Per sopravvivere, all'Afghanistan non resta che l'oppio. Altro successo di Biden
- Mohammad Akbor ci accompagna tra i campi della regione di Nangarhar al confine con il Pakistan, dove la coltivazione di papavero è la prima attività economica. «Se trovassimo una soluzione alternativa smetteremmo ma ora non possiamo. La nostra vita dipende dall’oppio».
- A Kabul la vita scorre tra le preoccupazioni per la scarsità di cibo, la poca corrente elettrica, la svalutazione della moneta locale, la disoccupazione e l'impossibilità di prelevare i propri soldi.
Lo speciale contiene due reportage esclusivi e una gallery fotografica.
Sulle sterminate distese di aridi campi di papavero passeggia Mohammad Akbor. Spalle curve, barba lunga e grigia rasata solo all'altezza dei baffi, pelle rugosa e abbronzata da anni passati a lavorare la terra, il volto e il corpo sono avvolti in un mantello chiaro. Con la mano sinistra tiene chiuso il mantello, con la destra lancia dei semi sul terreno. Adesso la stagione è ancora prematura ma tra qualche mese i semi diventeranno fiori che, una volta raccolti, verranno raffinati in oppio. Infine, in morfina o in diversi tipi di droghe. Soprattutto eroina.
Come Akbor tante altre persone, bambini e anziani, passeggiano e seminano allo stesso modo. La coltivazione di papavero è infatti la prima attività economica del distretto di Jabrihar nella regione di Nangarhar, situato tra la città di Jalalabad e il confine con il Pakistan. All'orizzonte si intravedono le montagne pakistane da cui ogni primavera scendono i trafficanti che acquistano il raccolto per portarlo all’estero, raffinarlo e rivenderlo. Il prezzo al chilo oscilla tra l'equivalente di 680 e 720 euro. «Qui siamo tutti coltivatori di oppio» racconta Akbor «se trovassimo una soluzione alternativa smetteremmo ma ora non possiamo. La nostra vita dipende dall’oppio».
L’Afghanistan è il primo produttore al mondo di papavero. I suoi raccolti soddisfano circa l’80% della domanda mondiale e l’eroina che ne deriva rifornisce il 95% del mercato europeo. «Fin dalla mia infanzia ricordo solo la guerra» racconta Akbor, «prima c’erano i sovietici, poi il conflitto civile, poi i mujahiddeen, poi gli americani, poi l’Isis, ora di nuovo i mujahiddeen. Questo territorio non è mai veramente stato sotto il controllo di un’unica amministrazione. L’unica costante è sempre stata la coltivazione di questo fiore».
L’oppio è diventato così la più stabile forma di profitto per gente di questa regione che ormai ne dipende economicamente. Per questo nessun governo è mai riuscito a bandirne del tutto la produzione. Un periodo difficile, dice Akbor, è stato quello tra i 2014 e il 2020, quando l’Isis ha preso il controllo del territorio e ha vietato la coltivazione. Questo è stato uno dei motivi per cui tale gruppo non è riuscito a radicarsi nella popolazione locale. In molti, rimasti disoccupati e spaventati dalle brutalità dei terroristi, sono fuggiti in altre parti del Paese. Quando l’anno scorso il distretto è tornato sotto il controllo dell’allora governo filoccidentale le coltivazioni hanno ripreso, seppure illegalmente. Oggi continuano sotto i talebani, nonostante il loro portavoce abbia annunciato di volerle azzerare. Cosa che attualmente pare un’utopia. «Se l’Emirato ci ordinerà di fermarci noi lo faremo ma ci dovranno dare delle alternative per sopravvivere. Per ora non ci hanno detto niente».
Al contrario di quanto annunciato la dipendenza dei cittadini da questo questa attività è molto probabilmente destinata ad aumentare. Si tratta infatti di uno dei pochi business floridi del Paese. L'Afghanistan sta vivendo una crisi economica senza precedenti. L'insicurezza alimentare che da decenni lo colpisce è drasticamente peggiorata negli ultimi mesi, da quando sono venuti a meno gli aiuti dei Paesi occidentali e da quando gli Stati Uniti hanno congelato i depositi bancari dello Stato afghano per evitare che cadano nelle mani dei mujahiddeen. I dipendenti pubblici non percepiscono più lo stipendio, il sistema bancario è al collasso e la svalutazione della moneta locale alle stelle. Secondo uno studio delle Nazioni Unite il 22,8 per cento degli abitanti sta fronteggiando livelli di insicurezza alimentare potenzialmente letali. Tra questi 8,7 milioni vivono una carestia, la fase più acuta di una crisi alimentare. Il divieto della coltivazione di oppio getterebbe intere regioni in una immediata catastrofe umanitaria.
