Ospiti della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli Utopia Studios, Giulio Sottanelli di Azione-Italia Viva e Andrea De Bertoldi di Fratelli d'Italia.
Ospiti della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli Utopia Studios, Giulio Sottanelli di Azione-Italia Viva e Andrea De Bertoldi di Fratelli d'Italia.
Ansa
Il conflitto non si limita a fermare il petrolio: rompe un immaginario costruito nel tempo.
Mentre la Repubblica islamica d’Iran cerca di trasformare la sua lotta per la sopravvivenza in una crisi globale, sono i Paesi arabi del Golfo a rischiare di più in questa nuova guerra. Nell’immediato, il blocco dello Stretto di Hormuz e i danni ai loro impianti petroliferi li stanno privando della principale fonte d’introiti. Tuttavia, la vera minaccia alla stabilità dei Paesi del Gulf Cooperation Council (Gcc) si manifesterà nel medio lungo periodo.
Per ora quasi tutti i missili e i droni lanciati dall’Iran verso le capitali arabe del Golfo sono stati intercettati. Nell’immediato il problema più grave è che i sistemi di difesa finiscano le munizioni prima che americani e israeliani riescano a neutralizzare i sistemi di lancio iraniani. Fortunatamente, il ritmo di lancio dei missili balistici da parte di Teheran è significativamente diminuito. Se ci fermiamo ai conteggi quotidiani delle intercettazioni e degli attacchi rischiamo però di non mettere a fuoco la vera minaccia esistenziale che l’attuale guerra pone ai membri del Gcc. I bombardamenti iraniani hanno infatti messo a nudo le fragilità che questi Stati erano riusciti a nascondere. Per garantire le rendite che hanno permesso ai membri del Gcc di sviluppare rapidamente le loro economie, petrolio e gas devono essere esportati attraverso lo Stretto di Hormuz. L’Arabia Saudita, consapevole di questa debolezza, ha investito su una via alternativa per portare il greggio dai pozzi delle coste orientali a quelle su Mar Rosso, ma anche questa soluzione è una piccolissima pezza su un buco molto esteso, non solo perché il petrolio è solo una delle risorse cruciali che transita da Hormuz, ma anche perché sui traffici nel Mar Rosso pesa la minaccia degli Houthi yemeniti, finora rimasti fuori dal conflitto.
Inoltre, nella penisola arabica del tutto priva di fiumi e con falde acquifere quasi completamente non rinnovabili, le megalopoli di Dubai, Abu Dhabi, Doha e Riad sopravvivono grazie alla desalinizzazione dell’acqua. Per l’Iran, impegnato a lottare per la sopravvivenza della Repubblica islamica, raffinerie e impianti idrici rappresentano obiettivi vulnerabili e «appetibili». Il presidente americano Donald Trump ha affermato che in Iran non c’è quasi più nulla da bombardare. È un paradosso, ma questo è ciò che permette all’Iran di essere in controllo dell’escalation: se Teheran mettesse fuori uso anche solo una parte degli impianti di desalinizzazione anche i Paesi arabi del Golfo si troverebbero a fare i conti con la loro possibile scomparsa.
