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2019-07-03
Altri due ex sindaci emiliani del Pd indagati nell’inchiesta sugli abusi
iStock
Non passa giorno senza che il Partito democratico gridi alla «indegna strumentalizzazione politica» e ribadisca la sua totale estraneità rispetto all'inchiesta «Angeli e demoni» riguardante gli abusi sui bambini dell'Val d'Enza, in provincia di Reggio Emilia. Purtroppo per i dem, però, la realtà dei fatti continua a riservare brutte sorprese e amare smentite. Come si è appreso ieri, altri due ex sindaci di area progressista risultano coinvolti nelle indagini. Si tratta dell'ex sindaco di Montecchio, Paolo Colli, e dell'ex sindaco di Cavriago ed ex presidente dell'Unione val d'Enza, Paolo Burani. Sono entrambi appartenenti al Partito democratico, e sono indagati a piede libero per abuso d'ufficio.
Dello stesso reato - oltre che di falso - è accusato pure Andrea Carletti, sindaco di Bibbiano (di nuovo in quota Pd). Il primo cittadino bibbianese si trova attualmente agli arresti domiciliari e oggi verrà interrogato, ma resta al suo posto non essendo interdetto dai pubblici uffici. Da quando tutta questa storiaccia ha avuto inizio, i dirigenti del Pd continuano a ripetere che Carletti «è un amministratore capace, che si è speso per la sua comunità ed è apprezzato dai suoi cittadini. Risponderà con serenità dei rilievi amministrativi che gli vengono mossi».
Ieri persino l'Anpi di Bibbiano, non avendo di meglio da fare, ha deciso di intervenire pubblicamente a favore del sindaco: «Avendo piena fiducia nella magistratura», dicono i partigiani, «siamo fiduciosi che in tempi rapidi al nostro sindaco verrà riconosciuto di aver sempre svolto la sua attività di amministratore pubblico “con disciplina e onore", come indica l'articolo 54 della Costituzione».
Sarà. Nel frattempo, però, il giudice reggiano non usa parole leggerissime per parlare di Carletti, anzi. Come ha ricordato su queste pagine Maurizio Tortorella, i reati che vengono contestati al sindaco prevedono dai 2 ai 10 anni di reclusione. Secondo il giudice delle indagini preliminari, Luca Ramponi, Carletti si sarebbe «reso responsabile di episodi che costituiscono un espressivo indice del suo modo di comportarsi» e che «è evidente la sua copertura politica continuativa e sistematica all'attività degli altri indagati». Il gip punta il dito sulla «essenzialità del suo contributo» e «la sua alta capacità criminale». L'amministratore bibbianese, infatti, avrebbe «ripetutamente consentito le spese in esecuzione degli abusi d'ufficio con erogazione di contributi indebiti». Soldi che andavano a finire anche agli psicologi del centro Hansel e Gretel.
Dunque è vero che Carletti non ha partecipato agli abusi e al plagio dei ragazzini. Ma è altrettanto vero che del «sistema Val d'Enza» era un ingranaggio essenziale. Del giro, pare, facevano parte anche i suoi ex colleghi e compagni di partito Paolo Burani e Paolo Colli (altri quattro amministratori sono stati sentiti ieri dalle autorità come persone informate sui fatti: l'ex sindaco di Campegine, Paolo Cervi, l'ex sindaco di Gattatico, Gianni Maiola, l'ex sindaco di Sant'Ilario, Marcello Moretti, e l'ex vice sindaco di San Polo, Edmondo Grasselli).
Che anche Burani e Colli siano finiti nell'inchiesta, visti gli incarichi che ricoprivano, appare abbastanza ovvio. E risulta evidente anche il fatto che abbiano offerto supporto - se non altro politico e ideologico - ai vari assistenti sociali e psicologi protagonisti della vicenda. Il 10 ottobre del 2018, per esempio, Paolo Burani, in qualità di presidente dell'Unione dei Comuni della Val d'Enza, ha inaugurato un convegno intitolato «Rinascere dal trauma: il progetto “La Cura"». Tra gli sponsor, la Regione Emilia Romagna guidata da Stefano Bonaccini (Pd).
«La Cura», spiega la brochure di presentazione dell'evento, «è un servizio innovativo in cui i bimbi vittime di gravi traumi psicologici, quali la violenza sessuale e i maltrattamenti, vengono seguiti con psicoterapie specifiche e assistenza socio-sanitaria competente». In pratica, è il servizio per i minori al centro dell'inchiesta.
La direzione artistica e la regia di questo convegno sono state affidate a Fadia Bassmaji, cioè l'ex compagna della responsabile dei servizi sociali della Val d'Enza, Federica Anghinolfi, nonché affidataria (assieme alla moglie Daniela Bedogni) di una bambina di nome Katia. La piccola, per inciso, ora è stata tolta alle due donne per maltrattamenti.
