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2021-07-06
Trovata la quadra a Napoli e Milano. Il centrodestra ha i suoi candidati
Luca Bernardo (Ansa)
«Ho convocato domani (oggi, ndr) l'ultima riunione del centrodestra. Pd e M5s vanno divisi sostanzialmente dappertutto. L'obiettivo è che la Lega guidi un centrodestra compatto per un cambiamento a Roma, a Milano, a Napoli, a Torino e così via»: il leader della Lega, Matteo Salvini, traccia la linea dell'unità del centrodestra in vista delle amministrative del prossimo autunno. Dopo la scelta del candidato a sindaco di Roma, Enrico Michetti, e di quello di Torino, Paolo Damilano, Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia accelerano per individuare le personalità giuste anche per lanciare la sfida alle sinistre anche a Milano, Bologna e Napoli.
Le chance di vittoria sono altissime in tutte le città. A Milano, dove per la prima volta i sondaggi segnalano un Beppe Sala in sotto il 50%, il centrodestra si prepara a ufficializzare questa sera, salvo imprevedibili colpi di scena, il suo candidato unitario: si tratta di Luca Bernardo, responsabile della Casa pediatrica del Fatebenefratelli e direttore del dipartimento della medicina dell'infanzia e adolescenza dell'ospedale. Il professor Bernardo ha firmato anche per i referendum della Lega. Ieri Bernardo ha incontrato Giorgia Meloni: «Mi ha fatto una ottima impressione» ha detto la leader di Fdi, «quello di Bernardo è un profilo di grande umanità e da madre, non posso che avere una passione per un pediatra. Le mie impressioni sono ottime», ha ribadito la Meloni, «ma serve un confronto con la coalizione che ci sarà nelle prossime ore». Sarà inoltre Vittorio Feltri a guidare la lista di Fratelli d'Italia alle prossime elezioni amministrative di Milano. Lo ha annunciato la stessa Meloni, nel corso della presentazione del suo libro a Palazzo Reale. «Sono estremamente fiera», ha detto la Meloni, «di annunciare, non solo che il direttore Vittorio Feltri ha deciso di iscriversi a Fratelli d'Italia, ma l'abbiamo anche convinto con facilità a guidare la nostra lista per le prossime amministrative a Milano».
Il centrodestra affiancherà a Bernardo un vero e proprio dream team, una squadra di eccellenze in grado di governare Milano nella maniera migliore. Il vice di Bernardo potrebbe essere Gabriele Albertini, che porterebbe in giunta un ineguagliabile bagaglio di esperienza amministrativa; nella squadra vincente del centrodestra troverebbero posto anche personalità di spessore, considerati nelle scorse settimane possibili candidati a sindaco: la presidente di Fedefarma Lombardia, Annarosa Racca; il comunicatore Roberto Rasia dal Polo; il manager Oscar di Montigny.
Dopo qualche settimana di dibattito, si è chiuso anche l'accordo su Napoli, dove il magistrato Catello Maresca ha trovato l'intesa con i leader della coalizione di centrodestra. Una vittoria su tutta la linea di Salvini, che ha tenuto duro su Maresca mentre Forza Italia e Fratelli d'Italia esprimevano perplessità sulla scelta del magistrato di voler conservare il proprio profilo puramente civico. Risolte alcune piccole incomprensioni, Maresca ha dato il via libera alla presenza dei simboli dei partiti di centrodestra nella coalizione che lo sostiene: l'unica richiesta, accolta dai partiti, è quella di inserire la scritta «Progetto Napoli» nei loghi. Maresca può così iniziare la cavalcata elettorale che lo porterà a contendere la poltrona di sindaco di Napoli a Gaetano Manfredi, ex ministro del secondo governo guidato da Giuseppe Conte, sostenuto dai giallorossi. In campo, come outsider, anche l'ex sindaco , presidente della Regione e ministro, Antonio Bassolino, e l'assessore uscente Alessandra Clemente, che si presenta come esponente del movimento arancione di Luigi De Magistris.
Ottime notizie per il centrodestra anche da Torino, dove il candidato civico sostenuto dal centrodestra, l'imprenditore Paolo Damilano, viene segnalato in vantaggio e in costante crescita sull'avversario di centrosinistra, Stefano Lo Russo, mentre il M5s è pronto a schierare un proprio candidato, Valentina Sganga. Giovedì prossimo, 8 luglio, è attesa a Torino Giorgia Meloni: la leader di Fratelli d'Italia presenterà il suo libro Io sono Giorgia al Parco Dora, una area ex industriale nel quartiere popolare e periferico Vallette - San Paolo. Al fianco della Meloni ci sarà la deputata di Fdi Augusta Montaruli, parlamentare torinese eletta nel collegio uninominale della sua città. «Veniamo dalle periferie», dicono alla Verità la Montaruli e l'assessore regionale Maurizio Marrone, «e da lì ripartiremo per offrire ai cittadini una Torino vincente, non solo nei sondaggi, ma attraverso costanza, impegno, lavoro. Per noi è tutto legato alle periferie, al contrario delle vecchie amministrazioni di sinistra che non hanno mai lottato abbastanza». Marrone pochi giorni fa è stato protagonista di un episodio increscioso che ha suscitato una diffusa indignazione: in città sono apparsi manifesti che lo raffigurano a testa in giù, insieme alla Meloni, con la scritta «Marrone e Meloni, in piazzale Loreto c'è ancora posto».
