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2021-09-08
5 cose insolite da fare nelle grandi città
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10 cose da vedere qui, altre 10 da fare lì: è da qualche anno che, sul web, rimbalzano titoli di questo tipo. Il perché è presto detto: al di là dell'indicizzazione (pare che i motori di ricerca abbiano un occhio di riguardo per i titoli contenenti numeri), emerge il bisogno, da parte degli utenti, di leggere sintetici estratti dei luoghi di interesse.
Un'abitudine, questa, che fa il paio con una vita che non consente troppe perdite di tempo. È come se i lettori chiedessero a gran voce a giornalisti e blogger di andare in avanscoperta e trarre il meglio da ciò che vedono. Insomma, a volte si viaggia per interposta persona prima di spiccare il volo, ma anche in sua sostituzione: alcuni, impossibilitati a muoversi, si tuffano nei racconti di viaggio per provare il gusto, anche virtuale, di trovarsi altrove.
Consci di questi aspetti, abbiamo deciso di raccogliere alcune idee su cosa fare e vedere in 5 grandi città italiane: Milano, Venezia, Genova, Roma e Napoli. Cinque città rappresentative dell'italianità nella sua accezione migliore: se Roma è la capitale, Milano è la regina di cuori della moda e della finanza. Se il capoluogo della Liguria è un coacervo di artisti e pertugi da stanare, Napoli è la metropoli più viva del Paese.
E Venezia? Ha solo bisogno di scrollarsi di dosso la patina di meta turistica e farsi vedere per quello che è: poesia architettonica, spirito nostalgico, dama d'altri tempi. Sì, perché abbiamo ritenuto giusto andare al di là dei luoghi iconici di ciascuna di queste città, per concentrarci su angoli, musei e panorami sconosciuti ai più.
Il "turismo dei luoghi iconici", peraltro, ha cambiato forma: fino a non troppi anni fa si partiva per Roma sapendo che Colosseo, Fori Imperiali e Pantheon sarebbero state le mete principali e, talvolta, uniche. Nessuno, per esempio, si sarebbe mai sognato di spingersi fino alla Garbatella. Oggi le icone sono altre e hanno a che fare con la loro social-presentabilità: basta fare un giro su Instagram per rendersi conto che di Bali, Santorini o Lanzarote vengono fotografate sempre le stesse zone e dalle medesime angolature (Handara Gate, Oia, Jardín de Cactus, per fare alcuni esempi).
Per non parlare della Street Art o di fenomeni naturali come la fioritura di Castelluccio di Norcia e della lavanda in Provenza. Insomma, si è passati dalle icone alle mode. Prendiamo Venezia: le foto in gondola sembrano aver ceduto il passo alla libreria Acqua Alta; In Sicilia, Marzamemi è diventata più famosa di Taormina; nelle Marche il Tempio del Valadier ha soppiantato il Palazzo Ducale di Urbino.
Complici il cinema e la televisione, alcuni luoghi sono stati tirati fuori dall'anonimato. Si pensi ai borghi, realtà fino a qualche tempo fa snobbate dai più. Stessa cosa per Lecce e la Sicilia orientale: Il Giudice Mastrangelo e Montalbano li hanno estratti entrambi – e a ragione - come conigli dal cilindro. Per non parlare del Lago di Braies (e di "Un passo dal cielo", che lo ha consacrato al grande pubblico), di Spoleto ("Don Matteo") e di Ventotene ("The New Pope").
Tutto questo per dire che le mode, benché tali, hanno contribuito a rendere famosi luoghi dalla bellezza dimessa o, per meglio dire, inesplorata. Il rischio, però, è quello di trovarne ancora sovraffollati alcuni a discapito di altri.
Diventa, così, sempre più difficile districarsi tra i grandi classici, le tendenze attuali e il desiderio di andare oltre il conosciuto. La domanda è: quanto margine di sconosciuto c'è ancora intorno a noi?
Per trovarlo, il consiglio rimane quello di tenere gli occhi aperti: solo loro possono guidarci alla ricerca della bellezza e non per forza della fama cui sono assurte alcune città, zone e persino angoli. Ascoltare i propri bisogni e guardare il mondo con curiosità sono gli unici, veri ingredienti di un viaggio perfetto e fatto su misura.
Non c'è bisogno di inseguire la location-star: a volte basta fermarsi in un anonimo baretto di un altrettanto anonimo borgo per rendersi conto della ricchezza presente in Italia e dalla fortuna che abbiamo nel trovarci dove ci troviamo.
Ben vengano le città famose come quelle che stiamo per trattare, ma con le pupille rivolte in direzione del nascosto: è lì, tra un celebre monumento e uno scorcio visto e rivisto, che troveremo quello che nemmeno sappiamo di cercare, senza per questo escludere a priori il club delle "cose da fare e da vedere".
Il nostro viaggio partirà dal capoluogo della Lombardia, dove ci faremo spazio tra i luoghi comuni, alla ricerca di "spot" che nulla hanno a che fare con moda e finanza. Faremo lo stesso anche nelle altre città e forse la nostra lista avrà davvero qualcosa di diverso da quelle che tutti noi abbiamo stilato in precedenza.
Venezia

Calle Varisco (iStock)
«Venezia è bella, ma non ci vivrei». Quante volte abbiamo ascoltato questa affermazione? Eppure è solo uno dei tanti luoghi comuni sulla splendida città lagunare. Gli altri riguardano il suo presunto cattivo odore, la sporcizia, la tristezza.
Venezia è così turistica che può risultare difficile individuarne l'anima al di là dei cliché. Allora partiamo dalle cose insolite che si possono fare e vedere nel capoluogo veneto: solo così scopriremo le sue diverse sfaccettature.
- Chiesa di San Pantalon, Sestiere Dorsoduro, 3703. La sua facciata è incompiuta e, rispetto ad altre chiese veneziane, non invita certo a entrare. Peccato, perché al suo interno si trova la tela dipinta più grande al mondo, con il martirio e la gloria del santo al centro. La tela è appesa al soffitto e le sue dimensioni sono tali da farla sembrare un affresco;
- Despar Teatro Italia, Cannaregio nn. 1939-1952, Campiello de l'Anconeta. Fare la spesa qui è sicuramente un'esperienza unica: questo supermercato, infatti, è stato un teatro, un cinema e poi la sede di diversi uffici. Oggi è, probabilmente il supermarket più bello d'Italia;
- Museo Storico Navale, Riva S. Biasio, 2148. È il più importante museo navale italiano: più di 40 sale sparse su 5 livelli. Di proprietà della Marina Militare Italiana, racconta la storia marinara nazionale, veneziana in particolare.
- Squero di San Trovaso, Dorsoduro, 1097: è un cantiere in cui vengono costruite e riparate piccole imbarcazioni veneziane come le gondole. Un mestiere in via di estinzione, che però qui sopravvive orgogliosamente. La visita va prenotata scrivendo a info@squerosantrovaso.com
- Calle Varisco, la più stretta di Venezia: misura solo 53 centimetri!
Luoghi insoliti in cui dormire
- Go Outside Venezia, Via di Ca' Savio 77, Cavallino-Treporti. Un glamping a due passi dal mare;
- Glamping Canonici di San Marco, Via Accoppè Fratte, 14, Mirano. Ancora tende di lusso immerse nella natura.
Luoghi insoliti in cui mangiare
- Avanspettacolo Theatre Restaurant, Via della Fisica. Qui si mangia e si assiste contemporaneamente agli spettacoli in corso;
- Sudest 1401, Dorsoduro, 1401. Un locale dall'aspetto green e dai sapori frutto di contaminazioni culturali;
- Venèxian, Via S. Silvestro, 25A, Mirano VE. Un ristorante che riproduce in piccolo Venezia: ci si può anche accomodare su sedute a forma di barca.
Genova

Castello d'Albertis (iStock)
Anche su Genova i luoghi comuni si sprecano: oltre al pesto, alla presunta tirchieria degli abitanti e alla sua fama di città pericolosa, c'è molto di più.
Genova è indubbiamente una delle città più affascinanti d'Italia. Chissà perché, la sua storia artistica sembra venire sempre dopo le solite due-tre cose che si dicono di lei. Eppure è tutta palazzi eleganti, misteriosi caruggi e mare.
