Premetto che non guardo il Festival di Sanremo, non certo per snobismo, solo perché, banalmente, amo andare a letto presto (mi sveglio, senza sveglia, alle 4 per scrivere). Tanto so che un giovane amico (lui deve guardarlo per professione), lo registra e me ne manda una sua breve sintesi, dopo la penultima sera.
Sa che, non essendo il Var, il vincitore non mi interessa. Una sintesi targata estrema sinistra la sua (lo stimo molto, è un ragazzo perbene, orgogliosamente del Partito comunista di Marco Rizzo, come lui del Toro) con un commento ironico: «Ti aggiorno sull'evoluzione della comunicazione politica al tempo dei tuoi amici delle Ztl».
Sanremo è nato all'inizio di quel periodo storico che si chiamerà poi «miracolo economico». Quelli che l'hanno vissuto sono rimasti legati alle grandi infrastrutture realizzate in tempi record, ai salti tecnologici e sociali che tutti insieme abbiamo realizzato, orgogliosi dei ponti che venivano costruiti per collegare il Nord e il Sud, certi che non sarebbero mai caduti, e se lo fossero sarebbe stato un orrendo crimine.
Sanremo aveva un pendant tecnologico, la Fiera campionaria di Milano. Noi giovani proiettati al futuro ogni anno la visitavamo per capire dove stava andando il mondo. Scoprivamo l'esistenza dei boiler casalinghi (quando uscì la prima acqua calda dal nostro boiler, che si era preso tutti i nostri risparmi, mia mamma pianse), non solo, c'era addirittura un aggeggio elettrico che sminuzzava frutta e verdura, e queste le potevamo finalmente comprare al mercato, e non rubarle dal campo del vicino, come in tempo di guerra. Dopo venne la raccolta dei depliant al Salone dell'auto di Torino: per anni ho avuto in casa tutte le auto più prestigiose.
Queste due manifestazioni indicavano le tendenze tecnologiche del futuro. Il Festival di Sanremo era ancora una fiera paesana piena di suoni e di paillettes per trascorrere qualche ora spensierata, rigorosamente dopo il lavoro. Sanremo fu subito, come ovvio in modo mascherato, un soggetto politico-comunicazionale, divenne la fiera via via finto paesana del mitico pentapartito, poi del cattocomunismo, quello che oggi si chiama Pd-M5s. Allora le élites erano a destra, oggi fingono di essere a sinistra, in realtà non è cambiato nulla, al potere ci sono sempre loro, saldamente e spregiudicatamente. E i loro maggiordomi dei media esaltano la parola chiave per tirare a campare, ieri «volare», oggi «accoglienza». Ieri il bel canto in frac, oggi il meticciato in smoking. Nulla è mutato. Solo i virus asiatici ormai sono ancora liberi di mutare.
Guardando la sintesi televisiva, preparatami in modo professionale, seppur scaltro, dall'amico, analizzati i dati di share (noi apòti crediamo solo allo share, così come ai voti nell'urna, perché contano solo i cittadini) Sanremo è come la Seria A: affascina e rapisce, vecchi, giovani e meno giovani. Persino i bimbi piccoli vogliono stare svegli per vedere l'ultima hit del rapper. Peccato che siano a letto quando l'Achille de noantri (per fortuna loro sono ancora legati al Pelìde, mi raccomando l'accento, diceva la mia insegnante delle medie, è un patronìmico) ha scambiato il palco dell'Ariston per una toilette ferroviaria. Però la mutanda è dorata e marchiata Gucci.
Il successo di Sanremo è pure certificato dal web, che da lei riceve linfa e macina click, in un infinito scambio di amorosi sensi. A dimostrazione che la tv generalista non è morta e sepolta, come ci dicevano, con troppa fretta, i colti. E non pare essere neppure uscita di casa, pardon dal tinello-cucinino.
