Antonio Gramsci aveva capito tutto: per cambiare il mondo bisogna occupare i posti di potere. Ma ora che l'occupazione è avvenuta, nelle scuole e università, nella magistratura e nei media, secondo Boni Castellane, della rivoluzione non è rimasta traccia. È rimasto solo il dominio.
Antonio Gramsci aveva capito tutto: per cambiare il mondo bisogna occupare i posti di potere. Ma ora che l'occupazione è avvenuta, nelle scuole e università, nella magistratura e nei media, secondo Boni Castellane, della rivoluzione non è rimasta traccia. È rimasto solo il dominio.
Il presidente inizia a trattare quando gli interessi sul debito americano, giunto a 39 trilioni di dollari, arrivano al 4,5%. È successo un anno fa sui dazi. A farne le spese pure i nostri Btp, cresciuti oltre il 4% prima delle aperture all’Iran, con lo spread in zona 100.
Quattro virgola cinquanta per cento. Questa percentuale è quella chiave per capire le mosse di Donald Trump e quindi dei mercati. Questa famoso 4,5% è l’interesse pagato dal Tesoro americano sulla montagna di debito su cui siedono gli Stati Uniti. Sopra questa soglia, il mercato giudica insostenibile la gestione del rosso federale.
E ogni volta che ci si avvicina il presidente s’inventa qualcosa per raffreddare i costi, come è accaduto un anno fa durante la prima fase della guerra dei dazi e poi con la querelle sulla Groenlandia. Adesso è ricapitato con il conflitto iraniano. La storia non si ripete, certo, ma spesso fa rima. Tanto che non è più stato il petrolio il principale fattore di rischio per i mercati finanziari globali. L’attenzione degli investitori si è progressivamente spostata infatti sul mercato obbligazionario statunitense, dove nelle ultime sedute il rendimento del titolo decennale americano ha sfiorato il 4,45%, avvicinandosi alla soglia del 4,5%. Il movimento ha coinciso con un aumento della volatilità sui mercati e con un cambio di tono da parte dell’amministrazione statunitense sul fronte geopolitico. Il presidente Trump ha infatti annunciato il rinvio di cinque giorni degli attacchi alle infrastrutture iraniane, facendo riferimento a colloqui «produttivi» con Teheran che hanno riportato i rendimenti al 4,33%.
Ma perché i Treasury, ovvero i titoli pubblici Usa, sono così osservati? Alla base delle tensioni c’è la traiettoria del debito pubblico statunitense. Il debito federale ha superato i 39 triliardi (39.000) di dollari, in aumento di circa 2 triliardi negli ultimi otto mesi. Dall’inizio di luglio, dopo la rimozione del tetto al debito, l’incremento è stato pari a circa 2.800 miliardi. Rispetto al 2018, lo stock complessivo risulta quasi raddoppiato, con un rapporto debito/Pil salito al 124%. Soprattutto, le prospettive indicano un’ulteriore espansione: secondo le stime del Congressional Budget Office, il debito potrebbe crescere di circa 2.400 miliardi di dollari l’anno nel prossimo decennio, fino a raggiungere i 64 trilioni entro il 2036. In questo quadro, livelli elevati dei rendimenti comportano un aumento significativo del costo del servizio del debito, rafforzando il ruolo del mercato obbligazionario come vincolo per la politica economica.
Le ripercussioni si estendono anche ai mercati europei. In Italia, l’andamento dei titoli di Stato ha riflesso le oscillazioni registrate negli Stati Uniti e le notizie provenienti dal Medio Oriente. In avvio di seduta, i timori di un’escalation del conflitto avevano determinato un aumento dei rendimenti e un ampliamento dello spread tra Btp e Bund, salito oltre i 100 punti base.
Successivamente, le indicazioni di un possibile dialogo tra Stati Uniti e Iran hanno favorito un rientro delle tensioni. Il differenziale di rendimento tra il Btp decennale di riferimento e il corrispondente titolo tedesco è tornato sotto i 90 punti base, chiudendo a 89 punti rispetto ai 91 della seduta precedente. Il rendimento del Btp decennale si è attestato al 3,90%, in calo rispetto al 3,94% di venerdì scorso. Un sospiro di sollievo, insomma, dopo che gli interessi sul debito italico sono saliti di circa il 20% in un mese, il che costringerà a spendere di questo passo 3,5 miliardi in più per onorare le emissioni del 2026 se il tasso di mercato del Btp non dovesse scendere durante l’anno. Per questo però non resta che sperare negli Usa, in una pace vera.
