Erano circa le tre del pomeriggio quando, l’altra sera, un pullman rosso carico di valige e di bauli si fermò sul lungomare di Rimini, davanti all’Hotel Excelsior. Lì dentro, nella hall, numerose persone fra cui fotografi e giornalisti, appostati da oltre tre ore, attendevano impazienti. Qualcuno, dopo una sfilza di borbottii nervosi, aveva finito per appisolarsi. Un grido «Eccole!» lo risvegliò.
Il gruppo si agitò, si sciolse, e corse incontro alle belle arrivate che, proprio in quel momento, scendevano dai pullman ravviandosi i capelli. Apriva la fila una magnifica ragazza dai capelli rossi, vestita di un completo da viaggio bluette con accessori grigi che procedeva caracollando superba sui tacchi e sogguardando il mondo con molta pietà. Era miss Austria, al secolo Hanni Schall. Dietro di lei veniva una graziosa brunetta dai vivacissimi occhi, vestita di un pied-de-poul sportivo: miss Norvegia. E poi ancora una fanciulla alta, dai tratti perfetti ed il sorriso timidissimo: miss Finlandia, e miss Olanda, una biondina alta e asciutta; seguite tutte da una corte di accompagnatori e di accompagnatrici. Nella hall dell’albergo successe il subbuglio. Non erano, quelle, ospiti da nulla: erano le prime cinque candidate al titolo di Miss Europa 1951.
Il concorso per l’elezione di Miss Europa che quest’anno è alla sua terza edizione (nel 1948 si svolse a Parigi e vinse una francese, nel 1949 a Palermo e vinse nuovamente una francese) si svolge appunto in questi giorni a Rimini e porterà alla proclamazione della bella delle belle sabato prossimo, a conclusione di una serata di gala. Miss Europa 1950, che fino alla sera del 9 ha diritto a questo titolo, è giunta sola, da gran regina, a ventiquattro ore di distanza dalle altre. Juliette è naturalmente una splendida ragazza. Sorride spesso, anche quando non ne ha voglia, perché sa di avere denti perfetti e tiene sempre in testa, chissà perché, un fazzoletto verde che quasi le copre i capelli e che la rende riconoscibilissima. Chi la vide l’anno scorso a Palermo sostiene che non è più la stessa e che, nella preoccupazione di restar bella, è un po’ troppo dimagrita. Juliette è la figlia di un ferroviere, da qualche mese non fa più la mannequin. Quando il corteo delle misses si muove, diretto a qualche ricevimento ufficiale, lei non sale sul pullman ma va avanti, facendo da battistrada, su una lunga Chevrolet azzurra, targata Parigi.
L’arrivo delle competitrici per il concorso europeo è coinciso proprio con la partenza delle candidate al titolo Stella d’Italia, che dopo l’elezione di Giovanna Pala lasciavano sconfitte l’Adriatico. Col naso ancora lucido per le lacrime versate in seguito alla delusione subita, loro; minaccianti oscure rappresaglie, le mamme: che, profondamente offese dall’affronto fatto alle loro bambine, se la rifacevano con le misses straniere spargendo la voce che non erano poi «proprio nulla di speciale».
In realtà - mamme deluse a parte - la gente non si trova molto d’accordo sulla bellezza di queste ragazze. Il fatto è che il criterio di scelta adottato nei rispettivi Paesi per la loro elezione è diverso da quello adottato fin’oggi in Italia. Spesso si è voluto cercare non tanto una bellissima ragazza dalle misure perfette (come succede, più ancora che da noi, in America) quanto il tipo che rappresenta il Paese. E, a volte, neppure il tipo: ma una graziosa ragazza, bella sì ma anche educata, gentile, colta e di mondo, che possa rappresentare degnamente le sue connazionali. Miss Auda Grames, ovvero miss Norvegia, rientra in questa categoria. Miss Grames è una deliziosa diciottenne alta un metro e sessantasei, pesa 48 chili, ha i capelli bruni e gli occhi scuri. Non è, proprio per nulla, un tipo nordico; il suo musetto la fa credere piuttosto una americana. Il fatto è che - dice Egil Ekk** (illeggibile, ndr), giornalista che l’accompagna in qualità di delegato - non abbiamo voluto eleggere una «pin up girl» ma una «lady». Una giovane donna insomma che pur non essendo nella vita normale molto diversa dalle altre, sappia stare nel mondo. E la piccola Auda che di professione fa la stenografa, in una compagnia di assicurazioni di Oslo, ci sa stare. È tranquilla, riservata, sorride a tutti con grazia e, con più grazia che mai, spiega di non essere ancora fidanzata.
