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2023-07-19
«Aggredire le case». E Pichetto ricade nella trappola verde
Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin (Ansa)
La pausa estiva lascia sospeso l’Europarlamento. La plenaria di luglio si è chiusa con una vittoria dei socialisti europei che sono riusciti per un pelo a far approvare la legge Natura. Per raggiungere il target fissato dal vicepresidente Frans Timmermans hanno perso per strada circa l’80% dei Popolari e soprattutto hanno dovuto sottoscrivere una sorta di autogol. Per convincere il 20% del Ppe a rimanere fedele all’alleanza Ursula, la commissione ha imposto all’Aula il testo uscito dal Consiglio e quindi molto più blando rispetto alla versione originaria. In sostanza buona parte degli agricoltori ha tirato un sospiro di sollievo. Il fatto però è che il Pse ha dovuto convincere i Verdi a votare la versione soft, dimostrando che le questioni di principio sono fasulle. Tutto ciò che conta è esercitare il potere. Ed è esattamente ciò che accadrà dopo l’estate, quando Bruxelles tornerà a essere centrale nella battaglia di riassetto politico. Anche dopo l’estate l’argomento utile al Ppe per avvicinarsi al gruppo di destra Ecr sarà l’ambiente. Per esser più precisi ci sarà la fase finale del trilogo sulle normative per le case green. Il Ppe dal canto suo potrebbe finire la transizione verso la destra. Se si pensa che meno di sette mesi fa soltanto un terzo del gruppo era pronto a seguire Manfred Weber nelle mosse politiche di distanziamento dal Pse, due settimane fa (in occasione della plenaria sulla legge Natura) è bastato poco. Sulle case green c’è la possibilità concreta di fare il salto. Dal canto suo, l’Ecr potrà mantenere la posizione per sostituire le follie green con un percorso che non miri a deindustrializzare il Vecchio continente.
In mezzo alla battaglia politica si infilerà quella dei singoli Stati e qui la situazione si fa più complicata. Non sempre come abbiamo visto i governi sono allineati alle scelte dei gruppi parlamentari a cui sono più vicini. Per l’Italia la forbice rischia però di essere molto larga e creare ulteriori problemi. Ad esempio sulla legge Natura (all’interno del Consiglio Ue dei primi di luglio) Roma votò contro. Sulla formulazione dei nuovi Ets a favore e sulle case green contro. Quando nel marzo scorso l’Europarlamento ha approvato le nuove norme che impongono la ristrutturazione forzata di milioni di immobili, il rappresentante del ministero dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, si disse «insoddisfatto». Eppure lo stesso ministero ha inviato alla Commissione un documento di una trentina scarsa di pagine nelle quali si illustra il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima. Erano già uscite indiscrezioni sull’idea di imporre più smart working e persino la settimana corta per cambiare le abitudini della mobilità italiana. Tutti più a casa per consumare meno energia, posto che corrisponda al vero. Nella versione integrale si possono leggere altri passaggi tanto interessanti quanto pericolosi per l’ambiguità che rappresentano. Il tema è sempre la casa.
«Al fine di raggiungere l’obiettivo per accelerare “ulteriormente” la riduzione delle emissioni nel settore civile si dovranno potenziare le politiche e le misure per promuovere l’efficienza energetica nel settore residenziale identificando nuovi strumenti per il coinvolgimento dei privati e del settore pubblico nella riqualificazione del parco edilizio», si legge nel documento lasciando intendere un gran movimento della finanza privata e pubblica. Il tutto nonostante la direttrice del Demanio, Alessandra dal Verme, abbia dichiarata in commissione che la Pa non è pronta ad affrontare le normative Ue sulla case green. Per questo la frase successive del documento lascia perplessi. «Il settore civile (edifici) dovrà essere aggredito», si legge, «combinando misure per l’efficienza e l’impiego delle rinnovabili, nonché misure di cambiamento comportamentale che mirino alla riduzione della domanda di energia». Non sappiamo chi abbia scelto il verbo aggredire. In ogni caso qualunque sfumatura porti con sé non consente tranquillità. «Aggredire» è il verbo che sta nei fatti alla base delle normative in via di studio da parte del trilogo. Quale sarà la posizione dell’Italia e del governo dopo l’estate? Potremo opporci quando sappiamo che la Commissione potrà ributtarci in gola il documento inviato poche settimane fa?
