2025-05-05
VOTAntonio | Landini denuncia il complottone per prepararsi al flop dei referendum
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Invece che occuparsi dei veri problemi, il segretario della Cgil fa il leader della sinistra
Invece che occuparsi dei veri problemi, il segretario della Cgil fa il leader della sinistra
Basta leggere il resoconto dell’interrogatorio per capire che l’agente che ha sparato a Rogoredo racconta una storia lineare, coerente, del tutto incompatibile con l’idea - oggi formalmente contestata - di un omicidio volontario. Le sue dichiarazioni, raccolte nell’immediatezza dei fatti davanti al pm Giovanni Tarzia, restituiscono la fotografia di un intervento maturato in pochi secondi, in uno dei contesti più violenti e degradati della città, di certo non il ritratto di un poliziotto uscito in servizio con l’intenzione di uccidere.
Anzi, chi lo ha visto nelle ultime ore parla di una persona ancora «scossa» per quanto accaduto lunedì scorso. Anche i punti che oggi vengono indicati come da chiarire - a partire dalla possibile presenza di un’altra persona nel bosco - emergono dallo stesso racconto dell’agente: quella figura potrebbe essersi dileguata prima dello sparo o non aver visto nulla di decisivo.
Abderrahim Mansouri, per tutti «Zack», non era una persona qualunque capitata per caso in una zona sbagliata. Marocchino irregolare e con precedenti, era una figura conosciuta, abituata a muoversi con sicurezza in quell’area e a misurarsi con le divise, anche per riaffermare un controllo sul territorio davanti ai suoi gregari. Un atteggiamento che negli anni ha reso Rogoredo uno dei luoghi più difficili per gli equipaggi delle volanti. Stavolta, però, l’escalation è finita nel modo peggiore. Per di più l’agente, assistente capo del commissariato Mecenate, non era un volto nuovo in quel bosco. Al contrario. Nel verbale spiega di conoscere «abbastanza bene quel posto», di avervi trascorso «ore in appostamento» e di aver effettuato lì «circa quaranta arresti l’anno scorso e quattro quest’anno». Un operatore esperto, abituato a muoversi tra i sentieri di Rogoredo, a conoscere le dinamiche dello spaccio, i punti di accesso, i nascondigli. Ed è anche per questo che riconosce subito l’uomo che gli si ferma davanti: Zack persona nota al commissariato, appartenente a una famiglia che - come emerge dagli atti - da anni gravita stabilmente intorno a quella piazza di droga.
Il racconto dell’agente è lineare. Servizio antidroga in straordinario, appostamento iniziale e poi lo spostamento in via Impastato quando via radio apprende che l’operazione non sta dando esito. Sul posto trova i colleghi con uno spacciatore appena arrestato; lui e un altro agente in borghese entrano nel bosco, «eravamo in penombra». Qui nota due sagome, una delle quali scompare molto prima dello sparo: un possibile testimone, che potrebbe essersi allontanato o non aver assistito agli istanti decisivi. Trovarlo, ammesso che ci sia, non sarà semplice.
Quando la distanza si riduce, l’agente si qualifica e riconosce l’uomo. Poi tutto accade in pochi secondi: «Ci siamo qualificati dicendo “fermo polizia” e lui ha tirato fuori dalla tasca destra un’arma puntandomela contro». Solo dopo si scoprirà che era una replica a salve, una Beretta 92 senza tappo rosso, indistinguibile da una vera. In quel momento, però, è una minaccia reale. L’agente spiega che la sua «idea era rincorrerlo», ma davanti all’arma reagisce ed esplode un solo colpo.
Anche la fase successiva è ricostruita con chiarezza: Mansouri viene trovato a terra, supino, con la pistola a pochi centimetri dalla mano; l’arma viene allontanata perché l’uomo rantola. I soccorsi arrivano dopo circa dieci minuti, mentre addosso al 28enne vengono trovate sostanze stupefacenti. «Non ha mai parlato», riferisce l’agente. La famiglia ha affidato la difesa agli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli; l’autopsia del 3 febbraio, affidata all’équipe di Cristina Cattaneo e affiancata da una consulenza balistica, chiarirà distanza e traiettoria dello sparo. La difesa dell’agente è seguita dall’avvocato Pietro Porciani con il consulente Dario Redaelli.
Sul piano politico, su un’area di circa 5 chilometri quadrati tra Rogoredo e San Donato, Riccardo De Corato ha annunciato un’interrogazione parlamentare per chiedere più controlli e tutele per le forze dell’ordine, riferendo di aver incontrato il poliziotto indagato: «Ha fatto il suo dovere in una delle piazze di spaccio più estese d’Europa». Matteo Salvini, invece, ha parlato di «fascicolo odioso per omicidio volontario, come se quell'agente avesse sparato per uccidere».