Pochissime sono le misses fidanzate o che, almeno, confessano di esserlo. Una di queste è miss Olanda, al secolo Hilda Lesman anni 21, capelli biondi e cortissimi, occhi azzurro chiari, di professione commessa in un magazzino di mode. È la meno bella, forse, ma in compenso la più simpatica. Sprizza allegria da tutti i pori e ogni cinque minuti regala risate irrefrenabili. Essere miss non le ha dato davvero alla testa. Non sa ancora capire, dice, perché diavolo l’abbiano eletta. A lei preme solo di tornare ad Amsterdam, di sposare il suo fidanzato che è marconista nell’aviazione.
Miss Svezia, al secolo Ebba Adrian, rappresenta invece il tipo classico del suo Paese. La delegata che l’accompagna, una giornalista alta e biondissima che è stata creduta per molto tempo - chissà perché - miss Finlandia, dice che è la classica svedese: semplice, graziosa e per nulla «sofisticata».
Ebba ha 19 anni, è alta un metro e sessantasette, pesa appena 47 chili, porta i capelli biondo cenere tagliati corti, alla Giovanna d’Arco, ed ha lo stesso naso di Ingrid Bergman. Juliette Figueras, quando i giornalisti le chiedono un pronostico, sulla vincitrice, si dichiara incerta fra la giovane Ebba, l’italiana Giovanna Pala ed Hanni Schall, miss Austria.
Miss Austria, questa ragazza dai capelli rosso tizianesco, è molto sicura di sé. Sa di essere bella e lo dà a vedere. S’è creata anche una suggestiva genealogia e, nella sua presentazione scritta che agli invitati dei giornali viene presentata con molta sollecitudine, è scritto che essa è discendente del celebre poeta Adalbert Stiffer, e che lei stessa scrive poesie tutt’altro che disprezzabili. La signorina Schall è alta quasi un metro e settanta, pesa 54 chili ed ha un corpo perfetto: fa la mannequin di professione. Qui a Rimini, così tanto per fare, si è portata dietro una ventina almeno di modelli, che valgono circa dieci milioni di lire. È elegantissima, e non indossa mai due volte lo stesso vestito. In questo assomiglia a m.lle Hilkka Ruuska, miss Finlandia. Miss Finlandia infatti ha con sé un numero indefinito di cappelli: di feltro e di paglia, da mattina, da pomeriggio e da sera, enormi, con piume di struzzo e velette, e piccolissimi, a calotta. Hilkka non esce mai senza cappello né porta mai lo stesso cappello più di una volta. Hilkka ha i capelli bruni, gli occhi azzurri, è alta metri uno e settanta e pesa 59 chili. L’appetito e i cappelli sono l’unica sua debolezza. A tavola non disdegna le lasagne e le patatine fritte sicché la sua delegata, all’ora di pranzo, le siede accanto con aria molto preoccupata per sorvegliarla. La signorina Ruuska parla molto volentieri del suo avvenire; spiegando di essere incerta per la scelta della sua professione, fra gli aeroplani e la medicina. Cioè non sa ancora se farà la dentista oppure la hostess nella Aviolinee Finlandesi. Sembra però che si deciderà per quest’ultima carriera.
Miss Danimarca, miss Belgio, miss Portogallo e miss Germania devono ancora arrivare. Miss Turchia, mMiss Svizzera e miss Francia sono arrivate ieri notte ma ancora, all’infuori di miss Francia, che si chiama Claude Renaud ed è bionda, snellissima, abbronzata e con gli occhi azzurri, molto parigina, dal musetto civettuolo e impertinente, nessuno le ha potute vedere. Di miss Turchia si dicono però grandi cose. Le ragazze che fanno parte della folla in attesa, lì fuori dell’Excelsior, hanno già chiesto come essa fa per mantenere la linea, quanto dorme e cosa mangia.
