Questo Cameo è stato scritto due settimane dopo l’evento, quando tutta la fuffa comunicazionale dei primi giorni si era già depositata, ricoperta da neve fresca sullo scheletro lurido del Le Constellation. C’est la vie!
Parto dalla fine della cerimonia funebre, quando si spengono le luci sulla commozione (autentica!) per le giovanissime vite perse o segnate per sempre. A questo punto si scatenano gli istinti animali di quelli che accusano e di quelli che si difendono. Di qui in avanti vale tutto. Altissima la posta in gioco, per una società ultra monetizzata come questa, dominata dal «chi deve pagare i danni»?
Ho intervistato due personaggi della società civile svizzera, due amici, un banchiere d’affari (XY) e uno psicanalista (XZ) facendo loro la stessa domanda: «Avete colto anche voi, in questo caso, appena avvenuto, la rapida tendenza degli adulti a colpevolizzare i comportamenti dei giovanissimi presenti (la serata era dedicata a loro) accusati di aver filmato invece di fuggire? Hanno rispolverato il noto «narcisismo digitale» come se la causa principale risiedesse, non nei comportamenti degli adulti (politici, legislatori, costruttori, gestori, controllori comunali e cantonali) ma in una patologia generazionale legata allo smartphone e alla sua cultura, che pure c’è ed è grave, ma che qua non centra nulla.»
Dice il banchiere d’affari: «Mi sono sentito emotivamente coinvolto, e come non potevo non esserlo quando vedi ragazzini di quindici anni avvolti dalle fiamme e la padrona del locale mettersi in salvo abbracciata alla cassa. La mia prima reazione fu di difesa della nostra cultura giuridica dagli attacchi scomposti giunti dalla stampa ideologizzata dei nostri vicini francesi e italiani, condividendo le precisazioni del nostro presidente Guy Parmelin “Siamo un Paese fondato su rigore e affidabilità che deve saper prevedere questo genere di rischi”. Precisazioni però giunte dieci giorni dopo l’evento! Quando, caro Riccardo, hai avuto la cortesia di presentare a me e ad altri amici svizzeri il grande lavoro fatto su IDEA e sui modelli organizzativi delle organizzazioni umane complesse, ero rimasto molto colpito dalla tua intuizione sull’esistenza dei Tabernacoli secondari. Quelli dove, dicevi, sono custodite le ostie «scadute» o peggio «andate a male». E aggiungevi come questo scenario fosse impossibile da descrivere con lo scritto, ma solo integrandolo, a voce, con esempi di vita vera, vissuta. Tra i tanti esempi che ci avevi fatto a voce, quelli di Fiat, di Alitalia, etc. c’era pure quello della vendita di un’azienda pubblica in cui l’acquirente pagava sì un certo prezzo ma doveva sottostare a protocolli formali rigidissimi in termini di controlli, tranquillizzando così Parlamento e opinione pubblica. La genialità (si scoprì poi criminogena) fu che il Contratto di vendita era addirittura il Tabernacolo, con un testo all’apparenza spietato sugli impegni formali, ma che in sede di controllo burocratico era congegnato in modo che i vincoli sarebbero stati bypassati facilmente con acconce modalità di execution. Per fortuna, la nostra ex consigliera federale Micheline Calmy-Rey (purtroppo ottantenne) declina così i tuoi Tabernacoli: «Basta agli accordi segreti e ai legami insani fra politica e interessi personali»! Sarà così anche nel caso del Le Constellation?
Lo psicanalista chiosa: «Dal punto di vista psicanalitico ricorrere al «narcisismo digitale» è una semplificazione difensiva. In certi casi, la psiche entra in uno stato di sospensione del senso di realtà, quindi tendiamo a ricercare segnali esterni che ci aiutino a interpretare la situazione. Segnali di norma provenienti dal mondo adulto o dalle istituzioni per cui quando questi sono assenti o inefficaci, noi ci troviamo soli con le nostre difese primitive. In questo senso l’atto di filmare diventa un tentativo di trasformare un problema in un’immagine da noi più controllabile. Chiediamoci come i giovani reagiscono ad adulti che faticano a esercitare il loro ruolo di genitori, di nonni, di docenti, affidandosi alla delega, alla tecnica, e non alla loro propria funzione simbolica. Quando una società finisce per chiedere ai più giovani di essere più maturi degli adulti, di certo il problema non è lo smartphone, ma negli adulti che, più o meno scientemente, si stanno ritirando dalla scena della vita vera dei figli.