Un documento che potrebbe tranquillamente essere stato scritto dal precedente governo e dal medesimo ex ministro Roberto Cingolani che per mesi (prima di essere nominato al vertice di Leonardo) è stato appunto consulente del Mase. È vero, infine, che il ministero dopo aver fatto un lungo elenco di interventi tecnologici auspicabili per efficientare il mattone tricolore specifica che sarà stanziato un largo piano di incentivi fiscali. Il che dovrebbe sulla carta tranquillizzare i proprietari: più incentivi, minore possibilità che si svaluti il parco residenziale. L’unico problema sono i fondi. Quanti miliardi ci sono a disposizione? Sarebbe bene saperlo prima. Altrimenti, come nel gioco del Monopoli, si va in prigione senza passare dal via.
La replica del ministro Gilberto Pichetto Fratin
Egregio Direttore,
la Verità del 19 luglio, con tanto di titolo in prima pagina, si concentra su un termine utilizzato nell’«executive summary» del nostro PNIEC, il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima, il cui documento integrale proprio da qualche ora è stato trasmesso alla Commissione europea e a momenti sarà disponibile sul nostro sito. Oltre al fatto che mi si attribuiscono, virgolettate, parole mai pronunciate, se ho capito bene la problematica è di ordine linguistico: il termine “aggredire” lascerebbe intendere una volontà di attacco del governo alle case italiane, dunque al primo risparmio dei cittadini.
Niente di più surreale: per noi parlano gli atti compiuti, a partire dalla strenua opposizione in Europa ai meccanismi con cui, ideologicamente, in Ue si vuole imporre una marcia di efficientamento energetico degli edifici pubblici e privati totalmente fuori dalla realtà.
Abbiamo chiesto a gran voce, nel negoziato sulla direttiva “Case Green”, che venga tenuta in considerazione la condizione italiana: siamo un Paese di borghi, di città antiche, con un patrimonio costruttivo datato ma su cui le famiglie hanno investito i risparmi di una vita. Servirebbe un impegno economico pari a dieci superbonus ed ecobonus, allo stato attuale, per venire incontro alle richieste europee. Lo abbiamo detto in ogni sede: cosa c'entra un centro cittadino italiano con uno belga o lussemburghese? È giusto che l'Europa imponga pari sacrifici a tutti, senza tenere conto delle ricchezze, dei punti di forza e di debolezza di ciascun Stato membro?
Queste non sono mie riflessioni odierne: sono atti pubblici, posizioni messe nero su bianco in Europa, sulla cui linea continueremo a batterci con profonda determinazione.
Sappiamo che raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione al 2030 e al 2050 è necessario: da quelli non si può e non si deve recedere. Si deve però trovare un modo intelligente e credibile di raggiungerli, per far crescere le imprese italiane e non far pagare ai cittadini i costi di battaglie ideologiche condotte da altri.
Sul termine aggredire: oggi, per meglio dire, abbiamo bisogno di intervenire sui cespiti delle emissioni, sulle fonti di inquinamento. Ciò non vuol dire, Direttore, che forzeremo le serrature delle abitazioni, né che entreremo nelle auto degli italiani o che attaccheremo gli agricoltori con i forconi. Faremo tutto quel che serve, invece, per difendere un’identità nazionale che qualcuno a Bruxelles vorrebbe annacquare. È questo il nostro modo di stare in Europa: senza aggredire nessuno, senza minacciare, ma facendo sentire forte la nostra voce.
Un cordiale saluto.
