«Il centrodestra attuale è un movimento molto più di protesta rispetto a quello a guida berlusconiana, ma all'epoca la situazione era più tranquilla. Non avevamo l'austerity - una follia -, l'immigrazione non era così fuori controllo, c'era più sicurezza, e il clima sociale non era tanto negativo». A Girolamo Sirchia, 86 anni, ex ministro della Salute, la politica non manca. È preoccupato per la rabbia della gente, che vede diffidente e incattivita, e per un Paese che fatica a tornare a crescere dopo l'epoca berlusconiana.
Professor Sirchia, come ha agito il governo italiano di fronte all'emergenza coronavirus?
«Penso bene. Quello che è stato utilizzato è in sostanza il protocollo che avevamo individuato noi durante la crisi della Sars. La macchina organizzativa era già tutta predisposta. Oggi, di fronte a queste emergenze, la strada è spianata, all'epoca abbiamo dovuto affrontare parecchie difficoltà».
Eppure hanno chiuso gli aerei per la Cina, ma non le rotte con gli scali…
«Anche nel 2003 abbiamo chiuso solo i diretti perché i voli con gli scali sono difficili da bloccare vista l'enorme quantità di passeggeri. È importante però che si utilizzino i rilevatori di temperatura. Anche in questo caso nulla di nuovo: è la prassi del canale sanitario che avevamo ideato a Fiumicino e Malpensa con l'ospedale Spallanzani di Roma e Sacco di Milano».
È stata evocata anche la peste. Si è fatto eccessivo allarmismo?
«Io avrei fatto parlare di più i tecnici. Si è creata un po' di confusione, anche per colpa dei media che per “eccessivo entusiasmo" hanno fatto prendere alla situazione una piega non voluta dalle istituzioni».
Lei come avrebbe provato a limitare i danni?
«Per evitare che si diffonda il terrore occorre un portavoce che ogni giorno dia un bollettino con dati certi. Il ministro si occupa di politica, è normale che non sia preparatissimo nello specifico. Si deve indicare un responsabile carismatico all'interno della comunità scientifica che sia credibile. Così le acque si calmano. Per fortuna c'è il centralino».
È giusta la richiesta di alcuni governatori del Nord di bloccare il ritorno a scuola per due settimane degli alunni provenienti dalla Cina?
«Attualmente in Italia la situazione è tranquilla. Non credo ci siano motivi particolari per assumere misure di questa portata, se ne può fare a meno. Ogni blocco crea danni e contribuisce a diffondere un'immagine di terrore e paura tra la popolazione. E poi finiscono le mascherine… Per non parlare dei problemi economici. Ricordo che nel 2003 la compagnia della Scala sarebbe dovuta andare in Cina per esibirsi, ma non andò perché ci fu una levata di scudi dei sindacati».
Ma la Cina ci sta dicendo tutto? È da tempo che lì l'epidemia si è diffusa, le notizie da noi sono arrivate parecchio dopo. Sembra di assistere a Chernobyl…
«Anche al tempo della Sars ci fu un notevole ritardo nelle comunicazioni. La Cina è un Paese organizzativamente immaturo con grandi disparità economiche e sociali al suo interno. Bisogna aspettarsi che questo accada».
Come mai Asiatica, Sars e ora Coronavirus nascono tutte in Oriente?
«Purtroppo è così. Di sicuro influiscono le cattive condizioni igieniche di alcune aree della Cina. La Sars fu imputata a una pessima coabitazione tra uomo e animali».
Vista l'espansione cinese in Africa, dobbiamo temere anche lì un contagio e un conseguente massiccio passaggio in Europa?
