All’Università di Firenze, Scuola di Economia e Management, ci sarà una lettura congiunta autore-studenti del Libretto Appunti per una lezione di vita, sottotitolo Capire è difficile . Ne seguiranno altre in Università e Politecnici che lo hanno già richiesto o che lo chiederanno. Il Libretto viene donato ai partecipanti dall’autore-editore prima della lettura congiunta. Per i privati le modalità le troverete nella «quarta di copertina» del Libretto. Se volete diventare mini sponsor del Libretto contattatemi.
Questo Libretto nasce dal sogno di riportare - nell’arco di un decennio - molti nuovi o vecchi ex lettori (specie giovani, di qualsiasi età) alla lettura di libri, riviste, giornali, attraverso prodotti e modalità di nuovo tipo, con schemi, approcci, modalità, di nuovo tipo.
Ricordando un momento lontano - anni Ottanta del Novecento - mi è venuta l’idea di pubblicare un libretto per illustrarne poi, a voce, il testo, esplicitandone i passaggi chiave e il non detto, trasformandolo quindi in una «lezione di vita», in particolare per i giovani di qualsiasi età.
Gianni Agnelli, allora mio presidente, amante di libri di successo, specie saggi, mi raccontò la tecnica che usava per ben assimilarli senza doverli leggere. «Affittava» per un giorno l’autore che doveva raccontargli l’intero processo creativo, leggendo insieme i passaggi e le frasi topiche, seguendo sì l’indice, ma con ampie digressioni e svolazzamenti laterali. In questo caso, mi offro di essere io affittato da voi, però a titolo gratuito.
Questa la mia mission. Per un vecchio autore come me, leggere insieme a un giovane questo libretto significa trasferirgli non solo conoscenze, ma anche l’anima del libro. Tutti noi adulti, soprattutto se colti, ci lamentiamo che i giovani non leggano, ma non andiamo al di là dal fare battute spesso da bar. Di passare dalle chiacchiere al fare, nulla. Il presente libretto, in questo senso, è rivoluzionario, essendo nato come proposta banalmente pratica. Vorrei che casi come questo - ricordiamolo, è una modalità sperimentale - si moltiplicassero all’infinito. Personalmente, sono a disposizione.
Senza il timore di cadere nel velleitarismo, si assume che la Politica e la Scuola siano mature per un nuovo paradigma didattico come questo, interdisciplinare, soprattutto orizzontale, che fornisca non solo lezioni di sapere, ma anche «lezioni di vita». La scommessa insita nel libretto è riuscire a sottomettere la tecnica e l’ideologia della produttività alle regole del modello organizzativo prescelto. In questo caso la modalità di narrazione è più importante del contenuto narrato, puramente strumentale all’obiettivo.
Gli appunti con cui questo libretto è stato costruito hanno un punto fermo: il tema e il contenuto devono far riflettere e cambiare il nostro modo di raccontare la realtà, ma deve essere tassativamente escluso l’indottrinamento, comunque articolato o mascherato.
C’è chi si è chiesto cosa resterà di quella che fu chiamata la Galassia Gutenberg che ha animato la storia della modernità, attraverso libri, riviste, giornali, e se la stampa quotidiana, corpo intermedio per eccellenza, riuscirà ancora a traghettare i meccanismi base dell’informazione delle democrazie liberali, oggi sempre più fragili. Perché fragili e difensivi sono i nostri pensieri e le nostre posture per affrontare e dominare gli scenari futuri. Noi europei intuiamo che quello che chiamiamo «ordine mondiale» con allegato «diritto internazionale», fatto nei secoli a nostra immagine e somiglianza, sta per saltare. E anche il nostro ceo capitalism, ora che vengono alla luce sempre più tabernacoli secondari - per usare la terminologia di «IDEA» - si sta sgonfiando. Questo mi ha portato a scegliere il cosiddetto Scenario 17 come riferimento per questa sperimentazione di orizzontalità culturale.