E ora che fare? Aspettare sereni Sanremo 2021. Sarà un'edizione bomba, ne sono certo. Pensate al mutamento antropologico dell'umanità che ci sarà nei prossimi 12 mesi. Da oggi la fabbrica di iPhone di Shenzhen, alla quale siamo tutti devoti, produrrà, anche e soprattutto, mascherine antivirus. Lo ha deciso Xi Jinping, sia per salvare la cadrega, sia per gli ordini della Organizzazione mondiale della sanità. A breve tutti dovranno avere il loro set di mascherine, sarà la nuova carta d'identità universale.
Ci rendiamo conto a che mutamento culturale stiamo andando incontro? Allegria, diceva Mike nelle sue cinque conduzioni di Sanremo (erano gli anni in cui nacquero i miei figli). Mi chiedo, Achille, nel 2021, si presenterà «total nudo», con la sola mascherina antivirus d'ordinanza?
Zafferano.news
Da anni scrivo di Alitalia, negli ultimi 15 la storia di Alitalia si ripete ciclicamente. Diversi investitori e manager di varia estrazione (pubblici e privati, con esperienza nel trasporto aereo e no) e nonostante l'iniezione periodica di capitali o varie forme di sostegno pubblico (finora lo Stato ha gettato nella fornace Alitalia almeno 8 miliardi di euro, i politici attuali non lo dimentichino, perché i cittadini lo ricordano) non sono riusciti a riportare i conti in equilibrio e a rilanciare la compagnia.
Anche prescindendo dai risultati economici, non si è neppure riusciti a far ritrovare all'azienda quel ruolo di prestigio che le era universalmente riconosciuto nei suoi anni d'oro, grossomodo prima della deregolamentazione del settore.
Le ragioni di tali periodici insuccessi sono state analizzate, negli anni, e discusse a fondo nel dibattito pubblico e fra gli addetti ai lavori (assenza di adeguati piani industriali, mancati investimenti sulle tratte a lungo raggio, ricavi unitari inferiori ai concorrenti, inefficienze nella gestione…). Non è stata però mai messa in discussione l'idea alla base delle diverse azioni intraprese: la ricostituzione di una «compagnia di bandiera», sul modello di quelle presenti in altri Stati europei, prevalentemente strutturata per servire i diversi segmenti della domanda interna per il breve o il lungo raggio, attraverso un modello operativo a rete («hub and spoke»). Contemporaneamente, da un lato circola l'idea di Alitalia come vettore del made in Italy nel mondo, dall'altro si riscontra la grande attrattività del nostro Paese come destinazione turistica internazionale di fascia medio-alta. Non è però chiaro come questi due concetti si possano concretamente ricondurre alla nozione di «compagnia di bandiera» per definire un piano industriale coerente, visto che la maggioranza degli italiani e di coloro che vengono in Italia non viaggiano ormai più con Alitalia.
La sostenibilità economica di un modello di trasporto aereo a rete è legata a dimensioni operative ormai di svariate volte superiori a quelle di Alitalia (si pensi alle dimensioni dei principali vettori europei tradizionali, quali Lufthansa, Air France o British airways). Difficile pensare che Alitalia possa competere su questo terreno reperendo sufficienti capitali attraverso gli azionisti di riferimento del momento, pubblici o privati, oppure sul mercato. Anche un'alleanza con uno dei vettori maggiori competitor su questo terreno non può portare a un modello di esercizio compatibile con l'idea di compagnia di bandiera o con il raggiungimento di obiettivi di interesse nazionale.
D'altra parte, l'Italia ha un forte potenziale attrattivo nei confronti di vasti settori del ceto medio e alto nei Paesi emergenti, ma non sembra che sia disponibile sul mercato del trasporto aereo un prodotto specifico per questo segmento. Tutte le compagnie aeree tendono infatti a sviluppare un prodotto principalmente pensato per la clientela della nazione in cui sono radicate (a partire ad esempio dalla lingua a bordo, dai servizi offerti...), ragionano cioè soprattutto per servire la domanda di mobilità generata più che attratta nel territorio. Una compagnia aerea localizzata in un Paese fortemente attrattivo potrebbe però per prima ribaltare questa prospettiva, focalizzandosi soprattutto sui flussi in ingresso, con un modello di business innovativo e finora non praticato dalla concorrenza.
