A riflettori spenti il terrore islamico si è preso l’Africa
Nel disinteresse occidentale, il jihadismo imperversa dalla Siria alla Nigeria, all’Afghanistan. E i predicatori si accreditano in Ue.

Nonostante il tema del terrorismo islamico sia sparito o quasi dalle cronache, a favore prima della pandemia e poi dalla guerra in Ucraina, non c’è giorno in cui le milizie armate dello Stato islamico in tutto il mondo non compiano sanguinosi attentati. Altro fenomeno del quale nessuno parla è la persecuzione della quale sono vittime i cristiani: ad esempio in Africa, come visto per l’ennesima volta in un terribile video prodotto dall’agenzia Amaq, pubblicato lo scorso 10 maggio sui canali di riferimento dell’Isis, nel quale vengono ripresi dei combattenti dello Stato islamico che giustiziano più di una decina di cristiani nigeriani per vendicare la morte di un loro ex leader.

Stesse scene vengono riprese quotidianamente nel Sinai dove la guerra tra l’Isis e Al Qaeda è più intensa che mai, oppure in Siria, in Iraq, in Libia, in Afghanistan, in Pakistan senza dimenticare l’Estremo Oriente dove l’Isis prova da tempo a mettere all’angolo Al Qaeda che qui è molto ben radicata e che ad esempio in Indonesia e nelle Filippine, può contare su migliaia di adepti.

A proposito della propaganda fornita giornalmente in 21 lingue diverse, guai a illudersi che sia scomparsa; sia le televisioni che il Web negli anni hanno preso giustamente severi provvedimenti in modo da non amplificare le mostruosità dei terroristi, tuttavia, mai come ora il vento della jihad è tornato a soffiare più impetuoso che mai sulle decine di canali Telegram e su appositi siti Internet dove sia l’Isis e che Al Qaeda danno conto delle loro operazioni giornaliere. E tra queste ci sono le decapitazioni e le esecuzioni sommarie di soldati, agenti di polizia e di «infedeli» di vario tipo. Ultima annotazione a proposito della propaganda è che dopo un periodo di appannamento e scadimento tecnico-grafico dovuto alle sconfitte militari, oggi i video e le pubblicazioni sono quasi tornate ai livelli dell’allora Califfato con la novità che coinvolgono spesso donne e bambini.

E in Europa? Il fenomeno è ormai largamente sottovalutato tanto che a Bruxelles non si contano più le organizzazioni e le personalità a dir poco oblique, che tengono conferenze sul cavallo di battaglia della fratellanza musulmana, la cosiddetta islamofobia. Non ci credete? Ecco un piccolo esempio: lo scorso 3 maggio, l’attivista e predicatore salafita Elias d’Imzalène, alias di Eli Yess Zareli, noto alle autorità di sicurezza francesi per essere un pericoloso estremista ha tenuto una conferenza presso il Parlamento europeo di Strasburgo. È davvero ingenuità o c’è dell’altro? Se in Europa gli attacchi in grande stile sono diventati complicati da organizzare (anche se provano di continuo) visto che le agenzie di intelligence e le forze dell’ordine hanno fatto tesoro di quanto vissuto negli scorsi anni, l’attività di proselitismo non si è mai fermata, così come il fiume di denaro che arriva dal Golfo persico e dalla Turchia continua a finanziare in maniera generosa associazioni, moschee e fondazioni dove sono attivi anche gli estremisti islamici, abilissimi a ingannare le autorità che talvolta li finanziano.

Per tornare all’Africa, i gruppi regionali affiliati allo Stato islamico, che ha appena nominato il suo terzo «califfo», stanno effettuando attacchi letali a un ritmo di gran lunga superiore a quello dell’organizzazione madre che un tempo governava vaste aree dell’Iraq e della Siria. Lo stesso accade in Afghanistan dove i Talebani hanno da tempo hanno perso il controllo del territorio in favore dell’Isis-Khorasan, che è il braccio afghano dell’organizzazione, che colpisce gli Hazara (la minoranza sciita), ma anche i Talebani che vengono attaccati persino nelle loro case. Questo in sintesi è quello che ha detto il ministro degli Esteri marocchino, Nasser Bourita, durante la riunione della Global coalition to defeat Isis (l’Alleanza globale che combatte contro l’Isis) che si è tenuta a Marrakech lo scorso mercoledì. L’Africa subsahariana, dove sono 27 i diversi rami dello Stato islamico, è stato uno dei temi più toccati durante la conferenza, al punto che il ministro degli Esteri marocchino ha dichiarato: «Rimaniamo lucidi sullo stato della minaccia Isis, che non è diminuita, tanto che l’Africa subsahariana rappresenta il 48% (3.461) delle morti nel mondo attribuite all’Isis nel 2021».

L’intera conferenza non a caso è stata organizzata in Marocco, dove secondo i dati ufficiali, nel 2022 i servizi di sicurezza hanno smantellato più di 2.000 cellule estremiste ed effettuato oltre 3.500 arresti. Nel suo intervento, Nasser Bourita ha descritto come le 27 entità terroristiche con sede in Africa che sono registrate nell’elenco delle sanzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite «minacciano la stabilità dell’intero Continente», e non solo aggiungiamo noi.

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