Di lei non sono ancora riuscite a saperlo. Ma delle altre hanno sentito dire che dormono non meno di nove ore, e sebbene a tavola accettino tutto (compreso le lasagne ed il pane) si sostengono con frutta e preferibilmente con succo d’arancio e limonate che, come tutti sanno, sono cose che non fanno ingrassare.
© Bur Rizzoli
Pubblichiamo un estratto del capitolo «Quell'autostrada verso il mattatoio» contenuto nel libro di Oriana Fallaci «Sveglia Occidente». Dispacci dal fronte delle guerre dimenticate (Rizzoli, 464 pagine, 19 euro) in libreria da oggi. Nel volume sono raccolti suoi reportage su vari fronti di guerra, pubblicati originalmente sull'Europeo.
Kuwait, marzo 1991. La ritirata degli iracheni dal Kuwait ebbe inizio domenica 24 febbraio quando la polizia segreta di Saddam Hussein se la svignò con gli ostaggi. Quella vera e propria però si svolse la sera di lunedì 25 quando sul lungomare della capitale si formò un convoglio lungo circa dieci chilometri, composto di migliaia di veicoli. (Tremila, dicono alcuni testimoni. Cinquemila, dicono altri.) C'era di tutto, in quel convoglio. Autocisterne piene di benzina, carri armati T-72, autoblindo, cannoni da centotrenta e da centocinquanta, camion con rimorchio e senza rimorchio, jeep con le mitragliatrici da 12.7, gipponi coi cannoncini della contraerea, motociclette, automobili rubate, e ciò che era rimasto da saccheggiare agli abitanti della città. C'erano anche parecchi militari. Facendo una media minima di quattro militari a veicolo e accettando la cifra di tremila veicoli, non meno di dodicimila. Facendo una media più realistica cioè di sei militari a veicolo e accettando la stessa cifra, non meno di diciottomila. Accettando la cifra di cinquemila veicoli e basandoci sulle medesime medie, dai ventimila ai trentamila. In ogni caso tanti, da ammazzare in un colpo solo. Tanti...
Il convoglio si mise in moto verso mezzanotte e imboccò la Jaharah Road cioè l'unica strada che dal Kuwait porti a Baghdad. Ma non arrivò mai a Baghdad. Non arrivò neanche alla frontiera. Verso l'una del mattino gli americani lo individuarono grazie alla 27th Armoured Division che si trovava a qualche miglio di distanza, chiamarono gli F-15 e gli F-16 e gli F-18 e gli F-111 e gli Apache e i Cobra, e lo fermarono anzi lo distrussero con l'attacco più feroce che un esercito in ritirata abbia subito dai tempi di Napoleone. Più che un'azione di guerra, una strage da Apocalisse. «This is not a battle-field» si nota che abbia commentato con amarezza un ufficiale inglese. «This is a killing-field. Questo non è un campo di battaglia. È un mattatoio.» A destra e a sinistra della Jaharah Road si stende infatti il deserto, e non un deserto piatto nel quale puoi gettarti in cerca di salvezza: un deserto reso impraticabile dagli avvallamenti, dalle dune. Per sfuggire all'orgia di fuoco che pioveva dal cielo gli autisti dei veicoli si buttarono tra quelle dune, in quegli avvallamenti, travolti dal panico presero disperatamente a girarvi formando spirali dentro cui si imbottigliavano per scontrarsi o capovolgersi, e neanche uno si salvò. Neanche uno. Tre giorni dopo, quando spinta dalle voci d'un supposto massacro mi portai sulla Jaharah Road, rimasi così annichilita dall'orrore e dallo stupore che non credevo ai miei occhi. Per chilometri e chilometri non vedevi che quelle spirali di ferro contorto e annerito, carri armati e cannoni rovesciati, autocisterne e autoblindo e automobili bruciate, camion e rimorchi e gipponi accatastati l'uno sull'altro, a volte in piramidi alte cinque o sei metri, a volte in mucchi affogati dentro i crateri, e intorno a questo un caos di oggetti saccheggiati. Coperte di lana, lenzuoli, pezze di seta, paralumi, camicie da uomo, scarpe da donna (molte coi tacchi a spillo), vestiti da bambini, giocattoli, scatole di cipria, televisori, grattugie, posate d'oro e d'argento, smalto rosso da unghie, video, bottiglie di profumo, mazzi di cipolle, bulbi da piantare, banconote, fon per asciugare i capelli, e perfino soprammobili tra cui un falchetto impagliato, roba su cui i kuwaitiani si gettavano come avvoltoi affamati disinvoltamente rubando il rubato. «Era nostra, no?» Di morti, però, solo due. Uno, trafitto da una raffica e nero di mosche, al volante di una Mercedes. E uno, carbonizzato sotto un autoblindo. E gli altri? Dov'erano finiti i trentamila o ventimila o diciottomila o dodicimila militari del convoglio? Possibile che salvo quei due fossero già stati tutti raccolti, sepolti a tempo di record?