Chi vuole conoscere la vera situazione di Alitalia si abbeveri alla fonte di Andrea Giuricin (università Milano Bicocca e Istituto Bruno Leoni)
Su Alitalia, nell'autunno scorso, ho elaborato una business idea (sia chiaro un'idea di business non è né un progetto, né un piano, è un'idea, nulla più). Ritengo opportuno non parlarne in questa sede perché quest'idea si basa su un presupposto: lo Stato esca dal business procedendo alla vendita degli asset secondo la modalità classica dello «spezzatino» per eventualmente rientrarci in parte (scenario Barack Obama-Chrysler). Per uno sfilamento dello Stato da Alitalia questo potrebbe essere il momento buono, per la congiunzione astrale di svariati fenomeni politici.
Solo la Lega oggi potrebbe assumere una tal decisione, pur sapendo che andrebbe incontro a due rischi: 1. Il governo cade; 2. Il presidente della Repubblica, severo custode della Costituzione, potrebbe non indire nuove elezioni e Matteo Salvini si troverebbe in braghe di tela, a meno che abbia un piano B.
Ho fatto una mia indagine conoscitiva su un certo numero di elettori della Lega (quelli che l'hanno però votata solo alle europee), quindi che non appartengono al nocciolo duro del 17% del 2018% e che sono insofferenti degli ultimi atteggiamenti pubblici di Salvini (parla troppo, spesso a sproposito, con linguaggio verbale non appropriato e un linguaggio del corpo non idoneo). Sia chiaro, valore statistico di questa mia indagine: zero.
Ho provato a fare una sintesi: questi elettori si sentono innanzitutto cittadini e solo in un secondo momento viaggiatori aerei. Certo, vorrebbero e sarebbero orgogliosi che il nostro Paese avesse una compagnia di bandiera competitiva e ambasciatrice dell'italianità nel mondo, ma ora hanno mangiato la foglia e intuito che la nazionalizzazione di Alitalia sarebbe solo l'ennesimo cul-de-sac sia per l'azienda (che ormai manca della cultura necessaria al buon esito dell'operazione) sia per un governo che sta rapidamente raggiungendo quella che in aeronautica si chiama «vite», ovverosia uno stallo asimmetrico in cui una semiala (i 5 stelle) fornisce una portanza minore dell'altra (ed è un paradosso, dal momento che in Parlamento questi ultimi hanno numeri doppi della Lega).
Sta alla Lega, secondo questi elettori, fare quello che fanno i piloti esperti per evitare lo schianto: applicare il timone in senso contrario alla rotazione della vite. In altre parole, ai suoi nuovi elettori palesatisi alle europee interessa che Salvini mantenga le promesse e non pensi che il loro voto sia un paracadute di emergenza. Solo così, almeno quelli non dello zoccolo duro, lo voteranno di nuovo.
Oltretutto il business dei vettori aerei, almeno a mio parere, non è un settore in cui investire, ma piuttosto «disinvestire». Nel prossimo decennio occorrerà prendere decisioni importanti sul tema dell'ambiente, fare tagli energetici pesanti e il settore aereo sarà fra i più tartassati (persino Greta Thunberg e Carola Rackete ormai preferiscono il treno, anche per andare in Cina), viaggiare in aereo, oltre che costosissimo, diventerà volgarissimo, come fumare, bere bevande gassate, mangiare carne.
Certo, per la Lega rifiutare la nazionalizzazione di Alitalia comporta la sconfessione di Luigi Di Maio quindi la possibile caduta del governo Conte. Come studioso di business e di management non c'è dubbio che il destino di Alitalia debba compiersi, buttare ancora quattrini (che non abbiamo) in quella fornace grida vendetta, occorre capire se Salvini sia pronto per una decisione di tal fatta.
zafferano.news
Credo sia giunto il momento di spogliarsi dei panni (caldi) dell'analista politico strutturato e di regime, che si tiene aperte diverse opzioni, ma al contempo spinge per quella gradita alla linea politica del giornale o della tv/radio, o del salotto di riferimento. Per fare esempi geograficamente lontani, affinché nessuno di noi si offenda, riferiamoci a Paul Krugman o a David Letterman che scrivevano o intervistavano secondo un copione preciso: tappettini verso i compagni di merenda, spietati bullmastiff verso i nemici dei compagni di merenda.
