La Chiesa vive una fase tanto inedita quanto antica. Intenzionata a privilegiare i continenti africano e asiatico dove crescono maggiormente i fedeli, sta trascendendo la cultura originaria. Convinta che Washington ne danneggi la traiettoria geopolitica, è platealmente ostile agli Stati Uniti.
Questa la principale cifra del pontificato di Francesco, post occidentale e anti statunitense, per provenienza geografica e per essere stato testimone dell'offensiva anticattolica washingtoniana in America Latina.
Per lo stordimento dell'opinione pubblica europea e nordamericana, storicamente abituata a una Chiesa portabandiera dell'Occidente e, in tempi recenti, perfino alleata del principale impero laico.
Pensato come Pontefice di passaggio, Francesco prova a incidere sulla dimensione strutturale del Vaticano. Dottrinalmente distinto dal conservatorismo che informa la gerarchia ecclesiastica europea, incline all'Oriente per formazione gesuitica, antagonistico agli Stati Uniti per estrazione ispanica, incarna fisiologicamente il post occidentalismo. A differenza di Benedetto XVI, immagina una Chiesa posta oltre la tradizione occidentale, giacché questa va repentinamente mutando e risulta estranea ai continenti più giovani, là dove la popolazione cattolica aumenta.
A differenza di Giovanni Paolo II, ritiene necessario opporsi al principale impero del nostro tempo, ovvero gli Stati Uniti, senza unire le forze per affrontare un nemico comune, come accaduto durante la Guerra fredda. Ne deriva una Chiesa poco interessata a Europa e Nord America, opposta alla Casa Bianca - pure se questa è (temporaneamente) abitata da un cattolico. Sicura che l'avvenire sia da coltivare oltre il Vecchio Mondo, convinta che Cina e Russia non costituiscano grandi pericoli, che sia necessario abbracciare un'ideologia progressista.
Nel concreto, sono anni segnati da viaggi papali soprattutto verso il Sud e verso l'Est del mondo. Nei luoghi di nuovo proselitismo o dove i cristiani sono perseguitati, ai margini del planisfero convenzionale. Fino a stringere (da remoto) un accordo per le investiture con la Repubblica popolare cinese, evento decisivo del pontificato, risalente alla millenaria consuetudine geopolitica della Chiesa, difeso strenuamente dalle violente critiche statunitensi.
Con parziale indifferenza per quanto accade in Europa, specie in Italia o a Roma, luoghi da «bonificare moralmente» anziché favorire politicamente. Con una minore attenzione anche per l'America Latina, ampiamente penetrata dalle chiese evangeliche statunitensi, che hanno germinato filiazioni locali e trasferito verso Washington l'autoctono ombelico culturale, fino a ridurre drammaticamente l'influenza cattolica sul continente.
Proprio con la superpotenza americana si registrano gli attriti più consistenti, nel solco del millenario duello tra Papato e Impero. Oltre alla competizione ordita nella regione natale, Francesco imputa agli Stati Uniti la volontà di costringere la Chiesa dentro un recinto reazionario, quasi fosse un'istituzione ancorata al passato, conseguenza dello sdoganamento oltreoceano del cattolicesimo attraverso l'aderenza agli ambienti oltranzisti dell'evangelismo. Per Jorge Mario Bergoglio, una miopia doppiamente colpevole, poiché contraria alla flessibilità valoriale dei nuovi fedeli africani e asiatici e involontariamente utile alla diffusione delle concorrenziali sette protestanti.
Mentre il Papa argentino non considera la Russia una minaccia effettiva, per palese fragilità del Paese, oltre che per (presunta) razionalità di Putin, cui si rivolse nel 2013 quando Washington sembrava a un passo dal bombardare la Siria.
Corroborando con tale apertura il proprio post occidentalismo, categoria inaggirabile del suo pensiero. Temi trattati con acume e profondità nel saggio di Matteo Matzuzzi, centrato sul realismo del pontificato attuale, capace di illuminare le sfide che attendono la Chiesa nel prossimo futuro. A metà tra innovazione e restaurazione.