Possibile. E a sostenere la tesi c'era la presenza di bulldozer che servono a scavare le fosse. C'era anche il racconto d'un fotografo che l'indomani aveva visto i bulldozer al lavoro, e perduto un'istantanea da premio Pulitzer. «Più che fosse, trincee interminabili dentro le quali i cadaveri venivano allineati poi coperti con la sabbia. Questo deserto è ormai un cimitero. Peccato che non possa dimostrarlo: i marines mi hanno requisito il rotolino. E conteneva un'istantanea da premio Pulitzer, sa? Quella d'un caporale che a un certo punto ha ficcato nella sabbia il Kalashnikov d'un iracheno, ci ha appoggiato sopra il suo elmetto, e portando la mano alla fronte s'è messo sull'attenti.» Infine c'era la frase pronunciata da Schwarzkopf sui soldati iracheni morti: «Many, many, many, many, many. Molti, molti, molti, molti, molti. And many have been already buried. E molti sono già stati sepolti». Eppure quando ho voluto accertarmene con gli americani, ho trovato un muro di silenzio. Per una settimana nessuno ha aperto bocca. Nessuno. Né a Kuwait City né a Dhahran, né a Riad. «I cadaveri? Che cadaveri?» «I cadaveri del convoglio.» «Il convoglio? Che convoglio?» «Quello che avete distrutto sulla Jaharah Road.» «Jaharah Road?» Solamente quando mi sono rivolta al generale Richard Neil e gli ho detto: «Signor generale, lei sa bene di che cosa parlo, altrettanto bene sa che è mio diritto chiederle questa informazione, suo dovere darmela, al comando di Riad mi hanno fornito una prova che il massacro era avvenuto». «All'attacco hanno partecipato gli F-15, gli F-16, gli F-18, gli F-111, gli Apache e i Cobra.» «E quanti morti ci sono stati? Dove li avete sepolti?» «Non ne sappiamo nulla, dei morti. Non ci risulta che siano stati sepolti. L'attacco era diretto contro i veicoli, non contro i soldati.» «Non contro i soldati? Ma che cavolo di risposta mi dà?» «La risposta che mi è stato ordinato di darle. Good evening, buona sera.» Non a caso il verbo to kill, uccidere, veniva sempre usato da loro per le cose. Mai per la gente. «Five bridges killed. Cinque ponti uccisi.» «Ten aircrafts killed. Dieci aerei uccisi.» «Fifty tanks killed. Cinquanta carri armati uccisi.»
Strani tipi, gli americani di questa guerra. A me non sono piaciuti. Non erano gli americani che ho conosciuto in Vietnam: i ragazzi gioviali e simpatici coi quali potevi ridere e piangere, dividere il rancio e il posto in trincea, parlare in libertà. Non erano i militari aperti e sinceri che dicevano (magari mentendo o esagerando) oggi-ho-ammazzato-cento-vietcong. Erano uomini e donne durissimi, disciplinati fino alla nausea, chiusi in se stessi, superbi e spesso arroganti. In quel senso, a volte, mi ricordavano i tedeschi di Bismarck, e un giorno l'ho detto all'unico ufficiale con cui riuscissi a scambiare qualche battuta o qualche sorriso: una colonnella d'un metro e ottanta, Virginia Prybila, che a Riad lavorava al Joint Information Bureau. «Virginia» le ho detto, «siete diventati proprio antipatici. A volte mi ricordate i tedeschi di Bismarck. Ma che v'è successo, Virginia?» E senza muovere un muscolo del volto ferrigno, prussiano, Virginia ha risposto: «Il Vietnam».
