Nella selva oscura delle sigle e degli acronimi che infestano il mondo della scuola, l’Invalsi si è conquistata nel tempo una fama particolare. Tant’è che, come uno di famiglia, entra nelle case di tutti, si accomoda e si serve senza chiedere il permesso. Si dà per scontato che ne abbia titolo, e facoltà. Periodicamente gli viene rifatto il trucco e diventa man mano più invadente. Da ultimo il Pnrr, nell’agglutinare anche l’Invalsi all’interno della mastodontica infrastruttura digitale stesa sul sistema scolastico, lo ha ulteriormente potenziato fino a trasfigurarlo. Finalmente ha potuto esprimere tutte le straordinarie potenzialità che portava scritte nell’atto di nascita.
Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo e di istruzione) dai primi anni Duemila somministra su base censuaria, in determinate fasi del percorso scolastico, dei test standardizzati. Inizialmente era stato venduto al pubblico come strumento di valutazione delle scuole e non degli studenti: l’analisi dei risultati su larga scala avrebbe permesso - si diceva - di monitorare l’andamento generale del sistema scolastico italiano. Non solo. Ci avevano assicurato che le prove erano rigorosamente anonime e che, in omaggio alla privacy, non era possibile risalire in alcun modo dai codici alfanumerici all’identità dell’autore. Ci avevano altresì spacciato i test come non obbligatori e infatti qualcuno li schivava, infastidito da tutte quelle bizzarre richieste di informazioni su status familiare, titoli di studio e professione dei genitori, numero di locali in casa, numero di auto possedute, di libri, eccetera eccetera: con la scusa di valutare le scuole, agli scolari era chiesto di scattare una fotografia socio-economica delle rispettive famiglie, dall’interno. Insomma, c’era qualcosa di sospetto nel libretto di istruzioni del marchingegno e non tutti se l’erano bevuta.
Ma intanto Invalsi, sulla spinta della carica intimidatoria insita nella funzione di ente valutatore, diventava una sorta di oracolo e si circondava di un’aura di sacralità, al punto da spingere molti docenti a sperperare ore su ore di lezione per allenare gli sventurati alunni a suon di batterie di test a crocette, invece che insegnare la propria materia. Al contempo gli cresceva intorno, e si cristallizzava, un apparato burocratico e un indotto economico sempre più saldamente incistati nel tessuto istituzionale di scuola e università.
Nel corso di questa sfolgorante carriera, Invalsi ha calato tutte le maschere indossate al debutto e, da termometro neutro del sistema, si è tramutato in un appuntito strumento di controllo individuale. Infatti a un certo punto, come per magia, le prove sono diventate propedeutiche agli esami di terza media e di maturità, cioè requisito necessario per l’ammissione, cioè obbligatorie. I risultati hanno assunto addirittura valore predittivo: sono stati, cioè, investiti, quali indicatori di fragilità individuale, della capacità divinatoria di prevedere precocemente disagi e insuccessi scolastici. Con tanti saluti all’anonimato, i codici identificativi consentono di associare i valori ottenuti alla scheda personale di ogni studente; per giunta, il cosiddetto bollino di fragilità viene appiccicato all’insaputa delle famiglie. Un vero capolavoro di trasparenza e di democrazia.
Ecco, infine, che arriva il Pnrr e stabilisce che i risultati dei test, decisi insindacabilmente dagli algoritmi, entreranno a far parte del curriculum dello studente allegato al diploma finale di scuola superiore e contenuto nell’E-Portfolio cui si accede tramite la piattaforma ministeriale Unica, che è una sorta di scatola nera nella quale sono raccolti d’ufficio tutti i dati di tutti gli studenti.
L’integrazione dell’Invalsi nel curriculum digitale consentirebbe, tra le altre cose, la valorizzazione delle eccellenze, ovvero di premiare gli studenti che hanno conseguito i punteggi migliori, offrendo loro un vantaggio in vista di future attività formative e lavorative. Dal che risulta evidente come, nella mens del legislatore, i dati raccolti e immortalati nel profilo virtuale degli studenti sono tali da condizionarne le opportunità future. Vale a dire, sono in grado di rappresentare, nel bene e nel male, uno stigma indelebile.