Ecco alcune dritte per un viaggio insolito nel capoluogo della Liguria:
- Campopisano. Questa zona, con la sua piazza a forma di conchiglia, si chiama così perché vi sono sepolti migliaia di pisani: la battaglia della Meloria (1284), infatti, li vide perdere contro i genovesi. Oggi, però, è una zona allegra e colorata;
- Castello d'Albertis, Corso Dogali, 18. Ideato dal Capitano Enrico Alberto d'Albertis a inizio Novecento, è oggi Museo delle Culture del Mondo. Qui, infatti, sono stipate le mirabilia collezionate nel tempo dal capitano-viaggiatore;
- Le Ville di Cornigliano. In questo quartiere si trovano torri di avvistamento e palazzi nobiliari, fatti costruire da alcune ricche famiglie genovesi per lo più tra Quattrocento e Seicento. Questa passeggiata scenografica parte dai Giardini Melis;
- Convento Santuario della Madonnetta, Salita della Madonnetta. Al suo interno si trova uno dei presepi perenni più belli d'Italia. Come nella tradizione napoletana, scene della Natività e scene di vita quotidiana convivono armoniosamente;
- Casa di Cristoforo Colombo, Piazza Dante. Forse non è proprio una "cosa" insolita, ma non tutti, passandoci davanti, immaginano che qui si trovava l'abitazione del grande navigatore. Quella che si vede oggi è la ricostruzione del XVIII secolo.
Luoghi insoliti in cui dormire
- Agriturismo Le Pale, Via Pale, 12, Bogliasco (GE). La suite è una bolla semi-trasparente da cui osservare le stelle;
- Home Grifondoro Bed and Breakfast, Corso Aurelio Saffi, 7/7. Mobili d'epoca in un ex edificio Liberty fanno di questo b&b un alloggio diverso dal solito.
Luoghi insoliti in cui mangiare
- Tripperia La Casana, Vico della Casana. Trippa in tutte le salse in un locale storico;
- Antica Friggitoria Carega, Via di Sottoripa, 113 r. Un pertugio tra i caruggi, dove abbuffarsi di panisse (bastoncini di ceci fritti);
- Tierra Nuestra, Salita di S. Paolo, 16: cucina tipica dell'Ecuador (la comunità di questo Paese è particolarmente fitta a Genova).
Milano

Biblioteca degli Alberi (iStock)
Milano è sicuramente la città dei luoghi comuni: non i suoi, ma quelli che le affibbiano gli italiani da ogni dove. Milano sembra coincidere solo con i soldi, la Scala, le sfilate e la cotoletta. Quando si dice Milano si dà adito a sentimenti contrastanti, di ammirazione e invidia, di disprezzo e desiderio.
Per questo e altri motivi abbiamo deciso di inserire il capoluogo lombardo tra le città che hanno molto da offrire al di là dei soliti luoghi (comuni).
Ecco una lista delle esperienze meno tipiche, ma altrettanto belle:
- Salire al 39mo piano del Palazzo della Regione, per ammirare la città (e le Alpi) dall'alto. Il palazzo si trova in Piazza Città di Lombardia e misura 160 metri: vista spaziale assicurata! L'unico problema è che non sempre è aperto alle visite (men che meno in questo periodo). Gli aggiornamenti, comunque, vengono pubblicati sul sito;
- Visitare l'Università Cattolica del Sacro Cuore e il Giardino delle Vergini, dedicato a Santa Caterina d'Alessandria. Università e giardino si trovano nel monastero cistercense di Sant'Ambrogio, di cui vanno assolutamente visti basilica e chiostri del Bramante. Quanto al giardino, originariamente riservato alle fanciulle illibate, è un'oasi di verde quiete nella città;
- A meritare una passeggiata rilassante è anche il Giardino della Guastalla. Un parco antico e ricco di gioielli, come la peschiera, le sculture e le innumerevoli specie vegetali che vi si trovano;
- Il Museo Branca è sicuramente un museo fuori dal comune. Vi dice qualcosa la parola Fernet? Ecco, qui è esposta la storia del celebre marchio che continua a deliziare i palati di tutta Italia. In Via Resegone, 2.
- La Biblioteca degli Alberi, Via Gaetano de Castillia, 18-20. Si chiama così, ma in realtà è un bellissimo parco, inaugurato nel 2018 tra Piazza Gae Aulenti e il quartiere Isola. È il più grande dopo Parco Sempione e i Giardini Pubblici Indro Montanelli.
Luoghi insoliti in cui dormire
- Biocity Hotel Milano, Via Edolo, 18. Anima green con prodotti a km 0;
- Un Posto a Milano, Via Cuccagna 2/4, Porta Romana. Una cascina di campagna in piena città.
Luoghi insoliti in cui mangiare
- Potafiori, Via Salasco, 17. Come dice il nome, si mangia tra fiori e piante;
- Crazy Cat Cafè, Via Napo Torriani, 5. Qui si mangia circondati da felini;
- Upcycle bike cafè, Via Andrea Maria Ampère, 59. Un locale - manco a dirlo - in tema bicicletta.
Roma

Chiesa di Sant'Ignazio di Loyola (iStock)
Roma è così vasta che è impossibile non trovare cose insolite da fare e vedere. Essendo patria di monumenti di inestimabile valore, è chiaro che nulla di veramente insolito possa essere ricercato la prima volta che la si vede. Ma se si decide di tornare (e si decide sempre di tornare a Roma), allora ci si può dedicare ad altro.
Dopo essersi estasiati di fronte al Colosseo, al Pantheon, alla Fontana di Trevi, ci si può riservare cinque cose molto particolari della capitale:
- Via Piccolomini. Questa splendida stradina, costeggiata da eleganti condomini, offre una vista speciale sul Cupolone. L'effetto prospettico genera infatti l'illusione che la cupola di San Pietro sia vicinissima. Man mano che si procede, però, si scopre l'inganno. A due passi dal parco di Villa Pamphili.
- Chiesa di Sant'Ignazio di Loyola, Via del Caravita, 8°. Un luogo di culto barocco e centralissimo (quindi non così difficile da individuare), ma "illusorio" come la via di cui sopra. Basta alzare il naso e osservare la monumentale cupola, che in realtà non c'è: ciò che si vede è in realtà un dipinto di Andrea Pozzo e, se non ci si discosta troppo dalla soglia, non ci si rende affatto conto della differenza;
- Colonia Felina di Torre Argentina. Premesso che Largo Argentina è uno dei must per chiunque voglia visitare Roma per via dei suoi preziosissimi scavi, bisogna sapere che, dal 1993, qui vivono allegramente 150 gatti, che amano aggirarsi tra il teatro di Pompeo e gli antichissimi templi;
- Mausoleo Ossario Garibaldino, Via Garibaldi, 29. Siamo sul Gianicolo, dove di solito ci si reca per ammirare gli indimenticabili tramonti della capitale. Eppure il colle è sede di varie preziosità, tra cui questo monumento ai caduti nelle battaglie garibaldine per Roma Capitale (che ebbero luogo negli anni tra il 1849 e il 1870);
- Lido di Ostia. Non tutti sanno che il lido non è un posto a parte, bensì un quartiere della capitale. Per raggiungerlo, si può prendere la metropolitana da Porta San Paolo: in meno di mezz'ora ci si ritrova in spiaggia, magari per un pranzo o una cena a base di pesce.
Luoghi insoliti in cui dormire
- Alloggi iRooms: 5 suite in altrettante zone della città, ciascuna a tema (per es., in Piazza del Gesù, a due passi dal Pantheon, c'è la suite Jacuzzi);
- Campeggio Flaminio, Via Flaminia Nuova, 821. Dormire in città, ma facendo esperienza di un campeggio. Da provare la Coco Suite.
Luoghi insoliti in cui mangiare
- Tramjazz: cena e concerto dal vivo girando Roma. Si parte da Piazza di Porta Maggiore e, ovviamente, bisogna prenotare con un certo anticipo;
- The Sanctuary, Via delle Terme di Traiano, 4°. Un eco retreat che sembra trovarsi in mezzo alla giungla;
- Restaurant L'Eau Vive, Via Monterone, 85. In questo ristorante dall'eleganza francese le suore che lo gestiscono cantano per tutta la serata, coinvolgendo gli ospiti. I guadagni vanno in beneficienza.
Napoli

Mercato Pignasecca (iStock)
Concludiamo questo viaggio a Napoli, che dei luoghi comuni è forse la patria. Non c'è italiano che non si sia espresso sulla città partenopea: c'è chi la ama e chi la odia. Questi ultimi, in particolare, fanno riferimento alla nomea di capoluogo malfamato, caotico, "bello ma".
