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2021-07-06
Trovata la quadra a Napoli e Milano. Il centrodestra ha i suoi candidati
Luca Bernardo (Ansa)
«Ho convocato domani (oggi, ndr) l'ultima riunione del centrodestra. Pd e M5s vanno divisi sostanzialmente dappertutto. L'obiettivo è che la Lega guidi un centrodestra compatto per un cambiamento a Roma, a Milano, a Napoli, a Torino e così via»: il leader della Lega, Matteo Salvini, traccia la linea dell'unità del centrodestra in vista delle amministrative del prossimo autunno. Dopo la scelta del candidato a sindaco di Roma, Enrico Michetti, e di quello di Torino, Paolo Damilano, Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia accelerano per individuare le personalità giuste anche per lanciare la sfida alle sinistre anche a Milano, Bologna e Napoli.
Le chance di vittoria sono altissime in tutte le città. A Milano, dove per la prima volta i sondaggi segnalano un Beppe Sala in sotto il 50%, il centrodestra si prepara a ufficializzare questa sera, salvo imprevedibili colpi di scena, il suo candidato unitario: si tratta di Luca Bernardo, responsabile della Casa pediatrica del Fatebenefratelli e direttore del dipartimento della medicina dell'infanzia e adolescenza dell'ospedale. Il professor Bernardo ha firmato anche per i referendum della Lega. Ieri Bernardo ha incontrato Giorgia Meloni: «Mi ha fatto una ottima impressione» ha detto la leader di Fdi, «quello di Bernardo è un profilo di grande umanità e da madre, non posso che avere una passione per un pediatra. Le mie impressioni sono ottime», ha ribadito la Meloni, «ma serve un confronto con la coalizione che ci sarà nelle prossime ore». Sarà inoltre Vittorio Feltri a guidare la lista di Fratelli d'Italia alle prossime elezioni amministrative di Milano. Lo ha annunciato la stessa Meloni, nel corso della presentazione del suo libro a Palazzo Reale. «Sono estremamente fiera», ha detto la Meloni, «di annunciare, non solo che il direttore Vittorio Feltri ha deciso di iscriversi a Fratelli d'Italia, ma l'abbiamo anche convinto con facilità a guidare la nostra lista per le prossime amministrative a Milano».
Il centrodestra affiancherà a Bernardo un vero e proprio dream team, una squadra di eccellenze in grado di governare Milano nella maniera migliore. Il vice di Bernardo potrebbe essere Gabriele Albertini, che porterebbe in giunta un ineguagliabile bagaglio di esperienza amministrativa; nella squadra vincente del centrodestra troverebbero posto anche personalità di spessore, considerati nelle scorse settimane possibili candidati a sindaco: la presidente di Fedefarma Lombardia, Annarosa Racca; il comunicatore Roberto Rasia dal Polo; il manager Oscar di Montigny.
Dopo qualche settimana di dibattito, si è chiuso anche l'accordo su Napoli, dove il magistrato Catello Maresca ha trovato l'intesa con i leader della coalizione di centrodestra. Una vittoria su tutta la linea di Salvini, che ha tenuto duro su Maresca mentre Forza Italia e Fratelli d'Italia esprimevano perplessità sulla scelta del magistrato di voler conservare il proprio profilo puramente civico. Risolte alcune piccole incomprensioni, Maresca ha dato il via libera alla presenza dei simboli dei partiti di centrodestra nella coalizione che lo sostiene: l'unica richiesta, accolta dai partiti, è quella di inserire la scritta «Progetto Napoli» nei loghi. Maresca può così iniziare la cavalcata elettorale che lo porterà a contendere la poltrona di sindaco di Napoli a Gaetano Manfredi, ex ministro del secondo governo guidato da Giuseppe Conte, sostenuto dai giallorossi. In campo, come outsider, anche l'ex sindaco , presidente della Regione e ministro, Antonio Bassolino, e l'assessore uscente Alessandra Clemente, che si presenta come esponente del movimento arancione di Luigi De Magistris.