All'indomani dell'assalto al Congresso, gli apparati statunitensi si sono arrogati i massimi poteri. Contro Trump, senza curarsi di Biden. Dopo anni trascorsi ad agire indirettamente, impegnati ad annullare i provvedimenti della Casa Bianca ritenuti anti-imperiali, hanno stabilito di fare da sé. L'emozione di assistere alla rivolta dei bianchi li ha persuasi della drammaticità delle faglie esistenti nella nazione, della necessità di intervenire per risolverle. Lo shock prodotto da un presidente uscente che sognava il colpo di Stato, unito all'età avanzata di quello entrante, ne ha determinato l'assunzione delle principali attività governative - almeno ad interim. Molto più che impedire il ritiro dei militari dall'estero o avallare l'impraticabile voto postale per favorire la vittoria del candidato democratico, sono tornati a manovrare la superpotenza, anche attraverso i principali ministri della nuova amministrazione, di palese estrazione tecnica. Come già successo nei frangenti più incerti della storia statunitense.
[...] Protagonismo tanto assoluto quanto azzardato, perché teso a eliminare la conseguenza (Trump) anziché l'origine del malessere (la fatica egemonica), perché incapace di sanare la distanza esistente tra le varie regioni d'America, perché incline a trascinare la superpotenza in nuove crisi. Fino a precipitare in conflitti assai insidiosi. Mentre la nazione brucia, priva della maschera democratica che solitamente ne occulta l'ancestrale paranoia. Ora che la profanazione del Congresso, anziché produrre il ripristino dello status quo, ha provocato l'ulteriore indebolimento della politica. Con il rischio di smarrire la cifra morale della propaganda statunitense.
[...] Per mestiere distratti dalle questioni internazionali, per cultura certi dell'intoccabilità dei costumi anglosassoni, fino al 6 gennaio gli apparati non sospettavano Trump perseguisse il colpo di Stato. L'oligarca continuava a respingere l'esito del voto, denunciando brogli mai provati, eppure vigeva la convinzione che volesse corroborare la sua posizione elettorale in vista di una prossima vita, senza benedire concreti atti di sedizione, anche per schivare la persecuzione che la magistratura potrebbe ordire ai suoi danni.
Quanto capitato il giorno dell'Epifania ha colto di sorpresa gli analisti federali. E superato il punto di rottura. Probabilmente né Trump né gli attivisti presenti sull'Ellipse di Washington sognavano realmente di violare il Congresso - piuttosto immaginavano di scontrarsi con la polizia, magari costringendo il parlamento a sospendere il riconoscimento del voto dei grandi elettori in favore di Joe Biden. Gli scatenati sostenitori dell'ex presidente non possedevano né la consapevolezza, né le capacità organizzative per imporre un cambio di regime. Ma la pressione esercitata da Trump sul Senato affinché sovvertisse l'esito elettorale, unita al dipanarsi degli eventi, ha prodotto una giornata altamente drammatica, nettamente più rilevante dell'11 settembre, segnale dell'intensità raggiunta dalla tempesta di dentro.
[...] Per quattro lunghissime ore il parlamento della prima potenza del pianeta è rimasto nelle disponibilità di pochi rivoltosi. Su tutti, lo sciamano di QAnon, Jacob Angeli Chansley, con un cappello dalle lunghe corna e un tatuaggio raffigurante il Valknut, simbolo delle antiche popolazioni germaniche, composto da triangoli intrecciati. Il colonnello in pensione Larry Brock di chiare origini tedesche, ripreso mentre si aggirava sul pavimento della Camera in tuta mimetica ed elmetto. Il proud boy Richard Barnett dalle dichiarate simpatie ariane, immortalato con i piedi sulla scrivania della speaker Nancy Pelosi. Mentre Mike Pence, inseguito nei locali del Senato, s'è salvato per un soffio dopo essere stato quasi circondato. [...]