Washington ha fissato il 9 aprile come data obiettivo per la fine della guerra, lasciando circa 21 giorni per la prosecuzione dei combattimenti e dei negoziati, scrive la testata israeliana Ynet. Proprio il 9 aprile di un anno fa ci fu il famoso colpo di scena sui dazi, quando il presidente Usa annunciò la pausa di tre mesi sulle nuove tariffe decise una settimana prima al «Liberation day», sostituendole con una sorta di dazio fisso del 10%. Quella mossa fece girare il mercato: Borse in rally e rendimenti dei titoli di Stato, americani e non, in discesa. Rivedremo lo stesso film?
Di certo lo schema di Trump è sempre quello: apre un conflitto e, tra la seconda e la quarta settimana, il suo linguaggio si sposta verso una risoluzione condizionata. Le dichiarazioni iniziano a sottolineare che i negoziati sono possibili se vengono soddisfatti determinati criteri. Riferimenti a colloqui, discussioni o quadri di riferimento entrano nella narrazione e lui misura gli effetti sulla controparte e sui mercati finanziari, mantenendo comunque la posizione strategica. Schema visto per l’accordo tariffario raggiunto con la Cina a ottobre 2025, l’intesa sulla Groenlandia con l’Ue a gennaio e il patto commerciale con l’India del 9 febbraio.
L’Iran seguirà il copione o reciterà a soggetto?
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Xi Jinping (Ansa)
Il conflitto era iniziato anche per ostacolare le forniture di Xi Jinping, ma le petroliere verso Pechino sono tra le poche a transitare. I gruppi green (Catl, Byd) guadagnano e le terre rare asiatiche per la difesa diventano essenziali.
I reali motivi che hanno spinto Netanyahu e Trump ad attaccare l’Iran probabilmente non li conosceremo mai, meno mistero c’è invece intorno agli obiettivi geopolitci dell’Operation Epic Fury, l’operazione Furia Epica scatenata da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio scorso.
Da una parte scalzare il regime degli ayatollah e quindi a cascata limitare aiuti e finanziamenti alle forze anti-israeliane nell’area del Golfo Persico e dall’altra infliggere un danno economico a Pechino (il vero avversario degli Stati Uniti) bloccando le forniture energetiche, anche perché circa il 40-50% delle importazioni cinesi di petrolio transita dallo Stretto di Hormuz.
Il paradosso è che al momento la situazione in Medio Oriente, che già di suo non è mai stata tranquilla, ha raggiunto l’apice del caos. E che al di là delle propagande, con le quali è sempre difficile fare i conti, in questo momento, rispetto alle poche petroliere che transitano per lo Stretto, una buona parte di queste è diretta verso la Cina.
Secondo un rapporto di Jp Morgan circa il 98% del traffico petrolifero di Hormuz è destinato all’Asia, con la Cina come principale acquirente. E anche sui mezzi usati per il passaggio, diverse fonti parlano di «flotte ombra» utilizzate da Pechino e di trattative in corso per sbloccare le grandi petroliere rimaste intrappolate nell’area. Questo vuol dire che per la Cina non ci sono stata impatti e che Xi Jinping non risente del pantano che si è venuto a creare ad Hormuz? Niente affatto. Vuol solo dire che se il conflitto era iniziato anche per creare difficoltà di approvvigionamento a Pechino, al momento sta avendo risultati opposti. Perché quello asiatico e il Paese che ne sta risentendo meno.
Paradossale no? Così come suona abbastanza paradossale il dato evidenziato dal Financial Times secondo il quale i principali produttori cinesi di batterie hanno guadagnato oltre 70 miliardi di dollari di capitalizzazione da quando è iniziata l’ultima guerra del Golfo. Motivo? I mercati scommettono sul fatto che in caso di conflitto prolungato le rinnovabili torneranno in auge. Anzi in realtà lo stanno già facendo.
Tanto per intenderci, le cinesi Catl (+19%), Byd (+21,9%) e Sungrow (19,4%), che producono batterie e apparecchiature per lo stoccaggio di energia, hanno fatto meglio di Chevron (8%), ExxonMobil (4,7%) e BP (+15,2%), le grandi major petrolifere globali, che sulla carta hanno più da guadagnare dall’impazzimento dei prezzi dell’oro nero.
E ci sono alcuni analisti (c’è da dire che esistono anche studi molto più cauti) che parlano di un vero e proprio cambiamento di rotta. Secondo il responsabile della ricerca energetica di Bernstein, Neil Beveridge, la Cina, che è il più grande importatore mondiale di petrolio, raddoppierà il proprio piano di elettrificazione. E anche le altre maggiori economie asiatiche - vengono citati gli esempi di Giappone, Corea del Sud e Taiwan - potrebbero spingere verso l’energia pulita e i combustibili alternativi. Insomma, con queste prospettive è normale che i principali player green corrano spediti in Borsa.
