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2019-07-03
Altri due ex sindaci emiliani del Pd indagati nell’inchiesta sugli abusi
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Non passa giorno senza che il Partito democratico gridi alla «indegna strumentalizzazione politica» e ribadisca la sua totale estraneità rispetto all'inchiesta «Angeli e demoni» riguardante gli abusi sui bambini dell'Val d'Enza, in provincia di Reggio Emilia. Purtroppo per i dem, però, la realtà dei fatti continua a riservare brutte sorprese e amare smentite. Come si è appreso ieri, altri due ex sindaci di area progressista risultano coinvolti nelle indagini. Si tratta dell'ex sindaco di Montecchio, Paolo Colli, e dell'ex sindaco di Cavriago ed ex presidente dell'Unione val d'Enza, Paolo Burani. Sono entrambi appartenenti al Partito democratico, e sono indagati a piede libero per abuso d'ufficio.
Dello stesso reato - oltre che di falso - è accusato pure Andrea Carletti, sindaco di Bibbiano (di nuovo in quota Pd). Il primo cittadino bibbianese si trova attualmente agli arresti domiciliari e oggi verrà interrogato, ma resta al suo posto non essendo interdetto dai pubblici uffici. Da quando tutta questa storiaccia ha avuto inizio, i dirigenti del Pd continuano a ripetere che Carletti «è un amministratore capace, che si è speso per la sua comunità ed è apprezzato dai suoi cittadini. Risponderà con serenità dei rilievi amministrativi che gli vengono mossi».
Ieri persino l'Anpi di Bibbiano, non avendo di meglio da fare, ha deciso di intervenire pubblicamente a favore del sindaco: «Avendo piena fiducia nella magistratura», dicono i partigiani, «siamo fiduciosi che in tempi rapidi al nostro sindaco verrà riconosciuto di aver sempre svolto la sua attività di amministratore pubblico “con disciplina e onore", come indica l'articolo 54 della Costituzione».
Sarà. Nel frattempo, però, il giudice reggiano non usa parole leggerissime per parlare di Carletti, anzi. Come ha ricordato su queste pagine Maurizio Tortorella, i reati che vengono contestati al sindaco prevedono dai 2 ai 10 anni di reclusione. Secondo il giudice delle indagini preliminari, Luca Ramponi, Carletti si sarebbe «reso responsabile di episodi che costituiscono un espressivo indice del suo modo di comportarsi» e che «è evidente la sua copertura politica continuativa e sistematica all'attività degli altri indagati». Il gip punta il dito sulla «essenzialità del suo contributo» e «la sua alta capacità criminale». L'amministratore bibbianese, infatti, avrebbe «ripetutamente consentito le spese in esecuzione degli abusi d'ufficio con erogazione di contributi indebiti». Soldi che andavano a finire anche agli psicologi del centro Hansel e Gretel.
Dunque è vero che Carletti non ha partecipato agli abusi e al plagio dei ragazzini. Ma è altrettanto vero che del «sistema Val d'Enza» era un ingranaggio essenziale. Del giro, pare, facevano parte anche i suoi ex colleghi e compagni di partito Paolo Burani e Paolo Colli (altri quattro amministratori sono stati sentiti ieri dalle autorità come persone informate sui fatti: l'ex sindaco di Campegine, Paolo Cervi, l'ex sindaco di Gattatico, Gianni Maiola, l'ex sindaco di Sant'Ilario, Marcello Moretti, e l'ex vice sindaco di San Polo, Edmondo Grasselli).
Che anche Burani e Colli siano finiti nell'inchiesta, visti gli incarichi che ricoprivano, appare abbastanza ovvio. E risulta evidente anche il fatto che abbiano offerto supporto - se non altro politico e ideologico - ai vari assistenti sociali e psicologi protagonisti della vicenda. Il 10 ottobre del 2018, per esempio, Paolo Burani, in qualità di presidente dell'Unione dei Comuni della Val d'Enza, ha inaugurato un convegno intitolato «Rinascere dal trauma: il progetto “La Cura"». Tra gli sponsor, la Regione Emilia Romagna guidata da Stefano Bonaccini (Pd).
