«Erano già arrivati i militari per la zona rossa a Bergamo. Poi Conte ha cambiato idea»
Il giorno in cui indossò la mascherina in diretta Facebook, anche dentro la Lega ci fu chi lo guardò male. Figuriamoci fuori: uno scandaloso errore di comunicazione, stabilirono il 27 febbraio sia a destra che a sinistra, un colpo all'immagine dell'Italia pur di attirare l'attenzione. Ma il governatore della Lombardia, in autoquarantena per il virus contratto da una sua collaboratrice, delle critiche se ne fece un baffo. «E adesso che potrei togliermi non un sassolino, ma un macigno dalla scarpa, sto zitto. Però almeno non fatemi incazzare dicendo che la Regione Lombardia ha preso le cose sotto gamba». Avviso di Attilio Fontana a tutti quelli che in questi giorni, a cominciare dal commissario all'emergenza Domenico Arcuri, puntano il dito contro il Pirellone.
Ci spieghi presidente. Arcuri dice che le mascherine sono state inviate e protocollate da giorni. E cita la Costituzione sui «poteri concorrenti» nella gestione della sanità tra governo e Regioni.
«Arcuri dimentica che i poteri concorrenti sono sulla gestione ordinaria. Altrimenti non ci sarebbe motivo di avere nominato un commissario per l'emergenza, non cerchiamo di confondere la Costituzione. In quanto al resto, a me dicono per esempio che 900 mila mascherine comprate da noi sono arrivate in Italia, sequestrate dalla Protezione civile e poi date alla Regione come fosse un dono. Ma erano già nostre».
Nella rincorsa ai decreti, quello regionale rimasto in vigore fino al 4 aprile non era molto diverso, sulle restrizioni, da quello nazionale.
«Beh insomma, io ho fatto chiudere gli uffici pubblici, gli studi professionali privati, gli alberghi e tutti i cantieri edili. Mi sono portato avanti per conto mio». [...]
Ha perso la pazienza anche quando hanno detto no alla chiusura dei comuni della Bergamasca?
«Lì non ho perso la pazienza perché sembrava che volessero la zona rossa per tutta la regione. Il provvedimento che il governo stava per prendere andava verso quella direzione».
E invece…
«Se ne era parlato a lungo, ne avevano discusso i nostri tecnici con quelli di Palazzo Chigi, pure loro ritenevano valida la richiesta, anche perché su Codogno la zona rossa stava dando risultati molto positivi. C'è stato un sì-no, sì-no per due o tre giorni, poi si è deciso per la zona arancione, e cioè protetta, in tutta la Lombardia. Niente zona rossa su Bergamo».
Non poteva fare lei la zona rossa, i poteri li aveva dice Conte...
«Io non potevo perché non ho la competenza, ma anche se avessi fatto un provvedimento ai limiti della legittimità, come lo facevo eseguire? Non ho a disposizione polizia, esercito e carabinieri per far rispettare una zona rossa così vasta. Oltretutto sono stato colto di sorpresa».
In che senso di sorpresa?
«Ero convinto che quella sera sarebbe stata disposta la zona rossa perché mi arrivavano telefonate dal territorio, c'erano molti militari che alloggiavano negli alberghi lì attorno, quindi ero praticamente convinto che ci sarebbe stato il provvedimento. Forse erano lì per quello, ma poi qualcuno ha dato disposizioni diverse».
Il sindaco di Bergamo, dove il virus ha ucciso senza pietà, ha detto che la Regione non è stata e non è all'altezza di gestire la pandemia.
«Se è per le proteste dei medici di base, condivido la loro rabbia perché non hanno ricevuto i presidi che erano necessari per poter lavorare, e lo dico dal primo giorno. Le mascherine dovevano essere fornite dalla Protezione civile e quindi dal governo e quindi dallo Stato».
Giorgio Gori si riferisce soprattutto alla politica dei tamponi, ai suoi accorati appelli di farne molti di più.
«Quella dei tamponi è una questione molto complicata. Anche se riuscissimo a farne settemila al giorno invece che cinquemila, non sarebbero significativi per impostare il discorso epidemiologico. Oltretutto il tampone è valido un solo giorno. Avrebbe senso se io potessi tenere sotto controllo un'intera popolazione, se potessi fare tutti i giorni un milione di tamponi. Il resto sono chiacchiere».[…]
Tra i sindaci che interrogano c'è anche quello di Milano, Beppe Sala.
«Ho trovato il suo atteggiamento di cattivo gusto. Con Sala ho sempre avuto un buon rapporto, lo chiamo la sera quando lascio l'ufficio. Dopo questa uscita non gli telefonerò più. Ha dimostrato di mettere l'interesse politico al primo posto, una squallida mistificazione. Ma, come scriveva Leonardo Sciascia, ci sono uomini di diverse categorie e ognuno verrà valutato per come si è comportato».
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Perché nel pieno dell'emergenza sanitaria, con il numero drammatico dei decessi e dei pazienti in rianimazione, la politica si divide?