Con le due interviste il mio contributo giornalistico dovrebbe finire qua, ma non per me. Questo evento, come un’infinità di altri da oltre trent’anni a questa parte (caduta del Muro) è figlio dei due grandi imbarazzanti compari che hanno segnato la mia vita, professionale prima e di studioso poi: il CEO capitalismo e il modello organizzativo patrizio dei Tabernacoli. Entrambi fortemente interconnessi e molto presenti in questa e in tutte le altre vicende di questo tipo.
Lo dico brutalmente, il falò umano di Crans Montana è stato semplicemente un omicidio ritardato da parte di imprenditori e di istituzioni (poco importa se corrotte o inette o maldestre: in termini di colpevolezza sono la stessa cosa).
Circa la critica fatta ai giovanissimi di voler filmare l’incendio anziché fuggire, siamo noi adulti occidentali, di ogni tendenza politico culturale, che abbiamo disegnato algoritmi concepiti per scegliere quali contenuti proporre e in base alla domanda ripeterli all’infinito. In altre parole, guardando di continuo frame o video del dramma di Crans Montana, lo smartphone continuerà a farcelo vedere, peggio, più lo richiediamo più lo ripeterà, avendolo così trasformato in un bene di largo consumo. Perché noi abbiamo affidato l’informazione ai markettari di ogni tipo e specie, cessando di essere non più persone ma miserabili consumatori.
Povera Gen Z quando si accorgerà che noi adulti per vivere le nostre esistenze al di sopra delle nostre effettive possibilità, non solo sottoscriviamo debito che loro dovranno onorare, ma gli abbiamo pure imbandito una tavola di saperi finti, di cibi finti, di luoghi finti, talmente stressati che prendono fuoco allo scoccare di una solitaria scintilla. La Gen Zeta sarà diventata adulta a Crans Montana solo se avrà capito di che pasta sono fatti gli adulti del mondo in cui sono capitati.
Un mondo dove l’imprenditore scappa con la cassa, il magistrato sceglie la cautela, dando la sensazione che preferirebbe non esserci, i politici locali e nazionali fanno lo gnorri, al massimo si definiscono maldestri, ma si capisce che nessuno vuole pagare pegno (anche in questo caso ci sarà un Tabernacolo protettivo?).
Il caso Crans Montana si è desolatamente chiuso con una cerimonia funebre sobria, struggente, perfetta, e dall’impeccabile scenografia svizzera. Qua erano presenti tutti i presidenti che dovevano esserci, tutti commossi, come da copione.
Zafferano.news
Premetto che non ho interesse alcuno verso l’attuale politica politicante, tutta ideologica e partitica, in Italia centrata sul periferico duo Meloni-Schlein. Sono invece molto interessato agli scenari geopolitici mondiali del XXI° secolo, il siparietto di fine febbraio nel mitico Studio ovale della Casa Bianca fra Volodymir Zelensky, Donald Trump, J. D. Vance mi ha piacevolmente colpito, avendolo trovato un innovativo modo di fare «comunicazione diretta presidente-cittadini», saltando gli imbarazzanti mediatori politico culturali intermedi, a valore aggiunto zero o negativo. Silenzioso il solito controcanto delle solite cornamuse.
L’amico XY, il banchiere svizzero noto ai lettori di Zafferano, mi ha fatto una curiosa proposta: invertire i nostri ruoli attuali. Questa volta sarà lui a intervistarmi, e ha deciso di farlo su J. D. Vance, quello che lui pensa essere il futuro presidente degli Stati Uniti. Detto e fatto. Eccola, l’intervista:
XY Vorrei un tuo giudizio sul vice presidente degli Stati Uniti, visto che ha un profilo che ricorda il tuo, anche lui è stato prima plebe poi patriziato.
RR L’hai notato, Vance indossa ancora calzini plebei a mezza gamba? Lo farà per compiacere i suoi elettori o perché vuole ancora passare per deplorables?