Tra i relatori del convegno c'erano Gloria Soavi, la potente psicoterapeuta presidente del Cismai; l'ormai celebre Claudio Foti, direttore del centro Hansel e Gretel; la di lui compagna e collega Nadia Bolognini e, ovviamente, l'immancabile Federica Anghinolfi. Non solo: l'evento è stato chiuso da una tavola rotonda moderata da Andrea Malaguti, giornalista della Stampa e autore di un reportage sulle sette sataniche e gli abusi su minori che dava grande lustro alle opinioni di Claudio Foti.
Alla discussione hanno partecipato, tra gli altri, il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, e la parlamentare del Pd Vanna Iori, una di quelle che oggi difendono a spada tratta il modello emiliano. Non stupisce, la posizione della Iori. La signora, infatti, era presente anche a un altro incontro pubblico, organizzato a Montecchio l'11 novembre del 2015 e dedicato ai diritti dell'infanzia. Tra i relatori: Federica Anghinolfi, Andrea Carletti e Paolo Colli, il sindaco di Montecchio ora indagato. Chiaro: la giustizia deve fare il suo corso e per ora non ci sono colpevoli. Ma il legame politico tra il Pd e il giro bibbianese è un po' difficile da negare, non trovate?
I parenti degli psicologi di Veleno si sono candidati con la sinistra
La palude melmosa svelata dall'inchiesta «Angeli e Demoni» della Procura di Reggio Emilia ha un fondale in comune. Non solo perché, come ha svelato il giornalista Pablo Trincia, alcuni psicologi della Hansel e Gretel di Moncalieri, la Onlus al centro dell'indagine, sono gli stessi che lavorarono nella Bassa Modenese negli anni Novanta (finiti nel caso Veleno), ma soprattutto perché i protagonisti delle due vicende hanno una rete di relazioni agganciata al mondo progressista.
E non lo dimostra solo l'arresto (ai domiciliari) del sindaco dem di Bibbiano, Andrea Carletti, («pienamente consapevole», scrive la Procura, «della totale illiceità del sistema»). Sul registro degli indagati si sono aggiunti i nomi di due ex sindaci: Paolo Colli e Paolo Burani, rispettivamente primi cittadini (all'epoca dei fatti contestati) di Montecchio e Cavriago. Entrambi sono accusati di abuso d'ufficio, proprio come Carletti, al quale, però, viene contestato anche il falso in atto pubblico. E proprio come Carletti, sono del Pd.
«Dietro c'è una ragione ideologica», tuona Carlo Giovanardi, che da sottosegretario alla Famiglia, durante il governo Berlusconi, ingaggiò una battaglia con la Commissione europea che diffondeva dati falsi sugli abusi dei minori (la Commissione, dopo un lungo carteggio con il sottosegretario, dovette ammettere l'errore). «Questi signori del Pd, anche davanti alle evidenze, continuano a difendere sindaci e amministratori di Asl». Non solo. «Candidano addirittura i loro familiari». E qui la storia fa di nuovo un salto nel tempo e torna a quei torbidi mesi tra il 1997 e il 1998. Torna a Mirandola e Massa Finalese, dove 16 bambini di età compresa tra gli otto e i dieci anni furono tolti alle famiglie da psicologi e assistenti sociali, perché i genitori erano stati accusati di abusi e di aver commesso dei riti satanici. Torna all'inchiesta Veleno.
Sono state due le candidature definite «pesanti» dal consigliere provinciale modenese di Forza Italia Antonio Platis: la sorella della psicologa Valeria Donati e la moglie del capo Ausl dei servizi sociali Marcello Burgoni. Entrambe candidate con il Pd. Valeria Donati ai tempi di Veleno era alla sua prima esperienza professionale dopo la laurea. Fu lei a raccogliere la confessione del ragazzino da cui partì tutto: accuse di molestie, addirittura si parlò di rituali satanici. Il mostro giudiziario che ne venne fuori è stato definitivamente schiacciato da una sentenza di assoluzione emessa dalla Corte di cassazione. Morti e feriti di quella faccenda, però, gridano ancora giustizia.
Marcello Burgoni, invece, è un ex seminarista che ai tempi di Veleno era diventato il responsabile dei servizi sociali dell'Asl di Mirandola. La provincia sta provando ancora a fare i conti con questa storia. Tanto che la Commissione servizi sociali del Consiglio dell'Unione area nord di Modena, a dicembre, aveva convocato proprio Donati e Burgoni (unico a presentarsi). «Non meravigliamoci se dal Pd non si alzano voci di condanna», chiosa Giovanardi, che da buon emiliano conosce bene il territorio.
