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2021-07-06
Trovata la quadra a Napoli e Milano. Il centrodestra ha i suoi candidati
Luca Bernardo (Ansa)
«Ho convocato domani (oggi, ndr) l'ultima riunione del centrodestra. Pd e M5s vanno divisi sostanzialmente dappertutto. L'obiettivo è che la Lega guidi un centrodestra compatto per un cambiamento a Roma, a Milano, a Napoli, a Torino e così via»: il leader della Lega, Matteo Salvini, traccia la linea dell'unità del centrodestra in vista delle amministrative del prossimo autunno. Dopo la scelta del candidato a sindaco di Roma, Enrico Michetti, e di quello di Torino, Paolo Damilano, Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia accelerano per individuare le personalità giuste anche per lanciare la sfida alle sinistre anche a Milano, Bologna e Napoli.
Le chance di vittoria sono altissime in tutte le città. A Milano, dove per la prima volta i sondaggi segnalano un Beppe Sala in sotto il 50%, il centrodestra si prepara a ufficializzare questa sera, salvo imprevedibili colpi di scena, il suo candidato unitario: si tratta di Luca Bernardo, responsabile della Casa pediatrica del Fatebenefratelli e direttore del dipartimento della medicina dell'infanzia e adolescenza dell'ospedale. Il professor Bernardo ha firmato anche per i referendum della Lega. Ieri Bernardo ha incontrato Giorgia Meloni: «Mi ha fatto una ottima impressione» ha detto la leader di Fdi, «quello di Bernardo è un profilo di grande umanità e da madre, non posso che avere una passione per un pediatra. Le mie impressioni sono ottime», ha ribadito la Meloni, «ma serve un confronto con la coalizione che ci sarà nelle prossime ore». Sarà inoltre Vittorio Feltri a guidare la lista di Fratelli d'Italia alle prossime elezioni amministrative di Milano. Lo ha annunciato la stessa Meloni, nel corso della presentazione del suo libro a Palazzo Reale. «Sono estremamente fiera», ha detto la Meloni, «di annunciare, non solo che il direttore Vittorio Feltri ha deciso di iscriversi a Fratelli d'Italia, ma l'abbiamo anche convinto con facilità a guidare la nostra lista per le prossime amministrative a Milano».
Il centrodestra affiancherà a Bernardo un vero e proprio dream team, una squadra di eccellenze in grado di governare Milano nella maniera migliore. Il vice di Bernardo potrebbe essere Gabriele Albertini, che porterebbe in giunta un ineguagliabile bagaglio di esperienza amministrativa; nella squadra vincente del centrodestra troverebbero posto anche personalità di spessore, considerati nelle scorse settimane possibili candidati a sindaco: la presidente di Fedefarma Lombardia, Annarosa Racca; il comunicatore Roberto Rasia dal Polo; il manager Oscar di Montigny.
Dopo qualche settimana di dibattito, si è chiuso anche l'accordo su Napoli, dove il magistrato Catello Maresca ha trovato l'intesa con i leader della coalizione di centrodestra. Una vittoria su tutta la linea di Salvini, che ha tenuto duro su Maresca mentre Forza Italia e Fratelli d'Italia esprimevano perplessità sulla scelta del magistrato di voler conservare il proprio profilo puramente civico. Risolte alcune piccole incomprensioni, Maresca ha dato il via libera alla presenza dei simboli dei partiti di centrodestra nella coalizione che lo sostiene: l'unica richiesta, accolta dai partiti, è quella di inserire la scritta «Progetto Napoli» nei loghi. Maresca può così iniziare la cavalcata elettorale che lo porterà a contendere la poltrona di sindaco di Napoli a Gaetano Manfredi, ex ministro del secondo governo guidato da Giuseppe Conte, sostenuto dai giallorossi. In campo, come outsider, anche l'ex sindaco , presidente della Regione e ministro, Antonio Bassolino, e l'assessore uscente Alessandra Clemente, che si presenta come esponente del movimento arancione di Luigi De Magistris.
Ottime notizie per il centrodestra anche da Torino, dove il candidato civico sostenuto dal centrodestra, l'imprenditore Paolo Damilano, viene segnalato in vantaggio e in costante crescita sull'avversario di centrosinistra, Stefano Lo Russo, mentre il M5s è pronto a schierare un proprio candidato, Valentina Sganga. Giovedì prossimo, 8 luglio, è attesa a Torino Giorgia Meloni: la leader di Fratelli d'Italia presenterà il suo libro Io sono Giorgia al Parco Dora, una area ex industriale nel quartiere popolare e periferico Vallette - San Paolo. Al fianco della Meloni ci sarà la deputata di Fdi Augusta Montaruli, parlamentare torinese eletta nel collegio uninominale della sua città. «Veniamo dalle periferie», dicono alla Verità la Montaruli e l'assessore regionale Maurizio Marrone, «e da lì ripartiremo per offrire ai cittadini una Torino vincente, non solo nei sondaggi, ma attraverso costanza, impegno, lavoro. Per noi è tutto legato alle periferie, al contrario delle vecchie amministrazioni di sinistra che non hanno mai lottato abbastanza». Marrone pochi giorni fa è stato protagonista di un episodio increscioso che ha suscitato una diffusa indignazione: in città sono apparsi manifesti che lo raffigurano a testa in giù, insieme alla Meloni, con la scritta «Marrone e Meloni, in piazzale Loreto c'è ancora posto».