Gilberto Pichetto
Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica
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Dopo essersi detto contrario, il ministro manda all’Ue un piano pro immobili eco. Così per l’Italia diventa più difficile opporsi.La replica del ministro: «Non toccheremo le case degli italiani».Lo speciale contiene due articoli.La pausa estiva lascia sospeso l’Europarlamento. La plenaria di luglio si è chiusa con una vittoria dei socialisti europei che sono riusciti per un pelo a far approvare la legge Natura. Per raggiungere il target fissato dal vicepresidente Frans Timmermans hanno perso per strada circa l’80% dei Popolari e soprattutto hanno dovuto sottoscrivere una sorta di autogol. Per convincere il 20% del Ppe a rimanere fedele all’alleanza Ursula, la commissione ha imposto all’Aula il testo uscito dal Consiglio e quindi molto più blando rispetto alla versione originaria. In sostanza buona parte degli agricoltori ha tirato un sospiro di sollievo. Il fatto però è che il Pse ha dovuto convincere i Verdi a votare la versione soft, dimostrando che le questioni di principio sono fasulle. Tutto ciò che conta è esercitare il potere. Ed è esattamente ciò che accadrà dopo l’estate, quando Bruxelles tornerà a essere centrale nella battaglia di riassetto politico. Anche dopo l’estate l’argomento utile al Ppe per avvicinarsi al gruppo di destra Ecr sarà l’ambiente. Per esser più precisi ci sarà la fase finale del trilogo sulle normative per le case green. Il Ppe dal canto suo potrebbe finire la transizione verso la destra. Se si pensa che meno di sette mesi fa soltanto un terzo del gruppo era pronto a seguire Manfred Weber nelle mosse politiche di distanziamento dal Pse, due settimane fa (in occasione della plenaria sulla legge Natura) è bastato poco. Sulle case green c’è la possibilità concreta di fare il salto. Dal canto suo, l’Ecr potrà mantenere la posizione per sostituire le follie green con un percorso che non miri a deindustrializzare il Vecchio continente. In mezzo alla battaglia politica si infilerà quella dei singoli Stati e qui la situazione si fa più complicata. Non sempre come abbiamo visto i governi sono allineati alle scelte dei gruppi parlamentari a cui sono più vicini. Per l’Italia la forbice rischia però di essere molto larga e creare ulteriori problemi. Ad esempio sulla legge Natura (all’interno del Consiglio Ue dei primi di luglio) Roma votò contro. Sulla formulazione dei nuovi Ets a favore e sulle case green contro. Quando nel marzo scorso l’Europarlamento ha approvato le nuove norme che impongono la ristrutturazione forzata di milioni di immobili, il rappresentante del ministero dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, si disse «insoddisfatto». Eppure lo stesso ministero ha inviato alla Commissione un documento di una trentina scarsa di pagine nelle quali si illustra il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima. Erano già uscite indiscrezioni sull’idea di imporre più smart working e persino la settimana corta per cambiare le abitudini della mobilità italiana. Tutti più a casa per consumare meno energia, posto che corrisponda al vero. Nella versione integrale si possono leggere altri passaggi tanto interessanti quanto pericolosi per l’ambiguità che rappresentano. Il tema è sempre la casa. «Al fine di raggiungere l’obiettivo per accelerare “ulteriormente” la riduzione delle emissioni nel settore civile si dovranno potenziare le politiche e le misure per promuovere l’efficienza energetica nel settore residenziale identificando nuovi strumenti per il coinvolgimento dei privati e del settore pubblico nella riqualificazione del parco edilizio», si legge nel documento lasciando intendere un gran movimento della finanza privata e pubblica. Il tutto nonostante la direttrice del Demanio, Alessandra dal Verme, abbia dichiarata in commissione che la Pa non è pronta ad affrontare le normative Ue sulla case green. Per questo la frase successive del documento lascia perplessi. «Il settore civile (edifici) dovrà essere aggredito», si legge, «combinando misure per l’efficienza e l’impiego delle rinnovabili, nonché misure di cambiamento comportamentale che mirino alla riduzione della domanda di