Noi siamo qui per sfatare un po' di dicerie, raccontando di una Napoli elegante, raffinata (prima di tutto nei modi) e avveniristica. Ecco le esperienze da fare al di là del Vesuvio, della pizza e dei vari mandolini:
- Chiesa di San Gregorio Armeno, Via S. Gregorio Armeno, 28. Si tratta di una delle chiese più antiche e importanti della città, ma non tutti la collegano a Santa Patrizia, le cui spoglie si trovano all'interno. La particolarità consiste nel fatto che la santa è la protettrice dei single e che ogni 25 agosto molti non accoppiati si recano proprio in questa chiesa per chiedere che arrivi l'amore;
- Parco Archeologico del Pausilypon, Discesa Coroglio, 36. Si accede dalla Grotta di Seiano per ritrovarsi di fronte all'estrema bellezza storico-naturalistica del luogo, dominato dai resti della villa di Publio Vedio Pollione. Si può visitare dal lunedì al venerdì alle 9.30 e alle 10.30 con visita guidata (bisogna chiamare lo 0812301030);
- Mercato Pignasecca, Via Pignasecca, 14. Un mercato che più vivace non si può: lo si può visitare tutti i giorni ai Quartieri Spagnoli, a Pignasecca, nel quartiere Montecalvario;
- Palazzo Torre Palasciano, Salita Moiariello, 60. Venne eretto a fine '800 sul modello del Palazzo della Signoria, a Firenze, per volontà di Ferdinando Palasciano, medico e precursore della Croce Rossa. Da qui si gode di una gran bella vista sulla città e – se ci si crede – si può incontrare il fantasma dello stesso Palasciano;
- Cimitero di Poggioreale, Via S. Maria del Pianto. È uno dei cimiteri più grandi d'Europa, oltre che un monumento vero e proprio. Qui si trovano sepolte personalità illustri come quelle di Benedetto Croce, Carlo Pisacane e il compositore Saverio Mercadante.
Luoghi insoliti in cui dormire
- The Fresh Glamour Accomodation, Via Donnalbina, 7. Un hotel accogliente, dalle camere colorate e stravaganti;
- Hotel Meeting, Via Circunvallazione Esterna, 46, Casoria (NA). 7 camere, tutte a tema, tra cui "arabic", "cage" e "family".
Luoghi insoliti in cui mangiare
- Cannabistró, Via Vincenzo Bellini, 13. Tutto ciò che si mangia in questo locale è a base di canapa, ingrediente dalle grandi proprietà nutritive;
- Pizzeria Le Sorelle Bandiera, Vico Cinquesanti, 33. È la prima pizzeria geotermica d'Italia, vale a dire dotata di camere e forni in tufo per la lievitazione (lunghissima) e la cottura della pasta;
- Etto, Via Santa Maria di Costantinopoli, 102. Se si vuole mangiare "a peso", questo è il posto giusto. Cucina partenopea, ma anche vegetariana e asiatica.
Continua a leggereRiduci
Non solo Colosseo e Duomo. Dalla più stretta via di Venezia alla Salita della Madonnetta a Genova. Dalla Biblioteca degli Alberi a Milano al Mercato Pignasecca di Napoli, passando per Roma, dove dall'illusoria Via Piccolomini si può godere di una vista del Cupolone mozzafiato.Lo speciale contiene un articolo e cinque approfondimenti.10 cose da vedere qui, altre 10 da fare lì: è da qualche anno che, sul web, rimbalzano titoli di questo tipo. Il perché è presto detto: al di là dell'indicizzazione (pare che i motori di ricerca abbiano un occhio di riguardo per i titoli contenenti numeri), emerge il bisogno, da parte degli utenti, di leggere sintetici estratti dei luoghi di interesse.Un'abitudine, questa, che fa il paio con una vita che non consente troppe perdite di tempo. È come se i lettori chiedessero a gran voce a giornalisti e blogger di andare in avanscoperta e trarre il meglio da ciò che vedono. Insomma, a volte si viaggia per interposta persona prima di spiccare il volo, ma anche in sua sostituzione: alcuni, impossibilitati a muoversi, si tuffano nei racconti di viaggio per provare il gusto, anche virtuale, di trovarsi altrove.Consci di questi aspetti, abbiamo deciso di raccogliere alcune idee su cosa fare e vedere in 5 grandi città italiane: Milano, Venezia, Genova, Roma e Napoli. Cinque città rappresentative dell'italianità nella sua accezione migliore: se Roma è la capitale, Milano è la regina di cuori della moda e della finanza. Se il capoluogo della Liguria è un coacervo di artisti e pertugi da stanare, Napoli è la metropoli più viva del Paese. E Venezia? Ha solo bisogno di scrollarsi di dosso la patina di meta turistica e farsi vedere per quello che è: poesia architettonica, spirito nostalgico, dama d'altri tempi. Sì, perché abbiamo ritenuto giusto andare al di là dei luoghi iconici di ciascuna di queste città, per concentrarci su angoli, musei e panorami sconosciuti ai più.Il "turismo dei luoghi iconici", peraltro, ha cambiato forma: fino a non troppi anni fa si partiva per Roma sapendo che Colosseo, Fori Imperiali e Pantheon sarebbero state le mete principali e, talvolta, uniche. Nessuno, per esempio, si sarebbe mai sognato di spingersi fino alla Garbatella. Oggi le icone sono altre e hanno a che fare con la loro social-presentabilità: basta fare un giro su Instagram per rendersi conto che di Bali, Santorini o Lanzarote vengono fotografate sempre le stesse zone e dalle medesime angolature (Handara Gate, Oia, Jardín de Cactus, per fare alcuni esempi).Per non parlare della Street Art o di fenomeni naturali come la fioritura di Castelluccio di Norcia e della lavanda in Provenza. Insomma, si è passati dalle icone alle mode. Prendiamo Venezia: le foto in gondola sembrano aver ceduto il passo alla libreria Acqua Alta; In Sicilia, Marzamemi è diventata più famosa di Taormina; nelle Marche il Tempio del Valadier ha soppiantato il Palazzo Ducale di Urbino.Complici il cinema e la televisione, alcuni luoghi sono stati tirati fuori dall'anonimato. Si pensi ai borghi, realtà fino a qualche tempo fa snobbate dai più. Stessa cosa per Lecce e la Sicilia orientale: Il Giudice Mastrangelo e Montalbano li hanno estratti entrambi – e a ragione - come conigli dal cilindro. Per non parlare del Lago di Braies (e di "Un passo dal cielo", che lo ha consacrato al grande pubblico), di Spoleto ("Don Matteo") e di Ventotene ("The New Pope").Tutto questo per dire che le mode, benché tali, hanno contribuito a rendere famosi luoghi dalla bellezza dimessa o, per meglio dire, inesplorata. Il rischio, però, è quello di trovarne ancora sovraffollati alcuni a discapito di altri.Diventa, così, sempre più difficile districarsi tra i grandi classici, le tendenze attuali e il desiderio di andare oltre il conosciuto. La domanda è: quanto margine di sconosciuto c'è ancora intorno a noi?Per trovarlo, il consiglio rimane quello di tenere gli occhi aperti: solo loro possono guidarci alla ricerca della bellezza e non per forza della fama cui sono assurte alcune città, zone e persino angoli. Ascoltare i propri bisogni e guardare il mondo con curiosità sono gli unici, veri ingredienti di un viaggio perfetto e fatto su misura. Non c'è bisogno di inseguire la location-star: a volte basta fermarsi in un anonimo baretto di un altrettanto anonimo borgo per rendersi conto della ricchezza presente in Italia e dalla fortuna che abbiamo nel trovarci dove ci troviamo. Ben vengano le città famose come quelle che stiamo per trattare, ma con le pupille rivolte in direzione del nascosto: è lì, tra un celebre monumento e uno scorcio visto e rivisto, che troveremo quello che nemmeno sappiamo di cercare, senza per questo escludere a priori il club delle "cose da fare e da vedere".Il nostro viaggio partirà dal capoluogo della Lombardia, dove ci faremo spazio tra i luoghi comuni, alla ricerca di "spot" che nulla hanno a che fare con moda e finanza. Faremo lo stesso anche nelle altre città e forse la nostra lista avrà davvero qualcosa di diverso da quelle che tutti noi abbiamo stilato in precedenza.<div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/5-cose-insolite-fare-citta-2654939164.