È anche a causa della consapevolezza delle vulnerabilità di modelli che si basano sulle esportazioni di idrocarburi che tutti i membri del Gcc hanno preparato le loro Vision, strategie onnicomprensive che dovrebbero traghettare questi Paesi verso un futuro di minore dipendenza dal petrolio e di sostenibilità ambientale. Alcuni, come gli Emirati Arabi Uniti (Eau), e in particolare Dubai, sono molto più avanti in questo percorso. Se da un lato le strategie individuate sono una risposta corretta - al netto di alcuni progetti poco realistici - a problemi reali, dall’altro la scelta di puntare sullo sviluppo di settori come il turismo e la logistica (Dubai è l’aeroporto più trafficato al mondo, mentre l’Arabia Saudita vuole capitalizzare sulla sua posizione all’incrocio tra Asia, Africa ed Europa) partono dal presupposto che il luogo in cui si trovano le monarchie arabe del Golfo sia un punto di forza. Ciò che le grandi capitali delle petromonarchie sono riuscite a fare - di nuovo, Dubai più di tutti - è convincere gli investitori, i businessmen e i turisti di tutto il mondo che queste città erano delle bolle perfettamente isolate dal contesto geografico. Situate in una delle regioni più turbolente del mondo, queste città facevano della loro sicurezza la pietra angolare su cui edificare le proprie economie e i propri sistemi politici. Con gli attacchi iraniani, la bolla è scoppiata. Le immagini delle fiamme al lussuosissimo hotel Burj al-Arab o sulle isole artificiali di Palm Jumeirah sono una minaccia all’immagine degli Emirati Arabi Uniti che rischia di fare breccia nella mente delle persone, nonostante l’efficacia delle difese aeree emiratine sia superiore al 90%. Il fatto che centinaia di professionisti espatriati abbiano abbandonato queste zone (e non si sa se e quando vi torneranno) pone anche un problema di capitale umano alle economie locali. È anche per questo che decine di influencer sono stati arruolati per ostentare il presunto clima di tranquillità che si respirerebbe in Qatar o negli Emirati. Lo stesso Mohammed bin Zayed, presidente degli Eau, si è fatto ritrarre in un centro commerciale durante i bombardamenti. Se da un lato si tratta di una mossa comunicativa brillante, dall’altro mostra la gravità della situazione.
Sia gli attuali sistemi politico-economici che le Vision per il futuro dei Paesi del Gcc richiedono una regione stabile e per quanto possibile pacificata. Anche qualora cessassero le ostilità, considerando che probabilmente la Repubblica islamica resterà in vita, magari indebolita ma più radicale, sui Paesi del Gcc penderà la spada di Damocle di possibili nuovi attacchi. In questo clima diventa ancora più difficile attrarre i capitali e gli individui necessari per realizzare le Vision. La destabilizzazione e l’indebolimento delle monarchie arabe del Golfo è uno scenario che non è mai stato considerato, ma che porrebbe sfide strategiche forse persino superiori al collasso della Repubblica islamica.
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Vladimir Putin (Getty)
Donald Trump leva le sanzioni al greggio dello zar per tamponare il blocco di Hormuz e calmare i prezzi, ma la Ue (noi compresi) si oppone e così il Brent resta sui massimi. Tutto per non ammettere che senza Vladimir Putin siamo ko.
Gli Stati Uniti allentano le sanzioni contro la Russia. Già una settimana fa, dopo le prime bombe su Teheran, il Tesoro americano aveva autorizzato le raffinerie indiane ad acquistare milioni di barili di greggio da Vladimir Putin, facendo per 30 giorni un’eccezione al divieto imposto dopo l’invasione dell’Ucraina e inasprito di recente. Ma quello che era ritenuto inderogabile all’inizio del 2026, dopo il blocco dello Stretto di Hormuz, oggi non lo è più.
Così Donald Trump va oltre ed estende la moratoria concessa a Nuova Delhi anche ad altri Paesi, Europa compresa. Per un mese sarà consentito l’acquisto di petrolio russo stoccato in mare, che secondo alcune stime si aggira intorno a 120 milioni di barili, trasportati in giro per il mondo da una flotta ombra di circa 800 petroliere. Tutto ciò per consentire la stabilizzazione dei mercati energetici globali, scossi dal conflitto in Iran.
Ne abbiamo scritto giorni fa. Quanto possono reggere le economie globali se l’Iran impedisce il transito delle navi cariche di greggio? Un mese, qualche settimana? E quanto a lungo possono sopportare gli Stati un prezzo del petrolio che è doppio, triplo o quadruplo rispetto a quello praticato prima dell’inizio del conflitto? Anche in questo caso parliamo di mesi, perché il rincaro si tradurrebbe immediatamente in aumento delle bollette e una fiammata dell’inflazione, che famiglie e imprese faticherebbero a sopportare.
