Toni Capuozzo: «La politica e l’informazione schierate chiedono un atto di fede sulla necessità della guerra. Ma dubitare non è mai un errore».
Da oggi, 8 maggio, i lettori della Verità avranno la possibilità in esclusiva di acquistare sul sito www.laverita.info la versione ebook dell’ultimo libro di Toni Capuozzo, dal titolo Giorni di guerra. Russia e Ucraina, il mondo a pezzi, al prezzo scontato di 6,90 euro. Le prenotazioni sono aperte attraverso l’indirizzo mail: ebook@laverita.info. Il testo è impreziosito da una lunga galleria di foto di grandi reporter italiani dal fronte: Fausto Biloslavo, Gabriele Micalizzi, Francesco Semprini, Vittorio Nicola Rangeloni.
Mi trattengo. Come tutti posso commettere degli errori, ma ci sono errori che so di non voler fare. Ho davanti un video, girato nei dintorni di Bucha, di un’imboscata ucraina a un gruppo di soldati russi in ritirata. I soldati russi sono a terra, e dalle pozzanghere di sangue e dalla gola di qualcuno si capisce che sono stati sgozzati. Gli ucraini si aggirano tra loro, uno a terra muove un braccio, gli sparano. È la scena di un piccolo crimine di guerra. Che senso ha mostrarla? Entrare nella curva delle tifoserie contrapposte? Far vedere che gli ucraini, per quanto aggrediti, non sono dei boy scout? Bilanciare il piatto dei crimini commessi? Lo conservo, quel filmato, perché si vedono i volti degli autori, fieri, mentre dicono «Gloria all’Ucraina» e, magari, un giorno ci sarà una piccola inchiesta (il video è loro, non è rubato, è esibizione tronfia). No, non aggiunge nulla che io già non sappia: la guerra peggiora tutti, giorno dopo giorno, e anche se agli ignoranti sfugge, in guerra i nemici tendono ad assomigliarsi, alla fine: odio e paura, vendetta per l’amico ucciso, perdita dell’innocenza. Non mi trattengo, invece, dal fare altre domande. Perché non è stata coinvolta, sulla scena del massacro di Bucha, la Croce Rossa Internazionale?
Lo sanno tutti che è il primo passo per denunciare un crimine, fare i rilievi, raccogliere testimonianze indipendenti. Una svista? Il timore che vedessero, ad esempio, la scena che vi ho descritto prima? O che facessero domande indiscrete?
Ho postato [...] il giornale ucraino che il 2 aprile annunciava un’operazione dei corpi speciali per stanare sabotatori e collaborazionisti dei russi. Com’è finita? I giornalisti andati sul posto lo hanno chiesto, se lo sono chiesti? Nessuno risponde. C’è una documentazione, piuttosto sofisticata, che circola in rete che dimostrerebbe che la famosa foto satellitare del New York Times sarebbe stata scattata il 1 aprile. Non mi interessa molto perché se pure fosse stata scattata il 19 marzo non esiste che dei corpi restino all’aperto per quasi quindici giorni conservati in quel modo. Il New York Times fa il suo mestiere. Lo fa anche il Corriere della Sera. Non gli passa per la testa che sia improbabile che i corpi siano rimasti in strada 15 giorni. Ma avete mai visto il luogo di un massacro, anche dopo soli 2 giorni?
Torno a domandare: dando per certo che i russi durante l’occupazione di Bucha abbiano ucciso e commesso crimini, testimoniati dalle fosse comuni, dove i cittadini di Bucha hanno sepolto i loro morti sfidando l’occupante, perché improvvisamente, all’inizio di aprile, i morti per strada non vengono più sepolti, in quelle fosse? Se hai sfidato l’occupante nel gesto pietoso di seppellire, perché non lo fai più quando Bucha è libera? Erano morti altrui?
Il primo fotografo giunto sul posto raccontò a Repubblica di aver visto in una cantina vittime con il bracciale bianco, collaborazionisti. Poi, quel dettaglio è sparito. Lo intervistano, non glielo chiedono più. E lui, dovendo lavorare sul posto, non si dilunga.
Ho sentito e letto di Bucha come spartiacque valicato, di punto di non ritorno. Se cercavano un’autorizzazione a procedere sulla via della guerra, l’hanno trovata. Non lo so se dietro quella strage ci siano menzogne o altro, so che, alla fine, è stata una strage, chiunque fossero quei morti e chiunque li abbia uccisi. Ma so che perfino lo spostamento di un corpo da esibire ai fotografi mi fa una pena infinita. Lo stesso morto, ma cambiamo la posa.
[…] Non ascoltatela, fa male. Sto vedendo video sanguinosi, ma questo, senza una goccia di sangue, è peggio. In guerra le persone danno il peggio e il meglio di sé. Questo soldato ucraino mostra il peggio, utilizzando il telefonino di un soldato russo ucciso. Ve lo racconto: la mamma del soldato russo riceve la videochiamata, appare il suo volto, lei crede che sia il figlio e pronuncia il suo nome «Iliusha, Iliusha» (diminutivo di Ilija) con tono allarmato. Il militare ucraino ride e dice: «Slava Ucraina», «Gloria all’Ucraina». La mamma dice: «non c’è Iliusha?». Lui risponde: «è morto. Ha fatto tre errori: si è perso, si è perso in Ucraina, è morto come un cane». E ride. Si vede il volto della madre impietrita che inizia a tremare. Lui dice: «cosa ti succede, perché ti tremano le labbra?». La mamma, con un altro telefonino, chiama una ragazza, probabilmente la fidanzata del figlio. È la ragazza a continuare a parlare con il militare ucraino. La ragazza dice alla madre: «questo è un bastardo». Poi rivolta al soldato: «non crediamo a quello che dici. Facci vedere il nostro ragazzo». Lui risponde: «non è rimasto niente di questo qui, è rimasto solo il culo, la gamba è staccata dal corpo, per fortuna è rimasto solo il telefono per chiamarvi e dirvi che lo stronzo fottuto non c’è più». La ragazza dice: «sei tu che al posto della testa hai il culo». Lui ride: «è il vostro ragazzo che dove aveva la testa adesso ha il culo, grazie all’artiglieria ucraina». Durante il colloquio si sente il pianto disperato della madre.
La ragazza dice: «facci vedere il nostro ragazzo». Lui dice: «cosa devo farvi vedere che lo stanno mangiando i cani, non abbiamo tempo per seppellire i vostri russi, li lasciamo finire ai cani, da un lato c’è la gamba, dall’altro la testa, è tutto sparso».
La madre piange e chiude la conversazione. Il soldato ucraino ride. Non è propaganda russa, è girato dalla parte ucraina, da qualcuno che riteneva di potersene vantare. La guerra è anche questo, non è mai il bene contro il male, è il male che contagia. Sarebbe meglio, certo, se le linee fossero nette, se potessimo imbarcarci in una guerra santa per salvare bambini e donne, come angeli vendicatori; siamo la civiltà, il diritto, la democrazia, dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Libia alla Siria, dalla Jugoslavia all’Ucraina. Guai ad avere dubbi, nelle ore buie e supreme.
Non è il malanimo dei professionisti dell’informazione o della politica a stupirmi, quando sospettano nelle critiche un fiancheggiamento di Putin, evitando così di rispondere alle domande. Mi colpisce l’accorato messaggio di persone semplici: «così semina confusione». È vero, così si tolgono certezze. Una è incrollabile: la Russia ha invaso. La seconda, per me, è altrettanto solida: la guerra è essa stessa un crimine e, in guerra, i crimini sono pane quotidiano. Però veniamo messi al riparo da un versione confortante: i mostri sono i russi, e solo i russi.
La loro guerra è stupri, violenze sui civili, saccheggi... non lo vedi? Questo messaggio porta a ritenere la guerra come una scelta inevitabile, come un sacrificio economico e morale cui non ci si può sottrarre. Dobbiamo stare uniti, ripetono i politici. E, in effetti, loro lo sono. Sotto l’ala di Washington e di Londra, Nato e Unione Europea rivelano piccole crepe solo sulle sanzioni. Ma il segretario generale della Nato dice che l’alleanza ha le porte aperte, e la guerra sarà lunga.
Io mi disunisco. Sono per negoziare, per trattare, per fermare la guerra. Ah, dite che voglio salvare Putin dall’inevitabile sconfitta? Vi stanno accompagnando in guerra per mano. «Chi dubita sarà sconfitto. Forse», diceva Rat-Man. Mi tengo il «forse». L’Occidente di cui tanto si riempiono la bocca ha vinto, quando ha vinto, grazie alle idee, agli stili di vita, alla seduzione della libertà: il muro di Berlino non l’hanno abbattuto i carri armati. Quando abbiamo usato la forza, abbiamo lasciato il deserto dietro di noi. Draghi dice «pace o condizionatore». Non è così, avrebbe dovuto dire «vittoria o condizionatore». Chi dubita, forse, aiuta la vittoria della pace o, almeno, immagina di poter risparmiare qualche vita, cerca di non allungare la guerra e, con essa, gli odi. Altrimenti avanti, tra allegri ragazzi morti.