[...] So che ad alcuni non è piaciuta la mia corrispondenza sulla liberazione di Kuwait City, il mio sospetto che quello iracheno fosse un esercito di ladri e di volgari saccheggiatori piuttosto che di assassini alla Hitler, il mio bisogno di ridimensionare le esagerazioni di chi per leggerezza o interesse o sensazionalismo moltiplica uno per cento e cento per mille. (Abitudine molto diffusa in quella parte del mondo, come ricordano i trecento morti che nel 1979 l'esercito iraniano fece in una piazza di Teheran e che il giorno dopo erano diventati tremila. Il giorno dopo ancora, trentamila. La settimana seguente, trecentomila. E quando andai in Iran per intervistare Khomeyni, tre milioni.) So che coloro cui piace moltiplicare uno per cento e cento per mille si sono scandalizzati perché ho scritto di non aver trovato le prove di certe atrocità inclusa quella raggelante dei neonati strappati alle incubatrici e buttati via nella spazzatura. So che si sono irritati perché ho avanzato il dubbio che la Resistenza kuwaitiana fosse stata una cosa seria anzi che fosse esistita, o perché mi sono sorpresa a trovare migliaia di kuwaitiani che non parlavano inglese ma in perfetto inglese inneggiavano a Bush con slogan non certo inventati da loro, e perché mi sono arrabbiata a veder sparare in aria le tonnellate di pallottole che la Resistenza non aveva sparato agli iracheni. So che qualche sciocco in malafede mi ha addirittura accusato di negare che vi fossero state torture e assassinii.
[...] Dio mi maledica se minimizzo la tragedia di coloro che hanno sofferto. Però mi maledica anche se mi presto al gioco dell'emiro Al Shebah Al Sabah cui certa propaganda serve per impinguare coi danni di guerra le sue cassaforte. Mi maledica anche se dimentico che almeno la metà dei suoi ricchissimi sudditi se ne stavano in dorato esilio a Londra o al Cairo o nel Bahrein o nel Qatar dove bisbocciavano a champagne con le prostitute (e il Corano?) e dove venivano presi santamente a pugni dai militari americani o inglesi o egiziani cui dicevano sghignazzando: «Perché siamo qui anziché nell'esercito kuwaitiano o nella Resistenza kuwaitiana? La guerra è una cosa pericolosa. Per farla paghiamo voi». E concludo: durante il mio secondo viaggio a Kuwait City venni aggredita da un elegantissimo giovanotto in thobi e RPG cui avevo espresso il timore che i morti straziati e mostrati ai fotografi o ai cameramen venissero riciclati dalle morgues degli ospedali. Un paio infatti m'erano sembrati identici. «La prego, dimostri che sbaglio.» «Che sbaglio e non sbaglio! Lei è qui per farci propaganda!» urlò agitando RPG. Lo guardai negli occhi e gli risposi: «No, signor mio. Sono qui per raccontare la verità».
Sono partiti stamani, per restituire alla Terra quei corpi che in fondo al cuore temevano di lasciar sulla Luna. [...] Se mi va male, diceva Eddie White, voglio essere sepolto a West Point: cercate di farcela. Se mi va male, dicevano Roger Chaffee e Gus Grissom, voglio essere sepolto ad Arlington: tentate di riuscirci. Gli è andata male. [...] Il dottor Wanger piangeva. Il dottor Wanger, un generale sui 50 anni, coi baffi, è il medico che per 24 ore ha tentato di esaminare Gus Grissom, Eddie White, Roger Chaffee, ormai ridotti a carbone. È anche l'uomo che li avrebbe salvati se la capsula Apollo non li avesse arsi vivi. […]