Così com’è evidente che dal protrarsi di un conflitto con queste caratteristiche gli Stati Uniti avrebbero molto da perderci e la Repubblica Popolare tutto da guadagnarci.
Va ricordato infatti che il semi-monopolio delle materie prime non riguarda solo la transizione energetica, ma anche la difesa. Più andrà avanti la guerra e maggiore sarà la domanda di munizioni, navi, aerei, missili ecc. Tanto per intenderci, la realizzazione degli F-35, dei Tomahawk o dei sistemi Patriot, ma anche la produzione di radar e di alcune particolari tipologie di droni, sono fortemente dipendenti dalle terre rare pesanti (dal dysprosium al terbio fino al samarium, all’yttrium e allo scandio) e da alcuni minerali come il gallio e il germanio, con la Cina che controlla una fetta abbondante di quelle filiere di approvvigionamento.
Così come è innegabile che un così massiccio spostamento di forze nel Medio Oriente indebolisce Washington sugli altri fronti, lasciando spazio ad eventuali iniziative cinesi. Per esempio rispetto alle mire di Xi Jinping su Taiwan. Dove anche politicamente qualsiasi mossa cinese adesso sarebbe meno criticabile.
Insomma, la guerra che era nata per mettere all’angolo Pechino si star trasformando in un grande regalo a Xi e compagni. Che se lo stanno prendendo senza disturbare troppo le mosse israelo-americane che almeno fino a questo momento di «Furia Epica» hanno avuto ben poco.
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Giuseppe Conte e Elly Schlein (Ansa)
La leader dem salva la testa, ma ora deve guardarsi pure da Landini, che convoca la piazza il 28 marzo.
Quando la vittoria del No diventa certa e assume proporzioni imprevedibili alla vigilia, a Napoli, nella sede dell’Associazione nazionale magistrati, si inizia a cantare Bella ciao. Nei comitati per il Sì si gorgheggia invece Lacreme napulitane: in provincia di Napoli il No è andato ogni previsione. È finita 71,5% per il No contro il 28,5% per il Sì. Una scoppola clamorosa, che non potrà non portare a delle doverose riflessioni nel centrodestra nazionale sulla classe dirigente partenopea e campana in generale, già protagonista della rovinosa sconfitta alle regionali, soprattutto in vista delle prossime politiche.
A proposito di politiche: il centrosinistra ieri ha scoperto, e non ci credevano neanche i suoi leader, di essere competitivo anche in vista delle elezioni del 2027. Hanno vinto, anzi stravinto, un po’ per gli errori a raffica della coalizione di governo, ma anche e soprattutto perché mai come in questo caso il Fronte del No poteva definirsi tale in senso letterale. Cattolici di sinistra, sindacalisti, esponenti di Pd, M5s, Avs, universitari: sono andati tutti alle urne e hanno votato con convinzione, non avendo, stavolta, il problema di scegliere pure un’alternativa. «Ti piace il governo Meloni?», hanno letto sulla scheda, e hanno barrato la casella del No. Niente scontri, frizioni o sfumature: hanno votato No i dem e i pentastellati ai quali non piace Elly Schlein, i sostenitori di Giuseppe Conte che non sopportano (ricambiati) Matteo Renzi, gli elettori di Bonelli e Fratoianni che vedono come il fumo negli occhi i riformisti (che non hanno mai fatto una riforma) del Pd e i riformisti del Pd che non condividono praticamente niente della linea politica della Schlein. Tutti, allegramente condotti per mano dall’Associazione nazionale magistrati e dalla Cgil, sono andati a votare, hanno vinto e festeggiano.
Ma ora? Parliamoci chiaro: la Schlein da questa competizione esce sicuramente rafforzata. Ha dimostrato che la «Sinistra per il Sì» è elettoralmente ininfluente: il costituzionalista Stefano Ceccanti, che tanto si è speso per un voto favorevole sul merito della riforma, non ha spostato neanche un voto. Conoscendolo se ne farà una ragione: molto diverso invece il caso di Pina Picierno, vicepresidente dem del Parlamento europeo, sostenitrice del Sì e sempre rigorosamente in polemica con la Schlein, esce politicamente assai malridotta dal referendum.