La Commissione ha bloccato la quota associativa destinata al Cismai, la struttura cui appartenevano molti degli assistenti sociali coinvolti nel caso Veleno. Si parla di 4 milioni di euro spesi negli ultimi 20 anni dall'Unione dei comuni nord di Modena per spese d'affido e terapie psicologiche per i bambini. «Perché oltre all'ideologia», sostiene Giovanardi, «ci sono fiumi di soldi, perché più pedofili trovavano e più li pagavano». E a spartirsi la torta c'era anche il Cab, il Centro aiuto del bambino, associazione «aperta da Valeria Donati», ricostruisce Repubblica, «per fornire assistenza ai bambini di cui diagnosticava i traumi, dopo che la Asl aveva deciso di appaltare il servizio a una struttura più qualificata».
«Per ogni bambino», si legge invece nel libro Veleno (Einaudi) di Trincia, «il centro della Donati percepiva tra i 1.032 e i 1.400 euro al mese, in base alla gravità della situazione. In circa dieci anni il Cab ha ricevuto la cifra di 2.209.400 euro di fondi pubblici. E questo nonostante il conflitto di interessi lampante e pericoloso».
Anche in Commissione il sistema di Veleno aveva un difensore: l'ex sindaco di Mirandola Gigi Costi (eletto con il centrosinistra, è il fratello dell'assessore regionale Palma Costi), che ha giustificato quei meccanismi, beccandosi il rimbrotto degli avvocati delle famiglie alle quali furono sottratti i figli: «Appigli per sottrarsi alle responsabilità».
«Queste vicende pesano», conclude Giovanardi, «insieme a tutte le teorizzazioni ideologiche sposate dal Pd che attaccano la famiglia».
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Paolo Colli e Paolo Burani, già amministratori dem del Reggiano, accusati di abuso di ufficio come il primo cittadino di Bibbiano. Partecipavano a convegni con gli psicologi e assistenti sociali al centro della vicenda.I parenti degli psicologi di Veleno si sono candidati con la sinistra. La sorella e la moglie di due protagonisti del caso dei falsi satanisti in lista con i dem.Lo speciale comprende due articoli. Non passa giorno senza che il Partito democratico gridi alla «indegna strumentalizzazione politica» e ribadisca la sua totale estraneità rispetto all'inchiesta «Angeli e demoni» riguardante gli abusi sui bambini dell'Val d'Enza, in provincia di Reggio Emilia. Purtroppo per i dem, però, la realtà dei fatti continua a riservare brutte sorprese e amare smentite. Come si è appreso ieri, altri due ex sindaci di area progressista risultano coinvolti nelle indagini. Si tratta dell'ex sindaco di Montecchio, Paolo Colli, e dell'ex sindaco di Cavriago ed ex presidente dell'Unione val d'Enza, Paolo Burani. Sono entrambi appartenenti al Partito democratico, e sono indagati a piede libero per abuso d'ufficio. Dello stesso reato - oltre che di falso - è accusato pure Andrea Carletti, sindaco di Bibbiano (di nuovo in quota Pd). Il primo cittadino bibbianese si trova attualmente agli arresti domiciliari e oggi verrà interrogato, ma resta al suo posto non essendo interdetto dai pubblici uffici. Da quando tutta questa storiaccia ha avuto inizio, i dirigenti del Pd continuano a ripetere che Carletti «è un amministratore capace, che si è speso per la sua comunità ed è apprezzato dai suoi cittadini. Risponderà con serenità dei rilievi amministrativi che gli vengono mossi». Ieri persino l'Anpi di Bibbiano, non avendo di meglio da fare, ha deciso di intervenire pubblicamente a favore del sindaco: «Avendo piena fiducia nella magistratura», dicono i partigiani, «siamo fiduciosi che in tempi rapidi al nostro sindaco verrà riconosciuto di aver sempre svolto la sua attività di amministratore pubblico “con disciplina e onore", come indica l'articolo 54 della Costituzione».Sarà. Nel frattempo, però, il giudice reggiano non usa parole leggerissime per parlare di Carletti, anzi. Come ha ricordato su queste pagine Maurizio Tortorella, i reati che vengono contestati al sindaco prevedono dai 2 ai 10 anni di reclusione. Secondo il giudice delle indagini preliminari, Luca Ramponi, Carletti si sarebbe «reso responsabile di episodi che costituiscono un espressivo indice del suo modo di comportarsi» e che «è evidente la sua copertura politica continuativa e sistematica all'attività degli altri indagati». Il gip punta il dito sulla «essenzialità del suo contributo» e «la sua alta capacità criminale». L'amministratore bibbianese, infatti, avrebbe «ripetutamente consentito le spese in