Eran tre tipi talmente diversi. Non ridevano delle medesime cose. Poi ci mettemmo a parlare del prossimo volo e dell'ipotetico gruppo cui sarebbe toccato sbarcar sulla Luna. [...] «Ma cosa farete dopo essere stati lassù sulla Luna? Tutto sembrerà privo d'interesse al confronto» dissi a un tratto. «Ci ho pensato, sai» disse Eddie. «Tutti ci pensano, magari anche Roger» disse Gus. Roger sorrise, con la sua timidezza. «Be', cosa farete?» insistetti. «Io lo so» disse Gus. «Tornerò a collaudare gli aerei ma prima comprerò una barca e andrò per un mese a pescare. In Alaska». «Io invece mi prenderò un anno di vacanza, un anno intero, e viaggerò la Terra insieme a mia moglie e ai bambini» disse Eddie «è tanto che ho voglia di viaggiare la Terra. Di andare in Africa per esempio. Voglio vedere i leoni e gli elefanti e le tigri. Mica per ammazzarli, mi spiego? Solo vederli». «Ragazzi, aspettiamo a fare programmi» interruppe Roger, arrossendo. «Magari sulla Luna non ci arriviamo o ci crepiamo e addio Alaska, addio tigri leoni elefanti.» «In tal caso, pazienza. Fa parte di questo mestiere» tagliò corto Grissom. […]
Cominciamo dall'ultimo che lanciò il grido: «C'è fuoco a bordo!». Quello di cui si sa meno, il piccolo Chaffee. Nel mio libro scrissi che assomigliava ad un resuscitato James Dean: identico il viso, il corpo, il sorriso, rompeva il cuore pensare che lo avrebbero messo dentro quell'imbuto e spedito lassù, come un cucciolo cavia. [...] Roger se n'ebbe un po' a male perché se dall'aspetto sembrava un bambino, in realtà era un ometto pieno di ambizioni, maturità. [...] Il suo dovere lo faceva con scrupolo perfino irritante: sai, il tipo che vuol essere il primo della classe a ogni costo e non sopporta di arrivare secondo. La domenica si alzava alle sette e fino alle dieci studiava. Alle dieci andava in chiesa con la moglie e i bambini: era un presbiteriano convinto. Dopo la chiesa giocava un poco coi bambini o coi cani, aveva due bambini e tre cani, mangiava, e si rimetteva a studiare. Fisica, astrofisica, geologia. «E poi tu scrivi che sembro che sono un bambino». «Ma è così, Roger». […]
Ora, Gus Grissom. Finché frequentai il loro mondo per scrivere il libro non fui mai capace di scambiare con Grissom più di cinque parole per volta. [...] Conobbi Grissom quando il libro era già stampato. O forse proprio perché il libro era già stampato: a quel punto non poteva temere che scrivessi di lui. Odiava talmente la pubblicità, la notorietà. La sua preoccupazione maggiore era passare inosservato: impresa difficile per uno che era stato scelto fra i primi sette. Un giorno me ne parlò. «V'è qualcosa di volgare, capisci, intorno alla fama. Qualcosa di indecente». […] Be', credo che questa sia stata la sola volta in cui Grissom abbia confidato a un estraneo i suoi sentimenti: riusciva a comunicare con gli altri solo in termini professionali, era un tecnico puro e malgrado quel viso arguto cordiale era un uomo infinitamente scontroso. Severo. [...] Il fatto è che Gus non era stato educato nell'indulgenza: per lui la vita non era mai stata un letto di rose. L'università l'aveva fatta in tre anni, in quei tre anni la moglie aveva dovuto lavorare per sé stessa e per lui [...]. Finita l'università lo avevano scaraventato in Corea, qui aveva compiuto ben 100 missioni aeree, era stato ferito: dell'esistenza lui conosceva tutte le rinunce, tutte le amarezze. Compresa quella di non essere molto brillante, molto attraente. Voglio dire: le donne si aggirano come mosche sul miele intorno agli astronauti perché di solito son bei ragazzi, tipi interessanti; ma intorno a Gus non ne ho mai vista una. […]
Infine, Eddie White. L'Angelo. [...] Lo chiamavo l'Angelo per la sua bellezza: una bellezza così celestiale da non provocare nemmeno pensieri profani. […] V'era in lui qualcosa di mistico, di assurdamente santo. Il suo amore per le bestie, ad esempio. Pressoché francescano in quel primo incontro gran parte del tempo lo impiegò parlandomi dello scimpanzé Prosciutto, lanciato nel cosmo prima di Al Shepard. Eddie conosceva bene Prosciutto perché in previsione del progetto Mercury lui e Slayton avevano usato Prosciutto per gli esperimenti in assenza di peso. «Be', fui così lieto quando decisero di usare noi come cavie e di smetterla con Prosciutto. Nessuno aveva mai chiesto a Prosciutto il permesso di sballottarlo così». [...]