«Io ho cercato di tenere i toni più bassi possibili, ma devo fare polemica quando vengo accusato senza ragione».
[…]
La guerra al virus sta dimostrando che le regioni, se vogliono, possono fare meglio da sole?
«Assolutamente sì. Da un anno chiedo più autonomia perché avevo e ho la necessità di assumere dipendenti che una legge nazionale mi impedisce di assumere. Se ci fossimo approcciati a questa emergenza con maggiore autonomia, prima di tutto avremmo avuto più medici e infermieri e non avremmo costretto il nostro personale a essere in affanno per il lavoro troppo intenso. E poi forse, visto che io ho avuto subito paura di questo virus, avremmo fatto qualche passo importante da soli».
Parla Salvini: «Il consenso ogni tanto mi spaventa. Ho paura di andare a schiantarmi»
[…] Il ministro dell’Interno, nonché vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini, arriva nel suo ufficio annunciato da tre squilli di campanello, come un vero sovrano-sovranista. […]Lui si accomoda alla scrivania […] Ha gli occhi puntati sulle agenzie: «Guardi qua, anche Tajani... Ricevo in media 50 attacchi al giorno, che arrivino dal Pd ci sta, ma da Forza Italia no». […]
Con questa sua irresistibile ascesa aumentano i cortigiani [...].
«Vado a naso, a pelle e soprattutto ho buona memoria. Mi ricordo di chi telefonava e faceva gli auguri quando eravamo al 4 per cento e di chi compare e scompare a seconda della convenienza».
Fascista ormai è l’insulto minore. Lo scrittore Sandro Veronesi dice che, finito il problema dei «negri», lei non avrà più motivo di esistere, e lo pensa anche Giuliano Ferrara.
«Loro non sono con me in ufficio, sennò vedrebbero su questa scrivania i dossier antimafia, antiracket, antiusura, antidroga, tutta sicurezza, al di là dell’immigrazione. Avere abbattuto gli arrivi rode parecchio a tutti ’sti chiacchieroni. Siamo stati costretti a far da soli: da 300.805 sbarchi nel 2016-2017, ai 23.370 nel 2018».
Su Repubblica Francesco Merlo ha scritto che lei e Cesare Battisti «siete solidali di grugno e di ghigno».
«È un poveretto». […]
Perché spedisce bacioni e sorrisi a chi la insulta? Rispondendo a Grillo ha detto che gli mandava un sorriso come avrebbe fatto sua mamma Silvana. Ha preso da lei?
«All’odio rispondo con un mazzo di margherite. Mi sono abituato a non arrabbiarmi. No, mia madre si scalda molto di più, lei è fumantina». [...]
Lei sembra un treno in corsa, fa pensare alla Locomotiva di Guccini. Ci sono momenti in cui ha paura di schiantarsi?
«La Locomotiva... Pensi che la sapevo suonare. Sì, ci sono momenti in cui ho paura di schiantarmi, e allora cerco di non cambiare. Il consenso, devo dire la verità, mi spaventa. Primo partito, mamma mia... Però l’impegno è rimanere me stesso, non cambiare mai. Anche nel modo di dormire. Devo avere sempre due cuscini perché uno lo devo abbracciare, stringere a me. Sarò da psicoanalizzare?». [...]
Che cosa pensa di Alessandro Di Battista, le piace come si sta muovendo? Può essere un vero rivale per Di Maio?
«È una persona di valore. Ha le sue idee, che rispetto anche quando non le condivido. Per quanto riguarda il governo, quello che conta è il contratto che abbiamo fatto per far ripartire il Paese». [...]
Si è sentito più parricida nei confronti di Umberto Bossi o di Silvio Berlusconi?
«Con nessuno, in entrambi i casi sono state scelte democratiche. Con Bossi da parte dei militanti, con Berlusconi da parte degli elettori italiani. Stimo e rispetto entrambi perché sono due che hanno fatto la storia».
Ma pensa o no che un vero leader debba, se occorre, uccidere il padre?
«Un vero leader non deve uccidere, deve avere coraggio. Io proverò eterna riconoscenza per Bossi, non sarei qua se non ci fosse stato lui». [...]
Intravede un erede di Berlusconi?
«No». […]
Pensa che sia possibile una rinascita di Forza Italia, magari con un ruolo diverso?
«Se in Forza Italia pensano di recuperare voti e credibilità colpendo me, sbagliano. Facciano proposte. Gelmini, Carfagna, mi attaccano un giorno sì e l’altro pure»».
È vero che un sacco di parlamentari vogliono passare alla Lega, soprattutto da Forza Italia? E lei è pronto ad accoglierli?
«Vero, a livello di consiglieri comunali e sindaci ben vengano, a livello di consiglieri regionali e parlamentari ci facciamo più attenzione, non siamo un tram dove si sale per essere eletti». […]
Esattamente come a Renzi, le piace molto don Lorenzo Milani. Quali altre cose, oltre al nome e all’amicizia con la giornalista Annalisa Chirico pensa di avere in comune con il Rottamatore?