Il libretto consta di un incipit - concepito per fare una prima conoscenza fra autore e lettore - e di due soli capitoli. Uno ove la narrazione si snoda attraverso un fil rouge studiato dall’autore per assemblare frasi e parole di personaggi della cultura e del giornalismo, di riconosciuta indipendenza e competenza, sperimentando così le «lezioni di vita» su un tema di grande attualità, come «La geopolitica spaziale America-Cina». Ho utilizzato nell’analisi di scenario il «Caso Svizzera» come riferimento politico, economico, culturale, giudicandolo, in questo senso e in questo momento storico, il laboratorio più avanzato dell’Occidente, per la sua interpretazione del dominante e allo stesso tempo decadente ceo capitalism.
Nel secondo capitolo, invece, viene scelto dall’editore-autore, in totale solitudine, lo «scenario» di riferimento (nella fattispecie, il «17» su un ventaglio di 19), avvalendosi dei contributi sapienziali di Giovanni Maddalena, filosofo del gesto. Il libretto raccoglie e sistematizza una serie di appunti, frasi, singole parole, e come tale dev’essere letto, eventualmente usato. Sono «appunti» che vanno a comporre una narrazione vocale autentica, una «lezione di vita» per giovani di qualsiasi età.
In questo progetto-sogno l’editore-autore non intende svolgere forma alcuna di leadership, ma limitarsi a dare contributi, mettendo a disposizione i suoi studi - in un arco temporale di oltre settant’anni - sul management di organizzazioni complesse, sui modelli organizzativi, sulla sua proposta del modello IDEA e sui suoi tabernacoli secondari (rimando alla metafora-definizione di IDEA: «ostie o scadute o decomposte» nelle filiere del potere).
Il libretto è stato scritto in base alle tre assunzioni di IDEA: 1 ragionare per scenari; 2 decidere per controintuizione; 3 parlare e scrivere per metafore. A titolo esemplificativo, qua è stata messa in discussione anche la filiera «scrittore/giornalista-editore-stampatore-distributore-libreria-lettore» e i relativi «pesi», oggi totalmente sbilanciati a favore del business rispetto agli obiettivi editoriali ed educativi. Quindi la scoperta e l’accecamento dei tabernacoli secondari che, col tempo, hanno alterato il meccanismo di creazione di prodotti a forte base culturale.
Per favorire la costituzione di un’editoria che diventi un Chiostro di approfondimento interdisciplinare, questo libretto verrà, in termini promozionali, presentato in Università e in altre organizzazioni culturali che lo vorranno. Verrà usata una tecnica innovativa: l’autore non si limita a scrivere, ma racconta a voce il processo che lo ha portato alla configurazione finale del libretto, esplicitando anche i tanti non detto o gli eventuali tabernacoli secondari che ha dovuto superare.
Riprendo la frase finale con cui si chiude: «Questo libretto, scritto da un ultranovantenne, vissuto in un altro millennio, ma innamorato del futuro in cui vivranno i suoi nipoti, non auspica certo l’imbarazzante mondo qua descritto. Questa tipologia di simulazione del futuro è concepita come ’lezione di vita’ per giovani di qualsiasi età che vogliano assumere una postura culturale per un futuro che si può, con assoluta certezza, ipotizzare diverso dal passato e dal presente. Scrivere scenari è la sintesi del pensare, lo si fa passeggiando nella natura e nella vita, e osservando le persone con lo sguardo del «viandante». Sogno tanti giovani «viandanti», a partire dai miei quattro nipoti, orgogliosamente tutti Gen Z, la generazione che avrà la responsabilità di governare il mondo nel XXI secolo».
Post-Scriptum: questo libretto è uno dei figli prediletti di IDEA, attrezzata per operare nella Rivoluzione Robot-Algoritmi in corso. Questa Rivoluzione, spesso all’insaputa di molti di noi, iniziò negli anni Ottanta del Novecento e in essa e con essa sono vissuto. Infatti, allora come ceo di un’industria di vernici vissi la sua prima fase: si procedette a sostituire la classe operaia, che pur essendo poco pagata non era «competitiva», con i robot di verniciatura. Cinquant’anni dopo ho avuto l’opportunità di vivere come studioso di scenari la seconda fase di quella Rivoluzione, rivolta agli aspetti burocratici e gestionali del rarefatto mondo del business, che riguarderanno miliardi di ore di lavoro, questa volta effettuate in gran parte dalla classe patrizia, molto ben pagata, che ora possono essere svolte meglio e in poco tempo grazie all’Ia. Questa Rivoluzione potrebbe assumere dimensioni rilevanti, con profondi stravolgimenti culturali, sociologici e politici. Mi auguro che venga portata a termine, perché innovazione e progresso sono nel Dna umano e non possono essere contrastati: personalmente suggerisco di cavalcarli.
Questo Cameo è stato scritto due settimane dopo l’evento, quando tutta la fuffa comunicazionale dei primi giorni si era già depositata, ricoperta da neve fresca sullo scheletro lurido del Le Constellation. C’est la vie!
Parto dalla fine della cerimonia funebre, quando si spengono le luci sulla commozione (autentica!) per le giovanissime vite perse o segnate per sempre. A questo punto si scatenano gli istinti animali di quelli che accusano e di quelli che si difendono. Di qui in avanti vale tutto. Altissima la posta in gioco, per una società ultra monetizzata come questa, dominata dal «chi deve pagare i danni»?
Ho intervistato due personaggi della società civile svizzera, due amici, un banchiere d’affari (XY) e uno psicanalista (XZ) facendo loro la stessa domanda: «Avete colto anche voi, in questo caso, appena avvenuto, la rapida tendenza degli adulti a colpevolizzare i comportamenti dei giovanissimi presenti (la serata era dedicata a loro) accusati di aver filmato invece di fuggire? Hanno rispolverato il noto «narcisismo digitale» come se la causa principale risiedesse, non nei comportamenti degli adulti (politici, legislatori, costruttori, gestori, controllori comunali e cantonali) ma in una patologia generazionale legata allo smartphone e alla sua cultura, che pure c’è ed è grave, ma che qua non centra nulla.»
Dice il banchiere d’affari: «Mi sono sentito emotivamente coinvolto, e come non potevo non esserlo quando vedi ragazzini di quindici anni avvolti dalle fiamme e la padrona del locale mettersi in salvo abbracciata alla cassa. La mia prima reazione fu di difesa della nostra cultura giuridica dagli attacchi scomposti giunti dalla stampa ideologizzata dei nostri vicini francesi e italiani, condividendo le precisazioni del nostro presidente Guy Parmelin “Siamo un Paese fondato su rigore e affidabilità che deve saper prevedere questo genere di rischi”. Precisazioni però giunte dieci giorni dopo l’evento! Quando, caro Riccardo, hai avuto la cortesia di presentare a me e ad altri amici svizzeri il grande lavoro fatto su IDEA e sui modelli organizzativi delle organizzazioni umane complesse, ero rimasto molto colpito dalla tua intuizione sull’esistenza dei Tabernacoli secondari. Quelli dove, dicevi, sono custodite le ostie «scadute» o peggio «andate a male». E aggiungevi come questo scenario fosse impossibile da descrivere con lo scritto, ma solo integrandolo, a voce, con esempi di vita vera, vissuta. Tra i tanti esempi che ci avevi fatto a voce, quelli di Fiat, di Alitalia, etc. c’era pure quello della vendita di un’azienda pubblica in cui l’acquirente pagava sì un certo prezzo ma doveva sottostare a protocolli formali rigidissimi in termini di controlli, tranquillizzando così Parlamento e opinione pubblica. La genialità (si scoprì poi criminogena) fu che il Contratto di vendita era addirittura il Tabernacolo, con un testo all’apparenza spietato sugli impegni formali, ma che in sede di controllo burocratico era congegnato in modo che i vincoli sarebbero stati bypassati facilmente con acconce modalità di execution. Per fortuna, la nostra ex consigliera federale Micheline Calmy-Rey (purtroppo ottantenne) declina così i tuoi Tabernacoli: «Basta agli accordi segreti e ai legami insani fra politica e interessi personali»! Sarà così anche nel caso del Le Constellation?