I semi che i contadini seminano danno i fiori in primavera. Il raccolto viene poi venduto a dei broker afghani che a loro volta riforniscono le organizzazioni di trafficanti, sia afghane che straniere, che operano sul mercato internazionale. Tra questi broker c’è Muhaimen (nome di fantasia), corpulento uomo di mezza età originario di Jalalabad. Barba scura, indossa un mantello nero e un cappello marrone. Mentre parla sgrana un rosario di pietre dure tra e mani. «Faccio questo lavoro da oltre vent’anni e prima di me lo faceva la mia famiglia. Acquisto il raccolto dai contadini e lo rivendo a dei businessmen che lo esportano attraverso frontiere non ufficiale in Iran e soprattutto in Pakistan, dove poi viene trasformato in polvere». Racconta che il Pakistan è la principale piattaforma da dove l’oppio viene smistato in tutto il mondo. Infatti, i pagamenti per l’acquisto del raccolto avvengono generalmente in rupie pakistane. Attraverso l’Iran è invece più rischioso perché il regime degli ayatollah è decisamente ostile a questo commercio. Recentemente hanno catturato e poi ucciso dei trafficanti afghani, per dare l’esempio agli altri.
Muhaimen ricorda che durante il primo periodo di governo talebano (1994-2001) la coltivazione era stata messa fuorilegge dal Mullah Omar, cosa che aveva generato una verticale salita dei prezzi. Durante i vent’anni di presenza della Nato (2001- 2021) il commercio di oppio è andato a gonfie vele nonostante fosse ufficialmente bandito. «Molti contadini percepivano fondi dal governo afghano e dalle Nazioni Unite perché bruciassero i campi, cosa che poi non facevano e continuavano a seminare». Con l’arrivo dei talebani non è cambiato nulla. «Annunciano di volere bandire la coltivazione ma lo fanno solo per ingraziarsi la comunità internazionale. Nella realtà non possono farlo perché la situazione economica nel paese è troppo fragile. Finché non ci sarà una crescita l’oppio rimarrà una fonte di sostentamento troppo importante per essere eliminato».
Interrogato sul fatto che i derivati del papavero generino migliaia di morti nel mondo ogni anno Muhaimen risponde che lui non ci può fare niente. «Commercio solo per sopravvivere, se avessi un’alternativa smetterei». Più o meno la stessa risposta di Akbor.
La maggior parte dell’oppio viene venduta all’estero, solo una parte minima è destinata al consumo interno. Questa è però decisamente visibile a Kabul. Per le strade ci si imbatte costantemente in nutriti gruppi di senzatetto accovacciati sui marciapiedi che consumano oppio. Qualcuno fumando, altri iniettandoselo nelle vene. Sono solo alcune delle tante vittime di una crisi economica, sociale e umanitaria figlia di quarant’anni di guerra ininterrotta ed ora aggravata da restrizioni economiche. In molti, paradossalmente, pensano che l’oppio sia l’unica soluzione per sopravvivere. Un altro successo della fine della ventennale missione dell'Occidente in terra di Kabul così come scelto in modo unilaterale di Joe Biden.
L'inevitabile isolamento internazionale ha gettato il Paese nella povertà
Per entrare a Kabul si passa per un'autostrada divisa in due corsie lungo le quali le macchine viaggiano su ambo i lati in entrambi i sensi di marcia. Tra le interminabili bancarelle ai suoi lati corrono centinaia di bambini vestiti in abiti tradizionali che fermano le auto e si attaccano alle maniche delle giacche dei passanti, chiedendo qualche soldo. Costantemente si incrociano i posti di blocco dei mujahiddeen talebani: ragazzi di età generalmente compresa tra i 15 e i 25 anni, capelli lunghi, barbe incolte, spesso grossi anelli alle dita. Ognuno ha con sé un kalashnikov, chi a tracolla sulla spalla chi impugnato tra le mani. Indossano larghe tuniche oppure divise militari ornate con toppe bianche e nere ricoperte di scritte che recitano la shahadat islamica. Le stesse scritte che si vedono sulle bandiere che sventolano ovunque. Per le strade, sui pick-up che scorrazzano in giro, sui palazzi governativi.