Ciò significa che, all’esito di una singola prestazione, localizzata nel tempo e nello spazio, viene ricondotta l’etichettatura definitiva di un soggetto in via di formazione: a ognuno resterà incollato addosso, e scolpito nella memoria delle banche dati, il proprio marchio di qualità o di infamia, facendo strame del potenziale di crescita e di maturazione, delle metamorfosi imprevedibili e repentine, delle salite e delle discese, delle cadute e dei miracoli che costellano la vita di ogni essere umano, soprattutto se in fase di crescita.
Le sorti dell’umano, insomma, le decide in anticipo la macchina leggendo una serie di crocette secondo automatismi imponderabili, senza che all’umano sia possibile financo verificare ex post la correttezza del procedimento usato e del punteggio ottenuto e, quindi, senza alcuna possibilità di contestarlo, di ripeterlo, di correggerlo, nemmeno di pretenderne a un certo punto l’oblio. Il responso va accettato per puro atto di fede. Perché ipse (Invalsi) dixit. Con l’amplesso tra il vecchio Invalsi, che quatto quatto aveva preparato il terreno, e un Pnrr scatenato che, all’insegna della fretta, sta smantellando le ultime vestigia di ciò che un tempo era la scuola, è stato portato dunque a compimento un colossale piano di raccolta dati (non solo relativi al rendimento scolastico, ma anche al contesto sociale e culturale di appartenenza) e di schedatura capillare degli studenti italiani affidata integralmente agli algoritmi e affrancata da qualsiasi interferenza umana: l’enorme database è pronto a elargire alla bisogna informazioni personali e premonizioni oracolari. In pratica, un mostro reso onnipotente traccia e pilota le biografie dei nostri figli, obbligati a viaggiare per la vita con la propria scatola nera cucita addosso. Non per nulla li chiamano «capitale umano».
Ecco a noi le meraviglie del progresso. Chi negli anni scorsi avvertiva qualche disagio nel prestare la prole ai rilevamenti statistici richiesti per il miglioramento della scuola, della specie, dell’ecosistema, del pianeta; chi magari pensava addirittura che l’Invalsi, in realtà, fosse una polpetta avvelenata a lento rilascio, beh, ora sa che aveva ragione.
La rettrice dell’Università Ca’ Foscari di Venezia è magnifica. Di nome e di fatto. È magnificamente intervenuta qualche giorno fa in occasione della revoca del foglio di via (divieto di accesso in città) che era stato irrogato dal questore nei confronti di una brava studentessa attivista di Extintion Rebellion. Durante una protesta - inscenata appena dopo un’altra in cui era stata imbrattata la basilica di San Marco - la studiosa fanciulla, insieme a suoi colleghi, aveva tinto di verde l’acqua del Canal Grande gettando un composto chimico sotto il ponte di Rialto, dal quale poi si era calata penzoloni appendendosi ai capitelli del ’500.
Secondo i suoi amici vandali il provvedimento «era totalmente illegittimo, poiché Margherita vive e studia a Venezia». Il che non fa una grinza: uno può commettere impunemente reati dove abita e studia perché, per via dell’abitazione e dello studio, gode di immunità territoriale, un po’ come il corpo diplomatico.
Al traino degli impegnati ragazzotti, una cinquantina di chiarissimi docenti dell’ateneo, colpita dal folgorante (folgorato) ragionamento, lo ha subito fatto proprio, e a sua volta ha manifestato preoccupazione per la indebita criminalizzazione della giovane abitatrice studiosa e per l’attacco alla libertà di manifestazione del pensiero, parlando - chiarissimamente - di «atto intimidatorio e non salutare per una società democratica» (l’atto del questore, intendono, non della fanciulla). Chiarissimo.