Il Comune di Crans Montana è marcato sempre più stretto. Anche l’attuale capo del dipartimento di sicurezza pubblica entra nella lista degli indagati con la lente della Procura della Repubblica vallesana che stringe sulle responsabilità penali dell’amministrazione.
Dopo le lacrime del sindaco Nicolas Feraud che ha aspettato quasi quattro settimane prima di chiedere «scusa per non essersi scusato», la procura non solo gli nega la possibilità di costituirsi parte civile ma sottolinea che «ci sono motivi per ritenere che il comune sia venuto meno al suo dovere di far rispettare le diverse norme antincendio che gli spettavano al fine di salvaguardare la vita e l’integrità fisica dei clienti del bar Le Constellation». E così, dopo l’incendio che la notte di capodanno ha tolto la vita a 40 persone, tra cui sei italiani, e causato 116 feriti, la procura sta tirando le fila del perché dal 2020 nel locale non siano stati fatti controlli.
Il quarto indagato, che va ad aggiungersi al suo predecessore oltre che ai Moretti, è l’attuale responsabile comunale della sicurezza, Christophe Balet, un vigile del fuoco con una lunga esperienza di capo dell’antincendio. Gestisce le ispezioni degli immobili ed era stato lui lo scorso 3 gennaio a trasmettere agli inquirenti la documentazione urbanistica e amministrativa relativa a le Constellation. Al momento non si conosce il capo d’accusa ma sarà interrogato dalla procura di Sion il 6 febbraio. Tante le questioni sul tavolo. Una su tutte la disparità di trattamento tra il locale dei Moretti e gli altri locali dell’edificio in cui si trova. Nello stabile ci sono 13 appartamenti e sarebbero stati controllati tutti in modo meticoloso fino al sigillo di alcuni caminetti per irregolarità. Come mai dopo queste perizie certosine, nessuna ispezione sia invece stata fatta a pochi metri di distanza ossia nel discobar dei Moretti, è il grande punto di domanda.
Ad altri interrogativi dovrà invece rispondere il 9 febbraio l’ex responsabile della sicurezza comunale, Ken Jacquemoud. Sebbene fine a qualche giorno fa la Procura avesse dichiarato che «solo i gestori sono imputati», negli atti figura una lettera del suo legale in cui si parla di una audizione che «sarà presto eseguita». Un suo interrogatorio sarebbe stato chiesto inoltre dall’avvocato Mickael Guerra, legale di alcune famiglie delle vittime.
Mentre ieri la procura ha sentito la donna che già nel 2019 aveva girato un video in cui un cameriere del locale gridava di fare «attenzione alla schiuma», una nuova richiesta di convocazione è arrivata per i proprietari de Le Constellation, Jacques Moretti e Jessica Maric. Attualmente indagati per omicidio, incendio e lesioni colpose, sul loro conto la stampa francese ha rivelato nuove ombre. Soprattutto su Jacques che già nel 2021 si è visto tagliare la linea di credito da parte della banca francese Credit Lyonnais. Dopo tre prestiti, uno da 286 mila euro nel 2015 per l’acquisto di un appartamento a Parigi, uno da 625mila nel 2018 per una villa in Corsica e altri 200mila l’anno successivo per lavori di ristrutturazione, la banca avrebbe scoperto falle nelle garanzie e pare la presenza di documenti falsi in uno dei finanziamenti. A quel punto la decisione di avere indietro i prestiti. Viene informato il Tribunale e Jacques si trova costretto a vendere l’appartamento parigino. Per la coppia viene attuato un nuovo piano di rimborso basato sul reddito e anche qui emergono dettagli curiosi. Secondo le informazioni fornite dal quotidiano francese, Jessica Moretti avrebbe dichiarato uno stipendio mensile lordo di 13.827 euro come «dipendente del Constellation» mentre sul conto di Jacques si registra una pensione di invalidità annuale di 6.873 euro e un indennizzo della compagnia Generali di 31.241 euro all’anno. Dunque, mentre le banche francesi, allertate da una serie di segnalazioni corrono subito ai ripari, quelle svizzere mostrano nel tempo un atteggiamento molto meno prudente. Oltre a non controllare i precedenti all’estero, ma questa è la prassi, nessuna avvisaglia emerge in terra elvetica dove, secondo un’indagine di Le Temps, i Moretti disporrebbero di un patrimonio di almeno cinque milioni di franchi, di cui circa quattro finanziati da ipoteche tramite le svizzere BCV, Union de banques suisses e il Cautionnement romand.