I mujahiddeen fermano le macchine e controllano i passeggeri. L'allerta è alta. In città, infatti, esplosioni e attentati avvengono ogni settimana. Nonostante i talebani lo neghino, tutti sanno che sono opera dell'Isis K, la filiale dello Stato Islamico attiva in Afghanistan dal 2014. Durante gli ultimi anni di presenza delle truppe Nato nel Paese tale gruppo terroristico era riuscito a prendere il controllo di intere fette di territorio, negli ultimi mesi ha però perso terreno a seguito della spietata repressione dei talebani: quando un membro dell'Isis viene individuato viene immediatamente eliminato. Permangono tuttavia delle cellule che continuano a dare battaglia. Secondo l'inviato delle Nazioni Unite in Afghanistan Deborah Lions queste sono presenti in quasi tutte e 34 le province del Paese.
In città la vita scorre tuttavia tranquilla e nessuno sembra preoccupato dai terroristi. Le preoccupazioni riguardano semmai la scarsità di cibo, la poca corrente elettrica, la svalutazione della moneta locale, la disoccupazione, l'impossibilità di prelevare i propri soldi. È l’economia il principale metro di valutazione con cui cittadini misurano l’operato dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan, il nuovo regime instaurato dai talebani lo scorso agosto al posto del governo filoccidentale collassato con la ritirata delle truppe della Nato. Se i talebani riusciranno a fare uscire il Paese dalla crisi economica senza precedenti che lo sta colpendo in molti si dicono disposti a sostenerli. Obiettivo difficile da raggiungere, dato che gran parte della crisi deriva dalle restrizioni economiche imposte dagli americani proprio all’Emirato.
I talebani ci stanno comunque provando. Il loro obiettivo è quello di rompere l’isolamento economico e politico internazionale in cui si trovano mostrando un nuovo volto e concedendo ai cittadini una serie di che permessi erano vietati ai tempi del loro primo governo (1994-2001). Per le strade alcuni uomini vestono all’occidentale, con jeans e camicie. Diverse donne camminano da sole, alcune indossano il velo integrale azzurro che copre loro tutto il volto ma tante altre hanno semplicemente un foulard appoggiato sul capo che lascia intravedere abbondanti ciocche di capelli. Nei negozi di parrucchieri vengono esposte scatole di prodotti femminili che mostrano ragazze con il volto scoperto. Alcuni ragazzi sprezzanti del pericolo ascoltano la musica nelle case e nelle auto. Tutte cose proibite dall’ideologia talebana che nel periodo precedente sarebbero state immediatamente punite, al contrario di oggi. «Hanno colto la lezione dell’ultima volta e capito che l’ortodossia li porta ad essere isolati internazionalmente» spiega Mohamed Andalib Ismail, giornalista afghano dell’agenzia Afghan Islamic Press, «si rendono conto che con la rapidità del web le violenze brutali farebbero rapidamente il giro del mondo compromettendoli come potenziali interlocutori». Fine ultimo dell’Emirato è quello di essere riconosciuto dalla comunità internazionale come legittimo governatore dell’Afghanistan, è quindi meglio mostrare un volto umano.
Anche la lotta all’Isis rientra in questo progetto di accreditamento, soprattutto agli occhi della prima potenza del globo, gli Stati Uniti. Nonostante gli americani formalmente non riconoscano l’Emirato e per vent’anni lo abbiamo combattuto sul campo di battaglia afghano le due parti hanno avuto contatti formali fin dal 2010. Nel 2018 la Casa Bianca ha avviato negoziati ufficiali con i talebani in vista della propria ritirata dall’Afghanistan. In cambio di un potenziale riconoscimento gli Stati Uniti hanno chiesto loro di tagliare i rapporti con le organizzazioni terroristiche minacciose per la sicurezza nazionale americana: a partire da Al Qaeda e dall’Isis. I talebani combattono quindi oggi i terroristi nella speranza un domani di essere riconosciuti. Qualora ciò avvenisse verrebbero probabilmente rimosse le sanzioni economiche.
Per i cittadini afghani il futuro è molto incerto. Alcuni si dicono contenti per questa nuova parziale permissività dei talebani e pensano che con la rimozione delle restrizioni economiche il futuro possa essere positivo. Molti temono però che un eventuale riconoscimento internazionale dei talebani li induca a ripristinare l’ortodossia e ad inasprire le repressioni. Le possibili e più probabili alternative sono due: la repressione dei mujahiddeen una volta che saranno stati riconosciuti; la misera legata alla crisi economica qualora rimanessero isolati. In tantissimo stanno quindi fuggendo dal Paese. In fuga dai talebani ma soprattutto dalla fame. E dalla paura per il futuro.
- Nel 2020 in Europa sono stati registrati 189 attacchi antisemiti. Al primo posto c'è la Germania con 59 casi seguita dal Regno Unito con 46, Ucraina 22 e Francia 12. L'Italia ha registrato 8 casi. Il rabbino Menachem Magrolin spiega: «Ci sono sempre più ebrei che credono che tra dieci anni in Europa non ci sarà più alcuna vita ebraica».
- Il Capo della Polizia di Stato Lamberto Giannini: «Sentiamo il dovere di tutelare una comunità che in passato è stata colpita da un grave attentato come quello alla sinagoga di Roma nel 1982».
- Stanlislaw Obirek, teologo, professore di storia del Cristianesimo all'Università di Varsavia: «La crescita dell'antisemitismo è un fenomeno globale legato alla crescita di correnti fondamentaliste all'interno di tutte le principali religioni mondiali».
- Ben-Dror Yemini, giornalista e scrittore israeliano: «Alcuni a sinistra credono di potere dire qualsiasi cosa. Non bisogna generalizzare, c'è una grande differenza tra la sinistra antisemita e quella che lotta veramente per la giustizia sociale».
Lo speciale contiene quattro articoli.
«L'Europa ha fallito completamente nella lotta all'antisemitismo. In troppe strade europee non possiamo camminare vestiti con i nostri abiti. Ci sono sempre più ebrei che credono che tra dieci anni in Europa non ci sarà più alcuna vita ebraica». Queste le parole con cui il rabbino Menachem Magrolin, direttore generale della European-Jewish Association - l'organizzazione ombrello che raggruppa le comunità ebraiche d'Europa - ha inaugurato il convegno internazionale sull'antisemitismo tenutosi a Cracovia il 7 novembre, al quale hanno partecipato una ventina di relatori provenienti da diversi Paesi.
Parole dure che esprimono la crescente sensazione di insicurezza e intimidazione diffusa tra molti ebrei europei. Secondo un sondaggio contenuto nel primo piano politico-strategico della Commissione Europea contro l'antisemitismo, pubblicato ad ottobre, il novanta per cento degli ebrei del Vecchio Continente considera l'antisemitismo come una minaccia reale ed in crescita. Il 28 per cento ha subito direttamente attacchi o molestie di matrice antisemita e il 34 per cento evita di visitare luoghi o eventi ebraici per motivi di sicurezza. Il 38 per cento degli ebrei europei prende in considerazione la possibilità di emigrare dal Paese in cui vive perché non si sente sicuro.
I sentimenti di paura e di inquietudine variano a seconda dell'area geografica e del contesto sociale nonché delle diverse esperienze personali degli intervistati. Tuttavia, i servizi di intelligence e di polizia dei Paesi europei sono quasi tutti concordi nell'individuare tre principali fonti da cui cresce l'antisemitismo: l'estrema destra (con significative differenze da Paese a Paese), l'estrema sinistra e l'islamismo radicale. A questi alcuni affiancano anche il neonato ambiente no-vax ed ostile alle restrizioni da Covid 19, all'interno del quale fiorirebbero le teorie del complotto che conducono ad identificare l'ebreo come responsabile. Una tendenza, questa, diffusa soprattutto nell'area germanofona. Secondo l'Ente Federale per la Protezione della Costituzione, ovvero il servizio segreto interno della Germania, il movimento no-vax starebbe veicolando all'interno della società una relativizzazione e banalizzazione dei crimini subiti dagli ebrei durante il nazismo. Alcuni manifestanti no vax paragonano infatti il lockdown ai campi di concentramento e le persone non vaccinate agli ebrei durante il periodo hitleriano.