energia». Non sappiamo chi abbia scelto il verbo aggredire. In ogni caso qualunque sfumatura porti con sé non consente tranquillità. «Aggredire» è il verbo che sta nei fatti alla base delle normative in via di studio da parte del trilogo. Quale sarà la posizione dell’Italia e del governo dopo l’estate? Potremo opporci quando sappiamo che la Commissione potrà ributtarci in gola il documento inviato poche settimane fa? Un documento che potrebbe tranquillamente essere stato scritto dal precedente governo e dal medesimo ex ministro Roberto Cingolani che per mesi (prima di essere nominato al vertice di Leonardo) è stato appunto consulente del Mase. È vero, infine, che il ministero dopo aver fatto un lungo elenco di interventi tecnologici auspicabili per efficientare il mattone tricolore specifica che sarà stanziato un largo piano di incentivi fiscali. Il che dovrebbe sulla carta tranquillizzare i proprietari: più incentivi, minore possibilità che si svaluti il parco residenziale. L’unico problema sono i fondi. Quanti miliardi ci sono a disposizione? Sarebbe bene saperlo prima. Altrimenti, come nel gioco del Monopoli, si va in prigione senza passare dal via.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aggredire-case-pichetto-trappola-verde-2662299128.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-replica-del-ministro-gilberto-pichetto-fratin" data-post-id="2662299128" data-published-at="1689775231" data-use-pagination="False"> La replica del ministro Gilberto Pichetto Fratin Egregio Direttore,la Verità del 19 luglio, con tanto di titolo in prima pagina, si concentra su un termine utilizzato nell’«executive summary» del nostro PNIEC, il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima, il cui documento integrale proprio da qualche ora è stato trasmesso alla Commissione europea e a momenti sarà disponibile sul nostro sito. Oltre al fatto che mi si attribuiscono, virgolettate, parole mai pronunciate, se ho capito bene la problematica è di ordine linguistico: il termine “aggredire” lascerebbe intendere una volontà di attacco del governo alle case italiane, dunque al primo risparmio dei cittadini. Niente di più surreale: per noi parlano gli atti compiuti, a partire dalla strenua opposizione in Europa ai meccanismi con cui, ideologicamente, in Ue si vuole imporre una marcia di efficientamento energetico degli edifici pubblici e privati totalmente fuori dalla realtà.Abbiamo chiesto a gran voce, nel negoziato sulla direttiva “Case Green”, che venga tenuta in considerazione la condizione italiana: siamo un Paese di borghi, di città antiche, con un patrimonio costruttivo datato ma su cui le famiglie hanno investito i risparmi di una vita. Servirebbe un impegno economico pari a dieci superbonus ed ecobonus, allo stato attuale, per venire incontro alle richieste europee. Lo abbiamo detto in ogni sede: cosa c'entra un centro cittadino italiano con uno belga o lussemburghese? È giusto che l'Europa imponga pari sacrifici a tutti, senza tenere conto delle ricchezze, dei punti di forza e di debolezza di ciascun Stato membro?Queste non sono mie riflessioni odierne: sono atti pubblici, posizioni messe nero su bianco in Europa, sulla cui linea continueremo a batterci con profonda determinazione.Sappiamo che raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione al 2030 e al 2050 è necessario: da quelli non si può e non si deve recedere. Si deve però trovare un modo intelligente e credibile di raggiungerli, per far crescere le imprese italiane e non far pagare ai cittadini i costi di battaglie ideologiche condotte da altri. Sul termine aggredire: oggi, per meglio dire, abbiamo bisogno di intervenire sui cespiti delle emissioni, sulle fonti di inquinamento. Ciò non vuol dire, Direttore, che forzeremo le serrature delle abitazioni, né che entreremo nelle auto degli italiani o che attaccheremo gli agricoltori con i forconi. Faremo tutto quel che serve, invece, per difendere un’identità nazionale che qualcuno a Bruxelles vorrebbe annacquare. È questo il nostro modo di stare in Europa: senza aggredire nessuno, senza minacciare, ma facendo sentire forte la nostra voce. Un cordiale saluto. Gilberto PichettoMinistro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara