Che ti piacciano o meno le storie ambientate in un orizzonte montano, il lettore curioso e appassionato dei nostri giorni se le ritrova a leggere. Ovviamente uno degli autori più letti e noti del genere è Paolo Cognetti, vincitore del Premio Strega e di tanti altri riconoscimenti con Le otto montagne, romanzo sull’amicizia e sulla natura tradotto in oltre quaranta lingue e che ha venduto milioni di copie. Ma Cognetti non è e non può ridursi soltanto al successo clamoroso di un romanzo, se vogliamo concederci un po’ di facile ironia, fortunato, né del film che ne è stato tratto. Cognetti è un uomo che vive in una baita in montagna a 1.900 metri, è un appassionato lettore di tante opere del panorama nordamericano, un saggista riconosciuto, basti pensare ai testi con cui accompagna in libreria opere di grandi scrittori quali Mario Rigoni Stern, Raymond Carver o Antonia Pozzi e, non ultima, la prefazione a Pensare come una montagna di Aldo Leopold (Piano B).
Ora, al di là dell’impegno per una vera e non utilitaristica protezione della natura, idee messe in risalto sulle pagine del quotidiano La Repubblica, quel che qui mi interessa prendere in considerazione è la sua scrittura e i personaggi che popolano i suoi romanzi. E per farlo punterei all’ultimo uscito, Giù nella valle, da poche settimane nelle librerie per il suo editore principe, Einaudi. Alcune recensioni parlano addirittura di «superamento» del valore letterario de Le otto montagne e paragonano l’autore ad alcuni nomi sommitali della letteratura americana dello scorso secolo, il che mi pare, indipendentemente dall’autore considerato, azzardato e inaudito. Spesso si eccede in commenti veneranti o stroncanti: c’è chi adora Cognetti, per quel che è e per come scrive, talora anche per il suo successo, e c’è chi lo sminuisce con stroncature feroci, temo per le stesse identiche ragioni. Credo che per molti suoi non-lettori, fu un sollievo poterlo criticare apertamente grazie a opere non pienamente riuscite, Senza mai arrivare in cima e La felicità del lupo, a detta di molti opere minori, ma sulle quali, dopo la lettura di Giù nella valle, credo di voler ritornare.
Leggendo Giù nella valle ho provato le stesse sensazioni che già avevo accumulato navigando, ai tempi, Le otto montagne, ma con un vantaggio a mio parere non di poco conto: la sintesi. Diversi autori si prodigano nella stesura di ampi romanzi, come se la dimensione o la quantità di materia narrativa prodotta fosse commisurata alle ambizioni e al respiro che si vuole dare al proprio raccontare; forse si tratta di un istinto letterario al gigantismo che in epoca di vanità editoriali si manifesta anche contrariamente ad una certa desiderabile oculatezza. Giù nella valle è un romanzo felicemente corto.
La lettura offre diversi spunti di riflessione. C’è una bestia che sta falcidiando animali in valle e nessuno sa se sia un lupo, un ibrido o un cane fuori controllo. C’è il fantasma di un padre che si è tolto la vita. C’è una natura indolente che l’uomo contamina e se ne frega di noi o ogni tanto ci punisce. C’è un mare di alcol che rincretinisce la vita delle persone. Insomma, c’è un mondo qui fuori, popolato di gente ben poco edificante, dove una certa malignità di fondo rende cattivi semplicemente per sopravvivere ad un vita bara, competitiva e primitiva. E qui nulla di nuovo, è la stessa idea probabilmente generazionale che tocca boomer e post boomer (non so se si dica così) e che accomuna diversi autori «da montagna» emersi negli ultimi 20 anni, da Mauro Corona a Matteo Righetto a Claudio Morandini. Le descrizioni naturalistiche del paesaggio sono interessanti, l’ambientazione dei suoi romanzi è stata una delle chiavi dell’affermazione, eppure non direi che rappresentino il meglio della sua scrittura: non perché non siano ponderate ed efficaci, anzi, qualcosa si impara sempre, ma non dicono cose che non si leggano anche nelle pagine di altri autori e camminatori, filosofi o poeti, naturalisti e botanici divulgatori.
Anzi, direi che la scrittura di Cognetti, così connotata oramai dal mondo agreste e montanaro, dia in parte il meglio invece quando non parla di quello, come se la montagna fosse alfine una specie di ideologia alla quale si resta legati perché i lettori se la aspettano e tu in quanto autore se scrivi devi comunque tirarla in ballo. Ma su quest’ultima considerazione mi riprometto di meditare ancora.
Le parti che trovo più interessanti, dentro le quali mi immergo con piacere, sono i dialoghi a due: ad esempio, l’inizio del secondo capitolo, «Poliziotto della forestale», tra il forestale Luigi e la moglie, Betta o Elisabetta, e le diverse occasioni nelle quali i due fratelli ritrovati, Alfredo e Luigi, un larice e un abete tanto sono diversi, i due «Balma», stanno insieme. Qui il romanzo a mio parere dà il suo meglio, anzi, no, qui, in queste scene la scrittura di Cognetti diventa precisa e suggestiva; ecco, ricostruendo e scandagliando queste intimità tra due esseri umani che «si limitano a vivere» trovo che la sua scrittura sia meritevole di lettura e rilettura. In queste scene, in questi duetti composti di parole comuni, ordinarie, animate da bisticci e litigi, da tenerezze e ricordi, non c’è nemmeno bisogno della natura selvaggia, dei boschi o della roccia, vivono situazioni che possono animarsi indipendentemente e qui sta la sapienza narrativa di Paolo Cognetti.
All’interno della manciata di umani presenti nel romanzo, una figura intrigante è certamente quella di Elisabetta, la straniera milanese che si adatta al respiro della provincia profonda, ragazza e dunque moglie di Luigi, quasi restia a volersi spiegare al lettore; non dice mai troppo, racconta con parsimonia, quasi che siano i personaggi che incontra a parlare di lei al suo posto. Ci sono ragazze del genere nei paesi, belle, a modo loro, in attesa di una svolta che probabilmente non arriverà mai. Questa sua velata ritrosia la rende interessante, mentre i due fratelli Balma non fanno che raccontare e ricordare e dire, lei, la Betta, si risparmia. La sua storia viene raccontata soprattutto nel capitolo «Donna nell’acqua», ricordando gli anni degli studi, la figura della madre, e laddove la vediamo leggere, è infatti lei che sostiene quel piccolo ponte che ci porta a un minimo di cultura, ai libri che le piacciono e che in fondo piacciono anche a noi che stiamo leggendo, come Robert Graves, Flannery O’Connor o Karen Blixen. Eppure, nonostante sia incinta, mi resta un dubbio: non lo capisco perché lei resti qui, nella valle, tra questi monti, tra questi ubriaconi, sembra quasi una punizione che stia pagando per qualcosa che ancora non sappiamo. Elisabetta vive qui come ci sono le rocce in cima a un vetta o il fiume che si gonfia d’acqua dopo la pioggia.
Terminata la lettura lascio decantare le idee per alcuni giorni. Alla fine mi dico che la nuova narrativa italiana proprio non fa per me, i romanzi nei quali si cerca di raccontare storie senza storia, fatti di atmosfere, di umanità malridotte, di futuri incerti e passati laceranti, come una certa poesia dolente che dovrebbe dimostrare chissà quale sensibilità cosmica del poeta. Perché la mia generazione non sa andare avanti senza ossessionarsi col passato e col mondo che ci sta cascando addosso? Me lo chiedo a ogni romanzo che incomincio, ogni volta, ogni giro.
La morte della donna dai lunghi capelli bianchi ha minato quella relativa calma che Immenso era riuscito ad ammansire, nella sua quasi granitica aspettativa di una vita priva di rischi. O meglio, scevra di concorrenza fra simili e di tutte quelle forme di prepotenza che oramai sembrano incatenare i rapporti fra gli umani. Abbandonando il dolore della città era salito al monte per respirare a pieni polmoni e dimenticarsi dell’uomo che era stato. O che avrebbe potuto continuare a diventare.
Ora quell’uomo è di nuovo lì, accanto a lui. Muove le stesse mani che muove lui, respira la stessa aria che respira lui. Parlotta fra sé e sé nelle stesse semilune d’ombra dove borbotta e commenta. Era certo di averlo seppellito in qualche recesso inesplorabile, magari dentro una grotta dimenticata da Dio o rinchiuso, per sempre, in un buco della terra. Invece fermenta nel suo stesso corpo, nel suo stesso sguardo, nel suo pensiero, è lui.
