La sindaca sceriffa di Cascina, la leghista Susanna Ceccardi, ha deciso di darle in dotazione alla polizia municipale. Bologna ha organizzato corsi di formazione specifici. E dall'altra parte del mondo Levi Tillemann, candidato dei democratici al congresso degli Stati Uniti, le ha proposte in risposta a Donald Trump, che vorrebbe munire di armi gli insegnanti nelle scuole. Le pistole al peperoncino si stanno diffondendo rapidamente come forma non letale di difesa. Usate da donne e uomini che si sentono insicuri a casa, al lavoro o quando escono alla sera. Sparano, ma non uccidono. A guardarle sembrano armi giocattolo, come le coloratissime pistole ad acqua che si usavano da ragazzi. Invece hanno un caricatore che contiene un liquido irritante, a base di paprika e peperoncino di Cayenna, che sparato sull'aggressore lo mette fuori gioco per 45 minuti, tra bruciori agli occhi, difficoltà di respirazione, disorientamento e nausea. E, a differenza dello spray, sono veloci da maneggiare e con efficacia fino a 3 metri di distanza.
A distribuire in Italia il prodotto, brevettato dall'azienda svizzera Piexon, è Midifendo.it, start up fondata due anni fa a Ponsacco, in provincia di Pisa, da Gionata Lenzi, 43 anni, ex carabiniere che ha fiutato il business e messo in piedi un sito e-commerce. Lì si trova pure una guida su come viaggiare in sicurezza in vacanza o per lavoro. Nell'ultimo anno ha venduto quasi 15.000 pezzi tra pistole usa e getta e professionali ricaricabili, oltre agli accessori per l'equipaggiamento antiaggressione come la fondina, il puntatore laser e le ricariche. Ha stretto pure una collaborazione con la rivista Legittima Difesa, fondata in aprile dall'editore Stefano Trentini.
Lenzi, nel momento in cui infuria il dibattito sulla legittima difesa molti cercano già di difendersi, anche se in modo più soft.
«Diciamo concreto. La gente è sempre più spaventata, ma ha paura a usare un'arma vera per le conseguenze personali e penali. In Italia, nella maggioranza dei casi, le aggressioni non sono con pistole ma con taglierino, siringhe, mani nude. Senza usare forconi o fucili, che possono fare molto male e mettere nei guai anche chi cerca di difendersi, la pistola al peperoncino è una valida alternativa contro ladri e aggressori d'ogni genere. Non è considerata un'arma, non richiede licenza e porto d'armi, si può liberamente acquistare e portare ovunque».
Cosa cambia rispetto allo spray?
«Sfrutta lo stesso principio della sostanza irritante, ma la differenza fondamentale è la propulsione. Il getto esce a forte velocità, dai 180 chilometri orari per il prodotto base ai 430 per quello d'alta gamma. È leggera e compatta, si può mettere in borsa e si maneggia con facilità, come una pistola».
Facciamo un esempio pratico. Vado a un concerto, mi avvio verso l'auto e vengo assalita.
«Estraggo la pistola dalla borsa e sparo. Non occorre essere tiratori esperti: basta mirare dal busto in su, perché il gel riesce a espandersi per una circonferenza di 60 centimetri, in modo che i vapori raggiungano il naso, la bocca e gli occhi. Poi chiamo le forze dell'ordine, perché il malvivente sarà quasi paralizzato per tre quarti d'ora e potrà essere arrestato».
Mi perdoni, in preda al panico magari non trovo la pistola. Oppure non colpisco l'aggressore, ma un poveraccio che passa per strada.
«Non è mai accaduto. Ma, certo, non basta lo strumento, bisogna anche saperlo utilizzare. E sapersi districare in certe circostanze. Ad esempio, come liberarsi se uno ti sorprende alle spalle».
Beh, in quel caso ci vorrebbe un insegnante di karate.
