiduciosi che in tempi rapidi al nostro sindaco verrà riconosciuto di aver sempre svolto la sua attività di amministratore pubblico “con disciplina e onore", come indica l'articolo 54 della Costituzione».Sarà. Nel frattempo, però, il giudice reggiano non usa parole leggerissime per parlare di Carletti, anzi. Come ha ricordato su queste pagine Maurizio Tortorella, i reati che vengono contestati al sindaco prevedono dai 2 ai 10 anni di reclusione. Secondo il giudice delle indagini preliminari, Luca Ramponi, Carletti si sarebbe «reso responsabile di episodi che costituiscono un espressivo indice del suo modo di comportarsi» e che «è evidente la sua copertura politica continuativa e sistematica all'attività degli altri indagati». Il gip punta il dito sulla «essenzialità del suo contributo» e «la sua alta capacità criminale». L'amministratore bibbianese, infatti, avrebbe «ripetutamente consentito le spese in esecuzione degli abusi d'ufficio con erogazione di contributi indebiti». Soldi che andavano a finire anche agli psicologi del centro Hansel e Gretel. Dunque è vero che Carletti non ha partecipato agli abusi e al plagio dei ragazzini. Ma è altrettanto vero che del «sistema Val d'Enza» era un ingranaggio essenziale. Del giro, pare, facevano parte anche i suoi ex colleghi e compagni di partito Paolo Burani e Paolo Colli (altri quattro amministratori sono stati sentiti ieri dalle autorità come persone informate sui fatti: l'ex sindaco di Campegine, Paolo Cervi, l'ex sindaco di Gattatico, Gianni Maiola, l'ex sindaco di Sant'Ilario, Marcello Moretti, e l'ex vice sindaco di San Polo, Edmondo Grasselli). Che anche Burani e Colli siano finiti nell'inchiesta, visti gli incarichi che ricoprivano, appare abbastanza ovvio. E risulta evidente anche il fatto che abbiano offerto supporto - se non altro politico e ideologico - ai vari assistenti sociali e psicologi protagonisti della vicenda. Il 10 ottobre del 2018, per esempio, Paolo Burani, in qualità di presidente dell'Unione dei Comuni della Val d'Enza, ha inaugurato un convegno intitolato «Rinascere dal trauma: il progetto “La Cura"». Tra gli sponsor, la Regione Emilia Romagna guidata da Stefano Bonaccini (Pd). «La Cura», spiega la brochure di presentazione dell'evento, «è un servizio innovativo in cui i bimbi vittime di gravi traumi psicologici, quali la violenza sessuale e i maltrattamenti, vengono seguiti con psicoterapie specifiche e assistenza socio-sanitaria competente». In pratica, è il servizio per i minori al centro dell'inchiesta. La direzione artistica e la regia di questo convegno sono state affidate a Fadia Bassmaji, cioè l'ex compagna della responsabile dei servizi sociali della Val d'Enza, Federica Anghinolfi, nonché affidataria (assieme alla moglie Daniela Bedogni) di una bambina di nome Katia. La piccola, per inciso, ora è stata tolta alle due donne per maltrattamenti. Tra i relatori del convegno c'erano Gloria Soavi, la potente psicoterapeuta presidente del Cismai; l'ormai celebre Claudio Foti, direttore del centro Hansel e Gretel; la di lui compagna e collega Nadia Bolognini e, ovviamente, l'immancabile Federica Anghinolfi. Non solo: l'evento è stato chiuso da una tavola rotonda moderata da Andrea Malaguti, giornalista della Stampa e autore di un reportage sulle sette sataniche e gli abusi su minori che dava grande lustro alle opinioni di Claudio Foti. Alla discussione hanno partecipato, tra gli altri, il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, e la parlamentare del Pd Vanna Iori, una di quelle che oggi difendono a spada tratta il modello emiliano. Non stupisce, la posizione della Iori. La signora, infatti, era presente anche a un altro incontro pubblico, organizzato a Montecchio l'11 novembre del 2015 e dedicato ai diritti dell'infanzia. Tra i relatori: Federica Anghinolfi, Andrea Carletti e Paolo Colli, il sindaco di Montecchio ora indagato. Chiaro: la giustizia deve fare il suo corso e per ora non ci sono colpevoli. Ma il legame politico tra il Pd e il giro bibbianese è un po' difficile da negare, non trovate?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altri-due-ex-sindaci-emiliani-del-pd-indagati-nellinchiesta-sugli-abusi-2639059148.