Lo psicanalista chiosa: «Dal punto di vista psicanalitico ricorrere al «narcisismo digitale» è una semplificazione difensiva. In certi casi, la psiche entra in uno stato di sospensione del senso di realtà, quindi tendiamo a ricercare segnali esterni che ci aiutino a interpretare la situazione. Segnali di norma provenienti dal mondo adulto o dalle istituzioni per cui quando questi sono assenti o inefficaci, noi ci troviamo soli con le nostre difese primitive. In questo senso l’atto di filmare diventa un tentativo di trasformare un problema in un’immagine da noi più controllabile. Chiediamoci come i giovani reagiscono ad adulti che faticano a esercitare il loro ruolo di genitori, di nonni, di docenti, affidandosi alla delega, alla tecnica, e non alla loro propria funzione simbolica. Quando una società finisce per chiedere ai più giovani di essere più maturi degli adulti, di certo il problema non è lo smartphone, ma negli adulti che, più o meno scientemente, si stanno ritirando dalla scena della vita vera dei figli.
Con le due interviste il mio contributo giornalistico dovrebbe finire qua, ma non per me. Questo evento, come un’infinità di altri da oltre trent’anni a questa parte (caduta del Muro) è figlio dei due grandi imbarazzanti compari che hanno segnato la mia vita, professionale prima e di studioso poi: il CEO capitalismo e il modello organizzativo patrizio dei Tabernacoli. Entrambi fortemente interconnessi e molto presenti in questa e in tutte le altre vicende di questo tipo.
Lo dico brutalmente, il falò umano di Crans Montana è stato semplicemente un omicidio ritardato da parte di imprenditori e di istituzioni (poco importa se corrotte o inette o maldestre: in termini di colpevolezza sono la stessa cosa).
Circa la critica fatta ai giovanissimi di voler filmare l’incendio anziché fuggire, siamo noi adulti occidentali, di ogni tendenza politico culturale, che abbiamo disegnato algoritmi concepiti per scegliere quali contenuti proporre e in base alla domanda ripeterli all’infinito. In altre parole, guardando di continuo frame o video del dramma di Crans Montana, lo smartphone continuerà a farcelo vedere, peggio, più lo richiediamo più lo ripeterà, avendolo così trasformato in un bene di largo consumo. Perché noi abbiamo affidato l’informazione ai markettari di ogni tipo e specie, cessando di essere non più persone ma miserabili consumatori.
Povera Gen Z quando si accorgerà che noi adulti per vivere le nostre esistenze al di sopra delle nostre effettive possibilità, non solo sottoscriviamo debito che loro dovranno onorare, ma gli abbiamo pure imbandito una tavola di saperi finti, di cibi finti, di luoghi finti, talmente stressati che prendono fuoco allo scoccare di una solitaria scintilla. La Gen Zeta sarà diventata adulta a Crans Montana solo se avrà capito di che pasta sono fatti gli adulti del mondo in cui sono capitati.
Un mondo dove l’imprenditore scappa con la cassa, il magistrato sceglie la cautela, dando la sensazione che preferirebbe non esserci, i politici locali e nazionali fanno lo gnorri, al massimo si definiscono maldestri, ma si capisce che nessuno vuole pagare pegno (anche in questo caso ci sarà un Tabernacolo protettivo?).
Il caso Crans Montana si è desolatamente chiuso con una cerimonia funebre sobria, struggente, perfetta, e dall’impeccabile scenografia svizzera. Qua erano presenti tutti i presidenti che dovevano esserci, tutti commossi, come da copione.