Sognava la Luna in senso romantico, non tecnologico: segretamente lui detestava la tecnologia, i pistoni, i bottoni, le macchine. […] Tutto il contrario di Grissom. Di solito l'equipaggio di un'astronave è scelto dal comandante. Il comandante era Grissom. E io capisco che Grissom avesse voluto Chaffee, non capisco che avesse voluto Eddie White. Forse per la splendida prova che Eddie aveva dato con la sua passeggiata spaziale, per la disciplina con cui aveva accettato quell'ordine assurdo e imprevisto. La passeggiata spaziale non era nel programma del Gemini IV. Era stato Johnson ad esigerla, per ragioni politiche. [...] «Ma non siamo pronti, potremmo perdere un uomo, forse due» protestarono quelli della Nasa. Johnson fu irremovibile.
Eddie sapeva bene ciò che rischiava. Lo sapevano tutti. Ricorderete che proprio in quei giorni il direttore della Nasa, James Webb, pronunciò la lugubre e giusta dichiarazione: «Siamo stati molto fortunati fin oggi. Non abbiamo avuto perdite umane. Ma non sarà sempre così. Secondo il calcolo delle probabilità, il limite massimo è già superato: è inevitabile che un lutto prima o poi ci colpisca». Inevitabile? Quando il Gemini IV si alzò dalla rampa molti si sentirono male. [...] Solo Eddie era ottimista. Giunto il momento aprì lo sportello, si fece il segno della croce, uscì e… «Ora basta, Eddie, rientra» diceva McDivitt. «Ma è meraviglioso!» rispondeva Eddie. «Ho detto basta, Eddie, rientra!» «Ora vengo, un minuto appena, ora vengo». Neanche fosse stato a galleggiare in mezzo a una piscina. [...] «Sei venuta per scrivere un pezzo?» mi chiese un giorno della scorsa estate a Cape Kennedy. «No, Eddie. Sono venuta così. Per vedere». «Già. Siamo rimasti in pochi, vero, a gioire di un razzo che parte. Sembra che i nostri voli non interessino più nessuno, ormai. A meno di una tragedia. Che del resto avverrà. Ma quando avverrà non dovrai chiamarla tragedia. Dovrai chiamarla parentesi, e non piangere, e ricordarti che per trovare il nuovo si è sempre morti. Perché niente si ottiene gratis». [...]
Quante volte ho udito il discorso che Eddie conosceva: «Che noia questi voli spaziali. A chi importano, ormai? Se non ci scappa il morto, son sempre la medesima cosa».
Ecco, il morto è scappato. Anzi, tre insieme. In un colpo solo. Ad alleviare la loro noia. E allora giù a fare i pietosi, gli scandalizzati, gli addolorati [...]. «Andar sulla Luna, perché? Spendere soldi e vite umane per viaggiare nel cosmo, perché?». Come se sulla Luna si potesse andar gratis, senza nemmeno un morto. Come se il mondo fin oggi fosse andato avanti gratis, senza nemmeno un morto. Come se il dovere dell'uomo non fosse di spander la vita, cercare altre Terre, altri soli, diventare più bravo e curioso. […] C'è una grande tristezza qui a Houston ora che Gus, Eddie, Roger sono partiti. E qualcuno ci informa che, bando alle illusioni, tutti e tre si accorsero di star per morire. Per 12 lunghi secondi. Ce lo racconta il nastro magnetico con le loro voci. Il primo a gridare fu White: «Fuoco… fuoco… Fuoco a bordo». E la sua voce era concitata, insistente. Il secondo fu Grissom, dopo due o tre secondi: «Vi è un brutto incendio qui nella capsula». E la sua voce era quasi isterica. Il terzo fu Chaffee, dopo sette secondi. Di nuovo gridò: «Fuoco a bordo… Fuoco… Via di qui». E si udirono movimenti frenetici, grida inintelligibili, come se si agitassero, si pestassero, si urtassero per cercare di aprire lo sportello chiuso. C'è una grande tristezza, dottor Wanger. Ma c'è una grande allegria, dottor Wanger, se pensi che i morti non sono loro: sono gli altri. Loro son vivi. Non bisogna piangerli. Perché sono vivi.