Ottime notizie per il centrodestra anche da Torino, dove il candidato civico sostenuto dal centrodestra, l'imprenditore Paolo Damilano, viene segnalato in vantaggio e in costante crescita sull'avversario di centrosinistra, Stefano Lo Russo, mentre il M5s è pronto a schierare un proprio candidato, Valentina Sganga. Giovedì prossimo, 8 luglio, è attesa a Torino Giorgia Meloni: la leader di Fratelli d'Italia presenterà il suo libro Io sono Giorgia al Parco Dora, una area ex industriale nel quartiere popolare e periferico Vallette - San Paolo. Al fianco della Meloni ci sarà la deputata di Fdi Augusta Montaruli, parlamentare torinese eletta nel collegio uninominale della sua città. «Veniamo dalle periferie», dicono alla Verità la Montaruli e l'assessore regionale Maurizio Marrone, «e da lì ripartiremo per offrire ai cittadini una Torino vincente, non solo nei sondaggi, ma attraverso costanza, impegno, lavoro. Per noi è tutto legato alle periferie, al contrario delle vecchie amministrazioni di sinistra che non hanno mai lottato abbastanza». Marrone pochi giorni fa è stato protagonista di un episodio increscioso che ha suscitato una diffusa indignazione: in città sono apparsi manifesti che lo raffigurano a testa in giù, insieme alla Meloni, con la scritta «Marrone e Meloni, in piazzale Loreto c'è ancora posto».
A Bologna Forza Italia potrebbe piazzare il suo candidato, il senatore Andrea Cangini, ex direttore del Resto del Carlino, che avrebbe in squadra, come vice, l'imprenditore Fabio Battistini. Il centrosinistra ha già in campo Matteo Lepore, che aveva ottenuto il sostegno anche dal M5s, ma con il via libera di Giuseppe Conte. C'è chi immagina che lo scontro tra Conte e Beppe Grillo possa produrre un ripensamento dei pentastellati, ma il quadro è ancora in evoluzione.
È polemica sul sondaggio del «Sole»
Il noto politologo Alessandro Campi attacca a testa bassa, sul suo profilo Facebook, il Sole 24 Ore. Campi, direttore della Rivista di Politica, insegna Storia delle dottrine politiche all'Università di Perugia. nel suo post, il docente mette nel mirino il sondaggio annuale «Governance poll», effettuato da Noto sondaggi e pubblicato ieri, che rileva il gradimento di sindaci e presidenti di Regione: «Temo che il Sole 24 Ore, il mitico giornale di Confindustria», scrive Campi, «sia incorso in un infortunio giornalistico piuttosto grave. Nella sua edizione odierna (di ieri, ndr) ha diffuso un megasondaggio dedicato al gradimento dei presidenti di Regione. Evito di discutere i risultati. Discuto (e contesto) la metodologia. Dalle note tecniche riportate dallo stesso giornale», argomenta Campi, «sarebbero state realizzate 1.000 interviste per Regione e 600 interviste per Comune (peraltro senza che si capisca bene come il campione sia stato costruito, secondo cioè quali criteri di stratificazione). Per chiunque abbia anche una minima esperienza nel campo della ricerca si tratta di una manifesta assurdità».
Campi motiva le sue perplessità: «Significherebbe», argomenta il docente, «aver realizzato decine di migliaia di interviste nell'arco delle dieci settimane indicate come periodo di svolgimento della rilevazione: costi proibitivi (parliamo di centinaia di migliaia di euro) e uno staff di rilevatori composto da almeno un migliaio di unità. Prendiamo allora la versione più “realistica" (si fa per dire) di questa nota. Ammettiamo dunque che i Comuni cui ci si riferisce siano soltanto i capoluoghi di provincia delle 16 Regioni testate (dall'indagine sono state infatti escluse, per ragioni tecniche, la Calabria, il Trentino Alto Adige e la Valle d'Aosta). Ma anche così i conti non tornano».