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="venezia" data-post-id="2654939164" data-published-at="1631105715" data-use-pagination="False"> Venezia Calle Varisco (iStock) «Venezia è bella, ma non ci vivrei». Quante volte abbiamo ascoltato questa affermazione? Eppure è solo uno dei tanti luoghi comuni sulla splendida città lagunare. Gli altri riguardano il suo presunto cattivo odore, la sporcizia, la tristezza.Venezia è così turistica che può risultare difficile individuarne l'anima al di là dei cliché. Allora partiamo dalle cose insolite che si possono fare e vedere nel capoluogo veneto: solo così scopriremo le sue diverse sfaccettature.Chiesa di San Pantalon, Sestiere Dorsoduro, 3703. La sua facciata è incompiuta e, rispetto ad altre chiese veneziane, non invita certo a entrare. Peccato, perché al suo interno si trova la tela dipinta più grande al mondo, con il martirio e la gloria del santo al centro. La tela è appesa al soffitto e le sue dimensioni sono tali da farla sembrare un affresco;Despar Teatro Italia, Cannaregio nn. 1939-1952, Campiello de l'Anconeta. Fare la spesa qui è sicuramente un'esperienza unica: questo supermercato, infatti, è stato un teatro, un cinema e poi la sede di diversi uffici. Oggi è, probabilmente il supermarket più bello d'Italia;Museo Storico Navale, Riva S. Biasio, 2148. È il più importante museo navale italiano: più di 40 sale sparse su 5 livelli. Di proprietà della Marina Militare Italiana, racconta la storia marinara nazionale, veneziana in particolare.Squero di San Trovaso, Dorsoduro, 1097: è un cantiere in cui vengono costruite e riparate piccole imbarcazioni veneziane come le gondole. Un mestiere in via di estinzione, che però qui sopravvive orgogliosamente. La visita va prenotata scrivendo a info@squerosantrovaso.comCalle Varisco, la più stretta di Venezia: misura solo 53 centimetri!Luoghi insoliti in cui dormireGo Outside Venezia, Via di Ca' Savio 77, Cavallino-Treporti. Un glamping a due passi dal mare;Glamping Canonici di San Marco, Via Accoppè Fratte, 14, Mirano. Ancora tende di lusso immerse nella natura.Luoghi insoliti in cui mangiareAvanspettacolo Theatre Restaurant, Via della Fisica. Qui si mangia e si assiste contemporaneamente agli spettacoli in corso;Sudest 1401, Dorsoduro, 1401. Un locale dall'aspetto green e dai sapori frutto di contaminazioni culturali;Venèxian, Via S. Silvestro, 25A, Mirano VE. Un ristorante che riproduce in piccolo Venezia: ci si può anche accomodare su sedute a forma di barca. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/5-cose-insolite-fare-citta-2654939164.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="genova" data-post-id="2654939164" data-published-at="1631105715" data-use-pagination="False"> Genova Castello d'Albertis (iStock) Anche su Genova i luoghi comuni si sprecano: oltre al pesto, alla presunta tirchieria degli abitanti e alla sua fama di città pericolosa, c'è molto di più.Genova è indubbiamente una delle città più affascinanti d'Italia. Chissà perché, la sua storia artistica sembra venire sempre dopo le solite due-tre cose che si dicono di lei. Eppure è tutta palazzi eleganti, misteriosi caruggi e mare.Ecco alcune dritte per un viaggio insolito nel capoluogo della Liguria:Campopisano. Questa zona, con la sua piazza a forma di conchiglia, si chiama così perché vi sono sepolti migliaia di pisani: la battaglia della Meloria (1284), infatti, li vide perdere contro i genovesi. Oggi, però, è una zona allegra e colorata;Castello d'Albertis, Corso Dogali, 18. Ideato dal Capitano Enrico Alberto d'Albertis a inizio Novecento, è oggi Museo delle Culture del Mondo. Qui, infatti, sono stipate le mirabilia collezionate nel tempo dal capitano-viaggiatore;Le Ville di Cornigliano. In questo quartiere si trovano torri di avvistamento e palazzi nobiliari, fatti costruire da alcune ricche famiglie genovesi per lo più tra Quattrocento e Seicento. Questa passeggiata scenografica parte dai Giardini Melis;Convento Santuario della Madonnetta, Salita della Madonnetta. Al suo interno si trova uno dei presepi perenni più belli d'Italia. Come nella tradizione napoletana, scene della Natività e scene di vita quotidiana convivono armoniosamente;Casa di Cristoforo Colombo, Piazza Dante. Forse non è proprio una "cosa" insolita, ma non tutti, passandoci davanti, immaginano che qui si trovava l'abitazione del grande navigatore. Quella che si vede oggi è la ricostruzione del XVIII secolo.Luoghi insoliti in cui dormireAgriturismo Le Pale, Via Pale, 12, Bogliasco (GE). La suite è una bolla semi-trasparente da cui osservare le stelle;Home Grifondoro Bed and Breakfast, Corso Aurelio Saffi, 7/7. Mobili d'epoca in un ex edificio Liberty fanno di questo b&b un alloggio diverso dal solito.Luoghi insoliti in cui mangiareTripperia La Casana, Vico della Casana. Trippa in tutte le salse in un locale storico;Antica Friggitoria Carega, Via di Sottoripa, 113 r. Un pertugio tra i caruggi, dove abbuffarsi di panisse (bastoncini di ceci fritti);Tierra Nuestra, Salita di S. Paolo, 16: cucina tipica dell'Ecuador (la comunità di questo Paese è particolarmente fitta a Genova). <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/5-cose-insolite-fare-citta-2654939164.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="milano" data-post-id="2654939164" data-published-at="1631105715" data-use-pagination="False"> Milano Biblioteca degli Alberi (iStock) Milano è sicuramente la città dei luoghi comuni: non i suoi, ma quelli che le affibbiano gli italiani da ogni dove. Milano sembra coincidere solo con i soldi, la Scala, le sfilate e la cotoletta. Quando si dice Milano si dà adito a sentimenti contrastanti, di ammirazione e invidia, di disprezzo e desiderio.Per questo e altri motivi abbiamo deciso di inserire il capoluogo lombardo tra le città che hanno molto da offrire al di là dei soliti luoghi (comuni).Ecco una lista delle esperienze meno tipiche, ma altrettanto belle:Salire al 39mo piano del Palazzo della Regione, per ammirare la città (e le Alpi) dall'alto. Il palazzo si trova in Piazza Città di Lombardia e misura 160 metri: vista spaziale assicurata! L'unico problema è che non sempre è aperto alle visite (men che meno in questo periodo). Gli aggiornamenti, comunque, vengono pubblicati sul sito;Visitare l'Università Cattolica del Sacro Cuore e il Giardino delle Vergini, dedicato a Santa Caterina d'Alessandria. Università e giardino si trovano nel monastero cistercense di Sant'Ambrogio, di cui vanno assolutamente visti basilica e chiostri del Bramante. Quanto al giardino, originariamente riservato alle fanciulle illibate, è un'oasi di verde quiete nella città;A meritare una passeggiata rilassante è anche il Giardino della Guastalla. Un parco antico e ricco di gioielli, come la peschiera, le sculture e le innumerevoli specie vegetali che vi si trovano;Il Museo Branca è sicuramente un museo fuori dal comune. Vi dice qualcosa la parola Fernet? Ecco, qui è esposta la storia del celebre marchio che continua a deliziare i palati di tutta Italia. In Via Resegone, 2.La Biblioteca degli Alberi, Via Gaetano de Castillia, 18-20. Si chiama così, ma in realtà è un bellissimo parco, inaugurato nel 2018 tra Piazza Gae Aulenti e il quartiere Isola. È il più grande dopo Parco Sempione e i Giardini Pubblici Indro Montanelli.Luoghi insoliti in cui dormireBiocity Hotel Milano, Via Edolo, 18. Anima green con prodotti a km 0;Un Posto a Milano, Via Cuccagna 2/4, Porta Romana. Una cascina di campagna in piena città.Luoghi insoliti in cui mangiarePotafiori, Via Salasco, 17. Come dice il nome, si mangia tra fiori e piante;Crazy Cat Cafè, Via Napo Torriani, 5. Qui si mangia circondati da felini;Upcycle bike cafè, Via Andrea Maria Ampère, 59. Un locale - manco a dirlo - in tema bicicletta. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/5-cose-insolite-fare-citta-2654939164.