Troppo per lo Stato profondo, turbato dalla vista di bianchi furiosi nei confronti delle istituzioni. Adesso il rischio che gli Stati Uniti giungano all'implosione, che la diminuita solidità induca i nemici a insidiarne il primato globale, richiede nuovamente l'intervento delle agenzie federali. Contro Trump. E nei confronti delle fratture che scuotono la nazione. Novità immediatamente abbracciata dall'amministrazione entrante, guidata da un presidente molto avanti con l'età, alfiere di regioni etnicamente secondarie.
[...] Il piano degli apparati per i prossimi anni è fin troppo semplice e ambizioso. Cancellare Trump dall'agone politico, costringere gli americani a concentrarsi sulle questioni esterne. Nella speranza di sopravvivere all'attuale. La damnatio memoriae è istituto creato nella Repubblica romana, utilizzato estensivamente ai tempi dell'impero, replicato in ogni grande potenza della storia. Dopo i fatti del Campidoglio, Oltreoceano è stata ordinata la dannazione dell'oligarca newyorkese. Su imbeccata della burocrazia washingtoniana, i Big Tech hanno accettato di sospendere Trump da ogni piattaforma a tempo indefinito. Perfino acconsentendo, per costrizione e narcisismo, di mostrarsi all'estero come unici decisori in materia.
Così, stando alla vulgata mediatica, il fondatore di Twitter Jack Dorsey avrebbe bandito l'ex presidente su sollecitazione dei suoi più stretti collaboratori, dopo due tweet con cui questi annunciava che non avrebbe partecipato all'inaugurazione di Biden e definiva «grandi patrioti» gli insorti. «Conservarne il profilo sarebbe come collaborare con i nazisti», ha lasciato trapelare l'azienda di San Francisco. E il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg, in vacanza alle Hawaii, avrebbe seguito l'esempio di Dorsey perché intimamente convinto che Trump sia stato l'istigatore morale dell'assalto al Campidoglio, al termine di un personale esame di coscienza.
In realtà l'oscuramento è stato ordinato dalla Cia, dall'Fbi e dal Pentagono, nonostante le lamentele dei social network, preoccupati dalle conseguenze finanziarie di tale decisione. Come dimostrato dal tentativo di Twitter, durato appena 48 ore, di ristabilire l'account @realdonaldtrump. E dall'inverosimile comitato per il controllo, composto da 20 membri internazionali di cui cinque americani, incaricato da Zuckerberg di rivedere il caso. Esito inevitabile in una nazione che vive di potenza e non di profitto, in cui i giganti del Web sono semplici gestori di tecnologie prodotte al Pentagono, da Internet al microprocessore, dal cellulare a Siri. Soggetti sottoposti alle decisioni delle agenzie centrali, dipendenti da queste per la propria sopravvivenza, consapevoli di non poter mancare la prossima invenzione prodotta in ambiente militare - la spesa federale in innovazione resta il doppio di quella del settore privato. Con buona pace dell'Europa occidentale - Italia in testa - a digiuno di geopolitica, ingenuamente convinta siano stati proprio i Big Tech a decidere il nuovo corso, intenta a interrogarsi sui limiti alla libertà d'espressione fissati da sopravvalutate aziende private, invece di cogliere la natura imperiale del provvedimento.
Dopo aver perso l'eloquio, nelle intenzioni degli apparati Trump dovrebbe subire la permanente interdizione dai pubblici uffici. Sviluppo difficoltoso per riluttanza dei senatori conservatori, timorosi di perdere l'enorme elettorato tuttora afferente al fronte trumpiano - per realizzare l'impeachment servono 17 voti repubblicani. Piuttosto, nel medio periodo il newyorkese resterà sotto costante minaccia giudiziaria, ragione che ha determinato la nomina del giudice Garland. Probabilmente Trump non rischia la vita - una sua fumosa eliminazione provocherebbe l'ulteriore precipitare delle tensioni interne - ma nulla è impossibile in questa fase.
Con lo Stato federale che intende risolvere unilateralmente la questione. Mentre ragiona su come scongiurare il decisivo avvitarsi della nazione. Al riguardo la grammatica strategica fornisce un'indicazione indisputabile. Per evitare lo stallo conviene trasferire verso l'esterno la turbolenza interna, affinché questa si scateni altrove, affinché la popolazione si coaguli contro un nemico comune. Non necessariamente cominciare una nuova guerra, quanto lanciarsi in una crisi che impegni la popolazione, possibilmente funzionale all'interesse nazionale.