Cosa l’ha commosso di quel corpo pronto a esplodere che aveva trovato appeso a una corda nella baita del monte gemello? Forse le sue segrete speranze di tornare ad amare e a essere amato da una bella donna? Si sta rendendo conto che a un uomo, o quantomeno, all’uomo che lui è stato e che ora, ancora, non si è pienamente trasformato, non bastano i sussurri degli alberi che oscillano nel vento. E non bastano i canti degli uccelli all’alba e al tramonto. Non bastano i mormorii suadenti e irregolari dei ruscelli che così tanto hanno ammansito i monaci eremiti sulle montagne del mondo, nei millenni precedenti. Non basta il mondo riflesso in una goccia di rugiada. Non basta il battersi delle primavere e degli autunni, le stagioni che montano e tramontano, nel ciclo compresso delle nuove esigenze. Lui voleva qualcosa di più, qualcosa di più umano, che la compagnia indifferente delle volpi e dei lupi, dei tassi e dei castori non riusciva a fornirgli. Cibo umano, ecco di cosa sente ora un bisogno insaziabile.
Immenso aveva sperato di poter imparare. Aveva sperato di poter diventare come. E aveva sperato che quelle sue suggestioni fossero abbastanza radicali da annullare ogni altro desiderio. La grande bocca che digrigna non si è spenta del tutto, in lui, ancora ogni tanto si fa sentire. E quanto si fa sentire.
Cosa fare dunque? Tornare indietro e provare a rientrare nella città? Cambiare montagna, cambiare valle? O magari cercare di farsi accettare in qualche comunità intermedia, un monastero, un villaggio, una comune silvana? Ma non era meglio restare dov’era in attesa di maturare soluzioni più consapevoli? In qualche misura più sicure? E se poi una volta ritornato fra gli uomini e le donne si fosse accorto che le sue antiche insoddisfazioni erano tutte vere, ribadite, e quindi desiderasse nuovamente la fuga? E se gli fosse questa volta stata negata? Che cosa gli sarebbe dunque rimasto da fare? Vivere da schiavo una vita decisa da altri? Adattarsi al meno peggio? Ne sarebbe poi stato capace? Oppure sarebbe marcito in una prigione? Sarebbe stato costretto a strapparsi via la vita? Ne valeva la pena? Poteva davvero correre questi rischi? Aveva senso? La testa gli duole, a chiunque avrebbe causato lo stesso disagio; da anni non era stata più così piena e pesante.
Si maledice per tutto questo interrogarsi sul senso delle cose. Non sarebbe bastato vivere alla giornata? Non è poi alfine questo l’obiettivo che si era prefissato chiudendo la vita di prima, abbandonando la legge della città di vetro? Forse sarebbe bastato andare ad abbattere qualche albero mezzo morto nel bosco. Fare fatica, fisica, spremersi anche le ultime forze rimaste e sfinito, ritornarsene, al primo buio, nella sua abitazione da fuggiasco. La sera avrebbe avuto così poca voglia di farsi qualcosa da mangiare che si sarebbe accontentato di una minestra di castagne tiepida o forse un paio di patate lesse. O anche meno. Si sarebbe abbandonato al sonno ristoratore e l’indomani i pessimi pensieri irrisolvibili avrebbero semplicemente taciuto. Nella sua testa. Un silenzio che è il silenzio di coloro che qui sono venuti a trascorrere l’ultima parte della propria vita. Come Zen, come la coppia di giovani corridori nudi, come Cesare.
Il primo anno qui abitava un vecchio cacciatore. Una noesca barba biancheggiante serpentava giù dal mento, annodata più volte per non impigliarsi fra le mani. Cesare, così si faceva chiamare, era un cacciatore. Suo padre era un cacciatore. E suo padre era un cacciatore perché suo nonno, il padre di suo padre, era stato a sua volta un cacciatore. Generazioni di cacciatori che risalivano all’indietro i secoli sterminando selvaggina in qualsiasi bosco allungassero lo stivale. Cacciatori d’arma grossa, fucili pesanti, calibri poderosi, non si poteva mica scherzare con gente come Cesare. Quando si andava a caccia con lui si ritornava almeno con una bestia di grossa taglia. Immenso aveva visto sulle pareti della sua casupola di legno, che lui stesso si era costruito abbattendo conifere su, all’ultimo giro di alberi prima delle pietraie, la costellazione di palchi di cervo che aveva collezionato nel corso di vent’anni. Una manifestazione macabra di potenza e fede.
«Cristo, sfido qualsiasi cacciatore di queste montagne a fare meglio!» bofonchiava, tirando su col naso e pippando da quella sua vetusta pipa dal grosso fornello di legno di orniello. Ci metteva dentro qualsiasi cosa, di certo non scendeva in paese a cercare trinciato di tabacco. Ora faceva macerare e poi seccare le larghe foglie a forma di cuore di una pianta che cresce intorno allo stagno. Ora invece, in inverno, metteva da parte gli aghi di larice che triturava e polverizzava assieme a schegge di corteccia. Cesare era forse l’uomo più rude che Immenso avesse mai incontrato.
Eppure conosceva a memoria la sacra Bibbia. Soprattutto passi dell’Antico Testamento. I profeti, l’avventurosa storia di Giona, la Genesi. Del Nuovo Testamento amava le lettere di San Paolo. Invece dei Vangeli non parlava mai, d’altronde a quel figlio di Dio morto in croce non ci credeva nemmeno. Alzava le spalle e si riempiva la pipa aspettando il compiersi della notte. Uomo di poche parole, dunque di gran senno.
Fu Cesare ad insegnargli cosa fare in caso di caccia, come conservare la carne, i gesti svelti da compiersi.
«Ah ragazzo, questa che ti sei scelto non è mica una vita da signorine, qui basta un attimo e si va all’altro mondo a fare compagnia ai santi! Ci puoi scommettere quella testa che hai attaccato al collo!» gli diceva, con quel suo vociare strimpellato da castrato. Sì, la voce non corrispondeva all’attesa del corpo che si portava appresso. Non era altissimo, più o meno come lui, ma la mole, le spalle, il modo di occupare lo spazio, tutto avrebbe indicato una voce possente, minacciosa, di fondo di grotta. Invece saltava fuori una voce mezza strozzata, acuta, addirittura stridula. Forse Cesare parlava poco anche per questa ragione.
Non parlava del suo passato. Era stato sposato, tutto qui quel che gli era sfuggito una volta, ma si era subito taciuto. Figli? Un lavoro? Una tragedia? Un tradimento? O peggio? Nessuno l’ha mai saputo. Una mattina Immenso e Zen andarono a cercarlo e lo trovarono seduto ai piedi del più largo castagno del bosco. Un quaranta spanne di circonferenza, circa. Il suo corpo era appoggiato al tronco, seduto. Le gambe dritte in avanti ed il fucile fra le braccia. Quel che restava di una faccia, di parte della testa, altrove. Non aveva detto ovviamente nulla. La sua vita era finita così, in un botto di rumore e polvere da sparo. Lo seppellirono ai piedi del castagno. Il suo fucile, scarico, piantato per terra e incrociato ad un ramo. Soltanto il nome inciso sulla base dell’albero monumentale.
Cesare è quanto di più vicino vi sia stato a un mentore, a un parente prossimo, per Immenso, qui, fra questi boschi e queste cime. Le sue mani scivolano nelle scanalature delle lettere incise nella corteccia. Il castagno è un sopravvissuto. Lo ricorda con quell’affetto carico di sentimento che ti unisce ad un parente che hai amato molto, che hai rispettato, per la sua età, la sua saggezza, la sua sapienza. Non perché devi, perché sei stato con lui quel che forse avresti sempre voluto essere. Ci sono presenze che ti regalano questa condizione. Ci sono uomini, o donne, che ti fanno stare bene, mentre la vita la vivi, e poi dopo, quando quella stessa vita la ricordi. Non è poco affatto.
Immenso si inginocchia davanti alla tomba del cacciatore. Lo ricorda, quasi lo invoca. Resta lì ad attendere un segno, reale o improvviso, inatteso, una coincidenza che gli faccia capire se deve restare e attendere oppure rimettersi in viaggio. Lo vogliono i suoi piedi farsi strada? La sua testa, i suoi occhi, il suo cuore, che cosa pensano, che cosa gli consigliano di fare? Andare o restare? Adattarsi ancora una volta a questa vita da neoeremita montagnoso o rilanciarsi in un nuovo paesaggio, in un’altra valle, su un altro sperone? O magari fare ritorno fra le voci degli uomini? Cosa deve fare? Può restare e farsi torturare dalla paura di sprecare soltanto tempo?