esecuzione degli abusi d'ufficio con erogazione di contributi indebiti». Soldi che andavano a finire anche agli psicologi del centro Hansel e Gretel. Dunque è vero che Carletti non ha partecipato agli abusi e al plagio dei ragazzini. Ma è altrettanto vero che del «sistema Val d'Enza» era un ingranaggio essenziale. Del giro, pare, facevano parte anche i suoi ex colleghi e compagni di partito Paolo Burani e Paolo Colli (altri quattro amministratori sono stati sentiti ieri dalle autorità come persone informate sui fatti: l'ex sindaco di Campegine, Paolo Cervi, l'ex sindaco di Gattatico, Gianni Maiola, l'ex sindaco di Sant'Ilario, Marcello Moretti, e l'ex vice sindaco di San Polo, Edmondo Grasselli). Che anche Burani e Colli siano finiti nell'inchiesta, visti gli incarichi che ricoprivano, appare abbastanza ovvio. E risulta evidente anche il fatto che abbiano offerto supporto - se non altro politico e ideologico - ai vari assistenti sociali e psicologi protagonisti della vicenda. Il 10 ottobre del 2018, per esempio, Paolo Burani, in qualità di presidente dell'Unione dei Comuni della Val d'Enza, ha inaugurato un convegno intitolato «Rinascere dal trauma: il progetto “La Cura"». Tra gli sponsor, la Regione Emilia Romagna guidata da Stefano Bonaccini (Pd). «La Cura», spiega la brochure di presentazione dell'evento, «è un servizio innovativo in cui i bimbi vittime di gravi traumi psicologici, quali la violenza sessuale e i maltrattamenti, vengono seguiti con psicoterapie specifiche e assistenza socio-sanitaria competente». In pratica, è il servizio per i minori al centro dell'inchiesta. La direzione artistica e la regia di questo convegno sono state affidate a Fadia Bassmaji, cioè l'ex compagna della responsabile dei servizi sociali della Val d'Enza, Federica Anghinolfi, nonché affidataria (assieme alla moglie Daniela Bedogni) di una bambina di nome Katia. La piccola, per inciso, ora è stata tolta alle due donne per maltrattamenti. Tra i relatori del convegno c'erano Gloria Soavi, la potente psicoterapeuta presidente del Cismai; l'ormai celebre Claudio Foti, direttore del centro Hansel e Gretel; la di lui compagna e collega Nadia Bolognini e, ovviamente, l'immancabile Federica Anghinolfi. Non solo: l'evento è stato chiuso da una tavola rotonda moderata da Andrea Malaguti, giornalista della Stampa e autore di un reportage sulle sette sataniche e gli abusi su minori che dava grande lustro alle opinioni di Claudio Foti. Alla discussione hanno partecipato, tra gli altri, il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, e la parlamentare del Pd Vanna Iori, una di quelle che oggi difendono a spada tratta il modello emiliano. Non stupisce, la posizione della Iori. La signora, infatti, era presente anche a un altro incontro pubblico, organizzato a Montecchio l'11 novembre del 2015 e dedicato ai diritti dell'infanzia. Tra i relatori: Federica Anghinolfi, Andrea Carletti e Paolo Colli, il sindaco di Montecchio ora indagato. Chiaro: la giustizia deve fare il suo corso e per ora non ci sono colpevoli. Ma il legame politico tra il Pd e il giro bibbianese è un po' difficile da negare, non trovate?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altri-due-ex-sindaci-emiliani-del-pd-indagati-nellinchiesta-sugli-abusi-2639059148.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-parenti-degli-psicologi-di-veleno-si-sono-candidati-con-la-sinistra" data-post-id="2639059148" data-published-at="1770126741" data-use-pagination="False"> I parenti degli psicologi di Veleno si sono candidati con la sinistra La palude melmosa svelata dall'inchiesta «Angeli e Demoni» della Procura di Reggio Emilia ha un fondale in comune. Non solo perché, come ha svelato il giornalista Pablo Trincia, alcuni psicologi della Hansel e Gretel di Moncalieri, la Onlus al centro dell'indagine, sono gli stessi che lavorarono nella Bassa Modenese negli anni Novanta (finiti nel caso Veleno), ma soprattutto perché i protagonisti delle due vicende hanno una rete di relazioni agganciata al mondo progressista. E non lo dimostra solo l'arresto (ai domiciliari) del sindaco dem di Bibbiano, Andrea Carletti, («pienamente consapevole», scrive la Procura, «della totale illiceità del sistema»). Sul registro degli indagati si sono aggiunti i nomi di due ex sindaci: Paolo Colli e Paolo Burani, rispettivamente primi cittadini (all'epoca dei fatti contestati) di Montecchio e Cavriago. Entrambi