La mia previsione su quale governo nascerà si basa su alcuni presupposti basici, semplificati e stressati in modo radicale per far capire meglio i problemi.
1 Mai come questa volta il popolo è stato chiarissimo: basta governi filo establishment in politica interna e succubi del duo Merkel-Macron in politica estera ed economica.
2 L'Ulivo (Pd, Leu, Bonino), orfano dell'unico leader vero della Sinistra 2.0 Matteo Renzi, può essere «scalato» facilmente da Di Maio: inutile fare un accordo con quel che resta.
3 Forza Italia è un asset di Mediaset di valore ormai dubbio, nel grande risiko telecomunicazioni-media, Matteo Salvini se ne può impossessare facilmente, senza scambi contro natura.
4 Chi fra Di Maio e Salvini tentasse di fare un governo da solo, uno con il Pd, l'altro con Fi e Pd, si suiciderebbe. Quello rimasto all'opposizione, alle prossime votazioni se lo mangerebbe.
5 Se si mettono insieme invece riconducono il presidente Sergio Mattarella al suo ruolo (alto) di notaio del volere popolare. Oltretutto Mattarella non è né Oscar Luigi Scalfaro, né Giorgio Napolitano: è un fedele e sincero servitore della Costituzione.
6 Un governo M5s-Lega-Fdi attirerebbe, in Parlamento, maggioranze bulgare, i peones delle varie minoranze, pur di rimanere a Roma cinque anni, diventeranno, nei fatti, governativi. Così com'è un'arma spuntata quella di Berlusconi se minaccia il ritiro dalle giunte di Veneto, Lombardia, Liguria. Nessuno lo seguirebbe.
7 Il programma? Quattro punti: modifica (non cancellazione) della legge Fornero (loro collante ideologico); lavoro-immigrazione (altro collante); tasse; reddito di cittadinanza. Europa? Nessuna rottura, intenderla come la intendono tedeschi e francesi, prima i propri interessi, nessuna cessione di sovranità, poi il sogno europeo.
8 L'establishment minaccia drammatici pericoli esterni con un governo di tal fatta. Sono credibili nello scenario 2018 un minigolpe tipo 2011 o un'operazione Grecia da parte di Merkel-Macron-Bce-Fmi? Hanno la forza di farlo? I «mercati», gli unici che contano, amano comunque governi forti. A un anno dalle elezioni europee a Merkel-Macron conviene una guerra contro di noi? La Brexit è a metà del guado, Trump è sempre più aggressivo, Erdogan è sempre più minaccioso (se apre il corridoio balcanico ai migranti per Merkel è la fine), c'è un Putin riconfermato e sempre più con il dente avvelenato: se si fanno accuse si portano le prove (geniale la sua battuta «se si fosse trattato del gas nervino nostro sarebbero morti all'istante, quello è un prodotto inglese»).
9 Chi sarà il nuovo presidente del Consiglio? No problem. Nella panchina delle riserve della Repubblica figure idonee, gradite sia a Di Maio che a Salvini, ci sono.
: E i due dioscuri che faranno? Azionisti al 50% del governo e del Parlamento secondo un preciso protocollo operativo. Cinque anni insieme, poi, bipolarismo all'americana.
Invito i lettori a considerare questo Cameo il divertissement di un vecchio signore che ha deciso di vivere negli interstizi, di eccitarsi intellettualmente con la politica, le sue strategie, le sue tattiche, sempre più fiducioso che un suo sogno senile si avveri: la generazione Z possa prepararsi ad andare al potere, liberandosi dell'osceno Ceo capitalism dei loro padri che li sta castrando.
Di Maio e Salvini? Due giovani, due persone comuni, due strumenti che la storia chiama ad essere levatrici incaricate di fare un lavoro sporco di pulizia. Tutto qua.