A Bologna Forza Italia potrebbe piazzare il suo candidato, il senatore Andrea Cangini, ex direttore del Resto del Carlino, che avrebbe in squadra, come vice, l'imprenditore Fabio Battistini. Il centrosinistra ha già in campo Matteo Lepore, che aveva ottenuto il sostegno anche dal M5s, ma con il via libera di Giuseppe Conte. C'è chi immagina che lo scontro tra Conte e Beppe Grillo possa produrre un ripensamento dei pentastellati, ma il quadro è ancora in evoluzione.
È polemica sul sondaggio del «Sole»
Il noto politologo Alessandro Campi attacca a testa bassa, sul suo profilo Facebook, il Sole 24 Ore. Campi, direttore della Rivista di Politica, insegna Storia delle dottrine politiche all'Università di Perugia. nel suo post, il docente mette nel mirino il sondaggio annuale «Governance poll», effettuato da Noto sondaggi e pubblicato ieri, che rileva il gradimento di sindaci e presidenti di Regione: «Temo che il Sole 24 Ore, il mitico giornale di Confindustria», scrive Campi, «sia incorso in un infortunio giornalistico piuttosto grave. Nella sua edizione odierna (di ieri, ndr) ha diffuso un megasondaggio dedicato al gradimento dei presidenti di Regione. Evito di discutere i risultati. Discuto (e contesto) la metodologia. Dalle note tecniche riportate dallo stesso giornale», argomenta Campi, «sarebbero state realizzate 1.000 interviste per Regione e 600 interviste per Comune (peraltro senza che si capisca bene come il campione sia stato costruito, secondo cioè quali criteri di stratificazione). Per chiunque abbia anche una minima esperienza nel campo della ricerca si tratta di una manifesta assurdità».
Campi motiva le sue perplessità: «Significherebbe», argomenta il docente, «aver realizzato decine di migliaia di interviste nell'arco delle dieci settimane indicate come periodo di svolgimento della rilevazione: costi proibitivi (parliamo di centinaia di migliaia di euro) e uno staff di rilevatori composto da almeno un migliaio di unità. Prendiamo allora la versione più “realistica" (si fa per dire) di questa nota. Ammettiamo dunque che i Comuni cui ci si riferisce siano soltanto i capoluoghi di provincia delle 16 Regioni testate (dall'indagine sono state infatti escluse, per ragioni tecniche, la Calabria, il Trentino Alto Adige e la Valle d'Aosta). Ma anche così i conti non tornano».
«Sarebbero state condotte», riflette Campi, «600 interviste per i 103 Comuni capoluoghi di provincia: totale 61.800 interviste. Cui andrebbero aggiunte le 16.000 interviste per Regione (1.000 x 16). Insomma si sarebbe lavorato su un megacampione di 77.800 persone. Il Sole 24 ore ha pagato una simile ricerca (250-300.000 euro a valore di mercato) per ricavarne, al dunque, un articolo di 6000 battute?».
Non è tutto: «Si potrebbe allora pensare», ipotizza Campi, «che ci si sia limitati a sondare 600 cittadini per città tenendo conto solo dei capoluoghi di Regione: totale 9.600 interviste (600 x 16). Ma sondare il gradimento di un presidente di Regione intervistando i residenti della sola città capoluogo di regione (Milano, Bari, Napoli, L'Aquila ecc.) è un palese errore. I risultati sarebbero inattendibili per definizione».
«So bene che si tratta di un'affermazione grave», sottolinea Campi, «ma mi sono attenuto alle note metodologiche illustrate dallo stesso giornale (e fornite, immagino, dalla società di rilevazione). A questo punto sarebbe utile un pubblico chiarimento, riguardo l'entità esatta della ricerca (e dunque riguardo il suo eventuale valore conoscitivo). O sbaglio io, nel qual caso chiedo scusa. O il Sole 24 Ore, forse per leggerezza, forse perché tratto in inganno, ha pubblicato cifre, fatto ragionamenti e avanzato interpretazioni che col giornalismo (in questo caso politico) non hanno nulla a che fare. Attendo replica. E magari, nel caso avessi anche solo lontanamente ragione», attacca Campi, «mi aspetterei un intervento dell'Agcom: il garante della comunicazione dovrebbe preoccuparsi se circolano comunicazioni, ad essere generosi, farlocche».