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-parenti-degli-psicologi-di-veleno-si-sono-candidati-con-la-sinistra" data-post-id="2639059148" data-published-at="1778121091" data-use-pagination="False"> I parenti degli psicologi di Veleno si sono candidati con la sinistra La palude melmosa svelata dall'inchiesta «Angeli e Demoni» della Procura di Reggio Emilia ha un fondale in comune. Non solo perché, come ha svelato il giornalista Pablo Trincia, alcuni psicologi della Hansel e Gretel di Moncalieri, la Onlus al centro dell'indagine, sono gli stessi che lavorarono nella Bassa Modenese negli anni Novanta (finiti nel caso Veleno), ma soprattutto perché i protagonisti delle due vicende hanno una rete di relazioni agganciata al mondo progressista. E non lo dimostra solo l'arresto (ai domiciliari) del sindaco dem di Bibbiano, Andrea Carletti, («pienamente consapevole», scrive la Procura, «della totale illiceità del sistema»). Sul registro degli indagati si sono aggiunti i nomi di due ex sindaci: Paolo Colli e Paolo Burani, rispettivamente primi cittadini (all'epoca dei fatti contestati) di Montecchio e Cavriago. Entrambi sono accusati di abuso d'ufficio, proprio come Carletti, al quale, però, viene contestato anche il falso in atto pubblico. E proprio come Carletti, sono del Pd. «Dietro c'è una ragione ideologica», tuona Carlo Giovanardi, che da sottosegretario alla Famiglia, durante il governo Berlusconi, ingaggiò una battaglia con la Commissione europea che diffondeva dati falsi sugli abusi dei minori (la Commissione, dopo un lungo carteggio con il sottosegretario, dovette ammettere l'errore). «Questi signori del Pd, anche davanti alle evidenze, continuano a difendere sindaci e amministratori di Asl». Non solo. «Candidano addirittura i loro familiari». E qui la storia fa di nuovo un salto nel tempo e torna a quei torbidi mesi tra il 1997 e il 1998. Torna a Mirandola e Massa Finalese, dove 16 bambini di età compresa tra gli otto e i dieci anni furono tolti alle famiglie da psicologi e assistenti sociali, perché i genitori erano stati accusati di abusi e di aver commesso dei riti satanici. Torna all'inchiesta Veleno. Sono state due le candidature definite «pesanti» dal consigliere provinciale modenese di Forza Italia Antonio Platis: la sorella della psicologa Valeria Donati e la moglie del capo Ausl dei servizi sociali Marcello Burgoni. Entrambe candidate con il Pd. Valeria Donati ai tempi di Veleno era alla sua prima esperienza professionale dopo la laurea. Fu lei a raccogliere la confessione del ragazzino da cui partì tutto: accuse di molestie, addirittura si parlò di rituali satanici. Il mostro giudiziario che ne venne fuori è stato definitivamente schiacciato da una sentenza di assoluzione emessa dalla Corte di cassazione. Morti e feriti di quella faccenda, però, gridano ancora giustizia. Marcello Burgoni, invece, è un ex seminarista che ai tempi di Veleno era diventato il responsabile dei servizi sociali dell'Asl di Mirandola. La provincia sta provando ancora a fare i conti con questa storia. Tanto che la Commissione servizi sociali del Consiglio dell'Unione area nord di Modena, a dicembre, aveva convocato proprio Donati e Burgoni (unico a presentarsi). «Non meravigliamoci se dal Pd non si alzano voci di condanna», chiosa Giovanardi, che da buon emiliano conosce bene il territorio. La Commissione ha bloccato la quota associativa destinata al Cismai, la struttura cui appartenevano molti degli assistenti sociali coinvolti nel caso Veleno. Si parla di 4 milioni di euro spesi negli ultimi 20 anni dall'Unione dei comuni nord di Modena per spese d'affido e terapie psicologiche per i bambini. «Perché oltre all'ideologia», sostiene Giovanardi, «ci sono fiumi di soldi, perché più pedofili trovavano e più li pagavano». E a spartirsi la torta c'era anche il Cab, il Centro aiuto del bambino, associazione «aperta da Valeria Donati», ricostruisce Repubblica, «per fornire assistenza ai bambini di cui diagnosticava i traumi, dopo che la Asl aveva deciso di appaltare il servizio a una struttura più qualificata». «Per ogni bambino», si legge invece nel libro Veleno (Einaudi) di Trincia, «il centro della Donati percepiva tra i 1.032 e i 1.400 euro al mese, in base alla gravità della situazione. In circa dieci anni il Cab ha ricevuto la cifra di 2.209.400 euro di fondi pubblici. E questo nonostante il conflitto di interessi lampante e pericoloso». Anche in Commissione il sistema di Veleno aveva un difensore: l'ex sindaco di Mirandola Gigi Costi (eletto con il centrosinistra, è il fratello dell'assessore regionale Palma Costi), che ha giustificato quei meccanismi, beccandosi il rimbrotto degli avvocati delle famiglie alle quali furono sottratti i figli: «Appigli per sottrarsi alle responsabilità». «Queste vicende pesano», conclude Giovanardi, «insieme a tutte le teorizzazioni ideologiche sposate dal Pd che attaccano la famiglia».
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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