Nei prossimi mesi gli Stati Uniti potrebbero dedicarsi a uno specifico dossier per distrarre l'opinione pubblica, per esaltare l'omogeneità della cittadinanza, per confermarne la disciplina sociale, specie in tempi incerti. La superpotenza potrebbe scatenare la propria ira sul pianeta, come in passato. Anzitutto sull'Asia-Pacifico, sfidando la Cina nei mari rivieraschi, puntellando la difesa di Taiwan, ergendosi a paladina dell'autonomia di Hong Kong, dei diritti degli uiguri. Oppure applicando altra pressione sull'Iran per costringerlo al tavolo delle trattative, sfiorando la guerra prima di ottenere il placet dell'ayatollah Khamenei. O ancora dedicandosi al contenimento della Russia nel suo estero vicino, oppure nel Mediterraneo.
È la principale tragedia del nostro Paese. Essere penisola senza pensarsi sul mare. Contraddizione patologica, crisi d'identità ai limiti dell'impazzimento, falla esiziale nella nostra (sbilenca) traiettoria. Pure esistenti nel cuore del Mediterraneo, gli italiani non guardano il mondo dalle coste, non mantengono gli occhi sulle onde. Vivono nel terrore dell'Oltreterra. Convinti che il proprio baricentro strategico si collochi nel continente europeo, aggrappato alle collettività settentrionali, lontano dal mare, portatore di disgrazie e sciagure. [...] A determinare tale negazione di sé fattori di natura storica, strategica, geopolitica, demografica.
L'Italia unita fu pensata dai piemontesi, assai a disagio sui marosi, benedetta dagli inglesi, preoccupati dalla vocazione navale delle Due Sicilie, occupata dagli americani, contrari al suo sviluppo concretamente talassocratico. Tuttora nel Belpaese il modello culturale dominante pertiene a regioni settentrionali prive di sbocchi al mare, informate da un'inevitabile aspirazione terragna, fiaccate da un atavico complesso di inferiorità verso la Mitteleuropa, dalla bizzarra voglia di sciogliersi in un contesto ritenuto superiore.
propaganda distorsiva
Così la propaganda europeista ha diretto lo sguardo della nazione verso il Reno, nucleo di uno spazio antimediterraneo, ha accresciuto il diffuso orrore per il Levante e per il Maghreb, quadranti da obliare senza rimorsi. Il divieto di frequentare la strategia imposto dall'egemone statunitense ha reso sconosciuto lo strumento marinaro, ha stemperato il beneficio di esistere tra Tirreno e Adriatico/Ionio.
[…] Qui la classe dirigente settentrionale non s'è mai appassionata al Mediterraneo. Anzi, ha perennemente distillato un modello culturale assai «asciutto». All'indomani dell'Unità, la burocrazia sabauda confermò inerzialmente la preminenza della terra, cui aderì l'altrettanto terragna popolazione lombarda. […] L'avvento del fascismo segnò il passaggio verso un'agognata, ancorché velleitaria, talassocrazia. Il regime riconobbe come massimo obiettivo strategico la conquista del Mediterraneo, richiamandosi posticciamente al passato romano. Mussolini illustrò tale visione già nel 1922. «Soltanto facendo del Mediterraneo il lago nostro, alleandoci con quelli che nel Mediterraneo vivono ed espellendo coloro che del Mediterraneo sono i parassiti, compiendo questa opera dura (…) noi inaugureremo veramente un periodo grandioso della storia italiana», annunciò. […] La disfatta della seconda guerra mondiale ristabilì la congiuntura ex ante. Divenuti patron della Repubblica, negli anni Cinquanta gli Stati Uniti accettarono che la nostra Marina si ricostituisse in ambito Nato, senza concederci di manovrarla unilateralmente, tantomeno di renderla innesco di una potenziale talassocrazia. Il Belpaese ripristinò il primato culturale delle regioni settentrionali, rafforzato dal coevo boom industriale, ulteriore conferma per lo status di avanguardia assegnato a Piemonte e Lombardia. Realtà che tuttora inibisce la nostra aderenza al mare.
Il nostro Settentrione guarda a nord. Le regioni intestate della traiettoria produttiva e geopolitica della nazione - Lombardia, Piemonte, perfino Veneto - ignorano il Mediterraneo, anelano l'Europa continentale. L'ortodossia resta di matrice alpina, pedemontana, appassionata degli affluenti e del corso del Po, molto meno del mare. Limite che mortifica la nostra potenza, impedendo l'attuazione della strategia. Impossibile trasformarci in potenza navale se la popolazione più influente si pensa di terra, se guarda solo alle Alpi.
confindustria fuorviata
Alle nostre latitudini è diffuso l'incredibile mito della Mitteleuropa. Stando alle parole di Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, noi saremmo mitteleuropei. La regione centrale del continente improvvisamente trasformata in un concetto neutro, sorta di spazio elitario al quale conviene appartenere per il bene delle manifatture e dei commerci, perché più evoluto del nostro. Quasi Mitteleuropa non fosse un'espressione tedesca (pronuncia: Mitteloiropa), vettore di influenza altrui a lungo subìto da notevoli porzioni del nostro territorio. [...]
Addirittura il Veneto, patria della Serenissima, per secoli massima talassocrazia del pianeta, guarda con orrore a quel Mediterraneo che lo condurrebbe nel Maghreb conflittuale e arretrato, che lo allontanerebbe dalla catena del valore teutonica. Mentre accetta con ostentata indifferenza che Venezia non disponga di un porto di primaria rilevanza. Sul Lago di Garda o sul Lago Maggiore non esiste alcuna base della Marina militare. I marinai non sono avviati alla pratica navale nel profondo Nord. Le reclute della Marina sono per l'80,1% di origine meridionale, provenienti dalle regioni meno potenti del paese. «Manca nella classe dirigente nazionale la consapevolezza del nostro destino marittimo, dell'importanza del mare per la nostra prosperità e sicurezza. […]
Dovremmo conferire la giusta priorità alla questione marittima, interrompendo il declino della flotta, anche in termini di organico», ha rilevato l'ammiraglio Giuseppe De Giorgi, già capo della Marina, segnalando la mancata simbiosi tra onde e cultura comune. Schizofrenia su cui grava la dannosa diffusione nell'intera popolazione del mito europeista. Propaganda storicamente costruita sul cosiddetto asse renano, continentale patto franco-tedesco, assai distante dal Mediterraneo. Leuropa (senza apostrofo) ha trasferito il nucleo della nostra politica estera a siderale distanza dalla realtà.
l'approccio sbagliato
Ha attirato verso nord anche il Mezzogiorno marittimo, già tendente al Settentrione per ragioni economiche, ulteriormente sedotto dall'aura di progresso a lungo conferita al processo comunitario. Anziché mantenere la duplicità continentale-mediterranea della nostra strategia, tale europeismo di maniera banalizza la nostra tattica, ci illude che le nazioni «asciutte» vivano meglio perché prive di complicazioni navali.
Imbevuti di un approccio alieno, ci siamo convinti che il Mediterraneo sia mero veicolo di tragedie minimaliste, dallo sbarco dei migranti all'innalzamento delle acque. Non comprendiamo che proprio nel mare nostro ci giochiamo la sopravvivenza geopolitica o energetica, soltanto qui possiamo approfondire la nostra influenza, ampliare l'arco di respingimento contro eventuali offensive. Tantomeno immaginiamo di dominare tale spazio insidioso, immenso, estraneo alle vicende brussellesi che riteniamo primarie. Disposti ad accettare l'oneroso ruolo di difensori marittimi dell'area Schengen, intestata a una continentale cittadina lussemburghese, perpetuando la visione di un Mediterraneo impossibile, coincidente con la sola estensione dell'Unione Europea. […]