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="roma" data-post-id="2654939164" data-published-at="1631105715" data-use-pagination="False"> Roma Chiesa di Sant'Ignazio di Loyola (iStock) Roma è così vasta che è impossibile non trovare cose insolite da fare e vedere. Essendo patria di monumenti di inestimabile valore, è chiaro che nulla di veramente insolito possa essere ricercato la prima volta che la si vede. Ma se si decide di tornare (e si decide sempre di tornare a Roma), allora ci si può dedicare ad altro.Dopo essersi estasiati di fronte al Colosseo, al Pantheon, alla Fontana di Trevi, ci si può riservare cinque cose molto particolari della capitale:Via Piccolomini. Questa splendida stradina, costeggiata da eleganti condomini, offre una vista speciale sul Cupolone. L'effetto prospettico genera infatti l'illusione che la cupola di San Pietro sia vicinissima. Man mano che si procede, però, si scopre l'inganno. A due passi dal parco di Villa Pamphili.Chiesa di Sant'Ignazio di Loyola, Via del Caravita, 8°. Un luogo di culto barocco e centralissimo (quindi non così difficile da individuare), ma "illusorio" come la via di cui sopra. Basta alzare il naso e osservare la monumentale cupola, che in realtà non c'è: ciò che si vede è in realtà un dipinto di Andrea Pozzo e, se non ci si discosta troppo dalla soglia, non ci si rende affatto conto della differenza;Colonia Felina di Torre Argentina. Premesso che Largo Argentina è uno dei must per chiunque voglia visitare Roma per via dei suoi preziosissimi scavi, bisogna sapere che, dal 1993, qui vivono allegramente 150 gatti, che amano aggirarsi tra il teatro di Pompeo e gli antichissimi templi;Mausoleo Ossario Garibaldino, Via Garibaldi, 29. Siamo sul Gianicolo, dove di solito ci si reca per ammirare gli indimenticabili tramonti della capitale. Eppure il colle è sede di varie preziosità, tra cui questo monumento ai caduti nelle battaglie garibaldine per Roma Capitale (che ebbero luogo negli anni tra il 1849 e il 1870);Lido di Ostia. Non tutti sanno che il lido non è un posto a parte, bensì un quartiere della capitale. Per raggiungerlo, si può prendere la metropolitana da Porta San Paolo: in meno di mezz'ora ci si ritrova in spiaggia, magari per un pranzo o una cena a base di pesce.Luoghi insoliti in cui dormireAlloggi iRooms: 5 suite in altrettante zone della città, ciascuna a tema (per es., in Piazza del Gesù, a due passi dal Pantheon, c'è la suite Jacuzzi);Campeggio Flaminio, Via Flaminia Nuova, 821. Dormire in città, ma facendo esperienza di un campeggio. Da provare la Coco Suite.Luoghi insoliti in cui mangiareTramjazz: cena e concerto dal vivo girando Roma. Si parte da Piazza di Porta Maggiore e, ovviamente, bisogna prenotare con un certo anticipo;The Sanctuary, Via delle Terme di Traiano, 4°. Un eco retreat che sembra trovarsi in mezzo alla giungla;Restaurant L'Eau Vive, Via Monterone, 85. In questo ristorante dall'eleganza francese le suore che lo gestiscono cantano per tutta la serata, coinvolgendo gli ospiti. I guadagni vanno in beneficienza. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/5-cose-insolite-fare-citta-2654939164.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="napoli" data-post-id="2654939164" data-published-at="1631105715" data-use-pagination="False"> Napoli Mercato Pignasecca (iStock) Concludiamo questo viaggio a Napoli, che dei luoghi comuni è forse la patria. Non c'è italiano che non si sia espresso sulla città partenopea: c'è chi la ama e chi la odia. Questi ultimi, in particolare, fanno riferimento alla nomea di capoluogo malfamato, caotico, "bello ma".Noi siamo qui per sfatare un po' di dicerie, raccontando di una Napoli elegante, raffinata (prima di tutto nei modi) e avveniristica. Ecco le esperienze da fare al di là del Vesuvio, della pizza e dei vari mandolini:Chiesa di San Gregorio Armeno, Via S. Gregorio Armeno, 28. Si tratta di una delle chiese più antiche e importanti della città, ma non tutti la collegano a Santa Patrizia, le cui spoglie si trovano all'interno. La particolarità consiste nel fatto che la santa è la protettrice dei single e che ogni 25 agosto molti non accoppiati si recano proprio in questa chiesa per chiedere che arrivi l'amore;Parco Archeologico del Pausilypon, Discesa Coroglio, 36. Si accede dalla Grotta di Seiano per ritrovarsi di fronte all'estrema bellezza storico-naturalistica del luogo, dominato dai resti della villa di Publio Vedio Pollione. Si può visitare dal lunedì al venerdì alle 9.30 e alle 10.30 con visita guidata (bisogna chiamare lo 0812301030);Mercato Pignasecca, Via Pignasecca, 14. Un mercato che più vivace non si può: lo si può visitare tutti i giorni ai Quartieri Spagnoli, a Pignasecca, nel quartiere Montecalvario;Palazzo Torre Palasciano, Salita Moiariello, 60. Venne eretto a fine '800 sul modello del Palazzo della Signoria, a Firenze, per volontà di Ferdinando Palasciano, medico e precursore della Croce Rossa. Da qui si gode di una gran bella vista sulla città e – se ci si crede – si può incontrare il fantasma dello stesso Palasciano;Cimitero di Poggioreale, Via S. Maria del Pianto. È uno dei cimiteri più grandi d'Europa, oltre che un monumento vero e proprio. Qui si trovano sepolte personalità illustri come quelle di Benedetto Croce, Carlo Pisacane e il compositore Saverio Mercadante.Luoghi insoliti in cui dormireThe Fresh Glamour Accomodation, Via Donnalbina, 7. Un hotel accogliente, dalle camere colorate e stravaganti;Hotel Meeting, Via Circunvallazione Esterna, 46, Casoria (NA). 7 camere, tutte a tema, tra cui "arabic", "cage" e "family".Luoghi insoliti in cui mangiareCannabistró, Via Vincenzo Bellini, 13. Tutto ciò che si mangia in questo locale è a base di canapa, ingrediente dalle grandi proprietà nutritive;Pizzeria Le Sorelle Bandiera, Vico Cinquesanti, 33. È la prima pizzeria geotermica d'Italia, vale a dire dotata di camere e forni in tufo per la lievitazione (lunghissima) e la cottura della pasta;Etto, Via Santa Maria di Costantinopoli, 102. Se si vuole mangiare "a peso", questo è il posto giusto. Cucina partenopea, ma anche vegetariana e asiatica.
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Dipinto tra il 1494 e il 1498 rappresenta un istante drammatico che si legge nel volto e negli atteggiamenti dei protagonisti. Cristo al centro, nella sera precedente al giorno in cui sapeva che sarebbe morto e già conosceva le intenzioni degli apostoli e soprattutto di Giuda, che lo avrebbe tradito per pochi denari, e di Pietro, che lo avrebbe rinnegato per ben tre volte. Molti altri artisti nei secoli, dal Rinascimento alla Pop art, dai fiamminghi a Tiziano fino a Salvador Dalì hanno realizzato rappresentazioni dell’Ultima cena, l’ultimo pasto consumato da Cristo prima della sua passione, morte e risurrezione.
Già, l’ultimo pasto: ma che cosa ha mangiato effettivamente Gesù? Sicuramente pane (probabilmente azzimo) e vino (si ipotizza il rosso, divenuti proprio in quell’occasione il simbolo del corpo e del sangue di Cristo. Alcuni studi ipotizzano la presenza di pesce, in particolare san pietro, o una salsa di pesce tipica dell’epoca (tzir); probabile, inoltre, la presenza di erbe amare come cicoria o lattuga.
Nessuno sa come la tradizione dell’ultimo pasto prima dell’esecuzione sia iniziata, ma in molti posti in giro per il mondo ai prigionieri è permesso, entro limiti ragionevoli, di richiedere uno speciale ultimo pasto. Il Da Vinci contemporaneo non usa pennello e colori ma fotocamere: Henry Hargreaves, artista e fotografo con sede a Brooklyn ma nato in Nuova Zelanda, ha dedicato parte della sua carriera a un progetto che trasforma le richieste culinarie dei «dead man walking» in ritratti fotografici. I suoi scatti sono stati esposti anche alla Biennale di Venezia. «Ho letto un elenco di ciò che i prigionieri condannati hanno consumato come ultimo pasto», spiega Hargreaves nell’inquadrare il proprio lavoro, «e quelle persone sono diventate reali. Ho provato empatia verso di loro attraverso il cibo e ho cercato di dare forma a questo sentimento ricostruendo le richieste originale presentate dai prigionieri in forma scritta».