A Bologna Forza Italia potrebbe piazzare il suo candidato, il senatore Andrea Cangini, ex direttore del Resto del Carlino, che avrebbe in squadra, come vice, l'imprenditore Fabio Battistini. Il centrosinistra ha già in campo Matteo Lepore, che aveva ottenuto il sostegno anche dal M5s, ma con il via libera di Giuseppe Conte. C'è chi immagina che lo scontro tra Conte e Beppe Grillo possa produrre un ripensamento dei pentastellati, ma il quadro è ancora in evoluzione.
È polemica sul sondaggio del «Sole»
Il noto politologo Alessandro Campi attacca a testa bassa, sul suo profilo Facebook, il Sole 24 Ore. Campi, direttore della Rivista di Politica, insegna Storia delle dottrine politiche all'Università di Perugia. nel suo post, il docente mette nel mirino il sondaggio annuale «Governance poll», effettuato da Noto sondaggi e pubblicato ieri, che rileva il gradimento di sindaci e presidenti di Regione: «Temo che il Sole 24 Ore, il mitico giornale di Confindustria», scrive Campi, «sia incorso in un infortunio giornalistico piuttosto grave. Nella sua edizione odierna (di ieri, ndr) ha diffuso un megasondaggio dedicato al gradimento dei presidenti di Regione. Evito di discutere i risultati. Discuto (e contesto) la metodologia. Dalle note tecniche riportate dallo stesso giornale», argomenta Campi, «sarebbero state realizzate 1.000 interviste per Regione e 600 interviste per Comune (peraltro senza che si capisca bene come il campione sia stato costruito, secondo cioè quali criteri di stratificazione). Per chiunque abbia anche una minima esperienza nel campo della ricerca si tratta di una manifesta assurdità».
Campi motiva le sue perplessità: «Significherebbe», argomenta il docente, «aver realizzato decine di migliaia di interviste nell'arco delle dieci settimane indicate come periodo di svolgimento della rilevazione: costi proibitivi (parliamo di centinaia di migliaia di euro) e uno staff di rilevatori composto da almeno un migliaio di unità. Prendiamo allora la versione più “realistica" (si fa per dire) di questa nota. Ammettiamo dunque che i Comuni cui ci si riferisce siano soltanto i capoluoghi di provincia delle 16 Regioni testate (dall'indagine sono state infatti escluse, per ragioni tecniche, la Calabria, il Trentino Alto Adige e la Valle d'Aosta). Ma anche così i conti non tornano».
«Sarebbero state condotte», riflette Campi, «600 interviste per i 103 Comuni capoluoghi di provincia: totale 61.800 interviste. Cui andrebbero aggiunte le 16.000 interviste per Regione (1.000 x 16). Insomma si sarebbe lavorato su un megacampione di 77.800 persone. Il Sole 24 ore ha pagato una simile ricerca (250-300.000 euro a valore di mercato) per ricavarne, al dunque, un articolo di 6000 battute?».
Non è tutto: «Si potrebbe allora pensare», ipotizza Campi, «che ci si sia limitati a sondare 600 cittadini per città tenendo conto solo dei capoluoghi di Regione: totale 9.600 interviste (600 x 16). Ma sondare il gradimento di un presidente di Regione intervistando i residenti della sola città capoluogo di regione (Milano, Bari, Napoli, L'Aquila ecc.) è un palese errore. I risultati sarebbero inattendibili per definizione».
«So bene che si tratta di un'affermazione grave», sottolinea Campi, «ma mi sono attenuto alle note metodologiche illustrate dallo stesso giornale (e fornite, immagino, dalla società di rilevazione). A questo punto sarebbe utile un pubblico chiarimento, riguardo l'entità esatta della ricerca (e dunque riguardo il suo eventuale valore conoscitivo). O sbaglio io, nel qual caso chiedo scusa. O il Sole 24 Ore, forse per leggerezza, forse perché tratto in inganno, ha pubblicato cifre, fatto ragionamenti e avanzato interpretazioni che col giornalismo (in questo caso politico) non hanno nulla a che fare. Attendo replica. E magari, nel caso avessi anche solo lontanamente ragione», attacca Campi, «mi aspetterei un intervento dell'Agcom: il garante della comunicazione dovrebbe preoccuparsi se circolano comunicazioni, ad essere generosi, farlocche».