Al di là della battuta, di lui non so nulla, se non quello che ho letto sul suo (in verità splendido) romanzo-autobiografia «Elegia americana» (pessima traduzione del corretto Hillbilly Elegy). Scrive: «Voglio che la gente sappia cosa vuol dire arrivare quasi a perdersi … Voglio che sappia come vivono i poveri e qual è l’impatto che produce la povertà spirituale e materiale sui loro figli. Voglio che capisca cos’ha rappresentato il sogno americano per me e la mia famiglia. Voglio che capisca in cosa consiste realmente il cosiddetto ascensore sociale. E voglio che capisca una cosa che ho scoperto solo di recente. Chi, come me, ha avuto la fortuna di realizzare il sogno americano, si porta dietro per sempre i fantasmi della vita che si è lasciato alle spalle».
XY Quindi per te Vance è politicamente uno della plebe agricola-operaia, figlio della grande crisi che colpì il Midwest per via della globalizzazione?
RR Certamente. Concetti, parole, luoghi, culture che ben ho conosciuto, vissuto, assimilato. Negli anni Ottanta-Novanta, prima con Ivi-Ppg, poi con New Holland operai in quel contesto. In fondo era il mondo della mia famiglia contadina-migrante-operaia della Lunigiana montana (mio papà era nato ad Apt in Francia, in una catapecchia vicino alla fonderia dove mio nonno, immigrato, lavorava: nel mio viaggio di nozze la prima tappa fu proprio Apt).
Nel libro c’è un passaggio, imperdibile, quando Vance racconta del razzismo della società americana, dove oltre al colore della pelle, c’è la posizione sociale che occupi. Scrive: … mi identificavano come uno dei milioni di proletari bianchi che non sono andati all’università. Per costoro la povertà era una tradizione di famiglia, i loro antenati, spesso irlandesi, erano braccianti nell’economia schiavista del Sud, poi divennero mezzadri, minatori, quindi operai. Le élite li chiamano hillbilly (montanari buzzurri) ovvero redneck (colli rossi) ovvero white trash (spazzatura bianca). Io li chiamo vicini di casa, amici, familiari.
Da anni, come studioso di modelli organizzativi (Idea) intravedo l’avvio di un processo in cui la plebe (non so come, né quando) andrà al potere, sostituendo il patriziato, immagino con modalità diverse rispetto alla staffetta «aristocrazia-alta borghesia» della Rivoluzione Francese, ma semplicemente togliendo dal tavolo la posateria guerresca. Se al patriziato euro-americano attuale (bolso e arrogante) togli la «modalità guerra» si sgonfia come neve al sole. E proprio Ià sarà il mezzo.
XY Ci tengo molto ad approfondire, lo faremo in privato, questa tua interessante analisi. Torniamo a noi, devi però riconoscere che è stato un grande momento di comunicazione politica!
RR Certo, mi ha fatto tornare alla mente un libro di Honoré de Balzac Massime e pensieri di Napoleone (Sellerio editore). Te ne cito una: «Una grande reputazione è un grande rumore, più se ne fa più lo si sente: le leggi, le nazioni, i monumenti, tutto cade, ma il rumore resta». Quanto durerà il «grande rumore» dello studio ovale che Zelensky ha prodotto? Mi sono chiesto: perché Zelensky ha usato il suo solito format comunicazionale che per tre anni aveva sì avuto successo, però solo con gli azzimati leader europei, ma che già faceva irritare il diplomatico Joe Biden, ed era chiaramente inidoneo con hillbilly della stazza di Trump e di Vance? Sei nello studio ovale, la stampa è presente e tu ti rivolgi polemicamente al vice presidente chiamandolo J.D.? Mi è parso un suicidio comunicazionale in purezza. Se ci aggiungi l’irrituale abbigliamento paramilitare, inidoneo per iniziare un processo di pace, è palese che la tua postura comunichi al presidente e al vice presidente che l’accordo si farà solo alle tue condizioni, senza avere in mano neppure uno straccio di jolly. La successiva cacciata è stata una conseguenza automatica della sua scelta comunicazionale. Gli erano rimaste tre sole carte: dimettersi, indire le elezioni, delegare a Trump la trattativa con Vladimir Putin. Dopo 48 ore, sondati gli svagati leader europei, mi pare abbia scelto la terza, salvando per ora la cadrega.