Insomma, se anche Stati Uniti e Israele sono in grado di proseguire la campagna contro il regime degli ayatollah, continuando i bombardamenti, e se pure l’Iran può resistere per altro tempo, insistendo a colpire i Paesi del Golfo, a non reggere è il resto del mondo e in particolare l’Europa. Dunque, Trump toglie le sanzioni alla Russia per immettere petrolio a prezzi più bassi e alleggerire la tensione sul mercato. E l’Ue che fa? Dice di no. Sì, non strabuzzate gli occhi, l’Unione europea è contraria e rifiuta il petrolio (e il gas) di Putin perché non vuole darla vinta allo zar del Cremlino. Posizione certamente nobile, perché i soldi che Mosca incasserebbe con la vendita dei combustibili fossili verrebbero immediatamente reinvestiti in armi, per sostenere l’offensiva contro l’Ucraina. Il Financial Times ha calcolato che la sola fiammata dei prezzi abbia fruttato alla Russia quasi 2 miliardi di euro in più e a questi livelli in un mese potrebbe anche incassare fra i 3,3 e i 4,9 miliardi.
Ovviamente stiamo parlando di quotazioni del greggio al massimo livello, mentre la decisione di Trump di togliere le sanzioni serve a raffreddare i mercati immettendo petrolio a costi più bassi. Ma, comunque sia, è ovvio che se riesce a piazzare i milioni di barili caricati dalla flotta ombra, Putin con il ricavato finanzierà la guerra. O per lo meno alzerà il prezzo per raggiungere una tregua. Dunque, l’Europa dice no. Ma siamo sicuri che sia una buona scelta? Capisco le remore di Bruxelles (e anche di Francia, Germania e Italia), ma oggi l’Unione è in grado di resistere a uno choc petrolifero che rischia di trascinare il continente in recessione? I prezzi dell’energia e dei carburanti ai valori massimi potrebbero far collassare interi sistemi, oltre che i magri bilanci delle famiglie e questo potrebbe compromettere oltre alla situazione sociale anche quella politica.
Sarò ancora più esplicito: davvero l’Europa si vuole immolare nella difesa delle sanzioni contro Mosca, accettando di pagare a caro prezzo la decisione? Non siamo più di fronte al bivio proposto nel 2022 da Mario Draghi, «si tratta di scegliere tra libertà e aria condizionata», ormai siamo oltre, perché qui non si tratta di rinunciare a ridurre le temperature estive, ma di mettere a repentaglio la vita delle imprese e il futuro delle famiglie.
Comprendiamo le resistenze, ma oggi, di fronte a una guerra che potrebbe prolungarsi e avere ricadute pesanti sui bilanci dell’intera Europa, serve il coraggio di una decisione che tuteli gli interessi nazionali.
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Arcivescovo Bruno Forte (Ansa)
La struttura che ospita i piccini fa riferimento a un ente religioso, ma il vescovo di Chieti-Vasto anziché spendersi per lenire le sofferenze dei Trevallion, ha scelto il silenzio per sé e la Chiesa che rappresenta.
Molte anime belle sostengono, come ha fatto l’altro giorno la celebre sociologa Chiara Saraceno sulla Stampa, che attorno alla vicenda della ex famiglia nel bosco (ora famiglia dilaniata in nome del presunto superiore interesse dei minori) si è scritto e parlato troppo.
E in effetti anche le istituzioni sembrano molto preoccupate dalla presenza della stampa: per non attirare l’attenzione dei cronisti il tribunale ha impedito a Marina Terragni di farsi accompagnare da esperti per visitare i bambini, per il timore dei colleghi sembra che l’assistente sociale che segue i Trevallion abbia disertato l’incontro con la garante dell’infanzia. In ogni caso va di gran moda fra gli intellettuali più raffinati, quelli che sdegnano il populismo, la pancia del Paese, e senza aver ragionato un secondo sulle carte affermano che se i giudici hanno deciso così un motivo ci sarà pure, e che non bisogna fidarsi di quegli svalvolati in odore di antivaccinismo. Ovviamente, tutti questi fenomeni non solo danno dimostrazione di non aver approfondito i fatti, ma confermano che quella del silenzio è la via auspicata dalle istituzioni. Se i giornali e di conseguenza la politica non avessero seguito la storia di questa famiglia, il dramma si consumerebbe lontano da sguardi indiscreti, non si sarebbe mossa la garante e non ci sarebbero ispettori al tribunale dell’Aquila. In pratica, senza la stampa qualora ci fosse una ingiustizia (e a nostro parere già c’è) nessuno potrebbe porvi rimedio.