E infine è arrivata lei, la magnifica, ad esprimere sollievo per la revoca del Daspo nei confronti della studentessa abitatrice perché «il diritto allo studio è un diritto fondamentale e inalienabile della persona e, come rettrice, ritengo vada garantito». Quanta magnanimità istituzionale. Quale afflato democratico. Nel nome supremo del «diritto allo studio». Magnifico.
Che dire? Non si ricordano altrettanto magnifiche parole della magnifica quando a essere esclusi dall’ateneo, dalle biblioteche, dai teatri e da tutti i luoghi di cultura di Venezia erano gli studenti - anch’essi regolarmente iscritti e domiciliati in città, come Margherita - privi di lasciapassare verde, ovvero di una tessera politica marchiata a fuoco sulla propria carne. Non si ricordano nemmeno chiarissime parole di solidarietà di chiarissimi docenti. Men che meno arringhe di bravi studenti impegnati e ribelli. Anzi, si ricordano chiarissime insolenze, chiarissime denigrazioni, chiarissime intimidazioni e, da parte della magnifica, magnifici silenzi in risposta a molte cortesi richieste di incontro, o di semplice interlocuzione.
In tutto questo, il patriarcato tace. Lo capiamo. Sua eccellenza reverendissima avrà pensato che ci mancava pure quello. Quesito d’esame. Dica il candidato: tra le due, qual è stata la protesta vera e genuina, e quale quella falsa e teleguidata?
Grazie, magnifica, per aver suggerito la soluzione a voce alta. Noi la sapevamo già.
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Deve essere partito un ordine dalla centrale, con ricchi premi e cotillon per chi, con scatto felino, riesca a piantare la bandierina prima che gli altri abbiano tempo e modo di capire cosa stia succedendo. Nelle scuole superiori italiane e non solo - anche nei conservatori di musica: dopo Bologna, è appena stata la volta di Sassari e altri seguiranno a ruota - arriva l’onda della «carriera alias», grazie alla buona volontà di una rete di attivisti arcobaleno che, capillarmente rappresentata nei vari istituti, sottopone il relativo regolamento (il cui modello è redatto dalla Rete Lenford, associazione di legali per i diritti Lgbti) alla approvazione degli organi collegiali. Questi ultimi, presi alla sprovvista, spesso e volentieri offrono senza indugio il proprio placet a ciò che viene presentato come «una scelta di civiltà», «un’esigenza di inclusione», «un’urgenza di verità», un doveroso tributo al «diritto a essere sé stessi». Una parte decisiva nella persuasione la gioca anche la suggestione del precedente: poiché molte scuole hanno già provveduto, appare ignominioso restare indietro (al Medioevo, naturalmente). Chi osa avanzare qualche riserva, quindi, passa automaticamente nel novero dei retrogradi oscurantisti, dei cinici e degli inumani.
La più parte dei docenti e dei genitori ignora però cosa sia la «carriera alias». Ebbene, si tratta di questo: gli studenti che ne facciano domanda acquisiscono, attraverso una sorta di semplice autocertificazione, il diritto a essere chiamati da tutti, all’interno della struttura scolastica, con un nome diverso da quello attribuito alla nascita e non corrispondente al sesso di appartenenza, nonché di vedersi riconosciuta da tutti, sempre all’interno della struttura scolastica, l’identità parallela prescelta. L’identità elettiva sarà poi l’unica utilizzata dalla comunità scolastica, l’unica visibile nell’ambito dei servizi didattici e conferirà il diritto di utilizzare bagni e spogliatoi riservati al genere prescelto.