sono accusati di abuso d'ufficio, proprio come Carletti, al quale, però, viene contestato anche il falso in atto pubblico. E proprio come Carletti, sono del Pd. «Dietro c'è una ragione ideologica», tuona Carlo Giovanardi, che da sottosegretario alla Famiglia, durante il governo Berlusconi, ingaggiò una battaglia con la Commissione europea che diffondeva dati falsi sugli abusi dei minori (la Commissione, dopo un lungo carteggio con il sottosegretario, dovette ammettere l'errore). «Questi signori del Pd, anche davanti alle evidenze, continuano a difendere sindaci e amministratori di Asl». Non solo. «Candidano addirittura i loro familiari». E qui la storia fa di nuovo un salto nel tempo e torna a quei torbidi mesi tra il 1997 e il 1998. Torna a Mirandola e Massa Finalese, dove 16 bambini di età compresa tra gli otto e i dieci anni furono tolti alle famiglie da psicologi e assistenti sociali, perché i genitori erano stati accusati di abusi e di aver commesso dei riti satanici. Torna all'inchiesta Veleno. Sono state due le candidature definite «pesanti» dal consigliere provinciale modenese di Forza Italia Antonio Platis: la sorella della psicologa Valeria Donati e la moglie del capo Ausl dei servizi sociali Marcello Burgoni. Entrambe candidate con il Pd. Valeria Donati ai tempi di Veleno era alla sua prima esperienza professionale dopo la laurea. Fu lei a raccogliere la confessione del ragazzino da cui partì tutto: accuse di molestie, addirittura si parlò di rituali satanici. Il mostro giudiziario che ne venne fuori è stato definitivamente schiacciato da una sentenza di assoluzione emessa dalla Corte di cassazione. Morti e feriti di quella faccenda, però, gridano ancora giustizia. Marcello Burgoni, invece, è un ex seminarista che ai tempi di Veleno era diventato il responsabile dei servizi sociali dell'Asl di Mirandola. La provincia sta provando ancora a fare i conti con questa storia. Tanto che la Commissione servizi sociali del Consiglio dell'Unione area nord di Modena, a dicembre, aveva convocato proprio Donati e Burgoni (unico a presentarsi). «Non meravigliamoci se dal Pd non si alzano voci di condanna», chiosa Giovanardi, che da buon emiliano conosce bene il territorio. La Commissione ha bloccato la quota associativa destinata al Cismai, la struttura cui appartenevano molti degli assistenti sociali coinvolti nel caso Veleno. Si parla di 4 milioni di euro spesi negli ultimi 20 anni dall'Unione dei comuni nord di Modena per spese d'affido e terapie psicologiche per i bambini. «Perché oltre all'ideologia», sostiene Giovanardi, «ci sono fiumi di soldi, perché più pedofili trovavano e più li pagavano». E a spartirsi la torta c'era anche il Cab, il Centro aiuto del bambino, associazione «aperta da Valeria Donati», ricostruisce Repubblica, «per fornire assistenza ai bambini di cui diagnosticava i traumi, dopo che la Asl aveva deciso di appaltare il servizio a una struttura più qualificata». «Per ogni bambino», si legge invece nel libro Veleno (Einaudi) di Trincia, «il centro della Donati percepiva tra i 1.032 e i 1.400 euro al mese, in base alla gravità della situazione. In circa dieci anni il Cab ha ricevuto la cifra di 2.209.400 euro di fondi pubblici. E questo nonostante il conflitto di interessi lampante e pericoloso». Anche in Commissione il sistema di Veleno aveva un difensore: l'ex sindaco di Mirandola Gigi Costi (eletto con il centrosinistra, è il fratello dell'assessore regionale Palma Costi), che ha giustificato quei meccanismi, beccandosi il rimbrotto degli avvocati delle famiglie alle quali furono sottratti i figli: «Appigli per sottrarsi alle responsabilità». «Queste vicende pesano», conclude Giovanardi, «insieme a tutte le teorizzazioni ideologiche sposate dal Pd che attaccano la famiglia».
Nel 2025 la Commissione europea ha emanato 1.456 atti giuridici: in gran parte atti di esecuzione (1.196), oltre a 21 direttive, 102 regolamenti e 137 atti delegati. A sviscerare i numeri è uno studio di Gesamtmetall, un’associazione tedesca dell’industria metalmeccanica, riportato negli scorsi giorni dalla testata Welt am Sonntag.
I numeri rivelano non solo che il 2025 è stato l’anno dei record, ma anche che la precedente Commissione, tra il 2019 e il 2024, sempre a trazione Ursula, ha superato i suoi due precedenti predecessori. Eppure, lo scorso anno, la stessa Von der Leyen aveva promesso una riduzione «senza precedenti» delle normative.