Qualcuno che ha scelto la strada del silenzio pressoché totale tuttavia c’è, anche se purtroppo si tratta di qualcuno che dovrebbe invece parlare e farsi sentire per una serie di motivi che ci apprestiamo a elencare. Si tratta della diocesi di Chieti-Vasto, la cui presenza sulla scena di questo triste spettacolo è evanescente, per usare un eufemismo. I Trevallion sono una famiglia che vive un momento di enorme difficoltà e attraversa una prova pesante. Avrebbero bisogno di un sostegno e un supporto, e ci pare che rientri tra le prerogative della istituzione cattolica dare conforto alle famiglie.
Ma c’è ovviamente di più. La casa protetta in cui si trovano i bambini - e i cui responsabili hanno preteso l’allontanamento della madre - è gestita dalla Fondazione casa accoglienza Genova Rulli che la carità cristiana come bussola, almeno stando allo statuto. Nel documento fondativo si legge che «l’assistenza, la cura, la vigilanza, l’educazione civile e religiosa degli ospiti della Casa Accoglienza è stata affidata, per espressa volontà dei Fondatori, alla Congregazione, delle Suore Figlie della Croce, dette di S. Andrea. In mancanza della disponibilità della suddetta Congregazione ad assolvere ai citati compiti, il Consiglio di amministrazione può affidarli ad altra Congregazione di suore con carisma specifico, ovvero ad una equipe educativa, composta da psicologi, educatori ed altre figure ritenute idonee».
Nel medesimo statuto si legge anche che «la Fondazione è amministrata da un Consiglio di amministrazione composto da sette membri, dei quali tre nominati dall’Ordinario Diocesano della Diocesi di Chieti-Vasto, due dal Sindaco della Città di Vasto e due dal Presidente del Capitolo della Concattedrale di Vasto». Insomma la diocesi indica direttamente tre membri del cda su sette, dunque ha per forza di cose un ruolo fondamentale. Ma come è possibile allora che proprio la struttura di accoglienza abbia richiesto di allontanare mamma Catherine dai suoi bambini?
Qualche giorno fa, parlando a Tv Verità, l’autorevole Tonino Cantelmi, esperto molto apprezzato nel mondo cattolico, si è rivolto direttamente al vescovo di Chieti-Vasto chiedendo un suo intervento. Per altro, come lo stesso Cantelmi ha notato, il monsignore in questione non è uno qualsiasi, ma un nome noto e apprezzato, un intellettuale e saggista famoso, un teologo che a dicembre ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Vasto: l’arcivescovo Bruno Forte.
Sua eminenza, in effetti, ha preso parola sulla vicenda, ma ormai molto tempo fa, a novembre, pochi giorni dopo l’allontanamento dei bambini da casa. In quella occasione, su Il Centro, Forte aveva scandito parole pacate ma pregnanti. «Era proprio necessario un pronunciamento da parte dell’autorità giudiziaria?», scrisse. «Non sarebbe potuta bastare un’interlocuzione più articolata fra le istituzioni locali, scolastiche e amministrative, e i detentori dell’autorità parentale? In coscienza, ritengo che questo dialogo poteva e doveva essere proposto e perseguito con determinazione: non so se e fino a che punto questo sia avvenuto, ma da quanto i media ci hanno fatto conoscere non mi sembra che sia stata la via prioritariamente perseguita».
Frasi più che condivisibili, le quali però non sono evidentemente state accolte dal tribunale e nemmeno dalla casa protetta. Da allora, più nulla nonostante le numerose sollecitazioni. Per questo abbiamo provato a chiamare monsignor Forte, che però non sembra avere gradito molto. Ci ha risposto di avere già parlato, e ci ha rimandato al suo vecchio articolo. Gli abbiamo fatto notare che nel frattempo era successo di tutto, e che la casa protetta dipende in buona parte dalla diocesi. Ma il monsignore ci ha risposto che non intende esprimersi, anche perché, dice, i media non hanno fatto un buon servizio in questa storia. Viene da dire che i media, almeno, un servizio hanno provato a farlo, altrimenti sarebbe appunto calato il silenzio. Forte ci ha anche detto di avere già incontrato la famiglia, ma ci risulta che in realtà non abbia avuto un vero e proprio incontro: sotto Natale è passato a visitare la casa protetta, una visita ordinaria, viene da dire, come se ne fanno tante. Non ha incontrato Nathan Trevallion, e non pare abbia avuto chissà quale interazione con Catherine.