È anche a seguito di questa tendenza che secondo il vicepresidente della Commissione Europea Margaritis Schinas l'Europa sta assistendo ad una «crescente e preoccupante tendenza di attacchi e sentimenti antisemiti» che necessita di una strategia di contrasto comunitaria condivisa. Si tratta però di un progetto difficile da realizzare perché si scontra con le diverse interpretazioni del fenomeno da parte dei diversi paesi e che spesso ne rispecchiano le differenti sensibilità, storie e culture politiche. Non esiste per esempio, un unico metodo condiviso di classificazione degli attacchi antisemiti di matrice islamista. Mentre le forze di polizia di alcuni paesi, come l'Italia, classificano le aggressioni tenendo in considerazioni le origini e l'estrazione religiosa dell'aggressore in altri questo non viene fatto. In Germania, per esempio, le forze di polizia e la stampa hanno per anni evitato di specificare religione ed origine degli autori delle aggressioni (non solo antisemite) per evitare strumentalizzazioni. Una tendenza, questa, che sta adesso progressivamente cambiando a seguito delle grandi polemiche pubbliche e politiche scaturite da alcuni eclatanti episodi di violenza degli ultimi anni.
Queste discrepanze di classificazione e di culture politiche fanno sì che a oggi non esista un unico database europeo che raccolga i dati sulle aggressioni antisemite seguendo un unico metodo. Esistono invece delle raccolte dati dei singoli stati nazionali che applicano strumenti di valutazione differenti. Secondo Statista, l'azienda tedesca indipendente che si occupa di sondaggi e statistiche raccogliendo dati istituzionali, nel 2020 in Europa (anche extra Ue) sono stati registrati 189 attacchi antisemiti. Al primo posto c'è la Germania con 59 casi seguita dal Regno Unito (46), dall'Ucraina (22) e dalla Francia (12). L'Italia ha registrato otto casi.
Emerge invece un nuovo dato rilevante. Ovvero la crescita delle aggressioni e dei comportamenti antisemiti nell'Europa occidentale, dove negli ultimi decenni l'antisemitismo veniva classificato con tassi piuttosto bassi. Un sondaggio pubblicato ad ottobre dall'Ipsos e dall'ungherese Europe Action and Protection League mostra che Polonia, Ungheria e Grecia sono i Paesi europei con il più alto tasso di diffidenza sociale verso gli ebrei. Tuttavia, gli episodi di violenza antisemita in questi Paesi sono rari. La preoccupazione cresce invece in occidente, per esempio in Francia. «Gli ebrei stanno lasciando l'Europa» dice Joel Mergui, presidente di una delle maggiori organizzazioni ebraiche francesi. Questo fenomeno tocca soprattutto i giovani che emigrano in Israele e negli Stati Uniti perché in Europa non si sentono più al sicuro. In Francia, aggiunge, esistono delle zone che sono delle no-go zones per gli ebrei e dove anche la polizia fatica ad entrare, in riferimento ad alcune quartieri urbani delle grandi città densamente abitate da persone musulmane che negli ultimi anni sono stati abbandonati da diverse famiglie ebraiche per motivi di sicurezza. «Mentre la politica e le istituzioni europee devolvono risorse importanti e non risparmiano fatiche nel combattere l'antisemitismo la situazione in Europa non sta migliorando. Al contrario, sta peggiorando». Su questo sembrano essere tutti d'accordo. Su come affrontare il problema restano invece opinioni estremamente differenti.
«In Italia c'è tantissima attenzione su questo tema»

Il Capo della Polizia di Stato Lamberto Giannini (Ansa)
Lamberto Giannini, Capo della Polizia di Stato e direttore generale della Pubblica Sicurezza, è stato premiato il 7 novembre a Cracovia con il King David Award da parte della Europen-Jewish Association per il suo lavoro di protezione delle comunità ebraiche italiane.
Molti ebrei dicono di sentirsi molto più al sicuro in Italia rispetto che in altri Paesi europei, sia orientali che occidentali. Cosa hanno fatto l'Italia e la polizia italiana in più rispetto agli altri nel contrasto all'antisemitismo?