Garantismo bancario svizzero che un po’ stride con gli stereotipi sulla precisione di cui gode lo Stato d’oltralpe. «Apprendiamo oggi che la Svizzera non è quel Paese attento alla sicurezza che molti immaginavano» ha tenuto a precisare Francesco Greco, Presidente del Consiglio Nazionale Forense . «Ovunque nel mondo la prima misura è conservare immediatamente le immagini delle telecamere. In Svizzera, invece non si è ritenuto necessario acquisire le registrazioni che documentavano l’uscita dal locale. La pressione del governo italiano è più che legittima e ben venga il pool investigativo italo-svizzero affinché i nostri magistrati e investigatori possano contribuire alle indagini indicando le corrette modalità con cui condurre accertamenti così delicati». Una richiesta di giustizia ribadita anche dal Ministro degli Esteri Antonio Tajani ieri a Bruxelles, dove ha spiegato che nonostante comportamenti che hanno lasciato perplessi, tra Italia e Svizzera non vi è alcun incidente diplomatico. Intanto, mentre il sindaco di Milano Giuseppe Sala esclude la possibilità per di costituirsi parte civile, «non è semplice dimostrare che il Comune di Milano abbia avuto un danno diretto», dopo una serie di approfondimenti, Attilio Fontana non esclude la possibilità per la Regione Lombardia.
A Palazzo dei Diamanti di Ferrara (sino all’8 febbraio 2026) una mostra-evento dedicata a Marc Chagall, fra i più noti e amati artisti del Novecento. In un’alternanza di opere pittoriche, disegni, incisioni e sale immersive, esposti oltre 200 capolavori, alcuni dei quali presentati per la prima volta in Italia.
Nato a Vitebsk nel 1887, ebreo russo che trascorse la maggior parte della sua vita in Francia (morì a Saint Paul de Vence nel 1985), Mar Chagall ( il cui nome ebraico era Moishe Segal e quello russo Mark Zacharovič Šagal), conservò sempre nel cuore la sua Patria («Non mi sono mai separato dalla mia terra, la mia arte non può vivere senza di essa» dichiarò nel 1922), le tradizioni e la religione ebraica, elementi che ricorrono costantemente nella sua vasta e poliedrica produzione artistica. Un attaccamento alle origini che era parte fondamentale del suo essere, di uomo e di artista, e che non lo abbandonò mai, nemmeno quando le leggi razziali lo costrinsero a lasciare l‘Europa per trasferirsi negli Stati Uniti: nel Vecchio Continente ci tornò a fine conflitto, nel 1946, già artista famoso e con la consacrazione del MOMA, che in quegli anni gli dedicò un’importante retrospettiva.
Animo sensibilissimo (dopo la morte dell’amatissima prima moglie Bella cadde in depressione e per un anno non riuscì più a dipingere…) e dalla spiritualità profonda, Chagall fece della sua arte la trasfigurazione poetica del suo nucleo emotivo: Chagall non rappresenta gli eventi, ma i ricordi , la memoria dell’infanzia che si fonde con la cronaca, la sua storia personale che si intreccia a quella universale. Il tutto in un mondo da fiaba, fluttuante, apparentemente senza logica, dove gli sposi sorvolano i campanili, le figure si sdoppiano, gli animali parlano, i violinisti suonano sui tetti, i profeti biblici stanno accanto a capre azzurre. Anche l’Olocausto, che la sua emotività non gli permise di dipingere in tutto il suo inenarrabile orrore, sotto il suo pennello si trasforma in fantasiosa allegoria: in un ebreo barbuto e malinconico con in mano la Torah (Solitudine, 1933) o in un Cristo crocifisso circondato dal caos (Crocifissione bianca, 1938). In Chagall il tempo non segue la linearità cronologica, ma quello dello spazio interiore, dove immagini lontane e vicine convivono nella stessa opera, senza gerarchie: il dolore con la bellezza, la perdita con la rinascita. Artista di inarrivabile poesia e delicatezza, dietro l’apparente semplicità delle sue opere si celano temi comuni a tutta l’umanità, speranze e contraddizioni, ma soprattutto la volontà di condurre lo spirito del Mondo verso una bellezza capace di trovare, anche negli orrori del tempo, angoli di pace e comprensione.