In ogni caso, il tempo per rimediare non manca. I Trevallion hanno bisogno di appoggio per affrontare le assurde peripezie a cui una parte dello Stato li sta sottoponendo. Un piccolo segnale del vescovo sarebbe importante, e nemmeno troppo faticoso da mandare.
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Alessandro Bastoni (Ansa)
Regione Lombardia assegna il riconoscimento «Rosa camuna» al difensore dell’Inter reo della sceneggiata con la Juve. Motivazione surreale: dopo averla fatta, si è scusato.
Dal tuffo in campo alla Rosa Camuna il passo non è breve. Ma nel calcio italiano - e nella politica che spesso gli gira attorno - può diventarlo. Alessandro Bastoni, difensore dell’Inter, è stato insignito della massima onorificenza di Regione Lombardia, riconoscimento che negli anni è finito nelle mani di imprenditori, dirigenti, associazioni e personalità che hanno segnato la vita economica e civile del territorio.
La scelta ha acceso una discussione che travalica il semplice episodio sportivo e si addentra nel territorio, sempre scivoloso, dove calcio, politica e narrazione pubblica si incontrano. Il punto di partenza è noto. Durante Inter-Juve del 14 febbraio scorso, Bastoni accentua un contatto col difensore bianconero Pierre Kalulu. L’arbitro espelle il giocatore juventino, Bastoni esulta e la polemica divampa. Da lì il difensore nerazzurro è bersaglio di fischi in tutti gli stadi. Qualche giorno dopo, Bastoni ammette pubblicamente di aver sbagliato. Un episodio che, nella lettura dei promotori del premio, si trasforma da simulazione a esempio di responsabilità sportiva. La proposta di conferirgli la Rosa Camuna nasce al Pirellone. A presentarla è il presidente del Consiglio regionale Federico Romani, esponente di Fdi, col sostegno bipartisan del consigliere del Pd Pietro Bussolati: due interisti di ferro (il secondo è presidente dell’Inter Club al Pirellone). Nella motivazione ufficiale si parla di «maturità nel riconoscere pubblicamente un errore». Fin qui la versione istituzionale. Ma attorno alla vicenda si è rapidamente attivata quella che negli ambienti calcistici hanno definito «macchina narrativa nerazzurra», un sistema di solidarietà che nel mondo Inter raramente lascia soli i propri simboli. Dalle dichiarazioni di dirigenti e opinionisti fino ai commenti nei talk sportivi, la linea è diventata presto chiara: Bastoni non è il simulatore che gli avversari hanno dipinto, ma un giocatore che ha avuto il coraggio di dire la verità quando nessuno lo fa. Il risultato è una dinamica da riunione ad Appiano Gentile, per chi osserva da vicino il mondo interista: quando uno dei protagonisti finisce sotto accusa, la reazione è spesso compatta, quasi corporativa. In pochi giorni Bastoni è passato dall’esser criticato per una simulazione a diventare il simbolo di una sorta di «redenzione sportiva», caso esemplare da difendere pubblicamente. Ed è proprio qui che nasce il vero cortocircuito. Perché la Rosa Camuna, istituita nel 1996 e assegnata ogni anno in occasione della Festa della Lombardia, è tradizionalmente destinata a chi ha contribuito in modo significativo allo sviluppo economico, sociale o culturale della regione. Tra i premiati compaiono Bernardo Caprotti, il fondatore di Esselunga, associazioni impegnate nel volontariato (come i City Angels) o realtà che operano quotidianamente sul territorio lombardo. Nel 2024 vinse il presidente dell’Inter Giuseppe Marotta. Vedi a volte il caso.
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