«Non so se ci sia reale motivo per temere questo scenario. Certamente il controllo dell'immigrazione è una norma di tutela della salute pubblica. La situazione è grave. Il numero imprecisato di arrivi non è segno di civiltà. L'accoglienza che viene portata avanti non è espressione né di bontà né di carità, ma è spaventosa. Formalmente ci sentiamo a posto, però bisogna anche assistere le persone che arrivano, non le possiamo lasciare in mezzo a una strada, senza lavoro, magari in mano a gentaglia o nei centri senza poi controllare quello che effettivamente accade. Facciamo finta di salvare gli immigrati e in realtà li condanniamo».
La psicosi per il coronavirus cresce. Ci sono danni notevoli all'economia nonché, pare, episodi di violenza contro la comunità cinese in Italia. Ma bisogna parlare di razzismo?
«No, è la paura della gente che non conosce la realtà perché nessuno gliela spiega. Non c'è una fonte affidabile d'informazione, girano le voci più strane e hanno tutte lo stesso peso. I cinesi sono stati messi nel mirino e si teme di essere contaminati da qualcosa di misterioso che, tra l'altro, è letale in bassa percentuale».
Una delle ricercatrici che ha isolato il virus, Francesca Colavita, è precaria. Le sembra accettabile?
«È la testimonianza del sottosviluppo della ricerca scientifica in Italia. Un Paese che continua a sacrificare scuola, sanità e ricerca non capisce niente perché questi fattori sono motori di sviluppo sociale ed economico. È un errore strategico micidiale. Se non si fa ricerca non si creano brevetti e non si produce, e così si è costretti a comprare dall'estero indebolendo l'economia nazionale. Poi mettiamo miliardi sul reddito di cittadinanza che non funziona. È una cosa ridicola e sgradevole, una barzelletta. Se investissimo quei soldi su ricerca e istruzione l'Italia riceverebbe una straordinaria boccata d'ossigeno».
Mancano da anni anche i medici. Abolirebbe il test d'ingresso a Medicina?
«Lo manterrei, ma in altra forma. Lo sforzo deve essere quello di trovare la motivazione delle persone a intraprendere un percorso di studio, non di valutare le conoscenze iniziali. Le grandi università anglosassoni e americane ai colloqui esplorano le attitudini e cosa spinge i ragazzi. E non si può ragionare sempre in termini di guadagno: la medicina è una vocazione».
Sono passati 15 anni dall'introduzione della legge Sirchia contro il fumo: un milione di fumatori in meno. Si può andare ancora oltre?
«Assolutamente si. Nell'agenda di governo era solo il primo punto. Avremmo dovuto realizzare un blocco dell'iniziazione dei giovani - le multinazionali vogliono che i ragazzi oggi inizino a fumare prima perché diventano clienti certi per un numero di anni maggiore - e combattere contro la cultura del fumo».
Il sindaco di Milano Giuseppe Sala vuole vietare il fumo anche all'aperto. È d'accordo?
«Sono d'accordo su ogni iniziativa che abbia una logica progressiva. A me va anche bene che venga fatto così, è chiaro però che il problema non è la fermata del tram. Bisogna proibire il fumo nei luoghi semichiusi e di assembramento all'aperto dove c'è uno stretto contatto tra le persone. Mi va bene tutto purché si faccia qualcosa. Serve poi una legge che vieti la dispersione dei mozziconi a terra con multe salate».
La sigaretta elettronica le piace?
«No. È una cosa di cui non conosciamo la pericolosità, e piuttosto sappiamo che ormai inizia al fumo i giovani perché pensano che sia meno dannosa, il che è vero, ma diventa poi un tramite per passare alla sigaretta vera. È il giochetto strategico di questi grandi gruppi che differenziano l'offerta di mercato. Non gliene frega niente della salute pubblica, è lo Stato a doverci pensare, che invece fa finta di non vedere il problema e partecipa all'inaugurazione di uno stabilimento dove si fabbricano sigarette elettroniche. È una vergogna».
Ci sono tre temi che tengono banco da tempo. Il primo è la legalizzazione della cannabis…
«Assolutamente contrario».
Il secondo è l'eutanasia, sdoganata dalla Consulta…
«Ho cambiato idea su poche cose nella mia vita, ma su questo mi sono ravveduto. Chiarisco: mi sono opposto ferocemente all'eutanasia e ancora oggi ho delle perplessità, però in alcune condizioni la formula dell'accompagnamento alla morte tramite la sedazione profonda mi trova favorevole. È ovvio che tra questo e l'eutanasia il passo è molto breve. Si tratta di capire se in certi casi ci può essere spazio per spingere sull'acceleratore nell'interesse del malato e dei familiari».
Il terzo sono i vaccini…
«I no vax non hanno alcuna ragione d'esistere. È un movimento internazionale che nasce dalla paura e dal complottismo. Guadagnano su queste robe. È ampiamente dimostrato che tutte le loro teorie sono false. I vaccini salvano milioni di vite. Però l'informazione è stata per anni misteriosa: i medici e gli scienziati parlano con linguaggi incomprensibili e criptici, e la stampa non aiuta perché punta a fare scandalo».
L'attuale ministro della Salute Speranza ha abolito il superticket. È d'accordo?
«Assolutamente sì, mi sembra un'ottima idea. È vergognoso che si possa andare nel privato e spendere meno che nel pubblico perché lì il ticket non c'è. È assurdo».
«Sono un entusiasta della vita e un curioso, come Vasco Rossi non ho paura di sbagliare». Ottantatré anni e non sentirli, «Coach» Dan Peterson ne ha vissuti cinquanta qui in Italia. [...] «Mi sento americano, ma sono molto affezionato all’Italia. Quando giocano le vostre nazionali sono il primo tifoso. E mi si spezza il cuore a vedere le aziende italiane svendute a quelle straniere».
Siamo davvero un Paese razzista come alcuni dicono?
«“Razzismo” è una parola abusata, anche in America. Non c’è razzismo, ma ignoranza. Io non ho mai avuto problemi. I miei antenati invece erano irlandesi e in Usa erano considerati delle nullità, fino a quando John F. Kennedy è diventato presidente».
Il razzismo nel dibattito pubblico secondo lei viene strumentalizzato?
«Certo. Faccio l’esempio della senatrice democratica Kamala Harris: ha ritirato la sua candidatura alla Casa Bianca dicendo che non era benvoluta perché di colore. No cara signora, abbiamo appena avuto un presidente nero, stia zitta. Lei non sa governare e basta». [...]
Da straniero che vive in Italia da tanto tempo, che cosa pensa dell’immigrazione?
«È un problema gravissimo. I Paesi non possono reggere. Non ci riesce l’America, figurarsi l’Italia. Negli States ci sono 39 milioni di irregolari. Fanno crollare il sistema di welfare e portano droga, criminalità, traffico di armi e di esseri umani. Queste persone che arrivano in Italia hanno una laurea? No. Hanno un diploma? No. Sanno fare un mestiere? No. Portano valore aggiunto all’Italia? No. Sono solo un costo enorme. Non sarà politically correct, ma è così».
Quale politica bisognerebbe adottare?
«Occorre controllare gli ingressi e usare la scuola come veicolo di unione. C’è chi dice che l’Italia può accoglierne un milione. No, non può prenderne neanche cento. E poi mi chiedo, dove sono le donne? Adesso si sono fatti furbi e fanno vedere anche le donne e i bambini nelle foto e nei video, ma la verità è che per la maggior parte sono ragazzi in età militare. Stiano nel loro Paese a lottare, non accetto che scappino».
Eppure in un mondo globale bisogna convivere tra persone che provengono da culture differenti, no?
«Si guarda sempre alla Svezia come al modello perfetto. È falso perbenismo: trent’anni fa a Stoccolma non c’erano stupri, ora è la capitale mondiale dello stupro. Se chi arriva in un Paese straniero vuole integrarsi con educazione è il benvenuto, ma non tutti i gruppi etnici sono disposti a farlo. Complimenti agli italiani, ai tedeschi, agli irlandesi e agli ebrei che in America si sono integrati. Perché chi viene dall’altra parte dell’Atlantico è ben disposto e chi è vicino come portoricani e messicani no?»