21 febbraio 2020 È una classe politica modesta, che si tratti di Europa o di Libia, di tasse o di istruzione, di ricerca o di reddito di cittadinanza. Ma sul coronavirus hanno fatto di peggio, pensando che la correttezza politica (la visita alle scuole multietniche, i ristoranti cinesi da riempire) fosse la cosa più importante, che il nemico fosse il razzismo. Sordi agli appelli di Burioni, tante Alici nel paese delle meraviglie, convinti che la loro solo esibita bontà salverà il mondo. Come se ne fottono di chi dorme all'aperto o raccoglie pomodori da schiavo, una volta esaurita l'accoglienza, così se ne sono fregati delle reali possibilità di contagio. Il razzismo è un male da tenere a bada, l'allarmismo è un pericolo, certo. Le malattie, anche.
27 febbraio 2020 Oggi ho girato nel mio quartiere milanese, e qualcosa è cambiato. In un parco ho visto due giovani che si baciavano, con le mascherine penzoloni. Contrordine: niente panico. Ci sono dei guariti, anche se non diminuiscono i contagi, e persino di minori. Ma la buona notizia è che in Cina il virus avrebbe rallentato. E l'Italia? Dicono gli esperti che il coronavirus è il colpo di grazia per chi ha già problemi. E noi italiani ne abbiamo molti (noi come cittadini, noi come giornalisti, noi come governati). [...] Trascura di protestare, l'indifendibile Conte, contro l'obbligo di quarantena per gli eurodeputati italiani: ma non ci avevano raccontato che l'Europa era una madre premurosa? E il ministro della Sanità, che si è visto con il suo omologo tedesco, gli ha chiesto se qualcuno tra gli 80.000 casi di influenza in Germania è sospetto o meno? E chiedere se, per caso, si sono permessi il lusso di non chiudere bottega, mentre noi ci sparavamo sui piedi, con il premier in maglioncino nella Protezione Civile, il tutto chiuso, e il governatore di Lombardia con mascherina, e le disdette del turismo e tutto il resto. Ah, non glielo ha chiesto, gli ha spiegato come funziona il modello italiano di record dei contagi. Forse la farà Carole Rackete, questa domanda al suo Governo, meno irrispettosa e meno coraggiosa di quelle che hanno fatto a lei i media italiani. In fondo non si tratta di speronare i blindati delle Sturmtruppen. Solo un domanda sulla transparenz, come si dice in tedesco.
5 marzo 2020 Almeno stavolta. Quando mi hanno chiesto di raccontare, per la televisione, Milano in questi giorni, oltre indicarmi una durata, mi hanno raccomandato di non essere allarmista. Raccomandazione inutile, perché non amo l'allarmismo. Ma quando si parla di contagio non si può non dire che prima l'hanno sottovalutato, poi si sono detti sorpresi, poi hanno cercato di calmare le acque, poi hanno deciso di tenere chiuse le scuole in tutta Italia. È così che si guida un Paese che deve affrontare una prova dura? Dovrebbe essere: niente allarmismo sul piano sanitario, ma misure decise, chiare, senza illusioni, sulle precauzioni. E allarmismo sul piano economico, ci mancherebbe altro: se non fanno qualcosa, migliaia di piccole aziende sono a rischio. [...]
20 marzo 2020 […] Da giovane, quando ho fatto malvolentieri il mio anno e passa di naja che adesso rimpiango, ero trattorista. Che vuol dire autista di camion che trainano cannoni. In realtà ho guidato jeep che portavano la ronda, e camion con frutta e verdura, con quarti di bue congelato, e poi, per lungo tempo, acqua, in Sicilia, da distribuire alla polveriera, e anche alla popolazione civile. Ho guardato il filmato di quella televisione di Bergamo con i camion militari ordinati, in colonna, carichi di bare, diretti verso i forni crematori di altre città e di altre regioni. Era un 2 giugno al rovescio, un lutto della Repubblica, senza ali di folla, senza autorità sul palco, senza funerali, senza battimani, senza fiori. […]
25 aprile Si può celebrare il 25 aprile senza per forza spargere odio sul presente, o sul sangue che è stato versato, vincitori e vinti. È una guerra finita da tempo, possiamo dire: mai più a tutto questo. Ma già il fatto che tanti rimpiangano le due ideologie fatali del Novecento, fascismo e comunismo, che hanno avuto la fortuna di non vivere, testimonia che sono rimasti ai ceppi di partenza, non sono capaci di nostalgia del futuro. Pazienza: se qualcuno si illude, scrivendo minacciose lettere anonime o colonizzando le curve degli stadi, di risuscitare il fascismo, è fuori tempo massimo. E lo è anche chi da antifa zittisce un conferenziere o insulta la Brigata Ebraica, chi è convinto davvero che il fascismo sia dietro l'angolo, persino nella richiesta dei governatori del nord di chiudere le scuole o in qualche delirio di teste vuote sui social. Se pensa di essere un partigiano che sale sui monti - magari con la app per essere tracciabile - per ricacciare il ritorno del fascismo di quegli altri, sono film che si fanno loro. Io continuo a preferire Mediterraneo.