«La Cura», spiega la brochure di presentazione dell'evento, «è un servizio innovativo in cui i bimbi vittime di gravi traumi psicologici, quali la violenza sessuale e i maltrattamenti, vengono seguiti con psicoterapie specifiche e assistenza socio-sanitaria competente». In pratica, è il servizio per i minori al centro dell'inchiesta.
La direzione artistica e la regia di questo convegno sono state affidate a Fadia Bassmaji, cioè l'ex compagna della responsabile dei servizi sociali della Val d'Enza, Federica Anghinolfi, nonché affidataria (assieme alla moglie Daniela Bedogni) di una bambina di nome Katia. La piccola, per inciso, ora è stata tolta alle due donne per maltrattamenti.
Tra i relatori del convegno c'erano Gloria Soavi, la potente psicoterapeuta presidente del Cismai; l'ormai celebre Claudio Foti, direttore del centro Hansel e Gretel; la di lui compagna e collega Nadia Bolognini e, ovviamente, l'immancabile Federica Anghinolfi. Non solo: l'evento è stato chiuso da una tavola rotonda moderata da Andrea Malaguti, giornalista della Stampa e autore di un reportage sulle sette sataniche e gli abusi su minori che dava grande lustro alle opinioni di Claudio Foti.
Alla discussione hanno partecipato, tra gli altri, il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, e la parlamentare del Pd Vanna Iori, una di quelle che oggi difendono a spada tratta il modello emiliano. Non stupisce, la posizione della Iori. La signora, infatti, era presente anche a un altro incontro pubblico, organizzato a Montecchio l'11 novembre del 2015 e dedicato ai diritti dell'infanzia. Tra i relatori: Federica Anghinolfi, Andrea Carletti e Paolo Colli, il sindaco di Montecchio ora indagato. Chiaro: la giustizia deve fare il suo corso e per ora non ci sono colpevoli. Ma il legame politico tra il Pd e il giro bibbianese è un po' difficile da negare, non trovate?
I parenti degli psicologi di Veleno si sono candidati con la sinistra
La palude melmosa svelata dall'inchiesta «Angeli e Demoni» della Procura di Reggio Emilia ha un fondale in comune. Non solo perché, come ha svelato il giornalista Pablo Trincia, alcuni psicologi della Hansel e Gretel di Moncalieri, la Onlus al centro dell'indagine, sono gli stessi che lavorarono nella Bassa Modenese negli anni Novanta (finiti nel caso Veleno), ma soprattutto perché i protagonisti delle due vicende hanno una rete di relazioni agganciata al mondo progressista.
E non lo dimostra solo l'arresto (ai domiciliari) del sindaco dem di Bibbiano, Andrea Carletti, («pienamente consapevole», scrive la Procura, «della totale illiceità del sistema»). Sul registro degli indagati si sono aggiunti i nomi di due ex sindaci: Paolo Colli e Paolo Burani, rispettivamente primi cittadini (all'epoca dei fatti contestati) di Montecchio e Cavriago. Entrambi sono accusati di abuso d'ufficio, proprio come Carletti, al quale, però, viene contestato anche il falso in atto pubblico. E proprio come Carletti, sono del Pd.
«Dietro c'è una ragione ideologica», tuona Carlo Giovanardi, che da sottosegretario alla Famiglia, durante il governo Berlusconi, ingaggiò una battaglia con la Commissione europea che diffondeva dati falsi sugli abusi dei minori (la Commissione, dopo un lungo carteggio con il sottosegretario, dovette ammettere l'errore). «Questi signori del Pd, anche davanti alle evidenze, continuano a difendere sindaci e amministratori di Asl». Non solo. «Candidano addirittura i loro familiari». E qui la storia fa di nuovo un salto nel tempo e torna a quei torbidi mesi tra il 1997 e il 1998. Torna a Mirandola e Massa Finalese, dove 16 bambini di età compresa tra gli otto e i dieci anni furono tolti alle famiglie da psicologi e assistenti sociali, perché i genitori erano stati accusati di abusi e di aver commesso dei riti satanici. Torna all'inchiesta Veleno.