Non fare una cosa stupida è come fare una cosa intelligente è il titolo del suo ultimo libro di coaching. Se lei fosse l’allenatore dei leader politici italiani come li metterebbe in campo? Partiamo da Matteo Salvini.
«Vorrei essere il suo consigliere. La mia impressione è che si circondi solo di yes men. È un pivot, quel giocatore di stazza e di sfondamento che sta sotto canestro a lottare perché è testardo. Lui ha preso la linea di Trump: prima gli italiani. Deve evolversi però, guardare oltreoceano. Nei sondaggi i cosiddetti gruppi di interesse speciale -gay, neri, ispanici, ebrei - vedono sempre più positivamente Donald Trump. Rispetto alle ultime elezioni i potenziali voti sono triplicati. È nato addirittura il movimento “Black exit”: i neri lasciano il partito democratico e votano repubblicano».
Quindi lei è un fan di Trump...
«Obama non ha fatto niente per noi. So che in Europa sono impazziti tutti per lui perché è un bel ragazzo, giovane, nero, che parla benissimo. Ma è una nullità [...]»
Trump cadrà nell’impeachment o vincerà le prossime elezioni?
«L’impeachment al Senato non passerà, non hanno alcuna prova, e lui vincerà le prossime elezioni. Ma sotto il suo mandato c’è più occupazione, è calata la disoccupazione e l’economia va forte. E, nonostante sia un duro, non ha fatto alcuna guerra. Pensavo “chissà ora che succede, lancerà una bomba atomica su Pechino”, invece è uno stratega. Hillary Clinton ha sbagliato tutto e ora piange».
Torniamo all’Italia. Giorgia Meloni dove giocherebbe?
«Sono sincero. All’inizio non mi piaceva, mi ricordava la Clinton. Sembrava isterica, ora è più controllata e rilassata. È un’ala piccola perché è reattiva. Deve continuare ad andare in tv, forte delle sue idee senza aver paura di esprimerle e sorridere. Deve essere più diplomatica. Così si imporrà maggiormente».
Silvio Berlusconi?
«È il playmaker del quintetto base. Non lo vedo da trent’anni, da quando mi ha invitato ad Arcore per fare l’interprete di Walter Cronkite, il giornalista americano. Avrebbe dovuto mordersi di più la lingua e stare zitto in alcune occasioni, ma Berlusconi è un genio. [...]».
Molti dicono che Matteo Renzi potrebbe essere il suo erede...
«Renzi stia in panchina. Mi ha scassato l’anima. O sei del Pd o non sei del Pd. Non puoi spaccare il tuo partito. Non lo accetto. È una mancanza di lealtà nei confronti dei suoi collaboratori e dei suoi elettori. È come Obama».
Nicola Zingaretti potrebbe essere invece un’ala grande?
«Esattamente, perché ha la presenza fisica sia per stare sotto canestro sia per giocare fuori dall’area. Prova a tenere insieme i pezzi della squadra, anche se è molto difficile. Anche i 5 stelle si sono stufati del Pd».
Luigi Di Maio avrà un futuro?
«Di Maio è abilissimo nel parlare, è molto politico, però con Salvini è andata male, con Zingaretti non va d’accordo, litiga con Renzi, con Conte, con Grillo... Vorrei vederlo più combattente [...]».
Chissene importa della stella persa, oggi si festeggia. Gianfranco Vissani, chef appena «defraudato» dall'illustre Guida Michelin, spegne le sue prime 68 candeline senza rancore, ma con qualche spunto di riflessione in più. Lo ricordano sempre per il risotto cucinato con Massimo D'Alema, ma lui di cose ne ha fatte (e viste) tante. E ora la sinistra, un po' come la Michelin, la vede chiusa in un santuario che ha in spregio «il popolino» e si dimentica dei veri affamati. Di cibo e di lavoro.
