Le hanno provate tutte. Da Julen Lopetegui, allenatore del Real Madrid, nelle vesti di un improbabile pompiere che getta maldestramente acqua sul fuoco, dichiarando: «Modric sarà felice al Real», allo stesso club madrileno, che pubblica su Twitter la fotografia del centrocampista in posa con la terza maglia ufficiale per poi riproporla anche su Instagram. Infine, Florentino Perez. Per il quotidiano spagnolo El Mundo, il presidente galactico sarebbe pronto a denunciare l'Inter, che da settimane sta trattando per portare a Milano la stella croata con un ricco ingaggio.
Possono sembrare giochetti, strategie. Di sicuro sparirà tutto nel momento in cui giocatore e presidente si incontreranno oggi a Valdebebas, la città del Real Madrid. Un faccia a faccia che assomiglia molto a un duello del Far West. Chi dimostrerà più freddezza sarà il vincitore.
Ma non è un pugno di dollari quello che c'è sul piatto. Né ci sono buoni, brutti, o cattivi. Da una parte c'è il giocatore, Luka Modric: già prima dei Mondiali aveva spiegato alla società che il suo ciclo al Real Madrid era finito nonostante ancora due anni di contratto. Dall'altra il vulcanico presidente. Dopo la cessione di Ronaldo alla Juve aveva fatto una promessa, era il 18 luglio: «Arriveranno rinforzi fantastici». E invece rischia di ritrovarsi privo, oltre che del portoghese e di Zinedine Zidane, anche di Modric, perno del centrocampo madridista, e di Mateo Kovacic: l'ex nerazzurro ha chiesto di andar via e il Chelsea di Maurizio Sarri è pronto ad accoglierlo. Perez dal canto suo non vuole passare alla storia come il presidente di uno storico e umiliante «esodo» di fuoriclasse. E così, ieri, ha sganciato la bomba.
L'Inter, che per il miglior giocatore del Mondiale offre un contratto di 4 anni a 10 milioni di euro a stagione, sarebbe accusata di voler pagare lo stipendio di Modric con una formula irregolare, che va contro il fair play finanziario cui la società è obbligata ad attenersi. Una formula molto simile a quella utilizzata dal Paris Saint Germain per Neymar e Kylian Mbappé: così come sponsor del Qatar legati allo sceicco Al Thani, presidente del club francese, stanno provvedendo a pagare gli ingaggi milionari del brasiliano e del francese, allo stesso modo le sponsorizzazioni di Suning si occuperebbero di coprire le spese per lo stipendio di Modric. Al quale la destinazione nerazzurra piace, e parecchio. Non lo ha ancora dichiarato apertamente, (potrebbe farlo oggi), ma c'è una colonia croata formata da Ivan Perisic, Sime Vrsaljko e Marcelo Brozovic che lo sta aspettando a braccia aperte alla Pinetina e che non ha dubbi: Luka vuole l'Inter. Anche la moglie Vanja spinge per il trasferimento a Milano e alla Beneamata sanno fin troppo bene come le donne possano essere convincenti, chiedere a Wanda Nara e Mauro Icardi. Al Real Madrid, Modric è il quinto più pagato, dietro Gareth Bale, Sergio Ramos, Karim Benzema e Marcelo, mentre in Italia guadagnerebbe più di Gonzalo Higuain e Paulo Dybala, aumentando le sue entrate quasi del 70%, se si considera un prolungamento del suo contratto già messo per iscritto: dopo i 4 anni in nerazzurro, il croato andrebbe in Cina, nel Jiangsu di proprietà sempre di Suning, per un totale di 60 milioni di euro netti in sei stagioni.
La sensazione è che Perez debba perlomeno pareggiare l'offerta, ma anche se dovesse superarla potrebbe non bastare. Il croato vuole l'Italia, complice il trattamento fiscale agevolato che gli permetterebbe di trasformare in guadagni netti tutte le entrate extra, attraverso la minitassa sui redditi prodotti all'estero di 100.000 euro, la stessa che ha ingolosito Cristiano Ronaldo. Bloccarlo al Real, dietro la superclausola di 750 milioni di euro, non sarebbe una strategia saggia da parte del presidente galactico. Sarà anche per questo che, sempre secondo quanto riportato da El Mundo, Perez sarebbe pronto a denunciare la società nerazzurra, una via di sicuro non semplice oltre che lunga - il Paris Saint Germain è sotto inchiesta, intanto però Neymar e Mbappé sono a Parigi già da un anno - ma che al momento appare l'unica arma che il numero 1 dei blancos è in grado di mettere sul tavolo.