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A sfidare Giuseppe Sala, il cui gradimento è in calo, sarà il pediatra Luca Bernardo. Nel capoluogo campano sciolte le perplessità su Catello Maresca. Si tratta su Bologna. Vittorio Feltri capolista di Fdi nella città meneghinaIl politologo Alessandro Campi contesta la rilevazione del quotidiano su sindaci e governatori. «Metodologie discutibili, spieghino quante persone hanno consultato veramente»Lo speciale contiene due articoli«Ho convocato domani (oggi, ndr) l'ultima riunione del centrodestra. Pd e M5s vanno divisi sostanzialmente dappertutto. L'obiettivo è che la Lega guidi un centrodestra compatto per un cambiamento a Roma, a Milano, a Napoli, a Torino e così via»: il leader della Lega, Matteo Salvini, traccia la linea dell'unità del centrodestra in vista delle amministrative del prossimo autunno. Dopo la scelta del candidato a sindaco di Roma, Enrico Michetti, e di quello di Torino, Paolo Damilano, Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia accelerano per individuare le personalità giuste anche per lanciare la sfida alle sinistre anche a Milano, Bologna e Napoli. Le chance di vittoria sono altissime in tutte le città. A Milano, dove per la prima volta i sondaggi segnalano un Beppe Sala in sotto il 50%, il centrodestra si prepara a ufficializzare questa sera, salvo imprevedibili colpi di scena, il suo candidato unitario: si tratta di Luca Bernardo, responsabile della Casa pediatrica del Fatebenefratelli e direttore del dipartimento della medicina dell'infanzia e adolescenza dell'ospedale. Il professor Bernardo ha firmato anche per i referendum della Lega. Ieri Bernardo ha incontrato Giorgia Meloni: «Mi ha fatto una ottima impressione» ha detto la leader di Fdi, «quello di Bernardo è un profilo di grande umanità e da madre, non posso che avere una passione per un pediatra. Le mie impressioni sono ottime», ha ribadito la Meloni, «ma serve un confronto con la coalizione che ci sarà nelle prossime ore». Sarà inoltre Vittorio Feltri a guidare la lista di Fratelli d'Italia alle prossime elezioni amministrative di Milano. Lo ha annunciato la stessa Meloni, nel corso della presentazione del suo libro a Palazzo Reale. «Sono estremamente fiera», ha detto la Meloni, «di annunciare, non solo che il direttore Vittorio Feltri ha deciso di iscriversi a Fratelli d'Italia, ma l'abbiamo anche convinto con facilità a guidare la nostra lista per le prossime amministrative a Milano». Il centrodestra affiancherà a Bernardo un vero e proprio dream team, una squadra di eccellenze in grado di governare Milano nella maniera migliore. Il vice di Bernardo potrebbe essere Gabriele Albertini, che porterebbe in giunta un ineguagliabile bagaglio di esperienza amministrativa; nella squadra vincente del centrodestra troverebbero posto anche personalità di spessore, considerati nelle scorse settimane possibili candidati a sindaco: la presidente di Fedefarma Lombardia, Annarosa Racca; il comunicatore Roberto Rasia dal Polo; il manager Oscar di Montigny.Dopo qualche settimana di dibattito, si è chiuso anche l'accordo su Napoli, dove il magistrato Catello Maresca ha trovato l'intesa con i leader della coalizione di centrodestra. Una vittoria su tutta la linea di Salvini, che ha tenuto duro su Maresca mentre Forza Italia e Fratelli d'Italia esprimevano perplessità sulla scelta del magistrato di voler conservare il proprio profilo puramente civico. Risolte alcune piccole incomprensioni, Maresca ha dato il via libera alla presenza dei simboli dei partiti di centrodestra nella coalizione che lo sostiene: l'unica richiesta, accolta dai partiti, è quella di inserire la scritta «Progetto Napoli» nei loghi. Maresca può così iniziare la cavalcata elettorale che lo porterà a contendere la poltrona di sindaco di Napoli a Gaetano Manfredi, ex ministro del secondo governo guidato da Giuseppe Conte, sostenuto dai giallorossi. In campo, come outsider, anche l'ex sindaco , presidente della Regione e ministro, Antonio Bassolino, e l'assessore uscente Alessandra Clemente, che si presenta come esponente del movimento arancione di Luigi De Magistris.Ottime notizie per il centrodestra anche da Torino, dove il candidato civico sostenuto dal centrodestra, l'imprenditore Paolo Damilano, viene segnalato in vantaggio e in costante crescita sull'avversario di centrosinistra, Stefano Lo Russo, mentre il M5s è pronto a schierare un proprio candidato, Valentina Sganga. Giovedì prossimo, 8 luglio, è attesa a Torino Giorgia Meloni: la leader di Fratelli d'Italia presenterà il suo libro Io sono Giorgia al Parco Dora, una area ex industriale nel quartiere popolare e periferico Vallette - San Paolo. Al fianco della Meloni ci sarà la deputata di Fdi Augusta Montaruli, parlamentare torinese eletta nel collegio uninominale della sua città. «Veniamo dalle periferie», dicono alla Verità la Montaruli e l'assessore regionale Maurizio Marrone, «e da lì ripartiremo per offrire ai cittadini una Torino vincente, non solo nei sondaggi, ma attraverso costanza, impegno, lavoro. Per noi è tutto legato alle periferie, al contrario delle vecchie amministrazioni di sinistra che non hanno mai lottato abbastanza». Marrone pochi giorni fa è stato protagonista di un episodio increscioso che ha suscitato una diffusa indignazione: in città sono apparsi manifesti che lo raffigurano a testa in giù, insieme alla Meloni, con la scritta «Marrone e Meloni, in piazzale Loreto c'è ancora posto».A Bologna Forza Italia potrebbe piazzare il suo candidato, il senatore Andrea Cangini, ex direttore del Resto del Carlino, che avrebbe in squadra, come vice, l'imprenditore Fabio Battistini. Il centrosinistra ha già in campo Matteo Lepore, che aveva ottenuto il sostegno anche dal M5s, ma con il via libera di Giuseppe Conte. C'è chi immagina che lo scontro tra Conte e Beppe Grillo possa produrre un ripensamento dei pentastellati, ma il quadro è ancora in evoluzione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trovata-la-quadra-a-napoli-e-milano-il-centrodestra-ha-i-suoi-candidati-2653680888.