Il suicidio assistito in Italia ora è a quota 14, ma quello consumatosi ieri ha un sapore drammaticamente particolare essendo la prima vera morte di Stato, la prima cioè che abbia coinvolto tutti gli ambiti istituzionali: quello legislativo, quello sanitario, quello giudiziario e quello scientifico. Per rendersene conto non resta che ripercorrere la vicenda della protagonista di questa morte on demand, vale a dire «Libera», nome di fantasia di una toscana di 55 anni affetta da sclerosi multipla e paralizzata dal collo in giù. La signora aveva iniziato la sua battaglia nel marzo del 2024 quando - sulla scorta della sentenza della Consulta n. 242 del 2019, nota anche come «sentenza Cappato» sulla non punibilità per chi agevoli il suicidio assistito - aveva fatto richiesta alla Usl Toscana Nord Ovest per la verifica della sussistenza dei requisiti per accedere alla procedura.
Nel luglio sempre del 2024 la donna aveva ottenuto dalla Usl il via libera per l’accesso all’iter di aiuto medico alla morte volontaria. Non essendo nelle condizioni di assumere autonomamente il farmaco letale - a causa della paralisi totale -, «Libera» aveva poi presentato un ricorso urgente, tramite il suo collegio legale coordinato dall’avvocata Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, affinché il suo medico fosse autorizzato a somministrare il farmaco. Il giudice di Firenze, trovatosi sul tavolo tale ricorso, ha ritenuto di sollevare la questione di legittimità costituzionale sull’articolo del codice penale che configura il reato di omicidio del consenziente, il 579 del codice penale, perché la somministrazione del farmaco da parte del medico sarebbe rientrata in questa fattispecie di reato.
Più precisamente, il tribunale di Firenze aveva chiesto alla Consulta di stabilire se sia conforme ai principi della Costituzione vietare del tutto e in ogni caso, appunto, l’omicidio del consenziente - e quindi l’eutanasia - o se, invece, possano esservi eccezioni. A quel punto, nel luglio 2025, la Corte costituzionale aveva ordinato la verifica, anche a livello internazionale, dell’esistenza di dispositivi idonei all’autosomministrazione del farmaco per il suicidio assistito; e poi il Cnr - il più importante ente pubblico che si occupa di ricerca - su ordine del tribunale aveva poi predisposto e collaudato un tale dispositivo. Si tratta, in breve, di un macchinario che consente di azionare l’iniezione del farmaco letale all’aspirante suicida solo attraverso un puntatore oculare collegato a una pompa per l’infusione: significa che, per procedere con l’auto-iniezione del farmaco, basta il movimento oculare, in un tragico inveramento di un meraviglioso verso di Cesare Pavese: «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi». Proprio martedì scorso il tribunale di Firenze aveva autorizzato «Libera» ad utilizzare tale macchinario, cosa mai successa prima in Italia.
Infine, come si diceva, ieri è poi arrivata la notizia della morte della donna, avvenuta nella stessa Toscana amministrata da Eugenio Giani - che è stata, giova ricordarlo, la prima regione italiana a dotarsi di una legge sul suicidio assistito che poi, con la sentenza 204 del 2025, la Consulta ha in buona parte demolito dichiaratone incostituzionali varie disposizioni. Ciò nonostante, ieri la macchina ha funzionato e ora «Libera» non c’è più. Nel suo ultimo messaggio, ha condiviso l’auspicio di aver lasciato una testimonianza utile. «La mia battaglia è stata dura, ma desidero credere che non sia stata vana», ha infatti lasciato scritto la donna, aggiungendo che «se servirà ad aprire anche solo una strada, ad accorciare anche solo un’attesa, allora avrà avuto senso. Ringrazio profondamente l’Associazione Luca Coscioni, che mi ha dato voce e strumenti per vedere riconosciuto questo diritto. E ringrazio, con sincera gratitudine, il mio medico, Paolo Malacarne».
Un ringraziamento a «Libera» stessa è invece arrivato da parte di Filomena Gallo e Marco Cappato, che hanno voluto omaggiarla «per aver lottato non solo per sé, ma per tutte le persone nelle sue condizioni, contribuendo ad aprire una strada che potrà essere percorsa anche da altri». Di tenore ben diverso, invece, il commento che sulla vicenda è arrivato da parte del mondo pro life. «Ci addolora e rattrista la morte di “Libera”», ha dichiarato Antonio Brandi, presidente di Pro vita & famiglia, «ma al di là del caso specifico che merita tutto il rispetto umano, ci interroga profondamente il fatto che il Cnr, il più grande ente pubblico di ricerca scientifica in Italia, si sia piegato al volere ideologico del tribunale di Firenze per realizzare, per la prima volta, uno strumento per procurare la morte, il che rappresenta anche un pericolosissimo precedente».
In effetti, il primato del caso di «Libera», come già si diceva in apertura, sta proprio in questo: nell’essere una morte interamente seguita ed assecondata, di fatto, dalle istituzioni. «Così», ha sottolineato Brandi, «lo Stato diventa esso stesso strumento di morte e facilitatore di suicidi, addirittura tramite un proprio ente di ricerca scientifica, quando invece dovrebbe agire nella direzione esattamente opposta». Sono considerazioni il cui buon senso è difficilmente smentibile, perché se lo stesso Stato che da un lato riesce a garantire le cure palliative e adeguati percorsi di assistenza solo ad alcuni pazienti, dall’altro poi asseconda con efficienza le richieste di suicidio, addirittura facendo realizzare dispositivi appositi, è evidente quale aria tiri. Una cupa aria di morte.