Intanto, a Milano, si continua a sognare. L'accordo potrebbe chiudersi più ragionevolmente intorno ai 35 milioni (15 per il prestito oneroso, 20 per il riscatto). I tifosi non nascondono un certo entusiasmo pensando un centrocampo formato da Modric, Brozovic e Radja Nainggolan. Quello che sembrava un campionato a senso unico, con Ronaldo alla Juventus, si sta trasformando in una competizione avvincente, incerta, perlomeno sulla carta, complice la scelta di Higuain di restare in Italia, al Milan, e l'arrivo di uno degli allenatori più forti e vincenti degli ultimi decenni, quel Carletto Ancelotti che con il suo nuovo Napoli farà di tutto per non restare in disparte.
C'è infine un ultimo fattore che darebbe ancor più lustro al nostro campionato. Perché se è vero che Ronaldo è il Pallone d'Oro uscente, Luka Modric è uno dei favoriti per portarglielo via nel 2019. C'è aria, e voglia, di cambiamento, dopo un decennio controllato dalla coppia formata dal portoghese e da Leo Messi. Il croato, che ha vinto la Champions con il Real Madrid, è arrivato secondo al Mondiale, di cui è stato votato miglior giocatore. L'ultimo ad aver sollevato il trofeo in Italia è stato Kaká, 2007. Se si va però indietro fino al 1997, e quindi 21 anni fa, ecco Ronaldo, per molti quello vero, il Fenomeno: ancora oggi, l'acquisto più importante dell'epoca di Massimo Moratti. Suning, con Modric, è pronto a raccoglierne definitivamente l'eredità.
«Presidente come siamo messi?». Sono le 16.32: Paolo Maldini arriva puntuale alla conferenza stampa del suo ritorno in rossonero da dirigente e si rivolge subito a Paolo Scaroni che lo aspetta al tavolo. Gli chiede dov'è che deve sedersi ma in verità lui sa già tutto. Sa che il suo posto è al centro, tra il direttore generale Leonardo e il presidente stesso. Sa che è il suo giorno, quello del suo ritorno a casa dopo nove anni, una casa che si chiama Milan e che non poteva avere altro nome. Conosce tutto e tutti. «Buongiorno».
È un semplice saluto il suo, ma è abbastanza per capire che in realtà, Paolino, non se n'è mai andato. Basta guardarsi attorno: Casa Milan è piena di fotografie in cui Maldini solleva una coppa. Certo, di tempo ne è passato da quel 31 maggio 2009, la sua ultima partita in rossonero. Lui è emozionato, si vede. La voce gli trema, soprattutto quando arrivano le prime domande. Sa bene che il tempo delle chiacchiere è finito, e che adesso dovrà, anzi potrà, finalmente, dimostrare qualcosa anche da dirigente. Il suo linguaggio del corpo non mente: alla fine, dei tre, Paolino è il più sudato, complice il caldo infernale di questi tempi, ma in fondo è così che vanno le cose. Casa sua è il Diavolo. E lui qui dentro ci sta benissimo: «Bisognerà innanzitutto tenere tranquillo Gattuso perché lui non lo è mai, ancora non lo avete capito?». Eccolo qua, il suo primo compito come dirigente del Milan. La qualifica direttore sviluppo strategico dell'area sport suonava un po' troppo criptica. «Prima squadra, settore giovanile, mercato, rapporti con l'allenatore. Sarò in simbiosi con Leo, abbiamo lo stesso ambito d'intervento»: ecco svelato cosa farà Maldini.
Già, Leo. La chiave di tutto è lui. Ci aveva già provato a prenderlo con sé quando era al Paris Saint-Germain. Ma i tempi non erano ancora maturi. Non potevano esserlo, Maldini si era ritirato dal calcio giocato pochi mesi prima. Adesso sì. Adesso, il momento, sembra quello giusto: «Siamo sempre rimasti in contatto in questi anni, mi ha sempre detto quello che pensava, diciamo che in 20 giorni ci siamo messi d'accordo. Il suo ruolo? Paolo sarà sempre con me, ci completeremo, sarà un po' come fare il buono e il cattivo». O il diavolo e l'acqua santa, per restare in tema.