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A sfidare Giuseppe Sala, il cui gradimento è in calo, sarà il pediatra Luca Bernardo. Nel capoluogo campano sciolte le perplessità su Catello Maresca. Si tratta su Bologna. Vittorio Feltri capolista di Fdi nella città meneghinaIl politologo Alessandro Campi contesta la rilevazione del quotidiano su sindaci e governatori. «Metodologie discutibili, spieghino quante persone hanno consultato veramente»Lo speciale contiene due articoli«Ho convocato domani (oggi, ndr) l'ultima riunione del centrodestra. Pd e M5s vanno divisi sostanzialmente dappertutto. L'obiettivo è che la Lega guidi un centrodestra compatto per un cambiamento a Roma, a Milano, a Napoli, a Torino e così via»: il leader della Lega, Matteo Salvini, traccia la linea dell'unità del centrodestra in vista delle amministrative del prossimo autunno. Dopo la scelta del candidato a sindaco di Roma, Enrico Michetti, e di quello di Torino, Paolo Damilano, Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia accelerano per individuare le personalità giuste anche per lanciare la sfida alle sinistre anche a Milano, Bologna e Napoli. Le chance di vittoria sono altissime in tutte le città. A Milano, dove per la prima volta i sondaggi segnalano un Beppe Sala in sotto il 50%, il centrodestra si prepara a ufficializzare questa sera, salvo imprevedibili colpi di scena, il suo candidato unitario: si tratta di Luca Bernardo, responsabile della Casa pediatrica del Fatebenefratelli e direttore del dipartimento della medicina dell'infanzia e adolescenza dell'ospedale. Il professor Bernardo ha firmato anche per i referendum della Lega. Ieri Bernardo ha incontrato Giorgia Meloni: «Mi ha fatto una ottima impressione» ha detto la leader di Fdi, «quello di Bernardo è un profilo di grande umanità e da madre, non posso che avere una passione per un pediatra. Le mie impressioni sono ottime», ha ribadito la Meloni, «ma serve un confronto con la coalizione che ci sarà nelle prossime ore». Sarà inoltre Vittorio Feltri a guidare la lista di Fratelli d'Italia alle prossime elezioni amministrative di Milano. Lo ha annunciato la stessa Meloni, nel corso della presentazione del suo libro a Palazzo Reale. «Sono estremamente fiera», ha detto la Meloni, «di annunciare, non solo che il direttore Vittorio Feltri ha deciso di iscriversi a Fratelli d'Italia, ma l'abbiamo anche convinto con facilità a guidare la nostra lista per le prossime amministrative a Milano». Il centrodestra affiancherà a Bernardo un vero e proprio dream team, una squadra di eccellenze in grado di governare Milano nella maniera migliore. Il vice di Bernardo potrebbe essere Gabriele Albertini, che porterebbe in giunta un ineguagliabile bagaglio di esperienza amministrativa; nella squadra vincente del centrodestra troverebbero posto anche personalità di spessore, considerati nelle scorse settimane possibili candidati a sindaco: la presidente di Fedefarma Lombardia, Annarosa Racca; il comunicatore Roberto Rasia dal Polo; il manager Oscar di Montigny.Dopo qualche settimana di dibattito, si è chiuso anche l'accordo su Napoli, dove il magistrato Catello Maresca ha trovato l'intesa con i leader della coalizione di centrodestra. Una vittoria su tutta la linea di Salvini, che ha tenuto duro su Maresca mentre Forza Italia e Fratelli d'Italia esprimevano perplessità sulla scelta del magistrato di voler conservare il proprio profilo puramente civico. Risolte alcune piccole incomprensioni, Maresca ha dato il via libera alla presenza dei simboli dei partiti di centrodestra nella coalizione che lo sostiene: l'unica richiesta, accolta dai partiti, è quella di inserire la scritta «Progetto Napoli» nei loghi. Maresca può così iniziare la cavalcata elettorale che lo porterà a contendere la poltrona di sindaco di Napoli a Gaetano Manfredi, ex ministro del secondo governo guidato da Giuseppe Conte, sostenuto dai giallorossi. In campo, come outsider, anche l'ex sindaco , presidente della Regione e ministro, Antonio Bassolino, e l'assessore uscente Alessandra Clemente, che si presenta come esponente del movimento arancione di Luigi De Magistris.Ottime notizie per il centrodestra anche da Torino, dove il candidato civico sostenuto dal centrodestra, l'imprenditore Paolo Damilano, viene segnalato in vantaggio e in costante crescita sull'avversario di centrosinistra, Stefano Lo Russo, mentre il M5s è pronto a schierare un proprio candidato, Valentina Sganga. Giovedì prossimo, 8 luglio, è attesa a Torino Giorgia Meloni: la leader di Fratelli d'Italia presenterà il suo libro Io sono Giorgia al Parco Dora, una area ex industriale nel quartiere popolare e periferico Vallette - San Paolo. Al fianco della Meloni ci sarà la deputata di Fdi Augusta Montaruli, parlamentare torinese eletta nel collegio uninominale della sua città. «Veniamo dalle periferie», dicono alla Verità la Montaruli e l'assessore regionale Maurizio Marrone, «e da lì ripartiremo per offrire ai cittadini una Torino vincente, non solo nei sondaggi, ma attraverso costanza, impegno, lavoro. Per noi è tutto legato alle periferie, al contrario delle vecchie amministrazioni di sinistra che non hanno mai lottato abbastanza». Marrone pochi giorni fa è stato protagonista di un episodio increscioso che ha suscitato una diffusa indignazione: in città sono apparsi manifesti che lo raffigurano a testa in giù, insieme alla Meloni, con la scritta «Marrone e Meloni, in piazzale Loreto c'è ancora posto».A Bologna Forza Italia potrebbe piazzare il suo candidato, il senatore Andrea Cangini, ex direttore del Resto del Carlino, che avrebbe in squadra, come vice, l'imprenditore Fabio Battistini. Il centrosinistra ha già in campo Matteo Lepore, che aveva ottenuto il sostegno anche dal M5s, ma con il via libera di Giuseppe Conte. C'è chi immagina che lo scontro tra Conte e Beppe Grillo possa produrre un ripensamento dei pentastellati, ma il quadro è ancora in evoluzione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trovata-la-quadra-a-napoli-e-milano-il-centrodestra-ha-i-suoi-candidati-2653680888.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-polemica-sul-sondaggio-del-sole" data-post-id="2653680888" data-published-at="1625514996" data-use-pagination="False"> È polemica sul sondaggio del «Sole» Il noto politologo Alessandro Campi attacca a testa bassa, sul suo profilo Facebook, il Sole 24 Ore. Campi, direttore della Rivista di Politica, insegna Storia delle dottrine politiche all'Università di Perugia. nel suo post, il docente mette nel mirino il sondaggio annuale «Governance poll», effettuato da Noto sondaggi e pubblicato ieri, che rileva il gradimento di sindaci e presidenti di Regione: «Temo che il Sole 24 Ore, il mitico giornale di Confindustria», scrive Campi, «sia incorso in un infortunio giornalistico piuttosto grave. Nella sua edizione odierna (di ieri, ndr) ha diffuso un megasondaggio dedicato al gradimento dei presidenti di Regione. Evito di discutere i risultati. Discuto (e contesto) la metodologia. Dalle note tecniche riportate dallo stesso giornale», argomenta Campi, «sarebbero state realizzate 1.000 interviste per Regione e 600 interviste per Comune (peraltro senza che si capisca bene come il campione sia stato costruito, secondo cioè quali criteri di stratificazione). Per chiunque abbia anche una minima esperienza nel campo della ricerca si tratta di una manifesta assurdità». Campi motiva le sue perplessità: «Significherebbe», argomenta il docente, «aver realizzato decine di migliaia di interviste nell'arco delle dieci settimane indicate come periodo di svolgimento della rilevazione: costi proibitivi (parliamo di centinaia di migliaia di euro) e uno staff di rilevatori composto da almeno un migliaio di unità. Prendiamo allora la versione più “realistica" (si fa per dire) di questa nota. Ammettiamo dunque che i Comuni cui ci si riferisce siano soltanto i capoluoghi di provincia delle 16 Regioni testate (dall'indagine sono state infatti escluse, per ragioni tecniche, la Calabria, il Trentino Alto Adige e la Valle d'Aosta). Ma anche così i conti non tornano». «Sarebbero state condotte», riflette Campi, «600 interviste per i 103 Comuni capoluoghi di provincia: totale 61.800 interviste. Cui andrebbero aggiunte le 16.000 interviste per Regione (1.000 x 16). Insomma si sarebbe lavorato su un megacampione di 77.800 persone. Il Sole 24 ore ha pagato una simile ricerca (250-300.000 euro a valore di mercato) per ricavarne, al dunque, un articolo di 6000 battute?». Non è tutto: «Si potrebbe allora pensare», ipotizza Campi, «che ci si sia limitati a sondare 600 cittadini per città tenendo conto solo dei capoluoghi di Regione: totale 9.600 interviste (600 x 16). Ma sondare il gradimento di un presidente di Regione intervistando i residenti della sola città capoluogo di regione (Milano, Bari, Napoli, L'Aquila ecc.) è un palese errore. I risultati sarebbero inattendibili per definizione». «So bene che si tratta di un'affermazione grave», sottolinea Campi, «ma mi sono attenuto alle note metodologiche illustrate dallo stesso giornale (e fornite, immagino, dalla società di rilevazione). A questo punto sarebbe utile un pubblico chiarimento, riguardo l'entità esatta della ricerca (e dunque riguardo il suo eventuale valore conoscitivo). O sbaglio io, nel qual caso chiedo scusa. O il Sole 24 Ore, forse per leggerezza, forse perché tratto in inganno, ha pubblicato cifre, fatto ragionamenti e avanzato interpretazioni che col giornalismo (in questo caso politico) non hanno nulla a che fare. Attendo replica. E magari, nel caso avessi anche solo lontanamente ragione», attacca Campi, «mi aspetterei un intervento dell'Agcom: il garante della comunicazione dovrebbe preoccuparsi se circolano comunicazioni, ad essere generosi, farlocche».
Nel riquadro Abanoub Youssef (a destra), ucciso dal compagno di scuola Zouhair Atis (a sinistra). Sullo sfondo l'ingresso dell'Istituto professionale Domenico Chiodo di La Spezia (Ansa)
«La repressione non basta»: è il mantra del giorno dopo lo sconcertante omicidio del diciottenne marocchino Abanoub Youssef, accoltellato a morte in una scuola di La Spezia dal compagno di classe di origini egiziane, Zouhair Atis, che di anni ne ha 19. È la parola d’ordine della stampa e dei politici progressisti, adesso che il governo ha annunciato una stretta normativa sulla vendita di coltelli ai minorenni.
Non basterà, è vero. Come non è bastato il ripristino del voto di condotta. Come non basta la bocciatura automatica per i maturandi se, con la scusa della protesta civile, fanno scena muta all’orale. Provvedimenti che però, sommati, sono un segnale. Un tentativo di restituire dignità almeno a chi siede dietro la cattedra, visto che lo Stato, a parte sostenerla economicamente, non può ristrutturare la lesa istituzione della famiglia. Matteo Salvini l’ha ammesso: «Oltre alla legge servono prevenzione ed educazione». Serve tutto, meno che l’aria fritta.
E invece è di fuffa che parlavano ieri i giornali. In realtà, la diagnosi di Matteo Lancini, sulla Stampa, era precisa: «Sono mancati i limiti e le regole, la cui assenza, insieme all’utilizzo precocemente smodato di Internet, ha spinto i ragazzi a comportarsi in modo arrogante e violento. Pensano di poter fare quello che vogliono e vivono in un’alterazione della realtà causata dai social e dai videogiochi». Una parte della sua risposta era azzeccata: «Limitare l’utilizzo dello smartphone e introdurre provvedimenti restrittivi a scuola». Solo che la lezione dello psicologo si è subito tramutata in una fumosa tirata sull’urgenza di riscoprire «esperienze relazionali adulte capaci di prevenire il disagio psicologico giovanile e di trasformare i conflitti e le emozioni più disturbanti in parola». E Lancini ha individuato la radice del male nei «modelli di identificazione proposti quotidianamente dagli adulti», in un’epoca di «affermazione autocratica del proprio pensiero e del proprio sistema etico valoriale». In sostanza: colpa dei conservatori, dei sovranisti, dei populisti di destra, fautori di «forme di prevaricazione […] spacciate per interventi educativi», cui egli ha opposto la «democrazia degli affetti». Qualunque cosa significhi. Chissà quali brillanti risultati otterrebbe questa cura: andate da una gang di maranza a spiegare la «democrazia degli affetti».
Repubblica si è affidata alle parole della mamma di un adolescente che, nel 2017, a Napoli, fu ridotto in fin di vita da una banda di coetanei delinquentelli: «Non si può pensare di risolvere soltanto con i divieti», ha tuonato Maria Luisa Iavarone, né lasciando i giovani «a vegetare negli istituti minorili o nelle carceri». Giusto. Però i cittadini del domani devono imparare già oggi che le azioni hanno delle conseguenze. Che i criminali pagano. Che il sistema delle sanzioni, ancorché orientato alla redenzione del reo, non è una barzelletta.
Perciò facevano cascare le braccia le considerazioni di Sandro Ruotolo, eurodeputato del Pd e membro della segreteria del Nazareno. L’assassinio di La Spezia, ha osservato l’onorevole, è «la cifra di un’epoca in cui il rapporto con l’educazione, la cultura, lo studio non riesce più a produrre anticorpi sociali. Questo è il punto: la famiglia non è più un anticorpo sufficiente. La scuola non è più un anticorpo sufficiente». Non sono stati i compagni di Ruotolo a dedicare anni, decenni, alla demolizione sistematica dei corpi intermedi che, adesso, egli rimpiange? Rispetto all’epoca in cui i protagonisti e gli eredi del Sessantotto lottavano contro genitori, maestri, preti, in quanto baluardi del dominio borghese-capitalistico, sono cambiati solo un po’ gli slogan: da «Vietato vietare» a «Vietare non basta».
Sì, vietare non basta. Ma un po’ aiuta. Perché l’autorità si fonda sull’autorevolezza, però anche sul timore. È la prima cosa che si impara. Pensate alla Bibbia: all’uomo, Dio dà prima le regole e dopo la libertà dei figli. Lo allena a gestirla, più che a meritarla. Ecco perché non se ne può più di padri e madri che si comportano da amici. Ecco perché non se ne può più di insegnanti che vengono considerati «docenti», cioè burocrati dell’istruzione, anziché «professori», cioè responsabili di una missione.
Dopodiché, c’è un secondo livello di mistificazione, nelle arringhe di chi invoca caliginose terapie psicosociologiche per trattare il «disagio»: citare i giovani in quanto tali e non i giovani in quanto immigrati e figli di immigrati. C’è senza dubbio un problema enorme che riguarda le nuove generazioni. E c’è un problema nel problema, che riguarda bulli e vandali d’importazione. Anche per loro varrà il ritornello «Reprimere non è sufficiente», che ieri ha ripetuto pure il Segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin. Anche nel loro caso, il contributo - chiamiamolo così - dei progressisti, che ora pontificano, è stato determinante: tra le tante cose che hanno distrutto, c’è la povera patria, a mezzo invasione di stranieri.
Senonché, persino questi ultimi intuiscono che qualcosa non funziona. Ai microfoni della Rai, il cugino del povero Youssef, Kiro Attia, ha sospirato: «Che si giri coi coltelli lo sanno tutti. E la scuola dov’è?». Già: dov’è? Impegnata con l’ecologismo e le conferenze di Francesca Albanese?