Sono state due le candidature definite «pesanti» dal consigliere provinciale modenese di Forza Italia Antonio Platis: la sorella della psicologa Valeria Donati e la moglie del capo Ausl dei servizi sociali Marcello Burgoni. Entrambe candidate con il Pd. Valeria Donati ai tempi di Veleno era alla sua prima esperienza professionale dopo la laurea. Fu lei a raccogliere la confessione del ragazzino da cui partì tutto: accuse di molestie, addirittura si parlò di rituali satanici. Il mostro giudiziario che ne venne fuori è stato definitivamente schiacciato da una sentenza di assoluzione emessa dalla Corte di cassazione. Morti e feriti di quella faccenda, però, gridano ancora giustizia.
Marcello Burgoni, invece, è un ex seminarista che ai tempi di Veleno era diventato il responsabile dei servizi sociali dell'Asl di Mirandola. La provincia sta provando ancora a fare i conti con questa storia. Tanto che la Commissione servizi sociali del Consiglio dell'Unione area nord di Modena, a dicembre, aveva convocato proprio Donati e Burgoni (unico a presentarsi). «Non meravigliamoci se dal Pd non si alzano voci di condanna», chiosa Giovanardi, che da buon emiliano conosce bene il territorio.
La Commissione ha bloccato la quota associativa destinata al Cismai, la struttura cui appartenevano molti degli assistenti sociali coinvolti nel caso Veleno. Si parla di 4 milioni di euro spesi negli ultimi 20 anni dall'Unione dei comuni nord di Modena per spese d'affido e terapie psicologiche per i bambini. «Perché oltre all'ideologia», sostiene Giovanardi, «ci sono fiumi di soldi, perché più pedofili trovavano e più li pagavano». E a spartirsi la torta c'era anche il Cab, il Centro aiuto del bambino, associazione «aperta da Valeria Donati», ricostruisce Repubblica, «per fornire assistenza ai bambini di cui diagnosticava i traumi, dopo che la Asl aveva deciso di appaltare il servizio a una struttura più qualificata».
«Per ogni bambino», si legge invece nel libro Veleno (Einaudi) di Trincia, «il centro della Donati percepiva tra i 1.032 e i 1.400 euro al mese, in base alla gravità della situazione. In circa dieci anni il Cab ha ricevuto la cifra di 2.209.400 euro di fondi pubblici. E questo nonostante il conflitto di interessi lampante e pericoloso».
Anche in Commissione il sistema di Veleno aveva un difensore: l'ex sindaco di Mirandola Gigi Costi (eletto con il centrosinistra, è il fratello dell'assessore regionale Palma Costi), che ha giustificato quei meccanismi, beccandosi il rimbrotto degli avvocati delle famiglie alle quali furono sottratti i figli: «Appigli per sottrarsi alle responsabilità».
«Queste vicende pesano», conclude Giovanardi, «insieme a tutte le teorizzazioni ideologiche sposate dal Pd che attaccano la famiglia».
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Paolo Colli e Paolo Burani, già amministratori dem del Reggiano, accusati di abuso di ufficio come il primo cittadino di Bibbiano. Partecipavano a convegni con gli psicologi e assistenti sociali al centro della vicenda.I parenti degli psicologi di Veleno si sono candidati con la sinistra. La sorella e la moglie di due protagonisti del caso dei falsi satanisti in lista con i dem.Lo speciale comprende due articoli. Non passa giorno senza che il Partito democratico gridi alla «indegna strumentalizzazione politica» e ribadisca la sua totale estraneità rispetto all'inchiesta «Angeli e demoni» riguardante gli abusi sui bambini dell'Val d'Enza, in provincia di Reggio Emilia. Purtroppo per i dem, però, la realtà dei fatti continua a riservare brutte sorprese e amare smentite. Come si è appreso ieri, altri due ex sindaci di area progressista risultano coinvolti nelle indagini. Si tratta dell'ex sindaco di Montecchio, Paolo Colli, e dell'ex sindaco di Cavriago ed ex presidente dell'Unione val d'Enza, Paolo Burani. Sono entrambi appartenenti al Partito democratico, e sono indagati a piede libero per abuso d'ufficio. Dello stesso reato - oltre che di falso - è accusato pure Andrea Carletti, sindaco di Bibbiano (di nuovo in quota Pd). Il