Ronnie Lee Gardner, 49 anni, è finito in cella nello Utah per furto, rapimento e omicidio di due persone. Fu ucciso da un plotone di esecuzione il 18 giugno 2010 ed è uno dei «dead man woalking» che rivivono, per così dire, con la foto del suo ultimo pasto: aragosta, bistecca, torta di mele, gelato alla vaniglia. Tutto consumato davanti alla proiezione della trilogia de Il signore degli anelli. Il celebre pluriomicida Ted Bundy fu giustiziato sulla sedia elettrica la mattina del 24 gennaio 1989, dopo essere stato accusato di numerosi crimini, quali violenza sessuale, necrofilia, fuga dal carcere e omicidio di almeno 35 persone, quasi tutte donne. Chiese, come ultimo pasto, uova all’occhio di bue, una bistecca, del pane imburrato, un bicchiere di latte e un succo di frutta. John Wayne Gacy (1942-1994) è sicuramente uno dei serial killer statunitensi più celebri al mondo. Conosciuto come «il killer clown» (era solito indossare un costume da pagliaccio durante gli eventi in cui adescava i bambini che avrebbe poi ucciso), Gacy si è macchiato di numerosi crimini: sodomizzazione, torture, rapimenti e omicidi di almeno 33 vittime, tutte di sesso maschile, 28 delle quali sepolte sotto la sua abitazione o ammassate in cantina. Prima di essere giustiziato tramite iniezione letale, consumò un pasto tutt’altro che leggero: 12 gamberetti fritti, un cesto di pollo fritto di Kfc, patatine fritte e una manciata di fragole. Victor Feguer (1935-1963), noto per essere stato l’ultimo condannato a morte federale in America prima della sospensione della pena di morte che durò fino al 1976, chiese come unico pasto una singola oliva provvista di nocciolo, probabilmente simbolo della sua contrarietà alla pena ricevuta. Timothy McVeigh , colpevole di ben 168 omicidi, ha chiesto un gelato alla menta con scaglie di cioccolato.
Gli ultimi pasti sono diventati anche un motivo di business visto che in America hanno aperto, in poco tempo, numerosi last meal restaurant. Il primo non poteva che aprire i battenti all’interno dell’Ohio Museum of horror e offre ai clienti un menù interamente basato sugli ultimi pasti di famosi serial killer.
Un fresco laureato della Virginia è diventato, un paio di anni fa, una star su Instagram perché aveva iniziato un servizio a metà tra il culinario e il crimine: Josh Slavin, 25 anni, si era messo a cucinare e provare il pasto finale dei condannati, condividendolo sui social. Il primo della serie era stato il pasto scelto da Ricky Ray Rector, un assassino che, poco prima di essere giustiziato, chiese bistecca, pollo fritto, succo di ciliegia e una torta di mele e noci. Alton Coleman, autore di otto omicidi e condannato a morte nel 2002, chiese filetto con crema di funghi, biscotti, pollo fritto, patatine fritte, broccoli al formaggio, anelli di cipolla, pane di mais, un’insalata, torta di patate dolci, gelato alla crema di noci e succo di ciliegia.
E che dire, poi, dei condannati a morte famosi o, per meglio dire, famigerati? Adolf Eichmann, giustiziato in Israele il 31 maggio 1962, rifiutò il tradizionale ultimo pasto speciale. Prima dell’impiccagione, consumò solo del vino rosso, circa mezza bottiglia. Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, i due anarchici italiani uccisi sulla sedia elettrica il 23 agosto del 1927, prima dell’esecuzione mangiarono una zuppa di verdure, carne arrosto con patate e bevvero del tè. Lo zar di Russia, Nicola II Romanov, la sera prima di essere ucciso nel sotterraneo di una casa a Ekaterinburg insieme alla sua numerosa famiglia, consumò quello che le cronache hanno tramandato come «un pasto semplice, senza sfarzi», tipico dei mesi di prigionia da parte dei bolscevichi. Adolf Hitler, nel bunker della cancelleria, si fece cucinare dalla sua cuoca, Constanze Manziarly, un piatto di uova strapazzate con purea di patate. Piatto che non consumò visto che quando la donna portò le pietanze nella stanza di Hitler, vide che il führer si era già ammazzato. Così l’ultimo vero pasto resta una pasta col pomodoro consumata poco prima. Dall’altra parte delle Alpi, Benito Mussolini, qualche giorno prima, consumò la sua ultima colazione a casa De Maria, a Germasino, sul lago di Como: pane, salame e un caffè. Claretta Petacci, che era con lui, chiese alla padrona di casa solo un po’ di latte e polenta.
L’ultimo desiderio gastronomico dei condannati, da illimitato, ha subito diverse restrizioni economiche. Questo dopo che, in Texas, Lawrence Brewer ordinò una cena troppo abbondante e costosa e, una volta arrivata in cella, non la toccò dichiarando di non avere più fame. Il pasto comprendeva: due bistecche di pollo con salsa gravy e cipolle, un cheeseburger con tripla pancetta, una frittata messicana, tre fajitas, alette di pollo al barbecue, una pizza, una ciotola di okra con ketchup, mezza pagnotta di pane bianco, gelato alla vaniglia blue bell, una fetta di fudge al burro di arachidi con arachidi tritate e tre birre. Se non ci fosse stata l’esecuzione programmata, sarebbe stato molto probabilmente il pasto a stroncarlo.
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Monsignor Maffeo Barberini di Caravaggio (Ansa)
L’arte postmoderna mi provoca un’emozione forte e precisa: il desiderio di essere altrove. Sì, lo so, adesso il mio amico Sergio Mandelli mi scriverà che io non capisco niente e mi offrirà le sue pillole di arte moderna da studiare. E so che ha ragione, tuttavia io sono come un semianalfabeta e un barbaro. Caravaggio e Giotto li capisco anche da semianalfabeta e barbaro, perché restano Caravaggio e Giotto anche in una cantina; mentre, se collocate fuori da gallerie e musei, le installazioni postmoderne tendono a confondersi con magazzini discount o, a volte… discariche.
Guardate il quadro del Narciso attribuito a Caravaggio: ovviamente, rappresenta Narciso; è stato prodotto mediante una tecnica, è stato pagato in maniera umana. Traduco in parole povere: le opere di Caravaggio erano più care di quelle di pittori meno apprezzati, ma venivano comunque pagate secondo un senso logico. Un’opera realizzata in 100 ore veniva pagata il doppio di una realizzata in 50. Il pittore veniva pagato in maniera umana perché era considerato un essere umano e, come ogni essere umano, doveva conoscere una tecnica grazie alla quale produceva un’immagine, contemporaneamente comprensibile ed emozionante.
Se trovassimo una tela di Caravaggio, priva di titolo e di cornice, in una soffitta o in uno scantinato, capiremmo comunque cosa rappresenta. Un analfabeta delle zone rurali dell’India o del Pakistan che non sappia nulla della nostra civiltà non riuscirà certamente a identificare il personaggio di Narciso (che non conosce), ma riuscirà comunque a vedere un ragazzo che, specchiandosi nell’acqua, forma come un cerchio con il suo riflesso, dando l’impressione di qualcuno rinchiuso all’interno di un qualcosa, qualcuno che ha rinunciato guardare all’esterno così che il suo riflesso diventa quasi una gabbia.
Qui di seguito troverete la discrezione di due opere contemporanee, considerate opere d’arte e pagate come tali, di cui mi rifiuto di fornire un’immagine. Nel momento in cui vengano collocate fuori contesto - senza titolo e fuori da un museo, in uno scantinato o in una soffitta -, ecco che non sono più identificabili come «opere d’arte». Non hanno tecnica.
Sono state giudicate opere d’arte da grandissimi critici, e chiunque affermi il contrario verrà trattato con commiserazione in quanto «piccolo borghese che non comprende la trasgressione».
Quale trasgressione? La trasgressione, per essere seria, deve comportare un rischio. Le vignette su Maometto sono una trasgressione. In ogni caso chiarisco che, al di là di ogni ragionevole dubbio, io sono in tutto per tutto una piccola borghese, fiera di esserlo e, se mi avete scambiato per qualcun altro, giuro, non è stata colpa mia. Appartengo alla civiltà cui appartengo, e ne sono orgogliosa. Sono fiera di appartenere a una civiltà che ha scritto la Divina Commedia ed eretto la cattedrale di Chartres, e comincio a non tollerare più tutti i mediocri e i falliti che, su questa civiltà, vomitano solo per sentirsi «qualcuno» - i Pietro Manzoni, i Paul McCarthy, gli Andres Serrano, le ridicole impacchettature dei ridicoli coniugi Christo… mentre i quadri di Goya mi sconvolgono e quelli di Egon Schiele mi spezzano il cuore. Schiele è trasgressione, e i suoi dipinti sono atroci, meravigliosamente atroci.