Ha vinto anche Conte, che si è speso tantissimo in campagna elettorale e ha dimostrato che senza di lui non c’è centrosinistra. E hanno vinto Avs e tutti i cespugli. Ma ora, che si fa? Il centrosinistra ha il preciso dovere di cementare l’alleanza e tentare di vincere le prossime elezioni, ma la strada che porta al governo è lastricata di insidie, una su tutte la scelta del candidato premier.
Schlein, in conferenza stampa, annuncia l’ok alle primarie: «Ho sempre detto», dice Elly, «che in caso di primarie sarei stata assolutamente disponibile. Noi continuiamo a essere testardamente unitari». Conte raccoglie immediatamente l’assist: «Ci apriamo alla prospettiva delle primarie aperte», sottolinea Giuseppi, «come un’occasione per i cittadini dopo aver contribuito al programma. Per avere una condivisione ampia e individuare il candidato più competitivo per attuare questo programma. Dobbiamo definire tempi e modi ma oggi non possiamo trascurare questo segnale politico. I cittadini chiedono le primarie e non possiamo sottrarci». Conte dice pure che potrebbe non essere lui il candidato del M5s: «È presto per dirlo», sottolinea, «ma il M5s si sente protagonista e sarà sicuramente rappresentato nelle primarie». Evitare una battaglia tra i leader dei due partiti maggiori della coalizione potrebbe essere una mossa astuta: del resto in caso di vittoria, Conte si vedrebbe bene, anzi benissimo, alla Farnesina.
Detto ciò, però, ora sia lui che la Schlein dovranno ancora più di prima rendere conto, politicamente, ai due azionisti di riferimento del fronte del No: l’Associazione nazionale magistrati e la Cgil... Azionisti di maggioranza, i magistrati, come ha sapientemente detto al nostro giornale, alcuni giorni fa, l’ex presidente della Corte Costituzionale Augusto Barbera, ex parlamentare del Pci e del Pds: «Non è la sinistra che ha l’egemonia sulla magistratura», ha detto barbera alla Verità, «ma è la magistratura che ha l’egemonia culturale sulla sinistra e la manovra. Il rischio non è una dittatura della classe operaia, ma della magistratura che interpretando le leggi in base alla propria ideologia, in diversi casi si sostituisce al legislatore, confinando la politica a un ruolo marginale rispetto alla giustizia». Parole dure quanto cristalline, provenienti da un giurista di sinistra, non da un propagandista televisivo di destra. Parole (e concetti) con le quali Schlein, Conte e compagnia festante dovranno fare i conti, come prima e più di prima. Non hanno alternativa: se vogliono sfruttare l’onda lunga del referendum, la Schlein, Conte e tutti gli alleati devono tenere presenti i desiderata della Cgil e dell’Anm.
Landini già detta l’agenda: «Con questa giornata», dice il leader della Cgil, «vogliamo dire un no alla guerra, sotto ogni forma. Tutti assieme in piazza il 28 marzo». Le dimissioni di Carlo Nordio? «Naturalmente», risponde Landini, «ogni forza politica, nella sua autonomia, valuterà quello che ritiene più opportuno fare. Mi pare che le forze di governo in questo momento abbiano qualcosa in più su cui riflettere dopo questo voto». L’idea è che tenere il ministro della Giustizia al suo posto possa a questo punto essere un vantaggio per il centrosinistra.
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Giorgia Meloni (Getty Images)
La sberla fa male alla coalizione, che ora dovrà accantonare i sogni di premierato. Muovendosi con tatto anche sulla legge elettorale. Se però non vuol perdere nel 2027, adesso serve una risposta economica audace.
Lo schiaffo fa male, la gastrite provoca fitte e c’è voglia di chiudersi nella stanza buia. Nessuna parte del corpo del centrodestra è immune dal dolore che percorre il sistema nervoso dalla testa ai piedi. Quella del No al referendum è la prima vera sberla dal settembre 2022 e non basta consolarsi con «ha vinto l’Italia manettara» (vero) o con «il partito dei magistrati esiste, si chiama Anm, e ha qualche milione di elettori» (verissimo).
Serve altro per consolare la coalizione di governo, battuta sulla riforma della giustizia in cui credeva, dopo averla portata in campagna elettorale, presentata con una legge e difesa con ottimi argomenti. Unico conforto sibillino: il referendum l’ha perso anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che aveva promulgato la riforma Nordio considerandola aderente al dettato della Carta.
