Presidente Itinerari Previdenziali
L’Italia è il secondo Paese al mondo per numero di decessi ogni 100.000 abitanti; solo il Belgio fa peggio di noi. Ma anche sugli effetti economici il presunto «modello Italia» è tra i peggiori.
È quanto emerge dal Sesto report sanitario ed economico, Covid-Italia-30 elaborato da Itinerari Previdenziali. Sull’alto numero di decessi da Sars-Cov-2 nel nostro Paese si è molto discusso cercando di attribuirlo a fattori esterni anche se non sono mancate polemiche politiche, richiesta di sfiducia e di commissioni di indagine; in questa sede, alla luce della classifica che vede l’Italia terzo peggior Paese tra i principali 30, sembra utile qualche riflessione pro futuro. Possiamo suddividere la crisi pandemica in tre fasi: da dicembre 2019 al 21 febbraio 2020; la prima ondata Covid fino ai primi di maggio e la tregua fino a metà ottobre dello scorso anno; i sette mesi della seconda ondata (ottobre 2020-oggi).
A) La fase 1 è quella dell’inerzia e inizia il 30 dicembre 2019 fino al 21 febbraio 2020, data della scoperta del virus da parte della dottoressa Malara e del primo decesso a Vò Euganeo (in realtà senza che gli «sbadati» virologi se ne accorgessero, il virus girava in Italia già da ottobre 2019 o anche prima); in quei giorni scorrevano le drammatiche immagini di Wuhan e arrivavano le notizie sul piano anti Covid della Korea del Sud ma nessun apparato dello Stato, in quei 50 giorni, si è posto la domanda: «Se succedesse da noi saremmo pronti come in Cina con tutte le protezioni?». Non solo non ci si è posti la domanda ma ci sono state tante bugie e scarsa organizzazione; il 27 gennaio Conte dichiarava che l’Italia è «prontissima» a fronteggiare l’emergenza avendo adottato «misure cautelative all’avanguardia», il ministro della Salute affermava di disporre di un piano pandemico e di magazzini pieni di Dpi (Speranza a Radio Capital a febbraio) ma di lì a pochi giorni e per due mesi, scopriremo di non avere nulla.
B) E così inizia violenta la fase 2, la prima ondata con mesi di lookdown totale che culmina il 27 marzo, con quasi mille morti in un solo giorno dopo la terribile notte dei camion militari del 18 marzo a Bergamo, e si conclude ai primi di giugno quando i morti scendono sotto le 50 unità al giorno; saranno quasi 35.000 morti in questa prima ondata (12.428 a marzo, 15.539 ad aprile, 5.448 a maggio e 1.352 a giugno). Per i successivi tre mesi, fino a metà ottobre, sembra tornata la calma finché i decessi giornalieri, scesi a poche unità, ricominciano a superare i 40 morti. La giustificazione di politici e gregari per questa altissima mortalità, avvalorata dalla dichiarazione di Antony Fauci, l’immunologo della Casa Bianca, è che l’eccesso di decessi dipende dal fatto che il nostro Paese è stato il primo ad affrontare questa pandemia senza avere alcuna informazione sul virus. Non è così: nei 50 giorni di Wuhan non è stato fatto nulla; nessuno si è peritato di andare nei magazzini per verificare se c’erano Dpi, tamponi, attrezzature per ospedali (ricordate l’ospedale di Wuhan fatto in 10 giorni?); verificare il piano pandemico, preoccuparsi di comprare medicinali e dispositivi: nulla fino al 21 febbraio.
C) A metà ottobre si innesca la fase 3, la seconda ondata che porta i morti da 35.000 a oltre 120.000; qui la scusa che siamo stati il primo Paese colpito dal virus non regge più. Infatti sono passati circa dieci mesi dalle immagini di Wuhan e cinque mesi dalla fine del primo grande lookdown; sono gli «ozi di Capua» non di Annibale ma del governo che resta totalmente inconcludente tra passerelle e Stati generali; nessuna decisione per i trasporti di lavoratori e studenti, nessun accordo con taxi e bus turistici (tutti disoccupati), nulla per le scuole (salvo i banchi a rotelle), nulla su test sierologici, tamponi, contact e terapie; per queste ultime il ministro della Salute prescrive solo «vigile attesa e tachipirina» così i pazienti arrivano «cotti» in terapia intensiva (esattamente come nella prima ondata) e muoiono.