«Zero risarcimenti a chi delinque». Questa è la legge che può tutelare
«Chiunque, nell’atto di compiere un’azione delittuosa e violenta contro la persona o la proprietà altrui, subisce un danno alla propria persona, non può chiedere il risarcimento per quel danno». Quello enunciato è un articolo che non esiste nel nostro ordinamento e lo propongo ritenendolo giusto. Opinione personale, naturalmente, come opinione personale è il senso di «giustizia» che sto invocando, ma proverò a motivarlo. Il caso che ho in mente è quello che la cronaca ci presenta continuamente: per esempio, il ladro che entra di notte a casa tua, gli spari, lo mutili o uccidi e lui (o chi per lui) ti chiede i danni.
Ho sempre pensato che la legge dovesse essere impostata con una logica ferrea, quasi matematica, e credo che questo sia anche lo spirito dei giuristi. Nella pratica, anche in casi ove mi son trovato coinvolto personalmente per lo più come consulente, ho dovuto constatare che la legge è contraddittoria e che troppo è lasciato all’arbitrio di giudici.
Per esempio, anche se la mia proposta di norma non esiste, l’articolo 1227 del Codice civile prevede che «il risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza». Che, nel caso in parola, significa «se il ladro si fosse astenuto dall’introdursi surrettiziamente in casa altrui». Anzi, esistono anche sentenze di Cassazione secondo cui non è risarcibile il danno subito da chi si espone volontariamente a un rischio o nell’ambito di un’attività illecita (il solito ladro del nostro esempio).
Cosa succede, allora, quando le cronache registrano vittime dell’aggressione che, avuta la meglio sull’aggressore, sono poi condannate a risarcirlo? Il sospetto è che prevalgano le idee politiche di quel giudice che, per qualche misteriosa ragione, preferisce «punire» l’aggredito ritenendolo responsabile di colpe che sono nascoste nella mente dello stesso giudice. Non mi sto inventando niente, come ci riportano le cronache dei comportamenti di alcuni giudici; in cui soccorso arriva la contraddizione logica tra l’articolo 1227 detto sopra e il 52 del Codice penale, che considera la difesa legittima «sempre che essa sia proporzionale all’offesa». Ecco: all’auspicio dell’introduzione di un articolo come quello che ho formulato all’inizio, auspico pure che queste parole siano soppresse dall’articolo 52 e per le ragioni che seguono.
Affinché una difesa, degna di essere motivo per invocare l’articolo 52 del Codice penale, sia efficace, essa deve sempre essere stata sovrabbondante rispetto all’offesa, cosicché qualunque difesa efficace potrebbe essere sempre «punita» e una difesa non punibile sarebbe solo quella che soccombe all’offesa. Alla fine, la proporzionalità enunciata nell’articolo è una sottilissima linea di demarcazione affidata solo alla valutazione personale del giudice. Una valutazione che non solo può essere inficiata dalle idee personali di questi, ma che è senz’altro inficiata dal fatto di essere effettuata «col senno di poi», per così dire.
Dell’individuo che ti entra in casa notte tempo vorremmo, invece, avere non solo il diritto ma anche il dovere di presumere il peggio e cioè che è armato ed è un assassino e vorremmo avere il diritto di potergli sparare se ne abbiamo l’opportunità, soprattutto se in camera da letto ci sono bambini che abbiamo il dovere difendere. Se questi diritti-doveri ci fossero riconosciuti, allora la conclusione dell’articolo 52 è inopportuna e, viceversa, mantenere quelle conclusioni implica che non ci è consentito di prevenire il peggio. Una prima obiezione è che non è detto che l’intruso voglia uccidere e che molte volte gli intrusi non hanno ucciso. Già, ma siccome sappiamo che alle volte hanno ucciso, potremmo sapere in quale delle volte rientra il nostro caso solo accettando il rischio di essere uccisi.
Un’altra obiezione è: «Non ci si può fare giustizia da sé». A parte il fatto che chi spara aggredito in casa propria non si sta facendo giustizia (lo sarebbe se, venuto a conoscenza del nome e dell’abitazione del ladro che l’ha derubato, gli andasse a casa per «punirlo»), all’obiezione segue la domanda: e chi deve fare giustizia? «Lo Stato», sarebbe la risposta. Però, forse, lo Stato non dovrebbe avere la pretesa di essere il solo a fare giustizia quando, di fatto, si astiene dall’esercitarla. Il poveretto accusato dallo Stato di essersi fatto giustizia da solo alla decima volta che si è trovato al cospetto di malviventi avrà pure il diritto di chiedere conto allo Stato della giustizia fatta le nove volte precedenti: solo uno Stato che dimostri di aver fatto giustizia può reclamare di essere il solo a poterla esercitare.
C’è un altro elemento a favore della assoluta esclusione di risarcimenti all’aggressore e dell’articolo proposto all’inizio. La vittima che reagisce in un modo che poi lo Stato punisce sta, di fatto, subendo un danno (la punizione) che non avrebbe subito se l’aggressore non lo avesse aggredito. Allora, è l’aggressore che ha messo la vittima nelle condizioni di infrangere, suo malgrado, la legge: sarebbe, così, prefigurabile una richiesta di risarcimento da parte della vittima punita dallo Stato contro l’aggressore. Cosicché, anche quando nell’articolo 52 si volessero mantenere le parole «sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa», bisognerebbe escludere in modo esplicito, netto e chiaro, risarcimenti all’aggressore.