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-polemica-sul-sondaggio-del-sole" data-post-id="2653680888" data-published-at="1625514996" data-use-pagination="False"> È polemica sul sondaggio del «Sole» Il noto politologo Alessandro Campi attacca a testa bassa, sul suo profilo Facebook, il Sole 24 Ore. Campi, direttore della Rivista di Politica, insegna Storia delle dottrine politiche all'Università di Perugia. nel suo post, il docente mette nel mirino il sondaggio annuale «Governance poll», effettuato da Noto sondaggi e pubblicato ieri, che rileva il gradimento di sindaci e presidenti di Regione: «Temo che il Sole 24 Ore, il mitico giornale di Confindustria», scrive Campi, «sia incorso in un infortunio giornalistico piuttosto grave. Nella sua edizione odierna (di ieri, ndr) ha diffuso un megasondaggio dedicato al gradimento dei presidenti di Regione. Evito di discutere i risultati. Discuto (e contesto) la metodologia. Dalle note tecniche riportate dallo stesso giornale», argomenta Campi, «sarebbero state realizzate 1.000 interviste per Regione e 600 interviste per Comune (peraltro senza che si capisca bene come il campione sia stato costruito, secondo cioè quali criteri di stratificazione). Per chiunque abbia anche una minima esperienza nel campo della ricerca si tratta di una manifesta assurdità». Campi motiva le sue perplessità: «Significherebbe», argomenta il docente, «aver realizzato decine di migliaia di interviste nell'arco delle dieci settimane indicate come periodo di svolgimento della rilevazione: costi proibitivi (parliamo di centinaia di migliaia di euro) e uno staff di rilevatori composto da almeno un migliaio di unità. Prendiamo allora la versione più “realistica" (si fa per dire) di questa nota. Ammettiamo dunque che i Comuni cui ci si riferisce siano soltanto i capoluoghi di provincia delle 16 Regioni testate (dall'indagine sono state infatti escluse, per ragioni tecniche, la Calabria, il Trentino Alto Adige e la Valle d'Aosta). Ma anche così i conti non tornano». «Sarebbero state condotte», riflette Campi, «600 interviste per i 103 Comuni capoluoghi di provincia: totale 61.800 interviste. Cui andrebbero aggiunte le 16.000 interviste per Regione (1.000 x 16). Insomma si sarebbe lavorato su un megacampione di 77.800 persone. Il Sole 24 ore ha pagato una simile ricerca (250-300.000 euro a valore di mercato) per ricavarne, al dunque, un articolo di 6000 battute?». Non è tutto: «Si potrebbe allora pensare», ipotizza Campi, «che ci si sia limitati a sondare 600 cittadini per città tenendo conto solo dei capoluoghi di Regione: totale 9.600 interviste (600 x 16). Ma sondare il gradimento di un presidente di Regione intervistando i residenti della sola città capoluogo di regione (Milano, Bari, Napoli, L'Aquila ecc.) è un palese errore. I risultati sarebbero inattendibili per definizione». «So bene che si tratta di un'affermazione grave», sottolinea Campi, «ma mi sono attenuto alle note metodologiche illustrate dallo stesso giornale (e fornite, immagino, dalla società di rilevazione). A questo punto sarebbe utile un pubblico chiarimento, riguardo l'entità esatta della ricerca (e dunque riguardo il suo eventuale valore conoscitivo). O sbaglio io, nel qual caso chiedo scusa. O il Sole 24 Ore, forse per leggerezza, forse perché tratto in inganno, ha pubblicato cifre, fatto ragionamenti e avanzato interpretazioni che col giornalismo (in questo caso politico) non hanno nulla a che fare. Attendo replica. E magari, nel caso avessi anche solo lontanamente ragione», attacca Campi, «mi aspetterei un intervento dell'Agcom: il garante della comunicazione dovrebbe preoccuparsi se circolano comunicazioni, ad essere generosi, farlocche».
Arianna Fontana medaglia d'argento nei 500 metri femminili di pattinaggio di velocità su pista corta ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Con ridicolo zelo woke, Cio e Rai avranno pure tagliato i genitali all’Uomo Vitruviano, ma quanto a «huevos» (i puristi lo chiamino pure carattere) atlete e atleti azzurri non sono secondi neppure a Leonardo da Vinci. Nel sesto giorno di Giochi la grande messe continua: un oro e un bronzo oltre l’impresa di Federica Brignone. E un medagliere stratosferico con 17 podi (6 ori, 3 argenti, 8 bronzi), a un tiro di schioppo dal record delle 20 medaglie di Lillehammer. Sulla spinta della formidabile sciatrice rinata, sale su tetto del mondo anche Francesca Lollobrigida, lo sfiora Arianna Fontana con l’argento, mentre la staffetta mista di slittino agguanta la terza piazza dietro Germania e Austria. Non siamo ancora a metà strada e l’Olimpiade italiana è già uno storico trionfo.
La metà femminile del cielo è quella vincente. E Arianna Fontana prova a completare l’opera: questa volta è argento, ecco un’altra donna italiana con lo sguardo da tigre nell’Ice skating arena di Milano. Tredici medaglie vinte. Nei 500 la campionessa valtellinese deve lasciare il passo all’olandese Xandra Velzeboer, primatista del mondo, inavvicinabile. Nei 1000 maschili squalificato Pietro Sighel, il favorito già oro in staffetta, che preferisce guardare avanti: «È andata, ma c’è ancora parecchio lavoro da fare». Era stato lui a rivelare una curiosità in modo un po’ ruvido: «Arianna Fontana, chi la conosce? Lei si allena sempre all’estero, ci vediamo solo in gara». Con questi risultati meglio sconosciuti che compagnoni.
