Sotto il calzino niente. Infatti, se a Beppe Sala, sindaco di Milano, si tolgono i calzini arcobaleno, indossati in ossequio alla moda Lgbt, si gratta via l’ambientalismo di facciata, adottato come postura per copiare Greta Thunberg, e si osserva il suo traccheggiamento sulle questioni fondamentali come lo sviluppo della città, ma anche la sicurezza dei quartieri, si capisce che l’uomo nuovo tanto amato nei salotti radical chic rappresenta il nulla.
Sì, tolte di mezzo le parole politicamente corrette, le piste ciclabili che fanno lo slalom fra le auto imbottigliate nel traffico, la nuova metropolitana il cui merito è delle precedenti amministrazioni, resta il vuoto pneumatico, riempito da decisioni inutili se non controproducenti.
Vi chiedete perché mi scagli contro il sindaco della città più glamour d’Italia, la sola che vede lievitare i prezzi delle sue abitazioni e crescere il proprio appeal fra gli stranieri? A farmi saltare la mosca al naso è l’ultimo annuncio della sua maggioranza, che dal gennaio del prossimo anno vorrebbe imporre in tutta la città un limite di 30 all’ora alla circolazione delle auto, soluzione da prendere ad esempio per il resto d’Italia. Non contento di aver introdotto l’area B, ossia di aver vietato l’ingresso in città alle vetture più datate, con la scusa di voler ridurre l’inquinamento, il primo cittadino – sempre promettendo aria pulita – ora intende rallentare la circolazione, altra moda d’importazione, ignorando il fatto che più i veicoli rimangono in coda e più inquinano.
Sì, Sala vuole rendere Milano una città verde, ma purtroppo la condanna a essere nera. Infatti, per bloccare le macchine ritenute più inquinanti, ha costretto i possessori ad andare a piedi o a rinunciare al lavoro in città, ma questo non ha ridotto né gli ingressi dei veicoli, come promesso, né ha migliorato la qualità dell’aria. Anzi: i primi mesi di stop hanno ottenuto il contrario, ovvero più auto e più polveri sottili, come mai si era visto. Dopo l’entrata in vigore dei divieti di ingresso per le vetture più vecchie, il numero di auto che ha varcato i confini del giardino proibito di Sala è cresciuto di 30 mila unità in un solo mese, segno evidente che i blocchi non hanno fermato le auto, ma solo complicato la vita degli automobilisti.
Non è tutto: forse qualcuno immaginerà che lo stop abbia almeno consentito di migliorare la qualità dell’aria, riducendo l’inquinamento grazie al fermo delle vetture più inquinanti. Non è accaduto neppure questo. Nel 2022 infatti, Milano ha conquistato la maglia nera fra le città italiane, con il maggior numero di giorni oltre le soglie ritenute accettabili per la salute dei cittadini. Qualcuno potrebbe pensare che per lo meno, da ottobre in poi, le misure adottate siano servite a contenere il fenomeno. No, da ottobre in poi l’aria è stata pessima quanto prima. Tuttavia Sala, lungi dal voler tornare sui suoi passi, insiste. E dunque, dal prossimo anno si viaggerà a 30 all’ora.
Ci saranno meno incidenti e l’aria sarà più pulita, promettono i pasdaran della guerra alle macchine. In realtà, la politica adottata fin qui ha dimostrato il contrario: più incidenti stradali in cui sono coinvolti biciclette e monopattini, nessun vantaggio per i polmoni dei milanesi. Già, perché da quando Sala ha imboccato la via ciclabile allo sviluppo, si sono moltiplicati gli incidenti in cui sono coinvolti i viaggiatori sulle due ruote: 688 le persone cadute nel 2018 e 691 gli investimenti di ciclisti; 1.009 le cadute nel 2021, 864 gli incidenti provocati da uno scontro con una vettura, con un aumento complessivo del 35 per cento. Colpa delle auto? No, spesso del mancato rispetto del codice della strada di chi viaggia su due ruote ed è convinto di non dover rispettare stop o semafori, ma neppure pedoni. Dunque, ridurre la velocità sulle strade da 50 a 30 chilometri a che cosa serve? Ad accontentare la maggioranza rossoverde di cui Sala è ostaggio, una maggioranza che insegue l’ideologia green a prescindere dai risultati.
Ci sono zone della città fuori controllo, trasformate in piccole Molenbeek, il quartiere ghetto di Bruxelles. Altre, come la stazione centrale, in cui gruppi di extracomunitari bivaccano in attesa di clienti, per rifornirli di droga o alleggerirli di bagagli e portafogli. Ma Sala, che ormai è più un ologramma che un sindaco, guarda oltre le guglie del Duomo o la torre Unicredit. La sua mente è proiettata verso orizzonti ambiziosi, per questo un giorno apre a Luigi Di Maio (prima della caduta), un altro a Greta Thunberg, nella speranza di assicurarsi un biglietto per il futuro. Nel frattempo, nasconde il nulla, mostrando i calzini Lgbt per sentirsi dalla parte giusta. Molto chic, ma per la città che trascina il Pil del Paese molto sciocc.
Ps. Se qualcuno pensa che me la prenda con il sindaco perché mi piace correre in auto per le strade della città lo fermo subito. Guido pochissimo e raramente nelle vie del centro, dunque non parlo per me, ma per i milanesi e gli italiani che rischiano di fare la stessa fine degli abitanti del capoluogo lombardo.
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