«Noi diciamo che è molto importante la prevenzione. Sul nostro sito forniamo consigli e indicazioni su come muoversi in sicurezza. Intanto, non bisogna mai abbassare l'attenzione. Poi bisogna prendere sempre alcune precauzioni. Ad esempio, scegliere un posto illuminato e non troppo isolato per la sosta. Guardare negli specchietti prima di uscire dall'auto. Evitare la sosta nelle piazzole dell'autostrada. E riconoscere le tecniche usate dai malfattori per fermare le auto. In futuro organizzeremo dei corsi di autodifesa e delle dimostrazioni in giro per l'Italia».
Chi sono i vostri clienti? Più donne o uomini?
«Uomini. Però molti di loro ne comprano più di una: “Per mia moglie quando sta sola in casa e mia figlia che va in discoteca". Quest'anno ne abbiamo vendute tantissime l'8 marzo, per la festa della donna. Mariti e fidanzati le hanno regalate insieme alle mimose».
Giovani o anziani?
«La maggior parte degli acquirenti è nelle fasce dei 40 e 50 anni. Cercano la sicurezza a casa e sul posto di lavoro, usando metodi non letali. Spesso vivono nelle grandi città come Roma e Milano, e nelle regioni del Nord come Veneto, Lombardia e Piemonte. C'è chi compra la pistola per i genitori anziani, specie se abitano in una casa isolata. Uno mi ha detto: “Ho paura che mio padre usi il fucile da caccia. Non voglio che si cacci nei guai". Poi abbiamo tante storie simpatiche».
Ce ne racconti una.
«Un anziano abita in una villetta a due piani. Si affaccia dal balcone della finestra e vede uno armeggiare davanti alla porta con il cacciavite. Gli spara con il peperoncino e lo colpisce sul collo. L'altro scappa, mentre il signore chiama la polizia. Gli agenti fanno un giro di perlustrazione e, a 200 metri dalla casa, trovano uno con una macchia rossa sul collo che si contorce sull'asfalto. E lo arrestano. Poi c'è la storia del farmacista».
Che cos'è successo?
«Ha comprato una pistola urticante e ha sventato una rapina: ne aveva subite due da un aggressore armato di taglierino. Alla terza, gli ha sparato e lo ha messo ko».
Avrete anche molti tassisti e benzinai tra i clienti.
«Eccome. Pure gioiellieri, tabaccai, negozianti. E poi guardie giurate, carabinieri e polizia. Sanno la pericolosità che ha un'arma vera e temono le conseguenze penali, anche in caso di autodifesa. Perciò, in certi casi, preferiscono usarne una “finta". E io, che sono stato carabiniere, so bene cosa vuol dire aver paura di usare un'arma per il rischio di essere denunciati dall'aggressore. Me ne hanno comprate alcune anche le guardie forestali: “Sa, non si sa mai che nel bosco capiti di incontrare un orso". Poi c'è la bella avventura di due giovani biker».
Anche loro pistoleri?
«Si chiamano Omar e Valentina, sono friulani, e hanno deciso di girare il mondo a piedi e in bicicletta. Erano stati aggrediti da alcuni cani randagi e altri biker li avevano avvertiti che in giro c'erano malviventi in furgone che aggredivano i ciclisti, li riempivano di botte e poi rubavano le bici, vendendole all'estero. Così, per sentirsi più sicuri, adesso girano con le nostre pistole».
La vostra Piexon potrebbe comprarla anche qualche malintenzionato.
«Sempre meglio di un'arma vera o di un coltello».
E se finisce in mano ai bambini?
«C'è un sistema di sicurezza che impedisce di premere il grilletto. Un po' come l'accendino e certi medicinali. C'è anche un dispositivo che impedisce spari accidentali. Certo, è sempre meglio che i genitori non la lascino in giro».
Cosa si fa se ci si trova di fronte uno con una pistola vera?
«Allora è meglio non muoversi. Lo diciamo sempre ai direttori di banca che hanno comprato la Piexon: mai sparare con il peperoncino a uno che è armato davvero».
Cosa pensa della legge sulla legittima difesa?
«Che difendersi va bene, ma in un modo che non sia letale. Non è giusto uccidere o mettere a repentaglio la vita di un'altra persona. Esistono le leggi e i giudici per punire chi sbaglia. Però sono consapevole che esiste una buona fetta di persone che vorrebbe difendersi in maniera più pesante rispetto alla paprika. La percezione di insicurezza e la paura di essere aggrediti è tanta, sia in strada, che al lavoro o a casa propria».
A Milano il taser si è dimostrato molto efficace. Matteo Salvini vuole estenderlo a tutte le forze di polizia.
«È un passo in avanti rispetto ai proiettili di piombo, ma dubito che possa essere il miglior strumento. In America, secondo Amnesty international, dal 2001 ha fatto più di 800 morti. Le persone che soffrono di disturbi cardiaci o di alterazioni emotive con le scosse possono perdere la vita».
Da piccola sognava di diventare pilota dei caccia militari, ma il padre, che era stato nell'Arma di cavalleria, la stroncò: «Non è possibile, sei una donna». Ce l'ha fatta a prendere il brevetto di volo e oggi è nella cabina di pilotaggio di un aereo spettacolare, anche se instabile. Vincendo ancora una volta un pregiudizio. Cecilia Gasdia è dalla primavera scorsa la prima sovrintendente donna alla guida dell'Arena di Verona. Un colosso che l'anno scorso ha richiamato quasi 381.000 spettatori, macinando 22,5 milioni di incassi. Eppure, quello che è uno dei più bei teatri all'aperto del mondo arriva da un decennio disastrato: un commissariamento, 26 milioni di buco lasciati in eredità dal sindaco Flavio Tosi, il corpo di ballo licenziato, esposti, scioperi e turbolenze delle maestranze. Che sono tornate a scioperare, prima del Barbiere di Siviglia del 9 agosto, in piena stagione lirica, chiedendo garanzie credibili su organici, contratti, concorsi e su una programmazione spalmata su 12 mesi.
L'ex soprano, 58 anni, non sembra sentire la pressione. Vincitrice del concorso internazionale di voci Maria Callas della Rai nel 1980, ha calcato i palcoscenici di tutto il mondo, interpretando più di 90 ruoli a fianco dei più bei nomi della lirica, diretta da maestri come Riccardo Muti, Herbert von Karajan e Claudio Scimone. I maligni le pronosticano un flop, ma lei non teme di steccare: «La mia sarà una programmazione oculata, da buon padre di famiglia che dovrà pagare le spese per i precedenti sprechi. Le responsabilità di cui dovremo tener conto sono tante, non solo artistiche».
Sovrintendente, l'Arena ha visto negli anni un calo della qualità e un debito salito vertiginosamente. Come si rimedia?
«Stiamo prendendo ogni misura possibile per ridurre le uscite e aumentare le entrate senza perdere la qualità, anzi, aumentandola. La qualità è il motore necessario della nostra crescita, per riavvicinare il pubblico che si era allontanato dall'Arena e per accogliere al meglio il nuovo. Un'impresa difficile, perché il piano di risanamento ci impone anche nel 2018 due mesi di stop assoluto non retribuito per tutti i dipendenti della Fondazione. Ma non è impossibile farcela, se tutti si impegnano».
Come sta andando la sua prima stagione?