Passiamo ora al tempo: il tempo che l’artista ha impiegato per creare queste opere è di pochi minuti. E questo fa dell’artista una specie di semidio che ci vende il suo tempo in cambio di cifre astronomiche. Non è nemmeno più un essere umano come invece lo erano Leonardo e Raffaello, pagati secondo standard umani. La mancata correlazione fra il tempo necessario e il pagamento è un segno gravissimo di dissociazione psicotica della società.
Le psicosi possono essere fenomeni di massa. Questo tipo di arte è una dissociazione psicotica.
Le due summenzionate «opere» che riporto sono entrambe… escrementi: la prima è fatta di escrementi veri, la seconda di deiezioni di travertino, e sono state pagate coi soldi dei contribuenti italiani - inclusi quelli dei piccoli borghesi (io in primis), che questa arte non la capiscono. L’arte non si impone al popolo.
È un’idea paternalistica e dittatoriale.
Nel 61 la biennale di Venezia espose dopo averli pagati con i soldi dei contribuenti gli escrementi in barattolo dell’artista Pietro Manzoni. Merda d’artista è il titolo di un’opera dell’artista italiano Piero Manzoni. Il 21 maggio 1961 l’autore sigillò le proprie feci in 90 barattoli di latta, identici a quelli per la carne in scatola, ai quali applicò un’etichetta, tradotta in varie lingue, con la scritta Merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961. Sulla parte superiore del barattolo è apposto un numero progressivo da 1 a 90 insieme alla firma dell’artista. L’artista mise a questi barattoli il prezzo corrispondente per 30 grammi di oro, alludendo al valore dell’artista che grazie ai meccanismi commerciali della società dei consumi poteva vendere al valore dell’oro una parte di sé stesso.
Con questa opera così provocatoria Piero Manzoni afferma di voler svelare i meccanismi e le contraddizioni del sistema dell’arte contemporanea, che devo dire mi sono rimasti oscuri. Questa «protesta» continuò tramite le sue azioni, ad esempio quella di firmare modelle vive e nude o quella di dare uova sode con sopra le proprie impronte digitali, che continua a sembrarmi una boiata, un sistema grafico di comunicazione spacciato per (molto modesta) trasgressione.
La scatoletta è diventata un vero e proprio manifesto di un’epoca demente, contrastando le assurdità artistiche in quanto qualsiasi prodotto veniva premiato e considerato arte non per il valore intrinseco, la capacità dell’artista o ciò che suscitava, ma solo dalla notorietà dell’artista. La critica ha visto la scelta di confezionare le feci come una protesta verso gli artisti che vedevano nell’arte un mezzo di eternarsi. Con quest’ottica l’opera diventa un reliquiario che contiene un ricordo «prezioso» del maestro da venerare come sacro.
Ma veramente riuscite a leggere queste righe senza sentirne il ridicolo? Ci riuscite? Non vi fate illusioni: credete di essere colti e trasgressivi. Rileggetevi I vestiti nuovi dell’imperatore di Andersen, e anche 1984 di Orwell: non è trasgressione, solo bispensiero.
E poi c’è la maxi-cacca di Paul McCarthy, una delle «opere più discusse della Biennale internazionale di scultura che è stata inaugurata […] a Carrara. Il maxi-escremento, realizzato in travertino di Rapolano (Siena), è stato piazzato in corso Roma davanti alla sede centrale della Cassa di Risparmio di Carrara. L’artista statunitense l’ha voluto collocare davanti ad una banca per “combattere il capitalismo”, come ha detto lui stesso […]».
L’artista doveva combattere il capitalismo, peccato che non sia stato pagato con noccioline, ma con vero denaro (e tanto) dei contribuenti italiani, che lui avrà messo in banca. Perché, signori, le trasgressioni dei cosiddetti artisti, le loro provocazioni sono puro distillato di immondi nanetti, di piccoli narcisi che ci fanno i dispetti defecando e urinando sul salotto buono, potendo così dimostrare che «il denaro è sterco del diavolo»… facendosi poi pagare migliaia di dollari o euro. E anche dove non ci fossero escrementi, dove l’opera d’arte sia la bandiera americana con teschi al posto delle stelline, l’arte non c’è. C’è solo un tizio che sta esprimendo le sue idee politiche usando un codice.
Se volete avere un’idea di un’«arte» ancora più problematica di quella di Paul McCarthy, andate su Google Images e digitate il nome dell’autore perché, come ho già detto, io mi rifiuto di riportarne le foto, come mi rifiuto di descrivere opere d’arte fatte con corpi umani scuoiati e mummificati (Gunther Von Hagens). Il rispetto del corpo nella morte è una caratteristica umana, rileggiamoci I Sepolcri. La mancanza di questo rispetto è il segno di un’umanità perduta. Non c’è limite: qualsiasi cosa venga fatta, purché antiumana - e, se possibile, anticristiana -, si trova sempre un critico che affermi che quella roba lì è arte, parlando come una parodia di Woody Allen… che, a sua volta, è una parodia.
E ora è il momento della terza e più immonda opera:
«Piss Christ (in italiano «Cristo di piscio») è una fotografia realizzata nel 1987 dal fotografo statunitense Andres Serrano.
La foto raffigura un piccolo crocefisso di plastica immerso in un bicchiere di vetro contenente l’urina (volgarmente nota come piscio) dell’autore. […] L’opera ha vinto, nel 1989, il premio Awards in the Visual Arts messo in palio dal Southeastern Center for Contemporary Art e sponsorizzato dal National Endowment for the Arts, un ente governativo statunitense che tutela e finanzia progetti cui è riconosciuta un’eccellenza artistica»
Mi sono limitata a riportare il testo da Wikipedia.
Notate la trasgressione. Quale trasgressione? Se non siete credenti, il crocefisso è il simbolo di un uomo torturato a morte per le sue idee, un supplizio atroce usato di nuovo a Dachau e ora in Iraq a Mosul. Negli ultimi sessant’anni i cristiani sono stati massacrati a milioni nei lager e nei laogai, sono braccati come cani in Nigeria.
Dov’è la trasgressione, a ingiuriare dei perseguitati? Il sangue dei cristiani scorre come liquido senza valore, in Nigeria, in Pakistan, in Burkina. E in Europa, dove in terrorismo islamico ci abbatte come cani. L’arte postmoderna è semplicemente sottocultura woke, violentemente anticristiana, e si salda serenamente con l’islamismo, suo normale alleato. Mettere falsi sassi grossi come l’imbecillità umana a nascondere la magnifica facciata della Cattedrale di Bologna, in cosa ha arricchito l’umanità?
Ma in un mondo dove la parola «cristiano» è una condanna a morte, opere come questa sono le farneticazioni dei cialtroni e dei vili, e chiunque le abbia approvate fa parte della categoria.
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Come nota giustamente il Daily Telegraph, «dove un tempo la distraibilità o l’irrequietezza erano considerate normali tratti infantili, ora è più probabile che siano considerate segni di autismo o Adhd». Questa considerazione non inedita è supportata ora da un rapporto realizzato dal servizio sanitario nazionale britannico (Nhs) che sarà soggetto a revisione nei prossimi mesi, ma che intanto certifica un notevole aumento nelle diagnosi di autismo e Adhd in terra inglese. «Le segnalazioni, le liste d’attesa per la valutazione e le diagnosi registrate di Adhd sono aumentate in modo sostanziale, in particolare tra le adolescenti e le giovani donne adulte», si legge nella relazione. «I dati di monitoraggio del Nhs England mostrano che il numero di bambini e giovani in attesa di una valutazione per l’Adhd è passato da circa 21.000 nell’aprile 2019 a circa 270.000 entro dicembre 2025. Anche i dati dell’assistenza primaria mostrano una forte accelerazione delle diagnosi dopo il 2020, con un’incidenza tra le donne di età compresa tra 20 e 24 anni più che raddoppiata rispetto alle tendenze pre pandemia, mentre gli aumenti tra gli uomini sono stati inferiori».