L'importanza del brasiliano per la scelta di Maldini di accettare, dopo tanti «no», un ruolo operativo nella società rossonera è quanto mai evidente. La loro, un'amicizia indissolubile. Proprio a San Siro, alla fine dell'ultima partita di Paolo con il Milan, quando un centinaio di tifosi contestò il capitano, le telecamere ripresero i due scambiarsi qualche parola, anche con una certa energia. Si pensò a delle tensioni, ma fu lo stesso Paolino a respingere ogni illazione: «Siamo talmente amici che quando l'abbiamo letto, ci siamo messi a ridere. Con i tifosi non devo ricucire. Mi amano».
Maldini cerca spesso lo sguardo del brasiliano perché da lui avrà tanto da imparare. «Prenderemo insieme ogni decisione, confrontandoci costantemente con l'allenatore, la squadra e la società». A partire dalla scelta del nuovo capitano, per esempio. Via Bonucci, durato un solo anno, è tempo di trovarne un altro e chi meglio del grande Paolo, dall'alto delle sue 902 presenze in rossonero, può scovarlo? Lui però frena: «È prematuro, oggi è il mio primo giorno, voglio parlare prima con Rino, vedere e conoscere i giocatori, è difficile rispondere a questa domanda». Molto più facile è spiegare il motivo che lo ha spinto a dire sì a questo Milan: «Alla base di tutto c'è l'amore per questo club. Se c'è una scelta nel calcio per me è nel Milan o nella Nazionale. E poi l'amicizia verso Leo, come ho già detto, infine il progetto, serio, di questa società».
Non voleva ruoli di facciata, Paolo Maldini. Lo ha sempre detto e lo ribadisce anche in conferenza. Con Barbara Berlusconi venne intavolato un discorso che si risolse in un nulla di fatto. Con la gestione precedente non si riuscì a inquadrare il giusto ruolo per lui. «Stavolta è diverso. La società è solida, e lo sarà, grazie a un progetto di medio e lungo termine, ecco: il primo obiettivo è questo». Non voleva ruoli di facciata ma Paolino, accettando questo ruolo, e con queste parole, diventa automaticamente garante del nuovo Milan targato Elliott, come spiega anche lo stesso Leonardo: «Quello che serve a questo nuovo corso è impegno e costanza, e io non conosco nessuno meglio di Paolo che riesca a interpretare questi due fattori. Occorre restare concentrati al 100% sui nostri obiettivi, e quello che dava lui, in campo e fuori, era unico: la sua storia parla da sé».
Ha tanto da dimostrare Paolo Maldini come dirigente, praticamente tutto. Da giocatore ha vinto qualunque trofeo con il club a eccezione della coppa Uefa e non è un caso che proprio quest'anno gli si presenti l'occasione di vincerla da dietro la scrivania. «Abbiamo vinto cinque Champions League, io e Paolino. Lui cinque e io zero», anche Leo scherza, e aggiunge: «L'obiettivo è riuscire a fargli sollevare di nuovo qualche nuovo trofeo, ma non abbiamo fretta». Per adesso il Milan si gode il colpo dell'estate, non c'è Higuain che tenga: Maldini di nuovo in rossonero vale come Ronaldo alla Juve, osa qualcuno. Ci può anche stare. Anche in virtù di un altro «colpo» di mercato sempre a livello dirigenziale, che si lascia sfuggire Leo a fine conferenza: «Kakà è sempre stato il mio pupillo e lui ha manifestato la volontà di studiare da dirigente, penso che a settembre sarà qui con noi, a titolo gratuito, ovviamente». Paolino dirigente e Kakà stagista. Mica male. Già si guarda al futuro, ma l'obiettivo è il presente. E il presente porta i nomi di Leonardo, Gattuso e Maldini. Tre, come lo storico numero di maglia del capitano. «Non potevo desiderare compagni di viaggio migliori». No, Paolino non se n'è mai andato. La leggenda è tornata a casa.