XY L’ho letto anch’io quel libro e ti consegno questa battuta (non so se napoleonica o balzacchiana): «I grandi uomini sono sempre degli imbroglioni». Proprio in questo senso torno sul tema della comunicazione politica in diretta tv. Qual è la tua idea?
RR Come studioso di modelli organizzativi e di comunicazione sostengo che essendo tutti noi, che ci piaccia o meno, immersi ormai strutturalmente nel mondo della rete e di Ià, per i leader sarebbe controproducente continuare a comunicare secondo le regole attuali, stante un mondo che sta cambiando a grande velocità. Per i leader che se lo possono permettere immagino sarà preferibile comunicare, tutto, ma proprio tutto, direttamente ai propri cittadini-elettori se politici, ai propri clienti e ai propri dipendenti se ceo di aziende, saltando tutti i livelli intermedi fattisi burocratici.
Come è avvenuto nella stanza ovale.
Per usare il linguaggio di Idea, in primis bisogna accecare i «Tabernacoli», ovunque siano. È chiaro che in questo modo molti «mediatori» (politici, diplomatici, media, accademici, autorità religiose) o scompariranno o dovranno ridefinire il loro ruolo, stante che dall’abbattimento dei livelli gerarchici (filosofia base di Idea) il processo decisionale e la comunicazione comunque se ne avvantaggeranno.
XY Mi chiedo: i tre attori nello studio ovale conoscevano il mito greco di Hermes? Se sì, come finirà Zelensky?
RR. Per i lettori che non dovessero conoscerlo, provo a sintetizzare il mito a modo mio. Hermes (Zelensky) cerca di farsi perdonare da Giove (Trump) un comportamento grave nei riguardi di Marte (Vance). Giove, dopo molte suppliche, lo perdona a condizione che non dica più bugie, di più, se si comporta bene lo farà dio dei diplomatici, dei commercianti, dei ladri (per i greci d’allora i tre mestieri erano la stessa cosa, oggi possiamo aggiungere il giornalismo di regime).
Non essendo Giove e neppure Venere (i leader europei che per ottant’anni si sono beati della loro pace grazie all’ombrello americano) mi chiedo:
1 Come possiamo negoziare con uno che la Corte Penale Internazionale dell’Aia (da noi sponsorizzata e sfruculiata) ha giudicato «criminale di guerra»?
2 Lui accetterà di negoziare con noi, stante le pesanti sanzioni in corso?
3 Senza l’ombrello militare americano (nucleare e convenzionale) come pensiamo di campare e di svilupparci?
Solo vivendo sapremo come andrà a finire. Prosit, caro amico.
Zafferano.news
Cara Giorgia Meloni, dall’alto dei miei 90 anni, spesi per 70 nel mondo del business delle «ruote» e per 20 in quello dell’editoria, mi permetto un consiglio (non richiesto, visto che neppure ci conosciamo): stia lontana, e faccia star lontano i risparmi di noi cittadini dal mondo dell’auto. Oggi appare essere una trappola per topi.
L’industria dell’auto per 100 anni è stato un business di alto profilo e nobiltà, con mitici personaggi di vertice. Oggi, invece, al suo vertice, così come al vertice della politica occidentale, c’è un’alta concentrazione di inetti o di birbanti (le confesso che faccio fatica a distinguerli, sono tutti così eleganti, con un inglese così fluently!).
Costoro hanno permesso alla Cina di Xi Jinping di diventare, con poche mosse strategiche, padrona assoluta del gioco. Hanno trasformato le nostre istituzioni statali e private o in belle statuine (Ursula von der Leyen) o in marionette (politici-azionisti-ceo-sindacati). Mi ricordano i ballerini della danza rituale Nuo, una ballata che i cinesi praticano per scacciare gli spiriti maligni, cioè tutti i non cinesi.
In questi ultimi 20 anni, ho scritto molto sulla Fiat: diversi libri, una cinquantina di articoli, svariate interviste. Raccontai nel 2009 come Fiat auto fosse tecnicamente fallita, quando i suoi «corporate bond» furono certificati da Moody’s «spazzatura». E pure come la Chrysler fosse fallita, certificata del mitico Chapter eleven. Grazie a Barack Obama, e al suo mentore Sergio Marchionne, con i quattrini dei contribuenti americani (parte a fondo perduto, parte da restituire) i due falliti si fusero e nacque Fca, salvando i patrimoni di entrambi gli azionisti e il fondo pensione dei sindacati americani. Così è nata Fca, e almeno per me era già chiaro come sarebbe finita. E lo scrissi. Nulla da aggiungere.