qualcosa non torna
Il punto, però, è che ci sono dati apparentemente discordanti. Sempre nel report leggiamo che «allo stesso tempo, le migliori indagini sulla popolazione disponibili, che non si basano su segnalazioni, valutazioni o diagnosi, suggeriscono che la prevalenza di base dei sintomi di Adhd sia stata molto più stabile. Il Nice, ad esempio, cita stime di prevalenza intorno al 5% nei bambini e nei giovani e al 2-3% negli adulti, senza alcuna prova di un aumento drammatico a livello di popolazione negli ultimi decenni». La prevalenza di base viene definita come la proporzione di individui in una popolazione che presenta una specifica condizione, malattia o caratteristica in un dato momento. In sostanza, indica il peso di una particolare malattia in un territorio. Semplificando, potremmo dire che mentre le diagnosi e le richieste di diagnosi di autismo e Adhd aumentano con preoccupante intensità, contemporaneamente la reale presenza della malattia non sembra aumentate a dismisura. Da qui, il sospetto che ci sia una sorta di incentivo alla richiesta di certificazioni. Scrive il Telegraph: «Le diagnosi di Adhd sono più che raddoppiate dal 2021, mentre i tassi di autismo tra le ragazze sono aumentati di sette volte tra il 2010 e il 2022: cifre che, secondo il rapporto, potrebbero essere il risultato di “incentivi istituzionali associati all’essere ufficialmente etichettati come affetti da Adhd o autismo”».
Il tema, manco a dirlo, è delicatissimo perché ne va della vita di migliaia di persone. Anche gli esperti della materia sono molti cauti. Da un lato infatti, soprattutto dopo la pandemia, si è notato in generale un clamoroso aumento dei disturbi mentali (nel Regno Unito il numero di giovani tra i 16 e i 34 anni disoccupati a lungo termine a causa di questi problemi è aumentato del 76% tra il 2019 e il 2024) e si potrebbe pensare che vi possa essere una esplosione anche di altre condizioni di difficoltà. D’altro canto, però, è possibile che esista anche una sorta di fenomeno sociale che spinge all’aumento di certificazioni. Parlare di moda è sgradevole, ma forse è il caso di prendere la questione di petto.
Secondo Peter Fonagy, psicologo clinico dell’University College di Londra, si registra una combinazione di fattori: una maggiore consapevolezza delle condizioni, «cambiamenti nella ricerca di aiuto, incentivi istituzionali associati alla diagnosi e cambiamenti nella comprensione professionale e pubblica». Questo insieme di motori starebbe alla base degli aumenti segnalati. Il problema è che, secondo il rapporto inglese, in questo scenario «sottodiagnosi, diagnosi errata e sovradiagnosi non sono possibilità che si escludono a vicenda». Da una parte ci potrebbe essere la sottovalutazione di alcuni casi; dall’altra la medicalizzazione di ragazze e ragazzi che non avrebbero bisogno di particolari certificati, ovvero «la crescente tendenza a medicalizzare le forme di disagio».
la scienza
Uta Frith, psicologa tra le più autorevoli al mondo sul tema, dice alla stampa britannica che «il continuo ampliamento dello spettro autistico indica che il termine sia giunto al suo collasso» e sostiene che ci siano oggi «diagnosi che sono completamente prive di significato». Il punto, rimarca la studiosa, è che non esiste un biomarcatore oggettivo e dimostrabile che confermi se una persona è autistica o meno. Dunque «la diagnosi in una certa misura di una è sociale. Con un biomarcatore stabilito, sapremmo quanti casi ci sono e quando iniziare il trattamento, ma non lo abbiamo. Ecco perché i fattori culturali entrano in gioco nell’idea di cosa sia l’autismo».
E qui si arriva a due nodi critici fondamentali: i social network e la retorica dell’inclusione. Secondo la Firth, spesso sui social autismo e Adhd sono presentati come «una cosa molto desiderabile o un superpotere, il che ovviamente è ben lungi dall’essere vero». Il report inglese spiega che «anche il contesto sociale della diagnosi si sta evolvendo perché l’autorità sulla conoscenza della salute mentale è ora più ampiamente distribuita rispetto al passato. I clinici rimangono centrali nel processo diagnostico, ma non sono più gli unici interpreti dei sintomi. Comunità online, enti di beneficenza, reti di pari e piattaforme di social media contribuiscono sempre più al modo in cui le persone comprendono il disagio, la neurodivergenza e l’identità personale e diagnostica. Questi sviluppi possono facilitare un riconoscimento più precoce e dare potere alle persone le cui difficoltà potrebbero essere state precedentemente trascurate. Allo stesso tempo, possono anche influenzare le soglie per l’autoidentificazione e aumentare la domanda di valutazione indipendentemente da qualsiasi cambiamento nella prevalenza sottostante. C’è anche la preoccupazione che alcune piattaforme, tra cui Tiktok, trasmettano un’alta percentuale di messaggi fattualmente inaccurati, ad esempio sull’Adhd. In effetti, uno studio recente del Journal of Social Media Research ha mostrato che «il 52% dei video relativi all’Adhd e il 41% dei video sull’autismo su alcune piattaforme erano inaccurati: cifre che faranno ben poco per aiutare coloro che hanno realmente bisogno di aiuto».
Uno dei risultati possibili è che si intasino - come sta già avvenendo - le strutture pubbliche. Nel Regno Unito si registrano oltre 200.000 persone in attesa di una valutazione per l’autismo e le attese si possono prolungare per anni e anni. Secondo il Telegraph, «le persone credono erroneamente di esserne affette dopo aver visto un video di 30 secondi e questo sta sovraccaricando un sistema già sovraccarico. Di conseguenza, i bisogni di molte persone gravemente colpite non vengono soddisfatti». Uta Firth guarda al fenomeno con dispiacere per coloro che «vengono messi in ombra». E dichiara che «la natura priva di significato dell’etichetta dell’autismo è tale che le persone considerano l’autodiagnosi e quella ricevuta da un medico di pari importanza. Troppo spesso viene usata per dare sollievo a coloro che la usano come conferma che non posso cambiare, non posso farci niente, è così che funziona il mio cervello. Ed è un po’ triste, se si rinuncia a cercare di adattarsi davvero».
Il giornale inglese ha raccolto anche il racconto di un medico che ha notato negli anni un aumento di richieste di diagnosi di autismo e Adhd, richieste che per lo più sono «totalmente inappropriate», e dipendono dal fatto che questo genitori «fanno fatica a capire il comportamento del loro bambino e pensano che ottenere questa etichetta renda tutto molto più facile da gestire - sfortunatamente, non è così. Non puoi andare da uno specialista e ottenere una pillola antiautismo che risolva tutto».
risvolti positivi
Non bisogna però essere sommari nella valutazione: l’accresciuta sensibilità nei riguardi delle neurodivergenze ha sicuramente lati positivi. Lo si capisce parlando con Emanuele Franz, intellettuale che rientra nello spettro autistico e che di recente ha creato il premio letterario Teipsum, rivolto proprio ad autori autistici. «C’è chi dice che si sta diventando una moda l’autismo», spiega. «Intanto bisogna ricordare che Adhd e autismo sono due cose diverse. Io ho fatto un’infanzia di inferno, perché processavo le informazioni in modo diverso dagli altri. Ho subito aggressioni, un’esclusione sociale, sono stato in psichiatria già da bambino e avevo sempre l’accompagnatore, lo psicologo, il tutor, l’educatore. Mi hanno escluso dal servizio militare con una diagnosi di ritardo mentale. Poi depressione, quindi sì, un marchio che mi portò avanti. È evidente che c’è oggi una capacità di diagnosi maggiore che prima non c’era, perché adesso si sono capite certe dinamiche. Adesso uno può avere un aiuto per gli studi, cosa che io non ho avuto. È un tema apertissimo. Poi ci sono forme di comorbidità: se uno subisce un’esclusione, uno stress continuo, sviluppa delle patologie: psicosi, dissociazione, ansia, panico sono tutte comorbidità che si mettono sopra l’autismo».
La lezione di Franz è importantissima: «Ho creato un premio per dimostrare che l’autistico è anche capace di pensare, costruire, proporre. So che io ho questo stigma da tutta la vita, per cui c’è un problema, io ce l’ho, e dire che gli autistici non hanno un problema, beh, anche quello è sbagliato». Una diagnosi non deve diventare una condanna o - peggio - non deve essere interpretata come una sorta di rassicurazione. Occorre sensibilità per i problemi reali e pressanti, e insieme attenzione alle esagerazioni. Di sicuro c’è che, al solito, la retorica dell’inclusione crea per lo più disastri.
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