La tesi di Fauci è smentita come lo sono le teorie dell’inquinamento (le città asiatiche sono molto più inquinate e popolose) e della popolazione vecchia; in Giappone con una popolazione over 65 pari al 28,1% del totale contro il nostro 22,7% i decessi sono solo 7,94 ogni 100 mila abitanti e la situazione economica è nettamente migliore. La verità è che nella nostra classifica con dati al 28 aprile restiamo il terzo peggiore Paese su 30; siamo il peggior Paese con 198,87 decessi ogni 100 mila abitanti (dati John Hopkins University); peggio di noi solo il Belgio con 210. Siamo il 7° peggior Paese per perdita di Pil nel 2020 (-9%), preceduti da Iraq (-12%), Spagna (-11%), Argentina, Regno Unito, Portogallo e Grecia (tra - 9 e - 10). Siamo l’8° peggior Paese per deficit 2020 e il 3° peggior Paese per percentuale di incremento del debito pubblico (+21%) battuti da Canada e Grecia (+24,3%) e vicini a Giappone, Iraq e Spagna (21,4%).
Abbiamo infine esaminato un ultimo indicatore: la percentuale di decessi registrati sul totale dei contagiati (JHU); siamo il 4% peggior Paese battuti da Messico, Egitto e Cina. Questo significa che il piano sanitario italiano, le prescrizioni terapeutiche, l’organizzazione sanitaria soprattutto nella 2° ondata non ha funzionato; solo grazie a un esercito di stupendi sanitari si è evitato il disastro totale e questo deve far riflettere perché di pandemie, purtroppo, ce ne saranno ancora e non tra 10 anni come Sars e Mers.
Se all'ideologia si sostituisse la compassione e comprensione dei fenomeni per quello che realmente sono e non come appaiono (filosofia buddista) molti fatti potrebbero essere affrontati con umanità. Pensando agli immigrati non possiamo che provare un grande dolore per le vittime di naufragi e di viaggi della speranza ma al contempo non possiamo sottacere che la gran parte di questa nuova migrazione è promossa dai «moderni mercenari di uomini» che fanno soldi sulla pelle di questa povera gente.
Chi è stato in Africa sa bene che se si dispone di 6/8.000 dollari (il prezzo del viaggio) si può vivere anche senza lavorare per anni dato che bastano 2 dollari al giorno; e se si vuole migliorare la propria posizione si chiedono i visti per studio o lavoro e si viene regolarmente. Solo per i rifugiati politici si possono creare canali umanitari. Ma in Italia niente di tutto questo (accordi bilaterali, piano Ue o Onu per i rifugiati) viene fatto; solo continue sanatorie che altro non fanno che aumentare gli appetiti dei mercanti di schiavi e le morti di tante persone; le prese di posizione del ministro Luciana Lamorgese e l'abolizione dei tetti triennali all'immigrazione sono un enorme incentivo.
Neppure le ultime statistiche su povertà e alta disoccupazione degli immigrati scalfiscono una ideologia che continua a magnificare i presunti benefici e le immanenti necessità di molta immigrazione. Ne è un esempio il Rapporto annuale 2020 della fondazione Leone Moressa, i cui dati vengono ripresi nei report della Caritas e di Migrantes: si afferma che «gli stranieri tra tasse e contributi pagano circa 18 miliardi e hanno un basso impatto sulla spesa pubblica, con un saldo attivo di 500 milioni»; inoltre la «sanatoria» 2020, sempre secondo il rapporto, produrrebbe addirittura un gettito potenziale di 360 milioni annui; infine i circa 2,5 milioni di occupati stranieri contribuirebbero al Pil italico per circa il 9,5%, pari a 147 milioni di euro, mezzo punto in più rispetto al 2018 ma potrebbe essere molto di più, dice la Moressa, se non ci fosse tra gli stranieri molto lavoro nero e irregolare.
Nel rapporto sponsorizzato dalla Cgia di Mestre e con i patrocini dei ministeri degli Esteri, dell'Economia e dell'università Cà Foscari di Venezia, ci sono però molte incongruenze prodotte dalla ideologia che permea i lavori di queste organizzazioni, fan dell'immigrazione a tutti i costi, che non si rendono conto dei rischi che nuove ondate di immigrati potrebbero produrre sulla debole economia italiana, sul nostro esile mercato del lavoro e soprattutto sugli stessi immigrati regolari. A parte qualche errore sul Pil 2019, si afferma che ogni straniero avrebbe prodotto 68.000 euro di Pil, cifra non compatibile con i restanti 20,876 milioni di lavoratori italiani che hanno retribuzioni mediamente superiori del 35% a quelle degli stranieri. Quanto all'impatto sulla spesa pubblica, considerando per i 5,255 milioni di immigrati regolarmente residenti (ai quali però dovremmo sommare i circa 5/600.000 irregolari) la sola spesa sanitaria il cui costo pro capite nel 2019 è di 1.886,5 euro, si otterrebbe una spesa di circa 10 miliardi. Per la scuola ci vorrebbero almeno altri 1,1 miliardi e per l'assistenza altri 3,4; poi c'è tutto il resto. Immaginare addirittura un saldo positivo quando in tutto il mondo l'immigrazione è un investimento e come tale costa tanti soldi, sa molto di ideologia. Infine è utile qualche considerazione sui 17,9 miliardi di tasse, addizionali locali e contributi previdenziali prodotti (dice il rapporto) dai 2,29 milioni di contribuenti stranieri nel 2019 (anche se gli occupati in realtà sono 2,5 milioni):
1 il rapporto afferma che gli stranieri hanno dichiarato redditi per 29,08 miliardi con una media di 12.700 euro l'anno, molto al di sopra dei dati forniti dall'Inps (14.287 euro per i lavoratori dipendenti e circa 7.500 euro quella dei lavoratori domestici e agricoli che sono però circa il 40%) e hanno versato Irpef per 3,66 miliardi pari a una aliquota di circa il 13% che è più elevata di quella pagata dal 70% dei contribuenti italiani il che rende il dato poco credibile visto che la maggior parte degli immigrati è poco sopra la no tax area e con deduzioni e detrazioni è difficile che paghi imposte.