«In Italia c'è tantissima attenzione su questo tema da parte delle istituzioni e di tutte le forze dell'ordine. Questo anche per motivi storici. Sentiamo il dovere di tutelare una comunità che in passato è stata colpita da un grave attentato come quello alla sinagoga di Roma nel 1982, dove perse la vita un bambino. Negli ultimi anni ci sono state tantissime misure contro associazioni indagate e poi portate a processo con l'accusa di antisemitismo, cosa iniziata soprattutto a partire dagli anni Novanta a seguito dell'introduzione della legge Mancino contro le discriminazioni razziali. Più recentemente va ricordato il processo contro Stormfront, una piattaforma online che aveva degli addentellati con dei suprematisti americani e con il Ku Klux Klan e che pubblicava cose indicibili e negazioniste. Andando perfino a giustificare quanto accaduto con la Shoah e individuando gli ebrei come il male assoluto».
Si tratta quindi prevalentemente di una maggiore capacità operativa delle forze dell'ordine italiane rispetto a quelle di altri Paesi?
«Non solo. Un valore aggiunto è dato dal rapporto con le comunità ebraiche. Le persone delle comunità ci segnalano situazioni anomale, ci danno indicazione e segnalano eventi che ritengono di particolare criticità. Questo rapporto costante fa la differenza. L'esempio migliore è la comunità ebraica di Roma che è fortissimamente radicata sul territorio. Certo anche la dimensione operativa è importante. Un altro nostro punto di forza è il costante coordinamento e lo scambio di informazioni tra le diverse forze dell'ordine italiane, che permette una maggiore efficacia sul piano operativo».
È cambiato qualcosa con lo scoppio della crisi sanitaria?
«L'antisemitismo in sé non è cambiato. Sono cambiati i problemi e le emergenze a cui vengono legati i discorsi sull'antisemitismo da parte di alcuni. La pandemia ha rafforzato i discorsi online sull'esistenza di un complotto. Il web è un campo molto vasto in cui tante persone esprimono dichiarazioni di odio. Questi sono reati che, come tali, vengono perseguiti. Stiamo osservando come molte persone che vengono denunciate spesso non si rendono nemmeno conto della gravità dei gesti e delle frasi che esprimono e che invece hanno conseguenze giuridiche».
Lei vede dell'antisemitismo nelle manifestazioni pro-Palestina che si tengono in Italia?
«Va fatta una grossa distinzione tra il pericolo terrorismo dei lupi solitari e le attività pro Palestinesi in merito alle quali qualche volta sono emersi slogan odiosi. Queste ultime hanno generato in passato tensioni che però stanno via via scemando. Negli ultimi anni abbiamo avuto momenti di tensione per via della partecipazione della Brigata Ebraica alle manifestazioni del 25 aprile. Ciò non va confuso con il discorso dei lupi solitari che è estremamente diverso seppure esistente perché i fatti internazionali mostrano che il rischio terrorismo è sempre presente».
«La crescita del fondamentalismo cristiano è particolarmente evidente nell'Europa centrale e orientale»

Il teologo polacco Stanlislaw Obirek (YouTube)
Sul tema dell'antisemitismo è intervenuto anche Stanlislaw Obirek, teologo e professore di storia del Cristianesimo all'Università di Varsavia.
Lei ha la sensazione che i comportamenti antisemiti in Europa siano in crescita? Quali sono le ragioni?
«La crescita dell'antisemitismo è un fenomeno globale legato alla crescita di correnti fondamentaliste all'interno di tutte le principali religioni mondiali. A partite dal cristianesimo, dall'islam e dall'ebraismo. La crescita del fondamentalismo cristiano è particolarmente evidente nell'Europa centrale e orientale e si sovrappone alla ridefinizione identitaria dei popoli che hanno vissuto nel blocco sovietico. Ciò sta conducendo alla nascita di nuovi etno-nazionalismi che traggono legittimità da una specifica interpretazione del cattolicesimo. Si tratta di un fenomeno che nella storia abbiamo già visto. Già quando la Polonia ottenne l'indipendenza nel 1918 vide la crescita di un forte antisemitismo che colpiva gli ebrei polacchi, che allora erano il 10% della popolazione totale. Alcuni movimenti, come il partito Democrazia Nazionale, credevano nel darwinismo sociale e interpretavano il cattolicesimo come fonte di legittimazione del proprio antisemitismo. Si creava così una correlazione tra nazionalismo antisemita e religione cattolica che è riemerso dopo l'indipendenza del 1989. Oggi in Polonia la crescita del fondamentalismo cristiano si mischia con fattori autoctoni come la ridefinizione identitaria, la giovinezza della nostra democrazia e le radici storiche dell'antisemitismo polacco».