Un lampo scintilla fra le nuvole basse che coprono le cime delle due montagne. Un alito di aria fredda si sospinge fra le piante e lo attraversano. Immenso socchiude gli occhi e resta in ascolto, di qualsiasi rumore. Un tronco che oscilla, lo schiocco di un legno, la corsa di uno zoccolo.
La pioggia ha smesso di cadere. L'autunno si è lacerato, a causa di tutta questa umidità. Dietro le montagne qualcosa si agita. Le bestie nascoste lo sentono, la pelle intercetta la vibrazione che ricade sui boschi, anche se non è chiaro, se precipiti dall'alto o fermenti dal basso. Chi è che parla, si domandano? È quel cielo decorato, lassù, oppure le rocce appuntite e seghettate?
Un eremita vive in una chiesa abbandonata. Il verbo vivere probabilmente non è corretto, sarebbe forse più lecito ricorrere a termini quali ammuffire, seppellirsi vivi, inserpentarsi. Non è mai stata sconsacrata, spesso accade alle chiese, alle piccole cappelle votive, di dimenticare a quale santo sono votate. Le cose sono distratte, talora. Ma poiché la grande chiesa delle chiese ha deciso di non spedire missionari in queste remote vie strette e singulte, la scarsità di vocazione riduce, ahinoi, la proiezione della parola del Signore Iddio. E così, in questi altri luoghi, in queste cavità estranee alla pulizia del vetro, inedite forme di spiritualità dilagano e affermano la propria esistenza. Il buddismo ad esempio, probabilmente corrotto e silvatico, non fedelissimo, nei modi, negli abiti, nei costumi al buddismo elegante, netto, che recita sutra in sanscrito o nella lingua popolare, il pali. E nemmeno al buddismo zen, nelle precise misure dettate dall'imperioso linguaggio nipponico. Un microscopico miniaturizzarsi dei respiri. E nemmeno un improvvisato, adattivo, islam delle Alpi, indigeno per così dire, spurio, rivolto ad una Mecca legnosa piuttosto che al nero sasso geografico.
A nessuno piace invecchiare. Non piace agli uomini, non piace agli animali. E non piace nemmeno agli alberi. Quando mi avvicino alle bocche vetuste mi sembra di percepirne la rabbia, il risentimento, perché come diceva quell'antico saggio cinese, tutto quel che si indurisce perderà. Così non mi è sembrata una malvagia idea adottare l'ipotesi dell'eternità prevista dai rituali. A mio modo ne avevo sempre coltivato l'impressione: una persona ordinata è una persona organizzata. Una persona disciplinata è una persona che sa cosa deve fare, ad ogni ora. Quando alzarsi, quando pregare, quando meditare, quando nutrirsi, quando uscire all'aperto. Quando affaticarsi e quando rintanarsi in cerca di fuochi amici per tenere distanti le tenebre.
Immenso, mi dico, tu non credi a quel Dio barbuto e prepotente che abita i cieli stilizzati, che se ne sta, imperturbabile, a forgiare saette mentre il figlio muore, trafitto e sconsolato su una croce, anzi, inchiodato, come una cosa. Un Dio che sosta dentro le anime atterrite dei fedeli, nelle fiammelle delle candele ai piedi dei santi e dei martiri. Non potresti fare tesoro delle parole, dei comportamenti audaci, bizzarri, delle autenticità, per così dire, di certe figure magistrali, quanto miniature dell'impaccio di essere uomini che tentano di essere migliori? Puoi appartenere ad una chiesa reale che superi, che valichi, che cammini oltre i confini della chiesa ufficiale? O sei destinato, come tanti idioti, a recitare il copione del ricettore di esoticità?
Quando ho bisogno di ritrovare speranza, di ritrovare rocciosità in questa vita flebile che mi circonda e innerva, non mi viene da rivolgermi a quel Dio. Ma non mi viene nemmeno da dire Buddha, con o senza acca. Da ipotizzare un dialogo solenne col Grande Spirito del Bosco. O Manitù, o Grande Sogno, o Montagna Sacra. L'espressione Madre Natura mi ha sempre fatto sussultare e sorridere. Che vuol dire, Madre Natura? E poi perché non Padre Natura? Avo Natura? Saggio Natura? Che modo di parlare è poi questo, eh?