«Siamo quasi alla fine e le cose stanno andando meglio rispetto al passato, anche se è presto per sbilanciarsi. Abbiamo avuto grandi soddisfazioni per il Barbiere di Siviglia, con un grande cast - da Leo Nucci a Ferruccio Furlanetto - che è diventato il fiore all'occhiello di un'Arena più attenta alle grandi voci. Un mio azzardo è stato anche scommettere sui giovani. Molti dei debuttanti hanno risposto benissimo, riscuotendo un buon successo di pubblico e migliorandosi ogni sera. Molti altri grandi che non erano mai stati all'Arena si stanno affacciando adesso su questo teatro unico: Anna Netrebko, per esempio, che debutterà nel 2019 nel Trovatore con il marito Yusif Eyvazov. Stiamo lavorando per allargare gli inviti, vogliamo portare in Arena nei prossimi anni tutti i più grandi, insieme ai giovani talenti».
Il gruppo politico di Flavio Tosi la accusa di non avere capacità manageriali e di essere una nomina politica, in quota Fratelli d'Italia.
«A chi pensa questo, direi di provare a candidarsi in piena campagna elettorale a soli due mesi dalle elezioni, per uscirne sovrintendenti. Credo che le motivazioni che hanno portato alla mia nomina siano altre. Conosco l'Arena dall'interno da quando avevo 16 anni, mi ha dato tanto come figurante, come artista del coro e come solista. Ricordo la grandezza dell'Arena di allora e a quella grandezza internazionale voglio riportarla, ora che ho l'occasione di restituire tutto ciò che mi ha dato».
Quante ore lavora al giorno?
«Non tengo il conto. Di solito, durante l'anno, mi sveglio alle 6 e sono al lavoro in ufficio per le 7.30, fino alle 19.30. Dopo quell'ora si va in teatro, sia al Filarmonico o in Arena. Durante il festival estivo le lancette dell'orologio si spostano più avanti: l'opera finisce sempre dopo mezzanotte».
Negli ultimi anni in molti hanno detto che l'opera è morta. Il rapporto 2017 della Siae segnala però una buona salute della lirica (+8,68% il numero degli spettatori), in controtendenza rispetto al crollo del cinema. E le prime posizioni sono occupate dalle opere dell'Arena 2017, da Nabucco all'Aida.
«Mi verrebbe da dire che, rispetto al cinema, un'opera in streaming non si può riprodurre. Non parlo ovviamente della trasmissione in diretta, ma dell'insostituibile emozione di uno spettacolo dal vivo con il lavoro di centinaia di persone in carne e ossa davanti a te. Contrariamente a quel che si pensa, l'Arena non è solo un bacino per turisti. La risposta dei giovani è incoraggiante. In parallelo c'è la crescita dei molti giovani che vogliono fare musica e si iscrivono a corsi di studio per affrontare le professioni del canto e delle arti».
La sua prima in Arena da sovrintendente?
«L'emozione è stata grande: a gioia e privilegio si è unito il senso vivido di grande responsabilità. Dall'inizio sapevo che sarei sempre stata presente, vigile e d'aiuto per il corretto funzionamento dell'immensa “macchina" areniana, che durante il festival supera le 1.250 persone tra artisti, maestranze, comparse, sarte, truccatori, calzolai, artigiani».
Guardando i cantanti sul palco, ha nostalgia dei suoi anni da soprano?
«Non proprio nostalgia, ma una folata di gioia. Sono presente ogni sera, a un passo dal palcoscenico, per vedere, controllare e, se c'è il giusto trasporto sulla scena, partecipare emotivamente. Se lo spettacolo va come deve andare, la gioia e la passione dal palcoscenico sono contagiose».
Ricorda il suo debutto in Arena?
«Ricordo bene il debutto nel 1976, nel Boris Godunov come comparsa, e nel 1983 come Liù in Turandot. A pensarci mi viene un leggero brivido ancora adesso: sono state sere indimenticabili, in cui anche il figurante più lontano dal golfo dell'orchestra si sentiva protagonista, parte di un incantesimo enorme per un pubblico di oltre 13.000 persone. Bisognerebbe provare anche per una sola sera a essere su questo palcoscenico unico, per capirne meglio il mistero».