primo cittadino bibbianese si trova attualmente agli arresti domiciliari e oggi verrà interrogato, ma resta al suo posto non essendo interdetto dai pubblici uffici. Da quando tutta questa storiaccia ha avuto inizio, i dirigenti del Pd continuano a ripetere che Carletti «è un amministratore capace, che si è speso per la sua comunità ed è apprezzato dai suoi cittadini. Risponderà con serenità dei rilievi amministrativi che gli vengono mossi». Ieri persino l'Anpi di Bibbiano, non avendo di meglio da fare, ha deciso di intervenire pubblicamente a favore del sindaco: «Avendo piena fiducia nella magistratura», dicono i partigiani, «siamo fiduciosi che in tempi rapidi al nostro sindaco verrà riconosciuto di aver sempre svolto la sua attività di amministratore pubblico “con disciplina e onore", come indica l'articolo 54 della Costituzione».Sarà. Nel frattempo, però, il giudice reggiano non usa parole leggerissime per parlare di Carletti, anzi. Come ha ricordato su queste pagine Maurizio Tortorella, i reati che vengono contestati al sindaco prevedono dai 2 ai 10 anni di reclusione. Secondo il giudice delle indagini preliminari, Luca Ramponi, Carletti si sarebbe «reso responsabile di episodi che costituiscono un espressivo indice del suo modo di comportarsi» e che «è evidente la sua copertura politica continuativa e sistematica all'attività degli altri indagati». Il gip punta il dito sulla «essenzialità del suo contributo» e «la sua alta capacità criminale». L'amministratore bibbianese, infatti, avrebbe «ripetutamente consentito le spese in esecuzione degli abusi d'ufficio con erogazione di contributi indebiti». Soldi che andavano a finire anche agli psicologi del centro Hansel e Gretel. Dunque è vero che Carletti non ha partecipato agli abusi e al plagio dei ragazzini. Ma è altrettanto vero che del «sistema Val d'Enza» era un ingranaggio essenziale. Del giro, pare, facevano parte anche i suoi ex colleghi e compagni di partito Paolo Burani e Paolo Colli (altri quattro amministratori sono stati sentiti ieri dalle autorità come persone informate sui fatti: l'ex sindaco di Campegine, Paolo Cervi, l'ex sindaco di Gattatico, Gianni Maiola, l'ex sindaco di Sant'Ilario, Marcello Moretti, e l'ex vice sindaco di San Polo, Edmondo Grasselli). Che anche Burani e Colli siano finiti nell'inchiesta, visti gli incarichi che ricoprivano, appare abbastanza ovvio. E risulta evidente anche il fatto che abbiano offerto supporto - se non altro politico e ideologico - ai vari assistenti sociali e psicologi protagonisti della vicenda. Il 10 ottobre del 2018, per esempio, Paolo Burani, in qualità di presidente dell'Unione dei Comuni della Val d'Enza, ha inaugurato un convegno intitolato «Rinascere dal trauma: il progetto “La Cura"». Tra gli sponsor, la Regione Emilia Romagna guidata da Stefano Bonaccini (Pd). «La Cura», spiega la brochure di presentazione dell'evento, «è un servizio innovativo in cui i bimbi vittime di gravi traumi psicologici, quali la violenza sessuale e i maltrattamenti, vengono seguiti con psicoterapie specifiche e assistenza socio-sanitaria competente». In pratica, è il servizio per i minori al centro dell'inchiesta. La direzione artistica e la regia di questo convegno sono state affidate a Fadia Bassmaji, cioè l'ex compagna della responsabile dei servizi sociali della Val d'Enza, Federica Anghinolfi, nonché affidataria (assieme alla moglie Daniela Bedogni) di una bambina di nome Katia. La piccola, per inciso, ora è stata tolta alle due donne per maltrattamenti. Tra i relatori del convegno c'erano Gloria Soavi, la potente psicoterapeuta presidente del Cismai; l'ormai celebre Claudio Foti, direttore del centro Hansel e Gretel; la di lui compagna e collega Nadia Bolognini e, ovviamente, l'immancabile Federica Anghinolfi. Non solo: l'evento è stato chiuso da una tavola rotonda moderata da Andrea Malaguti, giornalista della Stampa e autore di un reportage sulle sette sataniche e gli abusi su minori che dava grande lustro alle opinioni di Claudio Foti. Alla discussione hanno partecipato, tra