Chef Vissani, come si sente a 68 anni compiuti?
«Non si dicono mai gli anni! Oggi tutti cercano di nasconderli, però ci siamo. Sto bene, la mia vita la sto vivendo, tra amori e lavoro, con grandi soddisfazioni e risultati».
Si sente davvero il Che Guevara della cucina italiana?
«Mi hanno definito cosi, come una volta c'era il “divino" Gualtiero Marchesi. Che Guevara era un idealista, uno che credeva in quello che faceva, che ha fatto la rivoluzione perché vedeva oppressione nel suo popolo. Tutti questi leader maximi prendono il sopravvento quando vedono la gente dalla loro parte. Non dico che avremmo bisogno di un'elezione bulgara, ma in questa Italia dove ci sono politici che non sono politici, e dove il governo non governa perché si è trasformato in ufficio delle tasse, un Che Guevara può capitare. Ci stanno trasformando in numeri. I ragazzi che cercano lavoro mi chiedono: quanto mi dai?, io rispondo: ma tu che cosa sai fare? Non sono pronti».
Come mai, dopo 20 anni, le hanno tolto la sua stella?
«Si vede che non eravamo più all'altezza…».
Ha detto che la Guida Michelin è anti italiana.
«Ho usato questa espressione, ma dal profondo della mia esperienza, 50 anni, dovevo evitare. Ero uscito da un ricovero ospedaliero di otto giorni e mi è venuta spontanea. Avrei dovuto contare fino a dieci. A Casa Vissani abbiamo sempre fatto le cose per bene, ma a qualcuno non va a genio».
La guida sbaglia?
«Tutti hanno le loro faide, le loro correnti. Come si fa? Per me ci vogliono 15, 20 giornalisti - ma giornalisti, non proprietari di aziende - che vanno nei ristoranti, mangiano e votano. Se io sono il direttore di una guida ho i miei interessi… Questo c'è sempre stato. Però la grande ristorazione è in un mare di merda, se non arriva qualcuno a darci una mano possiamo chiudere tutto perché ci sono costi inumani».
Aldo Grasso sul Corriere della Sera l'ha accusata di risentimento, di non sapersi leccare le ferite e di bramare solo il successo.
«Aldo Grasso non è mai stato da me in Umbria. Lui parla per sentito dire. È piemontese e i piemontesi sono falsi e cortesi, no? Perché non ricorda quando mangiava al mio ristorante all'Hotel Bellevue di Cortina d'Ampezzo e diceva che era tutto ottimo? Facile picchiare su un animale ferito».
Lei si sente ancora il numero uno della cucina italiana?
«Io sono stato numero uno? Faccio quello che posso, mi diverto, non cucino con l'azoto e a basse temperature. In quel modo non si sa neanche quello che si mangia. La cucina italiana è un'altra cosa. Tutti cercano il prodotto vero. Vogliamo strapazzare il mondo, dire che è tutto uguale, che non esiste più niente di valore? Basta».
Il made in Italy è sotto attacco?
«Sì, perché Donald Trump fa il coglione con i dazi. Ma il problema è strutturale. Una volta ero con altri chef attorno a un tavolo con l'allora ministro dell'agricoltura Maurizio Martina, e con il senno di poi ho sbagliato ad andarci perché quello è un radical chic puro. Gli ho detto: guardi che il prodotto italiano fatica molto. Lui mi ha risposto: ma va, facciamo parlare Massimo Bottura per piacere (chef pluristellato, noto per la cucina solidale, ndr). A quel punto mi sono alzato e me ne sono andato via. Bottura? Ma di che cazzo stiamo parlando? È uno che non sa neanche come si chiama. È tutto combinato, alcuni possono parlare e altri no. È una vergogna, molti hanno paura, ma non io. Sarò penalizzato, ma chissene importa».