Zafferano.news
Premetto che non ho interesse alcuno verso l’attuale politica politicante, tutta ideologica e partitica, in Italia centrata sul periferico duo Meloni-Schlein. Sono invece molto interessato agli scenari geopolitici mondiali del XXI° secolo, il siparietto di fine febbraio nel mitico Studio ovale della Casa Bianca fra Volodymir Zelensky, Donald Trump, J. D. Vance mi ha piacevolmente colpito, avendolo trovato un innovativo modo di fare «comunicazione diretta presidente-cittadini», saltando gli imbarazzanti mediatori politico culturali intermedi, a valore aggiunto zero o negativo. Silenzioso il solito controcanto delle solite cornamuse.
L’amico XY, il banchiere svizzero noto ai lettori di Zafferano, mi ha fatto una curiosa proposta: invertire i nostri ruoli attuali. Questa volta sarà lui a intervistarmi, e ha deciso di farlo su J. D. Vance, quello che lui pensa essere il futuro presidente degli Stati Uniti. Detto e fatto. Eccola, l’intervista:
XY Vorrei un tuo giudizio sul vice presidente degli Stati Uniti, visto che ha un profilo che ricorda il tuo, anche lui è stato prima plebe poi patriziato.
RR L’hai notato, Vance indossa ancora calzini plebei a mezza gamba? Lo farà per compiacere i suoi elettori o perché vuole ancora passare per deplorables?
Al di là della battuta, di lui non so nulla, se non quello che ho letto sul suo (in verità splendido) romanzo-autobiografia «Elegia americana» (pessima traduzione del corretto Hillbilly Elegy). Scrive: «Voglio che la gente sappia cosa vuol dire arrivare quasi a perdersi … Voglio che sappia come vivono i poveri e qual è l’impatto che produce la povertà spirituale e materiale sui loro figli. Voglio che capisca cos’ha rappresentato il sogno americano per me e la mia famiglia. Voglio che capisca in cosa consiste realmente il cosiddetto ascensore sociale. E voglio che capisca una cosa che ho scoperto solo di recente. Chi, come me, ha avuto la fortuna di realizzare il sogno americano, si porta dietro per sempre i fantasmi della vita che si è lasciato alle spalle».
XY Quindi per te Vance è politicamente uno della plebe agricola-operaia, figlio della grande crisi che colpì il Midwest per via della globalizzazione?
RR Certamente. Concetti, parole, luoghi, culture che ben ho conosciuto, vissuto, assimilato. Negli anni Ottanta-Novanta, prima con Ivi-Ppg, poi con New Holland operai in quel contesto. In fondo era il mondo della mia famiglia contadina-migrante-operaia della Lunigiana montana (mio papà era nato ad Apt in Francia, in una catapecchia vicino alla fonderia dove mio nonno, immigrato, lavorava: nel mio viaggio di nozze la prima tappa fu proprio Apt).
Nel libro c’è un passaggio, imperdibile, quando Vance racconta del razzismo della società americana, dove oltre al colore della pelle, c’è la posizione sociale che occupi. Scrive: … mi identificavano come uno dei milioni di proletari bianchi che non sono andati all’università. Per costoro la povertà era una tradizione di famiglia, i loro antenati, spesso irlandesi, erano braccianti nell’economia schiavista del Sud, poi divennero mezzadri, minatori, quindi operai. Le élite li chiamano hillbilly (montanari buzzurri) ovvero redneck (colli rossi) ovvero white trash (spazzatura bianca). Io li chiamo vicini di casa, amici, familiari.
Da anni, come studioso di modelli organizzativi (Idea) intravedo l’avvio di un processo in cui la plebe (non so come, né quando) andrà al potere, sostituendo il patriziato, immagino con modalità diverse rispetto alla staffetta «aristocrazia-alta borghesia» della Rivoluzione Francese, ma semplicemente togliendo dal tavolo la posateria guerresca. Se al patriziato euro-americano attuale (bolso e arrogante) togli la «modalità guerra» si sgonfia come neve al sole. E proprio Ià sarà il mezzo.
XY Ci tengo molto ad approfondire, lo faremo in privato, questa tua interessante analisi. Torniamo a noi, devi però riconoscere che è stato un grande momento di comunicazione politica!