E poiché alla elargizione di diritti non può non corrispondere una correlativa imposizione di doveri, nel modello di regolamento si legge che «in caso di inosservanze, chiunque ne faccia esperienza o ne abbia (direttamente o indirettamente) notizia, anche in ragione di eventuali rapporti fiduciari, informerà tempestivamente la dirigenza scolastica, affinché siano adottati gli opportuni provvedimenti…». Insomma, il pacchetto include un congruo sistema delatorio/inquisitorio/sanzionatorio, affidato alla piena discrezionalità del dirigente. Che così si metta in mano all’alunno furbacchione un’arma capace di mettere nei guai il docente o il compagno antipatici, è effetto collaterale evidentemente ritenuto accettabile, o che a nessuno viene in mente.
La settimana scorsa è stato firmato il contratto collettivo nazionale di lavoro del comparto istruzione, università e ricerca, dove è spuntata una disposizione (articolo 21) che prevede identità alias e bagni neutri per i docenti trans «al fine di tutelare il benessere psicofisico di lavoratori transgender, di creare un ambiente di lavoro inclusivo… eliminando situazioni di disagio per coloro che intendono modificare nome e identità». A conferma che l’onda di cui sopra è tutt’altro che immaginaria. E però, al netto di qualsiasi rilievo di ordine morale e razionale (si sprecherebbero i paradossi), in punto di diritto non si può non osservare come le amministrazioni riconoscano l’identità alias solo a precise condizioni, ovvero «al dipendente che ha intrapreso il percorso di transizione di genere di cui alla legge 164/1982 e ne faccia richiesta tramite la sottoscrizione di un accordo di riservatezza confidenziale». Ma, soprattutto, non si può non osservare che qui si ha a che fare con adulti.
Ecco. Esistono genitori che si sono presi la briga di informarsi su ciò che sta accadendo, e il loro numero aumenta, anche alla luce di non rare esperienze traumatiche vissute dai loro figli. Le istituzioni scolastiche, il ministero, il governo tutto, hanno contezza del fatto che nelle scuole si stanno adottando normative speciali che investono l’identità personale di soggetti anche minori, a prescindere dal coinvolgimento di chi ne riveste la potestà genitoriale? Che questi regolamenti interferiscono con le norme anagrafiche, creando un regime in deroga limitatamente ai locali scolastici, in una sorta di bizzarra extraterritorialità?
Visto il veloce dilagare del fenomeno, suscettibile di generare contenziosi all’interno delle scuole, sarebbe urgente fossero chiarite una volta per tutte, e a beneficio di tutti, alcune premesse fondamentali. Come ad esempio: quali siano i limiti della competenza per materia del Consiglio di istituto (organo «di indirizzo e di gestione degli aspetti economici e organizzativi generali della scuola») e dei suoi poteri regolamentari; se l’attribuzione di una identità «alias» rientri o meno nel perimetro della autonomia scolastica, definita come «autonomia amministrativa, didattica e organizzativa»; se siano in genere da considerarsi legittimi regolamenti interni che stabiliscano diritti e doveri (con relativo regime sanzionatorio) in capo alla popolazione scolastica; quale sia la base giuridica di legittimazione per il trattamento di dati personali specialmente protetti dall’articolo 9 del Gdpr (tra i quali quelli «relativi alla salute o alla vita sessuale o all’orientamento sessuale della persona») e, più in generale, se siano rispettati i principi sul trattamento dei dati personali di cui all’articolo 5 del Gdpr nonché tutte le misure previste a tutela dei dati medesimi, con particolare riguardo ai soggetti minori di età.
Mentre la scuola italiana affonda, mentre l’analfabetismo dilaga (vedi risultati Invalsi), mentre i ragazzi soffrono all’inverosimile le conseguenze di due anni di restrizioni e di sospensione delle normali attività scolastiche, culturali e ricreative, è davvero questa l’impellenza assoluta?
E in ogni caso, perché questa premura di promuovere a tappeto una normativa speciale per una particolare categoria di studenti, trascurando un numero indefinito di altre categorie in astratto parimenti titolate (per esempio alunni portatori di altri tipi di disagio, alcuni dei quali particolarmente diffusi)? Sicuri che il tanto brandito articolo 3 della Costituzione (principio di uguaglianza) alla fine non vi si ritorca contro?