gli altri, il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, e la parlamentare del Pd Vanna Iori, una di quelle che oggi difendono a spada tratta il modello emiliano. Non stupisce, la posizione della Iori. La signora, infatti, era presente anche a un altro incontro pubblico, organizzato a Montecchio l'11 novembre del 2015 e dedicato ai diritti dell'infanzia. Tra i relatori: Federica Anghinolfi, Andrea Carletti e Paolo Colli, il sindaco di Montecchio ora indagato. Chiaro: la giustizia deve fare il suo corso e per ora non ci sono colpevoli. Ma il legame politico tra il Pd e il giro bibbianese è un po' difficile da negare, non trovate?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altri-due-ex-sindaci-emiliani-del-pd-indagati-nellinchiesta-sugli-abusi-2639059148.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-parenti-degli-psicologi-di-veleno-si-sono-candidati-con-la-sinistra" data-post-id="2639059148" data-published-at="1781261308" data-use-pagination="False"> I parenti degli psicologi di Veleno si sono candidati con la sinistra La palude melmosa svelata dall'inchiesta «Angeli e Demoni» della Procura di Reggio Emilia ha un fondale in comune. Non solo perché, come ha svelato il giornalista Pablo Trincia, alcuni psicologi della Hansel e Gretel di Moncalieri, la Onlus al centro dell'indagine, sono gli stessi che lavorarono nella Bassa Modenese negli anni Novanta (finiti nel caso Veleno), ma soprattutto perché i protagonisti delle due vicende hanno una rete di relazioni agganciata al mondo progressista. E non lo dimostra solo l'arresto (ai domiciliari) del sindaco dem di Bibbiano, Andrea Carletti, («pienamente consapevole», scrive la Procura, «della totale illiceità del sistema»). Sul registro degli indagati si sono aggiunti i nomi di due ex sindaci: Paolo Colli e Paolo Burani, rispettivamente primi cittadini (all'epoca dei fatti contestati) di Montecchio e Cavriago. Entrambi sono accusati di abuso d'ufficio, proprio come Carletti, al quale, però, viene contestato anche il falso in atto pubblico. E proprio come Carletti, sono del Pd. «Dietro c'è una ragione ideologica», tuona Carlo Giovanardi, che da sottosegretario alla Famiglia, durante il governo Berlusconi, ingaggiò una battaglia con la Commissione europea che diffondeva dati falsi sugli abusi dei minori (la Commissione, dopo un lungo carteggio con il sottosegretario, dovette ammettere l'errore). «Questi signori del Pd, anche davanti alle evidenze, continuano a difendere sindaci e amministratori di Asl». Non solo. «Candidano addirittura i loro familiari». E qui la storia fa di nuovo un salto nel tempo e torna a quei torbidi mesi tra il 1997 e il 1998. Torna a Mirandola e Massa Finalese, dove 16 bambini di età compresa tra gli otto e i dieci anni furono tolti alle famiglie da psicologi e assistenti sociali, perché i genitori erano stati accusati di abusi e di aver commesso dei riti satanici. Torna all'inchiesta Veleno. Sono state due le candidature definite «pesanti» dal consigliere provinciale modenese di Forza Italia Antonio Platis: la sorella della psicologa Valeria Donati e la moglie del capo Ausl dei servizi sociali Marcello Burgoni. Entrambe candidate con il Pd. Valeria Donati ai tempi di Veleno era alla sua prima esperienza professionale dopo la laurea. Fu lei a raccogliere la confessione del ragazzino da cui partì tutto: accuse di molestie, addirittura si parlò di rituali satanici. Il mostro giudiziario che ne venne fuori è stato definitivamente schiacciato da una sentenza di assoluzione emessa dalla Corte di cassazione. Morti e feriti di quella faccenda, però, gridano ancora giustizia. Marcello Burgoni, invece, è un ex seminarista che ai tempi di Veleno era diventato il responsabile dei servizi sociali dell'Asl di Mirandola. La provincia sta provando ancora a fare i conti con questa storia. Tanto che la Commissione servizi sociali del Consiglio dell'Unione area nord di Modena, a dicembre, aveva convocato proprio Donati e Burgoni (unico a presentarsi). «Non meravigliamoci se dal Pd non si