Per concludere il ragionamento: il principio che, a mio avviso, dovrebbe passare è che un aggressore deve essere consapevole dei rischi che corre con l’azione aggressiva e non può lamentarsi se quei rischi si sono tramutati in danno.
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Svezia, frena il green. Data center, chi paga l’energia? Il ritorno dell’uranio. Petrolio giù, Permiano in difficoltà. La Cina stringe la morsa sul ferro.
Nel riquadro, la vittima Mauro Sbetta (IStock)
Le bottiglie sul tavolo avevano inizialmente creato negli investigatori una suggestione: probabilmente sulla scena del crimine c’erano più persone. E lo facevano pensare anche le condizioni in cui è stato trovato qualche giorno fa Mauro Sbetta, 68 anni, pensionato, massacrato dopo una colluttazione durante la quale ha cercato di difendersi. Per tutti, quell’uomo d’antan che anche solo per una passeggiata in centro calzava le sue Oxford e ritmava i passi con un bastone dal manico d’avorio, più per vezzo che per necessità, era «Milord», «Sir bombetta (dal cappello in stile inglese che indossava quando usciva, ndr)» o «Cavalier bombetta». Nonostante sembrasse emergere da un’altra epoca, era particolarmente attivo sul Web, dove postava le sue ricerche su Templari, massoneria e cattedrali gotiche. E anche se lo conoscevano tutti e in molti (è emerso dall’ascolto dei testimoni) passavano dalla sua abitazione anche solo per salutarlo o per chiedergli un consiglio, aveva pochissimi contatti sul suo telefono cellulare.
È stato ucciso, nella notte tra sabato e domenica, dopo una violenta aggressione e colpito alla testa probabilmente con un pesante oggetto afferrato nel soggiorno da una persona che conosceva. E che ora, secondo gli inquirenti (l’indagine è coordinata dal pm Davide Ognibene), ha un nome: Khalid Mamdouh, 41 anni, marocchino con regolare permesso di soggiorno, fermato dai carabinieri perché sospettato di omicidio volontario (con molta probabilità commesso nella notte tra il 10 e l’11 gennaio). Viveva in un edificio popolare a Borgo Valsugana (località in cui Sbetta, spesso, si recava per far visita alla seconda moglie del padre, ospitata in una casa di riposo), nella periferia commerciale del Comune distante cinque chilometri da Strigno, con i genitori. Era in Trentino da una trentina d’anni. E qui ha frequentato una scuola professionale in cui ha conseguito un diploma da operatore termoidraulico, certificazione che gli ha anche permesso di lavorare come operaio nel settore dell’edilizia, seppur in modo saltuario. Ma otteneva ingaggi pure da giardiniere. E, nonostante qualche risalente precedente per furto e per spaccio, era considerato integrato. Aveva amici e frequentava i bar del paese che lo aveva accolto.
Quando i carabinieri del Nucleo investigativo si sono presentati a casa dei genitori, hanno appreso che non rientrava da giorni. Non si era, comunque, allontanato. Ieri mattina i militari l’hanno rintracciato in un appartamento poco distante e ammanettato (ora è in carcere a Spini di Gardolo in attesa dell’interrogatorio). Incastrato, sostiene chi indaga, dall’analisi delle immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona, delle celle telefoniche agganciate dal suo cellulare e dei rilievi del Ris, che giovedì scorso hanno passato a setaccio l’appartamento del cavalier Sbetta. A suo carico, stando all’accusa, graverebbero circostanziati e numerosi indizi.
Il cerchio si è stretto partendo dalla scena del delitto. Dai reperti. Dalle tracce (molte) lasciate dall’aggressore. Il mosaico si compone velocemente, proprio mentre dall’attività investigativa di tipo classico (l’ascolto dei testimoni) emergono i rapporti tra la vittima e il marocchino. Che non sarebbe stato occasionale. E che spiega perché l’attenzione degli inquirenti si sia concentrata su una cerchia ristretta di contatti. Tra i quali c’era Mamdouh. La dinamica, ancora in fase di costruzione, al momento è questa: Sbetta, che (è emerso dalle testimonianze) era una persona generosa e solita ad aiutare chi aveva qualche difficoltà, ha fatto accomodare in soggiorno il suo aggressore e si sarebbe trattenuto con lui per diverso tempo (quello necessario per consumare più di una birra, le cui bottiglie sono state trovate sul tavolo). Un tempo sufficiente perché l’atmosfera cambiasse. Durante la conversazione, ipotizzano gli investigatori, l’ospite gli avrebbe chiesto un aiuto, forse economico. E al probabile rifiuto (il movente è ancora in fase di accertamento e non è stato ufficializzato da chi indaga) sarebbe scattata l’aggressione. Che sarebbe continuata anche in altre stanze della casa, dove sono state trovate tracce di sangue e impronte insanguinate sui muri. Compreso il piano superiore: in camera da letto una porta-finestra è andata in frantumi. Sono volate delle suppellettili (alcune delle quali trovate sul pavimento). E con una di queste, al momento non ritrovata, l’assassino avrebbe colpito Sbetta ripetutamente alla testa, uccidendolo (il decesso, stando all’autopsia, sarebbe stato causato da una emorragia intracranica).