RR Certo, mi ha fatto tornare alla mente un libro di Honoré de Balzac Massime e pensieri di Napoleone (Sellerio editore). Te ne cito una: «Una grande reputazione è un grande rumore, più se ne fa più lo si sente: le leggi, le nazioni, i monumenti, tutto cade, ma il rumore resta». Quanto durerà il «grande rumore» dello studio ovale che Zelensky ha prodotto? Mi sono chiesto: perché Zelensky ha usato il suo solito format comunicazionale che per tre anni aveva sì avuto successo, però solo con gli azzimati leader europei, ma che già faceva irritare il diplomatico Joe Biden, ed era chiaramente inidoneo con hillbilly della stazza di Trump e di Vance? Sei nello studio ovale, la stampa è presente e tu ti rivolgi polemicamente al vice presidente chiamandolo J.D.? Mi è parso un suicidio comunicazionale in purezza. Se ci aggiungi l’irrituale abbigliamento paramilitare, inidoneo per iniziare un processo di pace, è palese che la tua postura comunichi al presidente e al vice presidente che l’accordo si farà solo alle tue condizioni, senza avere in mano neppure uno straccio di jolly. La successiva cacciata è stata una conseguenza automatica della sua scelta comunicazionale. Gli erano rimaste tre sole carte: dimettersi, indire le elezioni, delegare a Trump la trattativa con Vladimir Putin. Dopo 48 ore, sondati gli svagati leader europei, mi pare abbia scelto la terza, salvando per ora la cadrega.
XY L’ho letto anch’io quel libro e ti consegno questa battuta (non so se napoleonica o balzacchiana): «I grandi uomini sono sempre degli imbroglioni». Proprio in questo senso torno sul tema della comunicazione politica in diretta tv. Qual è la tua idea?
RR Come studioso di modelli organizzativi e di comunicazione sostengo che essendo tutti noi, che ci piaccia o meno, immersi ormai strutturalmente nel mondo della rete e di Ià, per i leader sarebbe controproducente continuare a comunicare secondo le regole attuali, stante un mondo che sta cambiando a grande velocità. Per i leader che se lo possono permettere immagino sarà preferibile comunicare, tutto, ma proprio tutto, direttamente ai propri cittadini-elettori se politici, ai propri clienti e ai propri dipendenti se ceo di aziende, saltando tutti i livelli intermedi fattisi burocratici.
Come è avvenuto nella stanza ovale.
Per usare il linguaggio di Idea, in primis bisogna accecare i «Tabernacoli», ovunque siano. È chiaro che in questo modo molti «mediatori» (politici, diplomatici, media, accademici, autorità religiose) o scompariranno o dovranno ridefinire il loro ruolo, stante che dall’abbattimento dei livelli gerarchici (filosofia base di Idea) il processo decisionale e la comunicazione comunque se ne avvantaggeranno.
XY Mi chiedo: i tre attori nello studio ovale conoscevano il mito greco di Hermes? Se sì, come finirà Zelensky?
RR. Per i lettori che non dovessero conoscerlo, provo a sintetizzare il mito a modo mio. Hermes (Zelensky) cerca di farsi perdonare da Giove (Trump) un comportamento grave nei riguardi di Marte (Vance). Giove, dopo molte suppliche, lo perdona a condizione che non dica più bugie, di più, se si comporta bene lo farà dio dei diplomatici, dei commercianti, dei ladri (per i greci d’allora i tre mestieri erano la stessa cosa, oggi possiamo aggiungere il giornalismo di regime).
Non essendo Giove e neppure Venere (i leader europei che per ottant’anni si sono beati della loro pace grazie all’ombrello americano) mi chiedo:
1 Come possiamo negoziare con uno che la Corte Penale Internazionale dell’Aia (da noi sponsorizzata e sfruculiata) ha giudicato «criminale di guerra»?
2 Lui accetterà di negoziare con noi, stante le pesanti sanzioni in corso?
3 Senza l’ombrello militare americano (nucleare e convenzionale) come pensiamo di campare e di svilupparci?
Solo vivendo sapremo come andrà a finire. Prosit, caro amico.
Zafferano.news