Nel 1996 rischiò la vita sul palco dell'Arena perché stava malissimo e dovette cantare perché non le trovarono una sostituta.
«La sostituta, a dire il vero, c'era, ma le fu accordato un permesso artistico extra Arena la stessa sera. Oggi questa cosa non potrebbe accadere, perché abbiamo due possibili sostituzioni per artista. Dobbiamo essere preparati a queste emergenze: a tutte le possibili eventualità va aggiunta anche quella del clima, che può causare malori o sbalzi di pressione a chiunque».
Da piccola andava a scuola davanti all'Arena. L'anfiteatro era nel suo destino, anche se il suo sogno da piccola era quello di guidare aerei militari.
«L'Arena è sempre stata parte della mia vita di bambina. Sentire i primi lavori di montaggio dalle aule di scuola era il richiamo primaverile. Essere parte di quel mondo era un sogno, così come quello di pilotare aerei militari. Ho potuto coronare entrambi i sogni: uno all'Arena nelle diverse professioni, ora con qualche responsabilità in più, ma anche l'altro. Ho ottenuto il brevetto di volo nel 2001. Ho anche avuto il privilegio di poter pilotare almeno una volta una delle Frecce tricolori».
Davvero? Ce lo racconti.
«Avevo fatto molti concerti per l'Aeronautica militare e un giorno il capo di Stato maggiore mi ha chiesto che cosa poteva fare per sdebitarsi. Ho risposto: “Vorrei salire una volta sulle Frecce". Così mi hanno addestrato e poi mi hanno fatto provare. Sono stati i 43 minuti più emozionanti della mia vita. Evoluzioni fantastiche, mai un momento di paura».
Ha infranto un tabù: essere cantante e mamma.
«Per nostra fortuna, la maternità non è più un tabù nell'opera ed è finito il tempo delle dive costrette a scegliere di rimanere sole per il bene della propria carriera. Ho fatto il possibile per conciliare la professione con l'essere mamma, ho portato i miei due figli in tutto il mondo da quando sono nati. Li allettavo in camerino tra un passaggio e l'altro sul palcoscenico. Sono cresciuti tra i violinisti che provavano e i cantanti che facevano i vocalizzi».
Renata Tebaldi, al termine di una rappresentazione alla Scala, le disse: «Hai fatto bene a diventare mamma».
«Aveva la fama, ma era triste perché non aveva avuto dei figli e una famiglia. “Sei fortunata", disse, “a mettere insieme le due cose"».
Lei è anche un'appassionata sportiva.
«Sono stata una sciatrice promettente, ho vinto delle gare da bambina. Amo andare in bici, sono una ciclista da viaggi lunghi, mi piace andare nei Paesi dove ci sono molte ciclabili. Quest'anno l'anfiteatro mi ha costretto a passare».
Come si diventa campioni nello sport o nell'arte?
«Fuoriclasse si nasce. O lo si è o non lo si è. Decide la natura».
Un consiglio ai giovani che vogliono sfondare?
«Di non sfondare. Di non affrontare la professione con l'intento di diventare subito amati, famosi, ricchi, insomma di successo. Le arti, e la musica in particolare, sono prima di tutto una vocazione, una missione, una passione che va incanalata con metodo. Se si vuole davvero riuscire, non bisogna mai sentirsi arrivati e continuare a studiare, senza perdere il desiderio di migliorarsi, approfondire, ricominciare».
Turandot, Aida o Violetta?
«Sul palco tutte, nella vita nessuna. Turandot, che sembra forte, capitola solo per un bacio. Le altre muoiono per amore. Nella lirica siamo pieni di eroine che vengono ammazzate per gelosia e passione, come nella vita. In punta di piedi e con rispetto, in Arena abbiamo ricordato e denunciato questo grave fenomeno posando un mazzo di rose rosse su un posto libero in platea alla prima rappresentazione di Carmen, il più famoso femminicidio della storia».