alzano voci di condanna», chiosa Giovanardi, che da buon emiliano conosce bene il territorio. La Commissione ha bloccato la quota associativa destinata al Cismai, la struttura cui appartenevano molti degli assistenti sociali coinvolti nel caso Veleno. Si parla di 4 milioni di euro spesi negli ultimi 20 anni dall'Unione dei comuni nord di Modena per spese d'affido e terapie psicologiche per i bambini. «Perché oltre all'ideologia», sostiene Giovanardi, «ci sono fiumi di soldi, perché più pedofili trovavano e più li pagavano». E a spartirsi la torta c'era anche il Cab, il Centro aiuto del bambino, associazione «aperta da Valeria Donati», ricostruisce Repubblica, «per fornire assistenza ai bambini di cui diagnosticava i traumi, dopo che la Asl aveva deciso di appaltare il servizio a una struttura più qualificata». «Per ogni bambino», si legge invece nel libro Veleno (Einaudi) di Trincia, «il centro della Donati percepiva tra i 1.032 e i 1.400 euro al mese, in base alla gravità della situazione. In circa dieci anni il Cab ha ricevuto la cifra di 2.209.400 euro di fondi pubblici. E questo nonostante il conflitto di interessi lampante e pericoloso». Anche in Commissione il sistema di Veleno aveva un difensore: l'ex sindaco di Mirandola Gigi Costi (eletto con il centrosinistra, è il fratello dell'assessore regionale Palma Costi), che ha giustificato quei meccanismi, beccandosi il rimbrotto degli avvocati delle famiglie alle quali furono sottratti i figli: «Appigli per sottrarsi alle responsabilità». «Queste vicende pesano», conclude Giovanardi, «insieme a tutte le teorizzazioni ideologiche sposate dal Pd che attaccano la famiglia».
Vladimir Putin (Ansa)
Fatto sta che ieri, nelle sue comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue del 18 e 19 giugno, il presidente del Consiglio, reduce dall’irritante esclusione dal vertice E3 con Volodymyr Zelensky, ha espresso chiaramente la sua preferenza per un’iniziativa diplomatica comune nei confronti di Mosca: «L’Unione europea», ha detto il premier, «deve essere pronta a guidare questo dialogo, mentre farebbe un errore a subirlo». Sia se a guidare le danze fossero gli Stati Uniti da soli, sia se, per le manie di protagonismo di certi leader nazionali, si procedesse «a tentoni, con formati variabili» che producono «frammentazione, confusione, debolezza». «Ma per farlo», ha aggiunto l’inquilina di Palazzo Chigi, «una volta stabilito quale sia, dal nostro punto di vista, l’obiettivo finale del negoziato, occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale». È un aspetto su cui si registra una convergenza più rara che unica con Sergio Mattarella, secondo il quale è «molto opportuno che l’Unione europea, nei confronti dell’Ucraina e della Russia, si presenti con una voce sola». Opinione che, non a caso, il presidente ha espresso al pranzo di ieri con il premier. Ma ora che pure Francia, Germania e Regno Unito si sono decisi a intavolare una trattativa, tanto che, ieri, hanno spedito i loro ambasciatori al ministero degli Esteri russo, la sfida complicata è proprio quella di scegliere una figura adatta, che metta d’accordo tutti gli Stati membri dell’Ue e magari pure Londra.
È escluso che l’incarico possa essere ricoperto dall’Alto rappresentante di Bruxelles, Kaja Kallas. Oltranzista nei confronti del Cremlino, nonostante il passato sovietico della sua famiglia, adesso è ulteriormente delegittimata da chi briga per liquidarla, prendendo atto della sua irrilevanza. Il Financial Times ha infatti svelato che Parigi e Berlino, stizzite per l’«inefficacia» del servizio diplomatico Ue, sarebbero pronte a ritrasferire il grosso delle sue competenze alla Commissione, o in capo agli Stati membri. E, soprattutto, a sottrargli un budget da oltre un miliardo di euro. L’autorevolezza per andare da Vladimir Putin, la Kallas non ce l’ha affatto; anzi, la sua parabola certifica che l’Unione europea rimane priva di una politica estera. E questo è un ostacolo serio, se l’obiettivo è raggiungere un accordo ampio, superando le coalizioni ristrette.