A condurci nel mondo delle sue colorate atmosfere incantate la splendida mostra-evento (già nei primi due giorni di apertura ha registrato oltre duemila visitatori…) allestita nelle sale di Palazzo dei Diamanti di Ferrara, che in un percorso espositivo particolarmente coinvolgente raccoglie oltre 200 opere e sale immersive di stupefacente bellezza.
Chagall testimone del suo tempo. La Mostra
Curato da Paul Schneiter e Francesca Villanti, il ricco percorso espositivo parte dagli esordi di Chagall nella natia Vitebsk, passa per l'esilio negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale e si conclude con le grandi composizioni della maturità. Diviso in dieci sezioni, fra opere di toccante bellezza e dense di significato come La sposa dai due volti (un dipinto che rappresenta la dualità dell'esistenza umana, fra i temi più cari all’artista), La nave dell'Esodo (un'opera che sovrappone due episodi: l'Esodo biblico dall'Egitto e la fuga degli ebrei europei dalle persecuzioni naziste) e La Pace ( una colomba bianca a cui Chagall affida il suo messaggio di speranza), davvero spettacolari le sale immersive che permettono al visitatore di ammirare due creazioni monumentali in una dimensione coinvolgente e grandiosa: il soffitto dell'Opéra di Parigi e le 12 vetrate per la sinagoga di Hadassah, esempio di come Chagall abbia saputo fondere arte e spiritualità.
Mentre oro e argento dominano le cronache con i record, sotto la superficie dei listini sta correndo un’onda altrettanto decisiva: i metalli industriali e «strategici». La spinta non è solo finanziaria: è materiale. Transizione energetica e intelligenza artificiale richiedono reti elettriche, data center, componenti e riciclo: quantità crescenti di rame, platino e affini.
Il platino è il caso più evidente di riscoperta. Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf) nota che «dopo il boom dell’oro, molti investitori hanno riscoperto il platino, rimasto indietro nel rapporto storico di prezzo con il metallo giallo». La tesi poggia sulla doppia anima: bene prezioso per l’oreficeria (con domanda asiatica solida) e input industriale «insostituibile» per vetro e automotive. L’offerta, però, resta sotto pressione per i problemi estrattivi in Sudafrica: la scarsità fisica sostiene le quotazioni, con l’Etc WisdomTree Physical Platinum a +28,4% da inizio anno.
Se il platino è una scommessa sul valore, il rame è una scommessa sull’infrastruttura della civiltà digitale. Lo strategist di SoldiExpert Scf sintetizza: «L’Ia non è fatta solo di software, ma di chilometri di cavi e infrastrutture elettriche». E la scala è impressionante: «Un singolo data center richiede fino a 9.000 tonnellate di rame, e la rete elettrica per collegarlo ne richiede tre volte tanto». In Europa, poche storie offrono esposizione diretta: fra queste brilla Aurubis. «La sua forza sta nel riciclo»: dai rifiuti elettronici estrae rame per reti e mobilità verde, ma anche oro e argento; l’aumento dei prezzi dei metalli gonfia il valore delle scorte in bilancio e sostiene il titolo. Il termometro del settore è il consolidamento: la possibile fusione Rio Tinto-Glencore (260 miliardi di dollari) segnala che la «scala» è diventata requisito strategico per presidiare l’offerta globale. Sul lato investimenti, Gaziano ricorda che si può puntare sulle singole eccellenze o su panieri diversificati, tenendo conto della volatilità ciclica del comparto.
Stefano Gianti (Swissquote) sottolinea che «la maniera più semplice è probabilmente quella di acquistare un Etc», che replica l’andamento del metallo (al netto di costi contenuti).
Ma Gabriel Debach (eToro) invita a leggere il rame come un mercato logisticamente «inceppato»: a gennaio 2026 «il Lme è ancora prevalentemente in backwardation (una condizione di mercato in cui il prezzo attuale di una materia prima è superiore ai prezzi dei contratti futures con scadenza successiva, ndr)», mentre il Comex è in contango (il prezzo dei futures è superiore all’attuale, ndr) dopo l’accumulo di scorte Usa legato ai timori di dazi. Per questo, oltre alla direzione del ciclo, contano struttura a termine e flussi fisici. Quando il rame corre, l’alluminio entra nel gioco come sostituto: Goldman Sachs indica la coppia Long rame e Short alluminio fino a dicembre 2027. In parallelo, il platino torna centrale come catalizzatore per fuel cell e filiera dell’idrogeno. Palladio e litio sono osservati: la Cina punta a raddoppiare la capacità di ricarica Ev entro il 2027 a 180 Gw, mentre il litio oscilla tra domanda in crescita e ritorno dell’offerta».