«L’attuale Commissione europea promette costantemente agevolazioni per le imprese». Sono le accuse di Oliver Zander, direttore generale di Gesamtmetall. «Ma ancora una volta le aspettative sono state deluse». Tirando le somme, in effetti, Bruxelles grava le aziende mediamente con quattro nuovi atti normativi al giorno. «Questo è l’opposto di una semplificazione burocratica e molte aziende riescono a malapena a stare al passo con l’attuazione», ha concluso Zander.
Nell’epicentro delle polemiche sono finiti i 137 atti delegati. Si tratta di modifiche e integrazioni di dettagli tecnici a leggi esistenti, formulate dalla Commissione europea in piena autonomia. «Si tratta di un ambito di azione a Bruxelles che non è assolutamente soggetto a controlli democratici», ha spiegato a Welt am Sonntag Günter Verheugen, ex commissario europeo. «I burocrati si riuniscono e decidono su qualcosa che riguarda la vita di milioni di persone e migliaia di aziende in tutta Europa». Per Verheugen, quindi, l’operato di Von der Leyen avviene in una zona grigia, al riparo da ogni critica e controllo. «La Commissione naturalmente gradisce che sia così, ma considero questo processo molto preoccupante».
Immediata la replica di un portavoce della Commissione che ha vantato, anzi, dieci proposte di semplificazione avanzate nel 2025 e presumibilmente capaci di tagliare costi amministrativi per 15 miliardi di euro nel prossimo futuro. Ciò si tradurrebbe in una riduzione del 25% dei costi amministrativi (e del 35% per le piccole e medie imprese).
Guardando sempre al domani, il portavoce ha annunciato l’avvio di uno «stress test per gli atti delegati e di esecuzione», spiegando che, così, «circa il 30% di questi atti originariamente previsti per il 2026 viene rinviato. Ciò potrebbe portare al loro annullamento». Ad ogni modo, la sottolineatura del portavoce, «ciò che conta è il concreto sollievo per le imprese, non il numero di atti giuridici proposti».
Adesso, però, perfino il fronte europeista non si accontenta delle promesse e delle arrampicate dialettiche di Bruxelles. «L’Unione europea è diventata un luogo di eccessiva regolamentazione, non è così che l’avevamo immaginata e deve cambiare radicalmente», ha dichiarato venerdì scorso Michael Kretschmer, presidente della Sassonia e membro della Cdu. «La Germania è frenata da una moltitudine di vincoli. L’economia ha bisogno di più libertà».
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(Ansa)
In vista dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina, la Polizia di Stato ha rafforzato il dispositivo di sicurezza sul territorio con un’azione congiunta della polizia ferroviaria e della polizia di frontiera. L’obiettivo è garantire ordine pubblico, sicurezza e assistenza a cittadini, turisti e spettatori diretti verso le sedi delle competizioni. Alla stazione ferroviaria di Tirano, in provincia di Sondrio, è operativo un posto di polizia ferroviaria dedicato all’evento olimpico. La Polfer ha inoltre attivato due posti di polizia temporanei nelle stazioni di Tirano e Ponte nelle Alpi, dove gli agenti svolgono controlli sui viaggiatori, vigilanza degli scali e attività di prevenzione. La Polizia di Frontiera di Tirano sarà impegnata nel controllo dei principali valichi alpini con la Svizzera. I servizi sono stati ulteriormente intensificati nelle aree di confine e nei punti strategici di accesso.
Come se non avesse fatto parte delle élite che li hanno traghettati entrambi verso il fallimento: è stato presidente del Financial stability board, governatore di Bankitalia, presidente della Bce (celebrato perché fece fare alla Banca centrale europea quel che tutte le banche centrali del mondo facevano e solo la nostra si rifiutava di fare), infine inquilino di Palazzo Chigi. Non proprio un passante. E se, da quell’ottica privilegiata, l’analisi della patologia è stata sostanzialmente corretta, la terapia che Draghi propone rischia di essere peggiore della malattia: trasformare l’Ue da una «confederazione», una comunità di nazioni sovrane che cooperano su alcune materie strategiche, in una «federazione». Un superstato, che avoca a sé più competenze e finisce per attribuirle al consueto comitato di burocrati.
Per insospettirsi, bastava ascoltare l’ex banchiere sostenere che «l’euro è l’esempio di maggior successo» di un «approccio» difeso, giorni fa, pure da Romano Prodi: «Chi decide va avanti e gli altri si arrangino», aveva detto alla Stampa il fondatore dell’Ulivo; di «federalismo pragmatico» ha parlato ieri Draghi, suggerendo di «compiere i passi che sono attualmente possibili, con i partner che sono attualmente interessati». Il che si tradurrà nell’imporre l’agenda dei più forti ai più deboli, neutralizzando il loro diritto di veto.
Finora, soltanto la sfrontatezza di Mario Monti gli aveva consentito di affermare che «la Grecia è la manifestazione più concreta del grande successo dell’euro», capace di diffondere nel Vecchio continente «la cultura tedesca della stabilità». Secondo Draghi, al contempo più felpato del bocconiano e più radicale nelle conclusioni, «laddove l’Europa si è federata - nel commercio, nella concorrenza, nel mercato unico, nella politica monetaria - siamo rispettati come potenza e negoziamo come un’entità unica». Negli altri settori, «difesa», «politica industriale», «affari esteri», «siamo trattati come un’assemblea frammentata di Stati di medie dimensioni, da dividere e gestire di conseguenza». Il tutto, a uso e consumo degli Usa, i quali «cercano insieme dominio e alleanza»; e della Cina, che «sostiene il proprio modello di crescita esportando i suoi costi sugli altri», senza farsi scrupolo di «sfruttare» la «leva» del controllo dei «nodi critici nelle catene di approvvigionamento globali». Tanto che, nella ricostruzione storica accennata da Mr Bce, l’idea di perseguire l’integrazione del Dragone, lasciandolo entrare nel Wto, appare, se non un errore, almeno un’ingenuità.
Dunque, il modello sarebbe l’euro? Guardiamo in faccia la realtà: il «pragmatismo» in virtù del quale l’Europa si è «federata» sulla moneta unica non solo non ha «forgiato» l’«unità», come pretende Draghi, ma anzi, ha avvicinato l’Unione all’implosione definitiva. Un esito che la «cultura tedesca della stabilità», per dirla con Monti, avrebbe quasi sicuramente prodotto, se la scelta dell’ex banchiere centrale - costringere Francoforte a comportarsi come la Fed o la Bank of England, diventando prestatore di ultima istanza - non lo avesse scongiurato. Non è comunque bastato il «whatever it takes» a impedire la crescita progressiva dei movimenti populisti e sovranisti. Che non sono un incidente di percorso, bensì la conseguenza logica di un sistema congegnato per depauperare le classi medie, cinesizzare il mercato del lavoro e veicolare l’imperialismo di Berlino sulla periferia dell’Ue. Per capirci: prima dell’euro (e dell’invasione di migrnati), sarebbe stato impensabile avere una Giorgia Meloni al governo, un Rassemblement national sopra il 30% e una Afd primo partito di Germania. Anche di questi temi, Draghi aveva avuto l’occasione di discutere, sempre col piglio di chi si sente estraneo ai fatti: a dicembre 2024, bacchettò la «costellazione economica» «basata sullo sfruttamento della domanda estera e sull’esportazione di capitale con bassi livelli salariali». Risultato: a Lovanio, l’ex premier celebra gli accordi commerciali stipulati con sudamericani e indiani dall’Ue in quanto «unica potenza»; intanto, il glorioso mercato interno si contrae. È la «distruzione della domanda interna», un altro cavallo di battaglia montiano.
L’ex capo della Bce ci ha visto giusto: la «minaccia» non sta tanto nella fine dell’ordine costruito dopo il 1945, quanto in «ciò che lo sostituisce». Ed è vero che, per l’Europa, «la transizione non sarà facile», che essa «rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata». Ma siamo certi che la soluzione sia allevare un Leviatano? Il Green deal che ci ha consegnati a Pechino è stato una trovata degli Stati sovrani o della Commissione, che il laureato honoris causa vorrebbe far comandare di più?
Ieri, mentre Draghi pontificava e il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, informava che lui ed Enrico Letta saranno invitati al vertice del 12 febbraio, affinché illustrino - sarà la centesima volta? - i loro piani per la competitività, Kaja Kallas si abbandonava a un bagno di realtà. L’Unione europea è dipendente dagli Stati Uniti per la sicurezza, ha ammesso l’Alto rappresentante; e la sua «strategia per l’Artico» è «un po’ datata».
Domanda: la colpa è dei veti dell’Ungheria, oppure di una classe dirigente miope e insipiente? E se, anche solo per un secondo, riconoscessimo che la responsabilità è degli eurocrati, in che modo dare loro più potere ci potrebbe salvare dal mondo cattivo che ci aspetta?
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Roberto Vannacci e Francesco Giubilei (Ansa)
Giubilei avanza una «violazione di un diritto anteriore», in quanto la sua creatura è nata nel 2017. «Un progetto come quello di Vannacci che parte con queste premesse di poca correttezza, nasce già azzoppato», attacca Giubilei, «il nome Futuro Nazionale e il logo scelto (blu con scritta bianca e tricolore stilizzato) sono in modo evidente presi a spunto dall’associazione Nazione Futura».
«Non si può nemmeno pensare a una casualità», insiste, «avendo Vannacci, prima che scendesse in politica, partecipato come ospite a vari eventi della nostra associazione». Secondo Giubilei, il logo di Vannacci risulterebbe privo dei requisiti di novità e distintività, previsti dalla normativa europea, essendo composto dalle stesse componenti verbali, semplicemente invertite nell’ordine.
Per chi si chiedesse chi sia questo Giubilei, è un ragazzo di Cesena di 34 anni, puntiglioso e pignolo, collaboratore del Giornale, editore di Historica e Giubilei Regnani, professore all’Università̀ Giustino Fortunato di Benevento e anche presidente della Fondazione Tatarella. Essendo un noto rompiscatole c’è da immaginarsi che non mollerà la presa. Ma ha trovato davanti a sé uno altrettanto accanito. Infatti, la risposta di Vannacci è stata sobria: «Giubilei è prolisso, io rispondo molto più succintamente al suo ricorso: me ne frego. La paura fa 90!». Accusandolo di strumentalizzare la vicenda per ottenere visibilità. In effetti, a seguito di questo polverone, Nazione Futura ha annunciato la campagna di tesseramento 2026 con lo slogan «Leali e coerenti» rivolgendosi ai delusi da Vannacci. Giubilei si riferisce ai responsabili dei team di Milano, Varese e Verona che, qualche giorno fa, hanno abbandonato l’ex generale con un aspro comunicato definendo «Il mondo al contrario», «un bluff politico e organizzativo».
Su Instagram Giubilei risponde a Vannacci definendolo «a corto di idee» e ironizza sul fatto che, non contento di aver copiato nome e logo dalla sua associazione, si sia appropriato anche dello slogan «me ne frego» degli Arditi e di D’Annunzio. «Lo vedo abbastanza nervoso, lo saremmo anche noi se fossimo in lui, visti i fuoriusciti da Il mondo al contrario che si stanno iscrivendo a Nazione Futura. Ormai Vannacci ha più amici a sinistra che a destra», graffia. Il profeta Giubilei si riferisce alle notizie non confermate, anzi smentite dai diretti interessati, di fantomatici incontri tra Vannacci, Renzi e Conte. «Dopo Renzi, ora anche il M5s!», scrive Vannacci su Facebook commentando un articolo del Giornale, «di questo passo i giornali di Angelucci ci diranno che, nel mio tutto ipotetico nuovo partito, sono pronto a prendere come portavoce Luxuria, come responsabile della sicurezza Ilaria Salis e come tesoriere Mimmo Lucano. Sumahoro sarebbe naturalmente ministro dell’Agricoltura». Lo stesso Renzi smentisce: «Il Corriere scrive che io vedo regolarmente Vannacci in un circolo canottieri di Roma. Non solo falso ma ridicolo».
Analizzando meglio questa contesa, che sta assumendo sempre più i toni di una rissa da bar, condita da rancore personale e invidia, sembra che più del logo «copiato», a Giubilei interessi fare le scarpe a Vannacci sul piano politico. Lo si evince da certe sue considerazioni, non richieste, che nulla hanno a che vedere con la forma e il colore del simbolo. La ramanzina di Giubilei è che Vannacci vedrebbe «nemici ovunque» avvisandolo che se «attacca il governo e assume posizioni divergenti rispetto alla linea del suo partito, fa il gioco della sinistra». E ammonisce: «Se si è all’interno di un partito e di una coalizione ci sono delle regole da rispettare e continuare pubblicamente ad assumere posizioni diverse dal proprio segretario e dal leader della coalizione, provando a metterli in difficoltà, non è un comportamento né costruttivo né leale». Su una paventata espulsione di Vannacci dalla Lega, di cui è ancora vicesegretario, oggi Salvini ha convocato un consiglio federale d’urgenza, per fare il punto della situazione politica.
Il pretesto è il pacchetto sicurezza e il referendum giustizia, ma Vannacci è il vero tema rovente.
Nel centrodestra c’è fermento. Ieri, sul Foglio, Paolo Zangrillo, ministro della Pubblica amministrazione, non si perita a dire che, se glielo chiedessero, sarebbe disponibile a fare il segretario di Forza Italia perché «al partito serve più turnover» e che Tajani lo vedrebbe bene «come presidente della Repubblica».
Anche Mark Zuckerberg lo incolparono di aver copiato Facebook. E sappiamo tutti com’è andata a finire.
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