A fine maggio, il quotidiano britannico aveva messo in cima alla lista dei potenziali mediatori il sempreverde «nonno» della Repubblica italiana: Mario Draghi. Affidargli un ruolo del genere potrebbe avere un qualche impatto anche sulla successione al Colle, nel 2029. L’ex banchiere potrebbe trovarsi impelagato in un lungo e difficile processo politico, che finirebbe per tenerlo lontano dal Quirinale. Il che lascerebbe campo più libero a un’alternativa più organica al centrodestra - ammettendo che il centrodestra si trovi, fra due anni e mezzo, nella posizione di dare le carte. Addirittura, un eventuale fallimento della mediazione potrebbe bruciare per la seconda volta l’ascesa di Draghi; la prima, era bastata la ricandidatura di Sergio Mattarella. Viceversa, un successo storico lo renderebbe la scelta naturale per subentrare all’attuale capo dello Stato. E la Meloni potrebbe intestarselo, facendo valere i buoni rapporti che ha intrattenuto con il suo predecessore.
Al di là dei risvolti e dei calcoli di politica interna, il limite alla missione di Draghi sarebbero le sue scarse credenziali nei confronti dello zar. La Federazione russa ha mandato segnali contraddittori. Ha biasimato l’Europa per la rinuncia al dialogo, ma poi ha bocciato ogni papabile interlocutore, a eccezione dell’ex cancelliere tedesco socialdemocratico, Gerhard Schröder, che ha il problema opposto: è troppo compromesso con Mosca per avere la fiducia dell’Ue.
Fermo restando che le intenzioni di Putin, come da tradizioni di Oltrecortina, non sono cristalline, e che la Russia potrebbe semplicemente considerare Bruxelles troppo ininfluente per sedersi a un tavolo che verrebbe gestito solo dalle grandi potenze imperiali, un altro ex capo del governo proveniente dalla Germania è stato più volte tirato in ballo: si tratta di Angela Merkel, la principale artefice del vecchio asse Berlino-Mosca, fondato sulle forniture energetiche a basso costo, ma anche responsabile e rea confessa del matrimonio infelice con un «nemico dell’Europa», come lei stessa definì lo zar nel 2024. La Russia, per di più, le rimprovera di aver propiziato gli accordi di Minsk, con cui si pose fine alla prima guerra nel Donbass, dodici anni fa: lungi dall’aver posto le basi per una pace duratura, quei patti, secondo Putin, consentirono a Kiev di beneficiare di una tregua tattica, che l’Ucraina ha utilizzato per prepararsi al successivo scontro con Mosca. Inoltre, meno di un mese fa, la stessa Merkel, pur dicendosi rammaricata perché l’Europa non stava «facendo sufficiente uso del suo potenziale diplomatico», aveva escluso di poter intervenire in prima persona: riferendosi al precedente negoziato, aveva precisato che esso era stato possibile «solo perché avevamo il potere politico, perché eravamo capi di governo. C’è bisogno di quel potere». Lei, ora, è fuori dai giochi.
Gli altri nomi circolati nelle ultime settimane sembrano di secondo piano. E se ciò, da un lato, li libera da eredità pesanti, dall’altro li rende poco credibili al cospetto di Putin: l’ex presidente finlandese, Sauli Niinistö, o il premier in carica, Alexander Stubb. L’inviato europeo, ha concluso ieri Antonio Tajani, «non lo decide né Putin né i Paesi da soli, ma tutta l’Unione europea».
Ci sarebbe, in effetti, da scongiurare l’ipotesi forse più indigeribile: che Emmanuel Macron, in uscita dall’Eliseo, ai giardinetti preferisca una dacia, pur di continuare a nutrire il suo ego.
Per il momento, se l’Ue non ha avuto il coraggio di dissociarsi dai volenterosi («In effetti i negoziati stanno avvenendo in diversi formati, in diversi luoghi, anche a diversi livelli», si è limitata a confermare ieri una portavoce della Commissione), la Russia li ha ricevuti per umiliarli: i membri dell’E3, ha tuonato Maria Zakharova, «stanno perseguendo una linea d’azione volta a impedire la creazione delle condizioni per i negoziati su una pace veramente globale, giusta e duratura». Sicuri ci si debba rammaricare che la Meloni sia uscita dal gruppo?
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
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Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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