Negli ultimi mesi fa molto parlare chef Rubio, che l'ha attaccata dicendo di sapere cose su di lei che «quando fa lo splendido in televisione non racconta».
«Io non conosco questo Rubio, né mi interessa. Ancora lo chiamate chef? Può dire quello che vuole, ma l'unica cosa che sa fare è attaccare la gente per farsi popolarità. Recita la parte dell'anti Salvini».
Le piace il popolo delle sardine?
«Ma che cosa vogliono? Matteo è una bravissima persona. Se la sinistra, la destra o il centro esistono ancora e riescono a fare qualcosa lo devono a lui. Ha smosso le acque. In generale, però, è ora di renderci conto che quei pochi che stanno in Parlamento non possono dirigere un Paese come l'Italia. Benito Mussolini diceva che l'Italia è ingestibile. Mio padre mi ricordava che il popolo è quello che porta l'acqua con le orecchie. Sono i lavori umili che fanno andare avanti il Paese. Ormai è tutto difficile. Arrivano qui i romeni, i bulgari, la gente dell'Est? Allora formiamo delle scuole, istruiamoli. Magari delle scuole di bon ton…».
Che cosa le piace di più di Salvini?
«Tutto, ma a tutti noi piace Salvini. Bisogna ripartire dall'anno zero, bisogna azzerare i conti di tutta l'Europa. Non è l'Italia ad avere il deficit e il debito pubblico più alto. La Spagna, la Germania, la Francia, l'Inghilterra? Mettete il cash nelle tasche degli italiani».
E D'Alema come l'ha presa questa sua simpatia per il leader della Lega?
«Io non ho mai detto di essere di sinistra. Finché c'è stato Massimo D'Alema ho cercato di stargli dietro. Ricordo però che lui è stato il primo a voler parlare con la Lega perché capiva che c'era un epicentro che si stava spostando verso le campagne e le periferie. Cara sinistra, fai come Matteo, non chiuderti in te stessa, vai nelle stalle, sui territori, chiedi alla gente quello di cui ha bisogno».
Il Pd si sta riprendendo?
«Nicola Zingaretti sta veramente messo male. Io spero per lui che ce la faccia, ma non lo so, la vedo molto dura. Il Pd deve raccogliere voti se vuole essere al comando, non dividersi. Quell'altro pariolino che se n'è andato… Carlo Calenda, è sempre incazzato. In politica ci vuole stabilità, ma ce li ricordiamo i vari Andreotti, Fanfani, Forlani, Cossiga?».
E Matteo Renzi ha fatto bene a fondare Italia viva?
«Ma è vero che si allea con Silvio Berlusconi? Mi sembrerebbe assurdo. Renzi ha sbagliato tutto. Sta creando le frattaglie della sinistra. Vuole prendere il 4%? E poi?».
Contro vegani, astemi e puritani Jack Nicholson ha detto: «Io credo nella carne rossa, nel vino e nelle donne». In che cosa crede lei?
«In tutt'e tre le cose. Nel 1944, in Inghilterra, sei vegetariani si sono dissociati e hanno creato il veganesimo. Non li sopporto, sono una setta, mi danno fastidio. E poi ultimamente hanno perso ancora più punti. Adesso vogliono far fare le loro diete anche ai figli, che però hanno bisogno di altri alimenti. I bambini così stanno male, è una cosa pesante da accettare. Ma poi, vegani? I vegetariani posso capirli, anche Umberto Veronesi lo era, anche Pitagora. Non mangiano carne, anche se poi mangiano il pesce…».
Come procede il suo anno sabbatico lontano dalle donne e dal sesso?
«Benissimo. Ho rispettato tutte le previsioni».
E quindi come festeggia questo compleanno?
«Con gli amici a Baschi, a Casa Vissani. Gettiamo le basi per tutto l'anno successivo. Mi piace essere sempre in continuo movimento. Morta una stella... se ne fa un'altra».