La mamma volante ha fatto il bis. Francesca Lollobrigida plana sul secondo oro e si gode il giro d’onore avvolta nella bandiera tricolore dentro la voliera di Rho Fiera impazzita di italianità. Non c’è niente di meglio per scacciare le gastriti dei contestatori, per zittire chi non voleva le Olimpiadi e stoltamente continua a boicottarle con infantilismo criminale. Nel Pattinaggio di velocità siamo meglio degli olandesi, incredibile solo a immaginarlo qualche mese fa. Merito di questa signora di Frascati di 35 anni che nei 5000 metri ha raddoppiato il metallo prezioso dei 3000; velocissima e determinata in una gara mozzafiato, più forte dell’orange Merel Conijn (2ª a un solo decimo) e della norvegese Ragne Wiklund (3ª).
La pronipote della Bersagliera Lollo è di nuovo sul gradino più alto «grazie al pubblico che mi ha spinto», ha migliorato l’argento conquistato a Pechino, questa volta senza il piccolo Tommaso in tribuna. Lo ha salutato via smartphone. Lui, tre anni, è rimasto a casa con papà Matteo, che ha promesso di riportarlo a bordo pista per le prossime sfide iridate, domani i 1500 e dopodomani la Start. Se il livello è questo, all’orizzonte c’è la leggenda. Nella storia Francesca c’è già, ha contribuito con il secondo exploit a eguagliare il primato di Torino che resisteva da 20 anni grazie a Enrico Fabris e ai suoi boys. E allora è bello pensare a quando lei si allenava con il pancione: «Partorivo il venerdì e il lunedì seguente ero già di nuovo in pista».
Determinazione, fatica, programmi studiati al millimetro. E il bonus mamme voluto dal ministro dello Sport, Andrea Abodi; un contributo di 1000 euro al mese per un anno. Perché la maternità è un valore sempre e la parità di genere non è solo una chiacchiera femminista. Così Lollobrigida sprintava sul ghiaccio con Tommaso nella carrozzina a qualche metro, per consentirle di cogliere il primo accenno di pianto. Un esempio per chi ritiene che i figli siano una palla al piede, un accessorio che deprime le carriere.
Se c’era un giorno sbagliato per prendere un bronzo era proprio questo. Ma nessuno può dimenticare il sacrificio e la felicità dei sei azzurri della staffetta mista sullo slittino col turbo. I doppi Voetter-Oberhofer e Rieder-Kainzwaldner, i singoli Dominik Fischnaller e Verena Hofer sono nomi da scandire piano e con ammirazione: sulla storica pista di Cortina riescono nell’impresa di rimanere in scia agli assi tedeschi e austriaci. Dopo gli ori di mercoledì, il bronzo è il punto esclamativo di una specialità che fa sempre la differenza.
Come è destinato a farla, quanto a spettacolo, il torneo di hockey su ghiaccio partito oggi al Forum di Milano con un testa a testa Stati Uniti-Canada destinato a risolversi in finale. Ruggiti e scontri in balaustra, tecnica da supermen e cambi volanti: ci sono i fuoriclasse della NHL a illuminare i Giochi da guerrieri. Oggi l’Italia ha fatto tremare la fortissima Svezia per poi crollare e perdere 5-2. Niente di male, a quei livelli possiamo starci solo per un tempo.
Domani è venerdì, pausa di magro? Non è detto perché nella sprint del Biathlon Tommaso Giacomel ha i numeri per stupire e nel Pattinaggio velocità ormai ci siamo presi l’abitudine al podio. E Davide Ghiotto è lì per questo con i favori del pronostico. Uno spavento nello snowboard: Michela Moioli è caduta in allenamento e ha riportato un trauma facciale. È in dubbio per la gara che comincia stamane ma c’è speranza. Di questi tempi, ragazze azzurre che rinunciano alla lotta non se ne vedono.
Brignone SuperGold. Dal letto di ospedale alla gloria di Cortina

Federica Brignone festeggia dopo la vittoria nel Super G femminile ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
«È già tanto se torno a camminare». E invece decolla dalla pista di Cortina mentre il monte Cristallo osserva. Vola nell’universo parallelo e rarefatto dei fuoriclasse, accarezza l’impresa della vita e alla fine Federica Brignone danza. Danza, bellissima, sul traguardo come non ha mai danzato. Dieci mesi dopo il dramma, tibia e perone tornano di tungsteno, in armonia col resto. E il mondo è ai piedi di questa fenomenale atleta di 35 anni che in un magico mattino abbraccia l’oro più luminoso perché insperato, miracoloso delle Olimpiadi italiane.
L’anatema dei giorni della disperazione si sgretola davanti alla resurrezione sportiva: pettorale numero 6, SuperG perfetto, 1’23’’41 il tempo. Federica osserva il tabellone come a dire alle altre: «Adesso battetelo». Non ci riesce nessuno. Non la ruggente austriaca Cornelia Hutter (3ª), non la dolce francese Romane Miradoli (2ª). Non la wonder woman americana Breezy Johnson e le tostissime tedesche Emma Aicher e Kira Weidle, che cadono. Anche Sofia Goggia salta a metà gara quando è velocissima (7 decimi di vantaggio), con la grinta della tigre; destino amaro per lei ma meraviglioso per l’epica della rivale azzurra di sempre. Allora Brignone si copre il volto con i guanti, non c’è più bisogno di vedere. Ora quel battito bisogna solo sentirlo.