«La passione per il calcio e poco altro, abbiamo due universi valoriali differenti. [...]».
Giuseppe Sala, sindaco, dissidente sul decreto sicurezza. Come amministra secondo lei la sua Milano?
«Ho l’impressione che Sala creda di poter fare il sindaco giocando a nascondino. Compare ai tagli dei nastri, alle inaugurazioni dei salotti, ma diventa improvvisamente irreperibile appena gli si parla di periferie, moschee, clandestini, spaccio di droga. Il suo è un bluff che non durerà». [...]
Torniamo alla Lega. […] Che cosa le manca del Senatur, che cosa ha preso da lui e che cosa ha sempre detestato (oltre al cerchio magico)?
«Mi chiamava alle 3 e lo detestavo per questo, io non disturbo nessuno di notte, lui mi telefonava a casa sul fisso e i miei si spaventavano. Mi trattava male, trattava male tutti, forse Giorgetti meno. Non era generosissimo di complimenti, ma riconosceva i meriti. È stato un genio».
Lei non ha un cerchio magico? Eugenio Zoffili, Alessandro Morelli, Igor Iezzi, Stefano Bolognini. Erano e sono suoi amici, tutti con ruoli importanti in politica. Ogni leader ha il suo «inner circle», lo aveva anche Renzi...
«Non ho un “cerchio magico”. Io faccio riunioni con 30 persone, alcuni anche fuori dalla Lega. Fedelissimi? Guardi i ministri e i sottosegretari, ci sono persone di ogni tipo». […]
Si sente culturalmente inferiore a persone come Roberto Saviano, Massimo Cacciari, Giuliano Ferrara e altri intellettuali antisalviniani?
«Affatto. Non sono la laurea o la cultura enciclopedica a fare la differenza, ma la vita quotidiana. […]». [...]
Perché il mondo cattolico la attacca, non crede alla sua buona fede?
(Tira fuori il rosario di legno dalla tasca destra, evidentemente lo porta sempre con sé). «C’è qualche gerarchia vaticana che mi attacca, non so perché. Ma per un cardinale contro, ho dieci parroci a favore, stia certa». [...]
[…] Vasco Rossi, il suo idolo. Lo ha mai incontrato?
«Mai, mi piacerebbe, lo adoro come cantante, ma non gli rompo le scatole».
Pensa che possa condividere le sue idee?
«Non mi interessano le sue idee, mi piace e basta. Scindo la politica dalla musica. [...]».
Invece con Gigi D’Alessio, vi messaggiate...
«Mi piace molto anche Gigi D’Alessio, la musica italiana mi piace tutta, da Max Pezzali al resto. L’ultimo sms con Gigi riguarda Claudio Baglioni, ma resta sul mio telefonino». […]
Riccardo Scamarcio e Claudio Amendola, per ora, sono gli unici attori che hanno usato parole positive nei suoi confronti... Come mai la Hollywood italiana la snobba?
«Claudio Amendola lo ha fatto da “compagno” e quindi mi ha dato ancora più soddisfazione. Ma io seguo e apprezzo anche altri personaggi del mondo dello spettacolo».
Per esempio?
«Lorella Cuccarini».
Già, ha rilasciato un’intervista tutta a favore della politica del governo…
«Ci seguiamo da tempo su Instagram, legge Alberto Bagnai, Claudio Borghi, economisti a me cari. Mi piace».
La candidi...
(Sorrisino). «E comunque non ne faccio un cruccio se altri mi snobbano, cultura non è sinistra, cultura è cultura».
[…] Lei ha mai provato pietà per gli immigrati? Non ne ha mai incontrato uno che abbia incrinato le sue certezze?
«Provo pietà quotidianamente. [...] Nella Lega ci sono alcune migliaia di iscritti stranieri, quindi sono straconvinto della fondatezza delle mie opinioni».
Adotterebbe un bambino straniero visto che in Italia è così difficile?
«Stiamo lavorando su adozioni nazionali e internazionali. Sto facendo fare un dossier su migliaia di bambini ostaggio, per interessi economici, delle case famiglia. Io, grazie al buon Dio, ho avuto due figli. Ma ho amici che aspettano da quattro anni un’adozione, è una cosa barbara. Se ti va bene, poi, devi spendere almeno 40.000 euro».
È sinceramente contrario alle adozioni gay?
«Mi confronto quotidianamente con amici elettori, amici omosessuali, lesbiche. Ma sulle adozioni gay e sull’utero in affitto sarò sempre contrario. I bimbi vanno lasciati fuori».
[…] Non pensa di esagerare, di passare per il Fidel Castro della Lega con tutti questi giubbotti delle forze dell’ordine?
«Cerco di alternare per rendere omaggio a tutti gli uomini che ogni giorno si spendono per la nostra sicurezza. Sono proprio loro a ringraziarmi per questo. Indossare la divisa serve per far capire che dobbiamo tornare a essere fieri di chi ci protegge».