L’aggressore avrebbe, quindi, rovistato nei cassetti (il soggiorno era parzialmente a soqquadro) alla ricerca di qualcosa. Poi sarebbe uscito in fretta chiudendo la porta. A riaprirla, mercoledì notte, è stato un vicino di casa che aveva le chiavi, allertato da un cugino della vittima che non riusciva a sentirlo da domenica. Accompagnato dai carabinieri, ha varcato l’ingresso. Il colpo d’occhio ha subito restituito l’immagine di una scena del crimine. Sbetta era a terra, in una pozza di sangue. Intorno, i segni della violenza. Poco più di 48 ore dopo i carabinieri hanno imboccato una direzione precisa. Ora tocca alla giustizia.
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Giampaolo Pansa (Imagoeconomica)
I personaggi scomodi non sparivano solo nel buco nero delle prigioni del Kgb, ma pure dalle fotografie del regime. Da Lev Trotzky a Nikolaj Ivanovič Ezov, ministro dell’Interno di Baffone e organizzatore delle grandi purghe, la lista degli epurati è lunga.
Nella Repubblica Sovietica di via Cristoforo Colombo a Roma, invece, la lista è composta di un solo nome: quello di Giampaolo Pansa. Da inviato speciale a epurato speciale. Che nonostante i 14 anni trascorsi ai vertici del giornale, di cui fu a lungo vicedirettore, l’autore del Sangue dei vinti non godesse più dei favori di colleghi era noto. Alla sua morte, infatti, il giornale per cui aveva inventato alcune definizioni celebri, come «la Balena Bianca» o «le truppe mastellate», liquidò la sua scomparsa al pari di quella di un lontanissimo parente. Però questa volta la testata che rappresenta ciò che resta della sinistra italiana si è superata.
Celebrando il suo cinquantesimo anniversario, con pagine speciali all’interno dell’edizione quotidiana e con una mostra in cui sono riprodotti alcuni dei principali eventi che hanno accompagnato la sua storia, Repubblica ha semplicemente cancellato Pansa. Chi non sapesse nulla di lui, della sua presenza a Largo Fochetti (sede storica della testata), penserebbe che con Repubblica non abbia mai avuto nulla a che fare. Eppure, si imbarcò sul vascello corsaro capitanato da Scalfari nel 1977, quando oltre a non aver ancora preso il largo, la zattera rischiava di affondare per penuria di copie. Pansa veniva dal Corriere della Sera e insieme a Giorgio Bocca che arrivava dal Giorno era forse la firma più prestigiosa della ciurma ingaggiata da Barbapapà. Di certo era quella più autorevole per raccontare la politica, che scrutava ai congressi con il suo binocolo spiando anche le smorfie dei colonnelli, e per narrare il terrorismo, che aveva visto crescere sotto i propri occhi durante le assemblee studentesche e del movimento. Fu lui a coniare definizioni storiche, rimaste negli annali. Da «parolaio rosso» per Bertinotti a «coniglio mannaro» per Forlani. Con lui si confidavano tutti, da Berlinguer ad Andreotti, per finire a Romiti. Era il principe dei cronisti, famoso anche per il suo immenso archivio e per la minuzia con cui rievocava i fatti. Complessivamente, Pansa ha trascorso nel gruppo Espresso 31 anni della sua carriera, prima come vicedirettore di Repubblica, poi come condirettore del settimanale da cui era nato il quotidiano. In quell’azienda e in quelle testate ha in pratica trascorso gran parte della sua carriera e della sua vita.
Purtroppo per lui, nel 2003 volle raccontare la tragedia dei vinti, ovvero le stragi dopo la caduta del fascismo. Persone che avevano indossato la camicia nera o che non avevano avuto nulla da spartire con il regime. Ma la guerra civile non guardava in faccia a nessuno, nemmeno i minorenni, alcuni dei quali pagarono con la vita. La colpa di Giampaolo fu fare luce sul lato oscuro della Resistenza, intaccando un po’ la gloria delle bande partigiane. Avere osato narrare il sangue dei vinti gli costò un’infinità di insulti, ma soprattutto l’ostracismo dei colleghi. Pansa con il suo libro minacciava il dogma dell’antifascismo, facendo cadere dal piedistallo la Resistenza e questo, a Repubblica, il quotidiano che giorno dopo giorno ha alimentato il credo della guerra di liberazione, non è stato perdonato. Giampaolo fu costretto a emigrare, prima al Riformista poi a Libero e quindi alla Verità. Per i compagni con cui aveva condiviso le notti in redazione aveva tradito. Un voltafaccia che non gli perdonarono neppure quando morì.
Ricordo che in chiesa, al suo funerale, c’erano quattro giornalisti e uno solo di Repubblica. Non il direttore o il vicedirettore, ma nemmeno il caporedattore. Dimenticato nonostante avesse contribuito con i suoi articoli a far crescere il giornale, prima che ci pensassero i De Benedetti e gli Agnelli a farlo decrescere. Ora, con le celebrazioni del cinquantesimo anniversario dalla fondazione, l’opera è compiuta. Come ai bei tempi dell’Unione Sovietica, il suo nome è sbianchettato e chi visiterà la mostra o leggerà il giornale nulla saprà di lui. La damnatio memoriae così sarà completa.
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