2 Quanto ai contributi sociali è bene specificare che sono un credito per chi versa (italiani o stranieri) che poi determinerà una pensione e quindi non sono un contributo alla crescita del Paese; anche ipotizzando un'aliquota media elevata non si arriva ai 7 miliardi di contributi che sommati ai 2,29 miliardi di Irpef e altri 4,3 miliardi di imposte indirette non si capisce come possano arrivare ai 17,9 miliardi considerando che lo stesso rapporto definisce l'occupazione immigrata concentrata nelle professioni meno qualificate (oltre la metà ha la licenza media).
Stupisce infine che da un lato il rapporto affermi che l'Italia ha di fatto «chiuso la porta agli immigrati extracomunitari in cerca di lavoro che per entrare nel Paese hanno potuto usare solo i ricongiungimenti familiari o le richieste d'asilo» e dall'altro che gli occupati stranieri negli ultimi dieci anni sono aumentati di 600.000 unità (+31% dal 2010) e che dal 2010 a oggi gli immigrati sono passati da 3,65 a 5,26 milioni (+44%), arrivando a rappresentare l'8,7% della popolazione e superando il 10% in alcune regioni e città; nel solo 2019 gli stranieri sono aumentati di 111.000 unità al netto delle 127.000 nuove cittadinanze rilasciate e la maggior parte degli arrivi non sono lavoratori ma sono ricongiungimenti familiari quindi soggetti che non producono redditi ma beneficiano di tutti i nostri servizi di welfare, Inps compreso.
Ne servivano di più? Siamo sicuri che continuando con questi proclami facciamo il bene degli italiani e degli stessi immigrati? L'Istat ci dice che nel 2019 gran parte della povertà è immigrata: il 31% dei nuclei composti da soli stranieri versa in condizioni di povertà assoluta rispetto al 6,3% di quelli italiani; quasi il doppio quelli in povertà relativa con il 40% dei minori coinvolti.
Proseguiamo così per interesse e ideologia o smettiamo di incentivare gli arrivi e procediamo a una seria integrazione? Il rischio è che l'attuale politica combinata con l'assoluta incapacità amministrativa di governare il fenomeno, incentivi continui flussi di migranti con i drammatici risultati in termini di vite umane da piangere.
*Presidente di Itinerari
previdenziali; **ex dg immigrazione del ministero del Lavoro
Consigliere economico Pcm
Dire sempre la verità. La grave epidemia da Covid 19 che sta mettendo a dura prova il nostro Paese, ha certamente molti riflessi negativi anzitutto sulla salute dei cittadini e poi anche sull'economia, sui mercati finanziari e sulle finanze pubbliche; insomma stiamo attraversando senza una bussola «l'inverno nucleare della salute» scoprendo tuttavia alcuni aspetti che meritano qualche riflessione.
1) Lo Stato esiste! In questo momento di grande disorientamento i cittadini hanno ritrovato nello Stato, spesso tanto vituperato e assimilato ad un patrigno esoso e tiranno, un punto di riferimento prezioso. Un gestore del bene più importante: la salute e la vita. E così tutte le speranze della stragrande maggioranza dei cittadini sono riposte nel servizio sanitario nazionale, nella protezione civile, nelle forze dell'ordine e pure nella «politica». Una riscoperta del valore dello Stato in quanto comunità accogliente e protettiva; una speranza ultima a cui attaccarsi; un valore che speriamo non venga dimenticato nel post virus.