«Sarebbero state condotte», riflette Campi, «600 interviste per i 103 Comuni capoluoghi di provincia: totale 61.800 interviste. Cui andrebbero aggiunte le 16.000 interviste per Regione (1.000 x 16). Insomma si sarebbe lavorato su un megacampione di 77.800 persone. Il Sole 24 ore ha pagato una simile ricerca (250-300.000 euro a valore di mercato) per ricavarne, al dunque, un articolo di 6000 battute?».
Non è tutto: «Si potrebbe allora pensare», ipotizza Campi, «che ci si sia limitati a sondare 600 cittadini per città tenendo conto solo dei capoluoghi di Regione: totale 9.600 interviste (600 x 16). Ma sondare il gradimento di un presidente di Regione intervistando i residenti della sola città capoluogo di regione (Milano, Bari, Napoli, L'Aquila ecc.) è un palese errore. I risultati sarebbero inattendibili per definizione».
«So bene che si tratta di un'affermazione grave», sottolinea Campi, «ma mi sono attenuto alle note metodologiche illustrate dallo stesso giornale (e fornite, immagino, dalla società di rilevazione). A questo punto sarebbe utile un pubblico chiarimento, riguardo l'entità esatta della ricerca (e dunque riguardo il suo eventuale valore conoscitivo). O sbaglio io, nel qual caso chiedo scusa. O il Sole 24 Ore, forse per leggerezza, forse perché tratto in inganno, ha pubblicato cifre, fatto ragionamenti e avanzato interpretazioni che col giornalismo (in questo caso politico) non hanno nulla a che fare. Attendo replica. E magari, nel caso avessi anche solo lontanamente ragione», attacca Campi, «mi aspetterei un intervento dell'Agcom: il garante della comunicazione dovrebbe preoccuparsi se circolano comunicazioni, ad essere generosi, farlocche».
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A sfidare Giuseppe Sala, il cui gradimento è in calo, sarà il pediatra Luca Bernardo. Nel capoluogo campano sciolte le perplessità su Catello Maresca. Si tratta su Bologna. Vittorio Feltri capolista di Fdi nella città meneghinaIl politologo Alessandro Campi contesta la rilevazione del quotidiano su sindaci e governatori. «Metodologie discutibili, spieghino quante persone hanno consultato veramente»Lo speciale contiene due articoli«Ho convocato domani (oggi, ndr) l'ultima riunione del centrodestra. Pd e M5s vanno divisi sostanzialmente dappertutto. L'obiettivo è che la Lega guidi un centrodestra compatto per un cambiamento a Roma, a Milano, a Napoli, a Torino e così via»: il leader della Lega, Matteo Salvini, traccia la linea dell'unità del centrodestra in vista delle amministrative del prossimo autunno. Dopo la scelta del candidato a sindaco di Roma, Enrico Michetti, e di quello di Torino, Paolo Damilano, Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia accelerano per individuare le personalità giuste anche per lanciare la sfida alle sinistre anche a Milano, Bologna e Napoli. Le chance di vittoria sono altissime in tutte le città. A Milano, dove per la prima volta i sondaggi segnalano un Beppe Sala in sotto il 50%, il centrodestra si prepara a ufficializzare questa sera, salvo imprevedibili colpi di scena, il suo candidato unitario: si tratta di Luca Bernardo, responsabile della Casa pediatrica del Fatebenefratelli e direttore del dipartimento della medicina dell'infanzia e adolescenza dell'ospedale. Il professor Bernardo ha firmato anche per i referendum della Lega. Ieri Bernardo ha incontrato Giorgia Meloni: «Mi ha fatto una ottima impressione» ha detto la leader di Fdi, «quello di Bernardo è un profilo di grande umanità e da madre, non posso che avere una passione per un pediatra. Le mie impressioni sono ottime», ha ribadito la Meloni, «ma serve un confronto con la coalizione che ci sarà nelle prossime ore». Sarà inoltre Vittorio Feltri a guidare la lista di Fratelli d'Italia alle prossime elezioni amministrative di Milano. Lo ha annunciato la stessa Meloni, nel corso della