I dati mostrano che gli attacchi antisemiti in Polonia e nell'Europa dell'Est sono minori rispetto che nell'Ovest. Come se lo spiega?
«L'antisemitismo polacco non è particolarmente aggressivo, si tratta soprattutto di una ridicolizzazione degli ebrei, di dichiarazioni pubbliche e di pregiudizi. Potremmo definirlo un antisemitismo senza ebrei, dato che ormai il numero degli ebrei polacchi è molto ridotto. La maggior parte dei polacchi di oggi non ha esperienze di convivenza con gli ebrei, la maggior parte dei quali sono stati uccisi o sono emigrati. In alcuni Paesi dell'Europa occidentale dove gli ebrei sono più numerosi, come in Francia, la maggior parte degli attacchi violenti contro sinagoghe e centri culturali ebraici sono commessi da persone musulmane che identificano gli ebrei come espressione di Israele, che ritengono essere la fonte del male della loro regione di origine».
Non vede quindi caratteristiche comuni nell'antisemitismo europeo?
«Non particolarmente se non per quanto riguarda l'affermazione del fondamentalismo religioso, che però è un fenomeno mondiale. In Occidente c'è un antisemitismo espresso da persone musulmane e un nuovo antisemitismo legato alle posizioni antiisraeliane di alcuni movimenti di sinistra. Ciò non esiste ad Oriente, dove invece è maggiormente diffuso un sentimento di diffidenza verso gli ebrei nelle società mentre i governi sono quasi tutti sostenitori delle politiche di Israele».
Ci sono delle differenze tra antisionismo e antisemitismo? Dove finisce il primo e inizia il secondo?
«In Inghilterra Corbyn non si dichiarava antisemita, eppure ha legittimato posizioni all'interno del partito laburista che di fatto erano antisemite. Per esempio, il boicottaggio di accademici israeliani perché non parlassero nelle università. Alcuni accademici di sinistra dicono di criticare il governo israeliano perché di destra ma generalizzano la loro critica nei confronti di tutti ebrei. In alcuni casi si assiste ad un mix tra idee intellettuali e posizioni antiisraeliane che diventano antisemite perché colpiscono genericamente gli autori israeliani che vogliano parlare di arte e cultura ebraica negli atenei. Questo fenomeno non esiste in Polonia».
Il governo populista polacco ha avuto un fortissimo scontro con quello di destra israeliano in merito alle responsabilità storiche dei polacchi durante la Seconda Guerra Mondiale. Esiste una correlazione tra affermazione dei nazionalpopulismi e la crescita dell'antisemitismo?
«Si tratta di un vero e proprio conflitto violento tra il governo polacco di destra che inizialmente era un grande amico di quello di destra israeliano e che ora gli è invece molto ostile, anche se in Israele è cambiato presidente. Il pomo della discordia è l'interpretazione della storia. Negli ultimi anni il governo polacco sta promuovendo una reinterpretazione della storia moderna. Ha iniziato con Solidarnosc mettendo in ombra Lech Walesa a favore dei gemelli Kaczyński. Poi ha favorito la pubblicazione di libri e studi che minimizzano il coinvolgimento dei polacchi nell'Olocausto. Vorrebbero dimostrare che i polacchi furono vittime di due totalitarismi, quello nazista e quello sovietico, al pari degli ebrei. Certamente i polacchi furono vittime ma in molti presero parte attiva nell'uccisione degli ebrei. I nuovi studi minimizzano questo fatto e si concentrano invece sui polacchi che aiutarono gli ebrei. Israele non accetta questa riscrizione della storia e questo ha portato a un forte scontro».