Nel momento della sintesi, quella più lucida arriva da Enrico Costa (Forza Italia), leader del Sì serio e documentato. «Sono dispiaciuto ma non sorpreso. Purtroppo i temi delle garanzie nella giustizia sono questioni poco popolari, alle quali è facile contrapporsi con la demagogia, come è regolarmente avvenuto. Noi abbiamo basato la campagna sul merito della riforma, mentre dall’altra parte abbiamo avuto una risposta poco legata alla sostanza e molto allarmistica sulla modifica della Costituzione». La forbice è meno ampia che in passato (53 a 47) ma nessuno si aggrappa ai vetri. E su un tema così decisivo per i cittadini fa impressione, prosegue Costa «vedere un’Italia divisa in due. L’esito del voto va rispettato, ma questo non significa smettere di credere nello sviluppo liberale e garantista, della giustizia».
Più che per il risultato in sé, nella maggioranza c’é preoccupazione perché è venuto meno il tocco magico di Giorgia Meloni. È la prima volta, e la bocciatura arriva anche in regioni governate dal centrodestra come Piemonte, Liguria e Lazio, mentre resiste il blocco nordista: Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia hanno detto Sì. Osservando i flussi, si nota che Fdi, Lega e Forza Italia hanno camminato compatte (rispettivamente 89%, 86%, 82%, con qualche defezione azzurra). Nelle grandi città contendibili (Milano, Roma, Napoli, Torino, Genova) - dove è più facile trasformare un referendum in un voto d’opinione politico e il radicalismo woke Ztl resiste - il centrodestra soffre come sempre. Significativo per la coalizione il dato sulle fasce d’età: a blindare la Costituzione da sinistra sono stati generazione Z e millennial, con solo il 39% di Sì, a dimostrazione che i social sono cloache facilmente condizionabili e l’effetto Meloni da Fedez, pur formidabile nei numeri (2 milioni di contatti), è stato quasi nullo nell’urna.
Dopo una rapida elaborazione del lutto è già tempo di guardare a domani. Il premier ha dato la linea: «C’è rammarico per non aver potuto modernizzare l’Italia ma rispettiamo la scelta degli elettori e andiamo avanti». In tempi non sospetti aveva ribadito che porterà a termine la legislatura, ma questa battuta d’arresto è destinata ad appesantire la volata verso le politiche del 2027. Meloni è consapevole che l’intangibilità fideistica della Costituzione, l’incertezza per i dossier bellici (Iran più di Ucraina) e il caso Delmastro non hanno aiutato, ma è determinata a ricompattare la squadra e a gestire il Paese con la grinta di sempre. In queste ore ha ottenuto la fiducia degli alleati Matteo Salvini da Budapest («Avanti compatti e determinati») e Antonio Tajani («Non cambia nulla, basta toni da guerra civile»), ma è innegabile che l’agenda cambia.
A Palazzo Chigi sono convinti che il rilancio passi dall’economia. E non significherà solo gestione oculata delle risorse nello stile di Giancarlo Giorgetti, ma investimento programmatico sui grandi temi come energia, capacità espansiva nel favorire la produzione, sollievo fiscale per aziende e cittadini. Insomma, una manovra finalmente generosa. La mission è ambiziosa e la congiuntura internazionale è maledettamente sfavorevole ma dai dossier economici può partire il rilancio in vista delle prossime elezioni. La vela liberal-conservatrice ha bisogno di vento fresco e una strambata per uscire dalle secche referendarie è necessaria.
Quanto ai sogni, tornano nel cassetto. Il primo progetto meloniano a essere accantonato è quello del premierato. Per due motivi: la tempistica stretta per i passaggi parlamentari del disegno di legge e il matematico snodo referendario. Poiché la riforma tocca la Costituzione, ci sarebbe il rischio altissimo di una nuova consultazione, di una nuova strumentalizzazione da «allarme democratico» e di un nuovo, rovinoso showdown. Meglio lasciar perdere. Anche la legge elettorale diventa pericolosa. Il centrodestra ha i numeri per farla passare e dare un consistente premio di maggioranza a chi vincerà le prossime politiche nel segno della stabilità, ma verrebbe accusato dalla sinistra e dalle mosche cocchiere di redazione di farlo «solo per blindare l’argenteria». E non troverebbe mai un consenso bipartisan.
Dai magistrati, che di fatto hanno vinto le loro prime elezioni da partito politico, la maggioranza si aspetta nuove e ancora più vendicative trappole. Efficienza, meritocrazia, terzietà sono parole destinate a essere bandite per decenni. Aprite l’ombrello, è tempo di vendette. Gira una battuta: «Voi giornalisti garantisti verrete spediti al confino nei centri in Albania. Ma non essendo clandestini non troverete un giudice che vi riporti indietro».
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