2) Una debolezza strutturale! Proprio allo Stato si rivolgono gli operatori di mercato e i cittadini chiedendo, come abbiamo visto, non solo protezione sanitaria ma anche sussidi e sostegni finanziari per poter resistere ad un periodo di mancato lavoro e quindi di mancato reddito; richieste di cassa integrazione, sussidi vari e ammortizzatori sociali. Domanda: possibile che un mese o più di inattività possa produrre la chiusura di molte attività per mancanza di liquidità? È così debole la struttura finanziaria delle tante imprese commerciali, artigianali e industriali? E anche quella dei lavoratori che, pare, non abbiano risorse da parte (fieno in cascina) per fronteggiare un mese di mancato reddito? È certamente un punto su cui riflettere e non poco. Un sistema troppo debole che al primo uragano non ha le risorse di sopravvivenza e si rivolge a una entità superiore: lo Stato.
3) Le risorse non sono infinite e i debiti qualcuno li deve pagare: cosa può fare lo Stato in questa situazione? Certamente e anche in deficit è giusto che il Governo finanzi anzitutto la sanità recuperando, ove possibile, il tempo perduto: la spesa sanitaria pubblica sul Pil è al 6,61%, circa 3 punti meno di Francia e Germania e 1 in meno di UK, e si è progressivamente ridotta dal 2009 a oggi; quindi aumentare gli ingressi dalle specialistiche, utilizzare, pagandoli non come ora a zero euro, gli specialisti all'ultimo anno, aumentare medici di base (oggi hanno troppi pazienti in carico), specialisti, infermieri, ricercatori e operatori socio sanitari, rafforzare la ricerca migliorando gli stipendi dei ricercatori evitando che se ne vadano all'estero per soli motivi economici; insomma arrivare a quel 7,5% che ci metterebbe in zona più sicura; spesa strutturale 15 miliardi. Questo è il «minimo» che deve fare lo Stato per aumentare i posti letto, i medici, la terapia intensiva: insomma la salute sociale. Solo dopo, e se sarà possibile, ci potranno essere gli ammortizzatori sociali e il sostegno al reddito per i soggetti che erose le ferie, i permessi, utilizzato la «banca del tempo» non avranno altre entrate e nella stragrande maggioranza, vista la ormai chiusura quasi totale, si dedicheranno alla cura dei bimbi a casa da scuola. Operazioni a pioggia come qualcuno chiede, sono costosissime e difficili da applicare con equità, nonostante la politica gareggi ancora a promettere sussidi per tutti ovviamente a debito e anche, qualcuno, per cifre ingenti. Sulla capacità del Governo di tenere la barra a dritta stendiamo un velo pietoso: prima 3 miliardi poi 7,4 poi 10 infine, ma chi può dirlo, 20 che diventano 25 (testuali parole). Sarebbe molto utile, pur con la buona volontà di aiutare il più possibile, che finalmente il Governo e tutta la politica non usassero questa tragica situazione per mettersi in mostra; che dicessero finalmente la verità agli italiani! E la verità è che tutti noi ma proprio tutti, imprenditori, dipendenti, professionisti, artigiani e commercianti, avremo una diminuzione dei nostri redditi pari alla durata del Coronavirus: 2/3 mesi? Che non possiamo fare troppo debito; si veda già oggi lo spread. Che dobbiamo ridurre e di molto il nostro tenore di vita e non ci possiamo più permettere di spendere al gioco d'azzardo oltre 127 miliardi (più dei 116 della sanità), di essere tra i primi al mondo per possesso di telefonini, auto e così via.
4) Il costo totale! Oltre ai necessari investimenti in sanità, tenuto conto che l'economia rallenterà, dobbiamo mettere in conto anche le minori entrate fiscali e contributive. Considerando che il gettito Irpef del 2017 (ultimo dato disponibile) ammontava, al netto del bonus Renzi, a circa 165 miliardi di euro, il gettito contributivo relativo al 2018 è stato pari a circa 205 miliardi, Ires e Irap 2017 a circa 59 miliardi, solo per prendere in considerazione le maggiori entrate dirette, se la situazione si protrarrà per un mese e dovesse colpire il 40% delle attività commerciali, artigianali, produttive, di servizi e turismo, ci saranno almeno 14,5 miliardi di minori entrate che si sommeranno ai circa 3 miliardi per l'estensione dei bonus. Sul lato spese, oltre agli investimenti in sanità (non meno di 7 miliardi iniziali) e ad almeno la metà dei 3 miliardi di risparmio sugli interessi sul debito visti i valori dello spread e prevedendo almeno 1 milione di ore di cassa integrazione e in deroga sarà molto alto e pari a circa 11 miliardi. Insomma, una «dote» pesante in vista della prossima legge di bilancio gravata dalle clausole di salvaguardia (circa 47 miliardi tra il 2021 e il 2022). E questo se si concluderà in un mese. La sensazione è che tutti dovremo tirare la cinghia, pretendere meno dallo Stato e iniziare a vivere forse anche al di sotto delle nostre potenziali possibilità; la sfida si potrà vincere solo se anteporremo ai diritti di cui siamo imbevuti, i nostri doveri.