«Ci sono diversi casi di convergenza tra l'estrema sinistra e il jihadismo»

Lo scrittore israeliano Ben-Dror Yemini (YouTube)
Ben-Dror Yemini è un giornalista e scrittore israeliano, autore del libro L'industria delle bugie, in cui esprime le sue opinioni sulla narrazione antiisraeliana da parte dei gruppi di estrema sinistra.
Qual è la differenza tra antisemitismo e antisionismo? Esiste una chiara linea di demarcazione dove finisce il primo ed inizia il secondo?
«È una questione centrale che confonde molte persone. Un giorno un giudice americano disse: non so definire cosa sia la pornografia ma so riconoscerla quando la vedo. Penso che lo stesso valga per l'antisemitismo. La domanda che ci si deve porre quando ci si interroga se un comportamento o frase sia antisemita oppure semplicemente critica nei confronti di Israele è: stanno mentendo oppure no? Se qualcuno critica Israele senza mentire e con spirito onesto allora si tratta di sano criticismo. Per esempio, è più che legittimo criticare le politiche di occupazione, come d'altra parte molti israeliani fanno. Se invece Israele viene attaccato attraverso la menzogna allora non si tratta più di una critica onesta ma di un tentativo pretestuoso per delegittimare il Paese e il suo carattere ebraico in quanto tale. Qui inizia l'antisemitismo».
L'antisemitismo è diffuso nella sinistra europea?
«Alcuni a sinistra credono di potere dire qualsiasi cosa. Non bisogna generalizzare, c'è infatti una grande differenza tra la sinistra antisemita e quella che lotta veramente per la giustizia sociale. Tuttavia, va riconosciuto che le menzogne di cui parlavo prima non sono marginali nella sinistra propalestinese che in realtà è antiisraeliana. Essa incoraggia i palestinesi a mantenere il loro rifiuto per Israele, cosa che non farebbero se non avessero questo tipo di supporto internazionale. Così facendo perpetuano le sofferenze dei palestinesi e rallentano il processo di pace. Non si tratta di un fenomeno marginale, bensì di un sentimento diffuso nelle elites intellettuali che assumono atteggiamenti antisemiti senza spesso nemmeno rendersene conto. Dicono di essere contro l'esistenza di ogni stato nazionale ma poi si mobilitano solo contro uno di questi: Israele e il suo carattere ebraico. Negano a Israele il diritto di esistere e chiedono il diritto di autodeterminazione dei palestinesi senza però rispettare quello degli ebrei».
Molti partiti di sinistra di diversi paesi europei hanno creato una sorta di alleanza con movimenti musulmani radicali.
«Ci sono diversi casi di convergenza tra l'estrema sinistra e il jihadismo. L'estrema sinistra sta così a fianco di persone che sono contro i diritti umani e quelli delle donne. I jihadisti parlano apertamente dello sterminio degli ebrei, come ha detto recentemente uno dei leader di Hamas. Se tu ti affianchi a questi movimenti dai loro credibilità e legittimità agli occhi dei palestinesi e boicotti così il processo di pace e di riconciliazione. In fin dei conti sei contro i palestinesi perché perpetri le loro sofferenze nella situazione attuale».
Lei si riferisce dunque soprattutto ai legami tra la politica europea e i Fratelli Musulmani…
«Voi europei non vi rendete conto del pericolo che si corre legandosi a questi movimenti jihadisti e radicali. Nel mondo arabo ci sono invece ormai molte voci, anche importanti, che si alzano contro l'islamismo. Questo anche perché ne toccano le conseguenze con mano. Gli islamisti uccidono soprattutto altri musulmani, che rappresentano il 98 per cento delle vittime dei jihad globale».
Parte della sinistra israeliana vede nell'estremismo di destra la più grande minaccia per gli ebrei in Europa e accusa Netayahu di averla rafforzata attraverso i suoi endorsement ai partiti populisti. Lei cosa ne pensa?
«Non mi piacciono le connessioni che Netanyahu ha avuto con Viktor Orban e con i leader di altri movimenti populisti europei. Vedo però che alcuni leader europei, a partire da Federica Mogherini, vanno a visitare Tehran. Dico quindi: non dateci lezioni. Voi cooperate con regimi molto più oscuri dell'Ungheria di Orban».