presentazione del suo libro a Palazzo Reale. «Sono estremamente fiera», ha detto la Meloni, «di annunciare, non solo che il direttore Vittorio Feltri ha deciso di iscriversi a Fratelli d'Italia, ma l'abbiamo anche convinto con facilità a guidare la nostra lista per le prossime amministrative a Milano». Il centrodestra affiancherà a Bernardo un vero e proprio dream team, una squadra di eccellenze in grado di governare Milano nella maniera migliore. Il vice di Bernardo potrebbe essere Gabriele Albertini, che porterebbe in giunta un ineguagliabile bagaglio di esperienza amministrativa; nella squadra vincente del centrodestra troverebbero posto anche personalità di spessore, considerati nelle scorse settimane possibili candidati a sindaco: la presidente di Fedefarma Lombardia, Annarosa Racca; il comunicatore Roberto Rasia dal Polo; il manager Oscar di Montigny.Dopo qualche settimana di dibattito, si è chiuso anche l'accordo su Napoli, dove il magistrato Catello Maresca ha trovato l'intesa con i leader della coalizione di centrodestra. Una vittoria su tutta la linea di Salvini, che ha tenuto duro su Maresca mentre Forza Italia e Fratelli d'Italia esprimevano perplessità sulla scelta del magistrato di voler conservare il proprio profilo puramente civico. Risolte alcune piccole incomprensioni, Maresca ha dato il via libera alla presenza dei simboli dei partiti di centrodestra nella coalizione che lo sostiene: l'unica richiesta, accolta dai partiti, è quella di inserire la scritta «Progetto Napoli» nei loghi. Maresca può così iniziare la cavalcata elettorale che lo porterà a contendere la poltrona di sindaco di Napoli a Gaetano Manfredi, ex ministro del secondo governo guidato da Giuseppe Conte, sostenuto dai giallorossi. In campo, come outsider, anche l'ex sindaco , presidente della Regione e ministro, Antonio Bassolino, e l'assessore uscente Alessandra Clemente, che si presenta come esponente del movimento arancione di Luigi De Magistris.Ottime notizie per il centrodestra anche da Torino, dove il candidato civico sostenuto dal centrodestra, l'imprenditore Paolo Damilano, viene segnalato in vantaggio e in costante crescita sull'avversario di centrosinistra, Stefano Lo Russo, mentre il M5s è pronto a schierare un proprio candidato, Valentina Sganga. Giovedì prossimo, 8 luglio, è attesa a Torino Giorgia Meloni: la leader di Fratelli d'Italia presenterà il suo libro Io sono Giorgia al Parco Dora, una area ex industriale nel quartiere popolare e periferico Vallette - San Paolo. Al fianco della Meloni ci sarà la deputata di Fdi Augusta Montaruli, parlamentare torinese eletta nel collegio uninominale della sua città. «Veniamo dalle periferie», dicono alla Verità la Montaruli e l'assessore regionale Maurizio Marrone, «e da lì ripartiremo per offrire ai cittadini una Torino vincente, non solo nei sondaggi, ma attraverso costanza, impegno, lavoro. Per noi è tutto legato alle periferie, al contrario delle vecchie amministrazioni di sinistra che non hanno mai lottato abbastanza». Marrone pochi giorni fa è stato protagonista di un episodio increscioso che ha suscitato una diffusa indignazione: in città sono apparsi manifesti che lo raffigurano a testa in giù, insieme alla Meloni, con la scritta «Marrone e Meloni, in piazzale Loreto c'è ancora posto».A Bologna Forza Italia potrebbe piazzare il suo candidato, il senatore Andrea Cangini, ex direttore del Resto del Carlino, che avrebbe in squadra, come vice, l'imprenditore Fabio Battistini. Il centrosinistra ha già in campo Matteo Lepore, che aveva ottenuto il sostegno anche dal M5s, ma con il via libera di Giuseppe Conte. C'è chi immagina che lo scontro tra Conte e Beppe Grillo possa produrre un ripensamento dei pentastellati, ma il quadro è ancora in evoluzione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trovata-la-quadra-a-napoli-e-milano-il-centrodestra-ha-i-suoi-candidati-2653680888.