Il resto si coglie dal pubblico sulle Tofane: i boati scandiscono i tempi più alti delle altre. Lei ride e piange, poi torna sulla terra per andare oltre le emozioni. «In partenza ho detto: o la va o la spacca. Non pensavo di poter vincere l’oro. Non me lo sarei aspettata, mai nella vita. Forse ce l’ho fatta oggi perché questo oro non mi mancava. Sapevo di aver fatto il massimo, è stata la mia forza, mi valutavo un’outsider. È incredibile, sento l’adrenalina scorrere nelle vene». È la forza della leggerezza, la socratica serenità di chi non ha mai nulla da dimostrare. Niente sovrastrutture, solo il vento che spazza via la nebbia e il rumore degli sci in derapata sulla neve.
Mentre lo dice, Federica un po’ mente a se stessa. Non c’è niente di casuale in ciò che è accaduto. Domenica aveva partecipato alla discesa libera proprio per testare se stessa, le articolazioni, i legamenti: decimo posto e check up positivo confermato da quel sorriso disarmante, allora inspiegabile, per un piazzamento modesto. Good sensations, la prova generale era riuscita, dopo 315 giorni di calvario la regina sapeva di essere tornata. E allora vale la pena ricordare, ora che tutto è più facile: 3 aprile 2025, Val di Fassa, campionati italiani. Prima manche del gigante, curva verso destra: Brignone infila un braccio nella porta (dinamica simile a quella della caduta di Lindsey Vonn) e si rompe.
La diagnosi è una Caporetto fisica: frattura scomposta pluriframmentaria del piatto tibiale e della testa del perone della gamba sinistra. Ma non è finita: salta anche il crociato anteriore della stessa gamba. Due interventi chirurgici, una rieducazione tutta da inventare, una carriera spezzata. Lei sembra arrendersi: «Devo pensare alla salute. Vediamo se tornerò a camminare bene, mi sono procurata un danno permanente, non recupererò mai la piena funzionalità del ginocchio». Invece ha scalato la montagna, centimetro dopo centimetro, dolore dopo dolore, fatica dopo fatica, per tornare a vedere il cielo e a toccare l’oro.
È tempo di ricapitolare. Giù dal podio le altre azzurre, quinta Laura Pirovano, settima Elena Curtoni. Sofia Goggia s’è rialzata, pensa al futuro, il bronzo nella libera non le basta. «Sono dispiaciuta. Sapevo che bisognava fare attenzione tra la Grande Curva e lo Scarpadon. Ho sciato fortissimo e non pensavo di essere davanti, ma le gare vanno portate in fondo. Per Federica, con tutto quello che ha passato, non era facile tornare così. Questo SuperG è nelle sue corde, onore e merito a lei». Onesta, misurata, sa che tutti stanno pensando alle loro diatribe passate, a una rivalità spesso sconfinata nella rissa verbale. Un dualismo qualche volta tossico, una competitività che ha comunque contribuito a costruire due carriere eccezionali.
Federica Brignone scruta i volti di parenti e amici. Piangono tutti, anche il fratello Davide, ex sciatore e suo allenatore. Mamma Ninna Quario, fenomenale slalomista della valanga rosa e giornalista, ha la voce che trema: «È fantastica. Credevo che sarebbe tornata ma vincere l’oro in SuperG è incredibile. Grazie a tutti quelli che ci sono stati vicini in questo periodo, spero che oggi siano felici come noi». Poi dipinge una frase da donna di montagna con i valori non negoziabili in tasca. «Come festeggiamo? Come sempre, a dirle brava quando è brava e sbagli quando sbaglia». La famiglia è stata il segreto di una carriera da sogno per la valdostana di La Salle: argento in gigante e bronzo in combinata ai Giochi di Pechino, bronzo in gigante a quelli di PyeongChang. Più due ori e tre argenti mondiali, due Coppe del Mondo, 37 successi. Un monolocale di cimeli.
Quando il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, le stringe la mano, lei vacilla. Non sciogliersi adesso è più difficile che affrontare le Tofane. Ancora Federica, ancora dettagli mentre fuori è il delirio: «Sembra impossibile, con quello che ho passato in questi 10 mesi. Ho camminato dopo tre mesi, ho combattuto ogni mattina per tornare me stessa. Due giorni fa sono andata a Pozza in elicottero, mi sono messa gli scarponi ed era impossibile sciare. Avevo male alla gamba, peggio del solito. Ma bisognava stringere i denti. Dopo l’infortunio il momento più bello è stato quando ho rimesso gli sci da gigante: ho capito che riuscivo a fare le curve e ad appoggiare la gamba».
Ora Federica ha un pensiero anche per la sua splendida famiglia. «Sono orgogliosa di avere un fratello e una famiglia così. Abbiamo fatto qualcosa di speciale. Ripenso a mio fratello da bambini, ci siamo sempre divertiti e continuiamo a farlo. È la cosa più bella». Arrivano i complimenti della Vonn, dall’ospedale: «Grande, che incredibile ritorno». Nessuno osa ricordare alla Brignone risorta che le Olimpiadi continuano. Ci pensa lei. «Arriverò al gigante più leggera, ma non ci ho ancora messo la testa. Spero di riuscire ad appoggiarmi bene alla gamba, ho le mie chance. È la gara di un giorno, tutto può succedere». La regina è già lassù, davanti al cancelletto.
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A sorpresa, i dati diffusi martedì da Kering hanno dato una scossa al mercato. Nonostante un calo delle vendite del 10%, il risultato è stato accolto con un balzo del titolo dell’11% a Parigi: un paradosso solo apparente, spiegato dal fatto che gli analisti temevano un tracollo ben peggiore. «Kering ha sorpreso il mercato con risultati migliori delle attese, confermando che il turnaround di Gucci, seppur fragile, sta iniziando a muovere i primi passi», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Il miglioramento nell’area Asia-Pacifico è un segnale incoraggiante dopo dieci trimestri consecutivi di calo. Tuttavia, la redditività di Gucci, oggi al 16%, resta lontana dai fasti del passato. La strategia di Luca de Meo di pulire i bilanci e chiudere decine di boutique è una “cura da cavallo” necessaria, ma la vera sfida per il 2026 sarà trasformare questi segnali di stabilizzazione in crescita reale dei margini».
Se Kering prova a risalire la china, il leader mondiale Lvmh sceglie la via del rigore estremo. Bernard Arnault ha descritto il 2025 come un anno «solido in un contesto turbolento», ma ha già avvertito che il 2026 non sarà una passeggiata. Un elemento tecnico, spesso trascurato, sta infatti pesando enormemente sui profitti: la valuta.
«Il dato più eclatante emerso dai conti di Lvmh riguarda l’impatto dei tassi di cambio», osserva lo strategist di SoldiExpert Scf e co-autore di LetteraSettimanale.it. «Degli 1,8 miliardi di euro di calo dell’utile operativo, ben un miliardo è imputabile alle fluttuazioni valutarie. Senza questo effetto, la discesa sarebbe stata solo del 4%. Questo ci dice che la capacità di gestire il rischio di cambio è oggi determinante quanto il lancio di una nuova collezione».
Il problema strutturale che le Maison devono affrontare è però più profondo di un semplice ciclo economico negativo. Si chiama «luxury fatigue» (stanchezza da lusso), ma nasconde una crisi di fiducia del consumatore. Dal 2019 a oggi, i prezzi di molti beni di lusso sono saliti del 40-50%, spesso senza un corrispondente aumento della qualità o dell’esclusività. «Il settore si trova in una trappola autoinflitta: i prezzi eccessivi hanno allontanato la classe media, che costituiva la base delle vendite», continua l’esperto. Oggi i consumatori, specialmente i più giovani della Gen Z, cercano autenticità e valore reale, non più solo un logo che funga da status symbol. Il 2026 sarà l’anno in cui i brand dovranno riconnettersi con i propri codici originali, offrendo qualcosa che giustifichi i listini attuali, altrimenti il divario tra marchi resilienti e marchi in declino continuerà ad ampliarsi».
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Presentato il Disegno di legge sull’illuminazione pubblica intelligente. I dati Assil-Politecnico parlano chiaro: milioni di impianti da aggiornare e risparmi possibili fino all’80%, con benefici su costi, consumi ed emissioni.
Al Senato si è tornato a parlare di luce, ma non solo in senso figurato. Al centro del confronto, questa volta, c’è l’illuminazione pubblica e il suo possibile ruolo nella transizione energetica e digitale del Paese. Nella Sala Caduti di Nassirya si è tenuta la conferenza stampa dedicata allo «smart lighting», promossa dalla senatrice Clotilde Minasi, partendo dai dati di uno studio di Assil, l’associazione dei produttori di illuminazione, realizzato con il Politecnico di Milano.
Il tema è tutt’altro che tecnico per addetti ai lavori. In Italia ci sono circa 10 milioni di punti luce pubblici e, anche se il 65% è già passato al LED, restano ancora circa 3,5 milioni di impianti da aggiornare. Ed è proprio su questo fronte che si gioca una partita importante, sia in termini di risparmio energetico sia di modernizzazione delle città.
In questo contesto si inserisce il Disegno di legge n. 1700, depositato in Senato, che punta a dare un quadro di riferimento per rendere più efficienti l’illuminazione pubblica e quella degli edifici pubblici attraverso sistemi digitalizzati di ultima generazione. L’obiettivo è chiaro: ridurre consumi ed emissioni, ma anche migliorare la gestione degli impianti, la sicurezza e la qualità del servizio.
La proposta guarda a soluzioni basate su Led, sensori di luminosità e piattaforme di gestione da remoto, capaci di integrare funzioni di monitoraggio, automazione e manutenzione predittiva. In pratica, un’illuminazione che non si limita ad accendersi e spegnersi, ma che può essere controllata in modo intelligente e centralizzato, con benefici anche sui costi di gestione per le amministrazioni.
Lo studio di Assil e Politecnico di Milano disegna tre possibili scenari. Il più prudente prevede la semplice sostituzione degli impianti obsoleti con corpi illuminanti a Led. Quello più avanzato, invece, immagina una vera evoluzione tecnologica, con una diffusione capillare di sistemi intelligenti in linea con l’idea di smart city e con gli obiettivi della direttiva europea Epbd.
I numeri danno la misura dell’impatto. Nello scenario base, il risparmio energetico stimato è di 1,7 GWh, pari a circa 11.950 alberi «equivalenti» piantati ogni anno e a una riduzione di 424 tonnellate di CO2. Nello scenario più avanzato si arriverebbe a 2,4 GWh, con l’equivalente di 17.435 alberi e 619 tonnellate di CO2 in meno.