Quando mi inginocchio in meditazione mi raccolgo nel passo pesante. Respiro lungo una pietraia ai margini del bosco. Tento di cucire un ordine nel mio solitario disordine mentale. Mi viene da pensare che esista una forza, un legame che unisca sì, tutte le forme di esistenza. L'albero, la cascata, il volo del falco, il ciclo della vita ed i miei pochi amici raminghi, come l'orsa della grotta numero cinque, che per fortuna ho incontrato una sola volta. Che cosa ci unisce? Che cosa ci separa? Che cosa ci parifica? Qualcosa esisterà, qualcosa deve sussultare fra di noi, legarci come un filo unisce le perle di una collana. Anche se non so spiegarlo. Non so trovare le parole, non so raggrumare i pensieri adeguati.
L'eremita buddista che indossa una zimarra scura già banchetto di tarme secolari, mi ha prestato un libretto. Lo sfoglio ricominciando le prime pagine da diverse lune. Mi ha fatto compagnia già per un intero inverno, una primavera e l'estate. Questa che sta per cominciare, al termine delle piogge di nord-ovest, sarà la quarta stagione di convivenza con i monaci dalla testa rasata. Continueranno a confabulare ordini, a raggranellare segreti e novelle, alcuni vecchie di mille calendari. Una figura che è rimasta impressa è un monaco persiano, o indiano, dal nome di Bodhidharma. Le pagine assicurano che sia rimasto, secondo leggenda, per nove anni seduto in meditazione rivolto ad un muro. Così ha raggiunto il risveglio. La chiarezza. La consapevolezza. Un pettegolezzo accerterebbe che gli siano addirittura cadute le labbra, dopo quegli anni di infermità volontaria e ostinata. Sarebbe sempre lui ad aver fondato il celebre tempio shaolin dove si praticano esercizi fisici estremi e un rigore senza precedenti. C'è anche un disegno di questo monaco: barba incolta, spalle larghe avvolte dentro un mantello, seduto sopra la paglia, fra montagne, fronde e sotto una luna piena. Mi assomiglia, quella faccia rotonda. È vissuto oltre millecinquecento anni fa. Tanto tempo, miriadi di stelle esplose, innumerevoli concatenazioni di stagioni.
Ai miei occhi il bosco è un ventre generoso. Ai tempi in cui la gente si incontrava e discuteva, avevo sentito molti scienziati e divulgatori sbragarsi in lunghe dissertazioni sulla necessità di difendere le aree boschive e forestali, anzitutto per tutelare la biodiversità naturale. Sempre e puntualmente si esibivano motivazioni di carattere scientifico. Poi, quando tutto questo non bastava, si iniziava a condire la retorica di pace, di serenità, di bellezza, di benevolenza universale. La pace che si conquista passeggiando nel cuore di un lariceto dorato a fine ottobre. La serenità di scarpinare lungo i sentieri di un bosco folto e fitto e poco frequentato dal turismo di massa. La bellezza estetica di certi canti gregoriani silvestri che s'innalzano ai piedi degli alberi più alti e più grandi che resiliano, come piace dire a chi ha studiato e lo intende far ben chiaro. La benevolenza universale che spira nei cuori di tutti gli esseri se si fanno gonfiare l'anima da tanta generosità. Un bosco vive di se stesso: chi lo abita, chi lo attraversa, chi lo affronta, offre nutrimento a tutti.
Oggi che le città sono scisse e autonome, inespugnabili e impenetrabili, chi come me indossa la vita antica, abita un negativo della realtà, un diametralmente opposto, un in-cavo percepito come una creatura offensiva. Pochi direbbero che il bosco è soltanto incanto e bellezza, pace e serenità; certo, altri squadernati come me, ma forse nemmeno i cenobiti, come quei francescani che si addensano in un romitaggio annidato sulla montagna gemella a questa, manciata di anime pie, dedite alla lettura e alla copiatura miniata di testi medioevali. Vivono di erbe e castagne ma non dialogano coi solitari svestiti. Nemmeno per loro il bosco è benevolo. Oramai l'uomo sa che la natura punta alla vita, che tutto quel che ha da dare e da condividere richiede sempre un prezzo, e non di rado abnorme, totale.