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-polemica-sul-sondaggio-del-sole" data-post-id="2653680888" data-published-at="1625514996" data-use-pagination="False"> È polemica sul sondaggio del «Sole» Il noto politologo Alessandro Campi attacca a testa bassa, sul suo profilo Facebook, il Sole 24 Ore. Campi, direttore della Rivista di Politica, insegna Storia delle dottrine politiche all'Università di Perugia. nel suo post, il docente mette nel mirino il sondaggio annuale «Governance poll», effettuato da Noto sondaggi e pubblicato ieri, che rileva il gradimento di sindaci e presidenti di Regione: «Temo che il Sole 24 Ore, il mitico giornale di Confindustria», scrive Campi, «sia incorso in un infortunio giornalistico piuttosto grave. Nella sua edizione odierna (di ieri, ndr) ha diffuso un megasondaggio dedicato al gradimento dei presidenti di Regione. Evito di discutere i risultati. Discuto (e contesto) la metodologia. Dalle note tecniche riportate dallo stesso giornale», argomenta Campi, «sarebbero state realizzate 1.000 interviste per Regione e 600 interviste per Comune (peraltro senza che si capisca bene come il campione sia stato costruito, secondo cioè quali criteri di stratificazione). Per chiunque abbia anche una minima esperienza nel campo della ricerca si tratta di una manifesta assurdità». Campi motiva le sue perplessità: «Significherebbe», argomenta il docente, «aver realizzato decine di migliaia di interviste nell'arco delle dieci settimane indicate come periodo di svolgimento della rilevazione: costi proibitivi (parliamo di centinaia di migliaia di euro) e uno staff di rilevatori composto da almeno un migliaio di unità. Prendiamo allora la versione più “realistica" (si fa per dire) di questa nota. Ammettiamo dunque che i Comuni cui ci si riferisce siano soltanto i capoluoghi di provincia delle 16 Regioni testate (dall'indagine sono state infatti escluse, per ragioni tecniche, la Calabria, il Trentino Alto Adige e la Valle d'Aosta). Ma anche così i conti non tornano». «Sarebbero state condotte», riflette Campi, «600 interviste per i 103 Comuni capoluoghi di provincia: totale 61.800 interviste. Cui andrebbero aggiunte le 16.000 interviste per Regione (1.000 x 16). Insomma si sarebbe lavorato su un megacampione di 77.800 persone. Il Sole 24 ore ha pagato una simile ricerca (250-300.000 euro a valore di mercato) per ricavarne, al dunque, un articolo di 6000 battute?». Non è tutto: «Si potrebbe allora pensare», ipotizza Campi, «che ci si sia limitati a sondare 600 cittadini per città tenendo conto solo dei capoluoghi di Regione: totale 9.600 interviste (600 x 16). Ma sondare il gradimento di un presidente di Regione intervistando i residenti della sola città capoluogo di regione (Milano, Bari, Napoli, L'Aquila ecc.) è un palese errore. I risultati sarebbero inattendibili per definizione». «So bene che si tratta di un'affermazione grave», sottolinea Campi, «ma mi sono attenuto alle note metodologiche illustrate dallo stesso giornale (e fornite, immagino, dalla società di rilevazione). A questo punto sarebbe utile un pubblico chiarimento, riguardo l'entità esatta della ricerca (e dunque riguardo il suo eventuale valore conoscitivo). O sbaglio io, nel qual caso chiedo scusa. O il Sole 24 Ore, forse per leggerezza, forse perché tratto in inganno, ha pubblicato cifre, fatto ragionamenti e avanzato interpretazioni che col giornalismo (in questo caso politico) non hanno nulla a che fare. Attendo replica. E magari, nel caso avessi anche solo lontanamente ragione», attacca Campi, «mi aspetterei un intervento dell'Agcom: il garante della comunicazione dovrebbe preoccuparsi se circolano comunicazioni, ad essere generosi, farlocche».
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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