E non si parla solo di lampioni. L’illuminazione pubblica esterna è un esempio di un approccio che potrebbe estendersi anche alla gestione del patrimonio pubblico. Secondo i dati, l’introduzione di sistemi di smart lighting può portare a risparmi energetici fino al 70-80% rispetto agli impianti tradizionali, a seconda dei contesti.
Il disegno di legge viene presentato come a costo zero per le finanze pubbliche e inserito nel percorso di transizione digitale ed ecologica delle infrastrutture urbane. L’idea è costruire una rete nazionale di illuminazione «intelligente», in linea con gli obiettivi del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima, che punta a una forte riduzione delle emissioni entro il 2030. Se il testo verrà approvato, entro sei mesi la Conferenza Stato-Regioni dovrà adottare le linee guida nazionali, che saranno poi aggiornate ogni tre anni per restare al passo con l’evoluzione tecnologica e le pratiche europee.
Per il settore, si tratta di un passaggio considerato decisivo. «La presentazione di questo Disegno di Legge rappresenta un punto importante per la diffusione delle tecnologie di illuminazione di qualità», ha detto Carlo Comandini, presidente di Assil, sottolineando come il provvedimento possa trasformare l’illuminazione pubblica da semplice voce di spesa a leva strategica per la transizione digitale ed ecologica del Paese.
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Imagoeconomica
È stato confermato che sono in corso le operazioni preliminari per la ripartenza dell’altoforno 2 dopo importanti lavori di ripristino partiti ad agosto e conclusi nei giorni scorsi. L’altoforno 2 dovrebbe riavviarsi intorno al 20 febbraio dopo essere stato fermo due anni e con la sua stabilizzazione, si provvederà a fermare il 4 per lavori di manutenzione che si protrarranno sino a fine aprile. Al termine di questo mese saranno riattivate anche le batterie delle cokerie che intorno al 20 gennaio l’azienda ha bloccato mettendole in preriscaldo, dovendo intervenire sull’impianto di trattamento del gas della cokeria con l’installazione di un nuovo reattore catalitico. In sostanza con le batterie riaccese e due altiforni su tre operativi, da maggio l’azienda raggiungerà una conduzione produttiva migliore. Infine si attende la decisione del Gip di Taranto sulla istanza di dissequestro dell'altoforno 1 presentata dall’azienda. Dall’incidente dello scorso maggio ad Afo1 la Procura non ha ancora assunto una decisione sul dissequestro ma i commissari hanno già acquistato i pezzi necessari per la ripartenza, operazione che potrebbe essere completata in 8-9 mesi (qualche mese in più rispetto al tempo necessario per far ripartire Afo2, danneggiato dalla precedente gestione ArcelorMittal/Morselli).
I commissari straordinari hanno trovato, al loro arrivo, un solo altoforno funzionante e 7 miliardi di danni documentati e periziati, causati dalla precedente gestione.
A partire da febbraio 2024 sono stati destinati oltre 997 milioni alla manutenzione e agli investimenti industriali, a conferma dell’impegno dell’amministrazione straordinaria nel garantire la piena funzionalità degli impianti. Difficile sostenere quindi che non abbia rappresentato una svolta nel corso di questa azienda, fondamentale per l’industria nazionale.
Nel 2025 inoltre il sito industriale ha registrato il più alto numero di ore lavorate negli ultimi anni, sia da parte del personale diretto sia delle imprese terze. Quindi nessuna chiusura imminente, nessuna fine dell’Ilva, come paventato dai sindacati.
Eppure proprio qualche mese fa, a novembre scorso, dopo un vertice a Roma, il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, dichiarando la rottura delle trattative, affermava che il piano presentato dal governo avrebbe portato alla «chiusura definitiva» di tutti gli stabilimenti entro il marzo successivo, con la cassa integrazione di migliaia di lavoratori. Poi criticava il cosiddetto «piano corto» del governo, sostenendo che fosse «corto» non per la durata temporale ma perché «il tempo che rimane alla chiusura totale è molto breve».
Invece il «piano corto» del governo è servito a consentire le necessarie manutenzioni (investimenti da un miliardo nella manutenzioni) per tornare a produrre acciaio, come era sempre stato chiarito dai commissari.
Palombella poi diceva che senza una seria decarbonizzazione, ovvero il passaggio ai forni elettrici, l’azienda sarebbe destinata a sparire, definendo la situazione una «tragedia industriale e umana».
Non meno fosco lo scenario prospettato dalla Cgil, sia a livello nazionale che territoriale. Per Giovanni D’Arcangelo della Cgil Taranto, il governo Meloni era responsabile di «una lenta agonia».
Il leader della Cgil, Maurizio Landini, ha più volte denunciato la mancanza di una strategia pubblica chiara e il rischio di «spezzatino», ovvero la vendita separata dei siti. In generale la Cgil aveva chiesto la nazionalizzazione, unica formula, diceva per garantire la continuità produttiva e la tutela ambientale.
C’è da aprire il capitolo Flacks: il fondo che sta trattando con le amministrazioni straordinarie di Ilva e di Acciaierie d’Italia l’acquisto dell’intera azienda con tutti i suoi stabilimenti, dopo che l’offerta presentata nelle scorse settimane è stata reputata, sia dai commissari che dai comitati di sorveglianza, la migliore.
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