Presidente, mi permetta una riflessione personale: il destino dell’industria dell’auto «europea» è segnato da tempo, inutile buttare quattrini per incentivi (un mio tweet in tempi non sospetti: «Sussidiare un mercato che non c’è è semplicemente una fesseria»). Men che meno entrare nel capitale di un business ove la leadership globale è cinese.
In un quindicennio si sono impossessati dell’intera catena strategico-logistica, hanno il dominio assoluto sulle materie prime rare, sullo sviluppo prodotti, sull’innovazione prodotti-mercati, sulla componentistica, eccetera. E al contempo investono pesantemente nel nucleare e nelle energie rinnovabili. Tutte mosse, impeccabili, da vero leader mondiale. E gli ex big dell’auto? Via via saranno retrocessi a follower.
Non si capisce, anche da un punto di vista tecnico, come si possa fare concorrenza ai cinesi nel momento in cui gli abbiamo consegnato il nostro modello di business. Non essendoci più un’industria dell’auto italiana, capisco la sua preoccupazione di salvare quel certo numero di posti di lavoro italiani che ancora ci sono negli stabilimenti cacciavite sopravvissuti. Giusto! Ma si chieda: sono posti di lavoro strutturali o residuali, quindi dal destino segnato già al momento della nascita di Stellantis, tenuti in vita solo grazie a una Cig perenne?
Quando avvengono vendite di gruppi industriali di queste dimensioni, e con forti implicazioni sociali nel Paese del venditore, è d’uso in sede di negoziazione per la definizione del prezzo e dei patti parasociali (riservati) tenerne ovviamente conto. Immagino che allora si sarà pure disegnata una strategia di transizione acconcia, opportunamente prezziata. Così i due azionisti di riferimento avranno dato al loro ceo Carlos Tavares le «regole di ingaggio» e i budget per condurre a termine, sia la ristrutturazione, sia il nuovo riposizionamento strategico. Ovvio che più si avvicina il momento della verità più i vertici siano pronti a tutto pur di difendere il valore di Borsa, da cui derivano per gli uni i dividendi, per l’altro bonus e stock option.
È possibile che in futuro gli stessi francesi saranno costretti, sempre in nome delle economie di scala e dell’essere ormai follower della Cina, a ragionare in termini di nuovi scenari, di nuovi accorpamenti, ergo di nuove dolorose ristrutturazioni, quindi Stellantis con Renault e forse pure con Volkswagen? Com’è possibile pensare che uno Stato terzo investa in un business con tali prospettive e in continuo «sommovimento strategico» per sopravvivere? Vogliamo mica tornare alla celebre locuzione d’antan «privatizzare i profitti, socializzare le perdite»?
Cara presidente, la lunga militanza nei business complessi e l’età mi hanno insegnato che quando un ceo dalla caratura di Carlos Tavares parla le sue parole devono essere considerate pietre. Nel business mai vivere come «ricatto» un dichiarato (disperato?) «punto di caduta». In un contesto così imbarazzante, e per le persone normali incomprensibile, meglio fermarsi, tenere stretti i cordoni della borsa, e attendere che la nebbia si diradi.
Un caro saluto, Riccardo Ruggeri.
P.s.: Le invio, in versione digitale, il libro Fiat, una storia d’amore (finita) dove racconto, a volo d’uccello, con la feroce sincerità tipica dell’innamorato, i cinque momenti topici della Fiat del dopoguerra: L’Impero 1947-1966; La scelleratezza 1967-1980; La viltà 1981-1995; La confusione 1996-2004; L’attesa della fine 2005-2014.
Alla luce di ciò che è avvenuto dopo il 2014, e di ciò che sta avvenendo, il libro oggi non è più un saggio di business e di management, ma un dagherrotipo di un mondo che fu: una storia d’amore vera fra le mura di un’officina dal pavimento in legno e dall’odore acre dell’olio esausto dei torni.
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