True
2023-02-07
«Titanic» torna al cinema per festeggiare i 25 anni dall'uscita
True
Ansa
Ci sono due categorie di persone, al mondo: c’è chi ha avuto uno sbandamento, un innamoramento fulmineo per Jack e la sua Rose e c’è chi mente. Tertium non datur. Il successo di Titanic sta tutto qui, nella semplice e banale ripartizione dell’umanità. Sta qui, e perciò può dirsi eterno, perché prescindere dalle categorie, da quel che siamo stati e in cuor nostro sappiamo poter ritornare non è un’opzione percorribile. Siamo stati ragazzi e ragazzine, Titanic il film che ha dimostrato come, spesso, non sia la storia, la sua plausibilità, ma l’attore a far grande un titolo. Siamo stati spettatori in sala, decisi ad applaudire ogni apparizione di Jack (prima, e non ultima, quella in smoking, in cima alle scale). Siamo stati detrattori di Rose, del suo acciambellarsi egoista sulla porta che avrebbe potuto salvare entrambi. Siamo stati critici, quando si è venuti ai premi. Più critici ancora quando i social hanno cominciato a suonare la propria litania, e le ipotesi su come Jack avrebbe potuto sopravvivere rincorrersi una ad una. Siamo stati fan di Titanic. Tutti. Ed è la nostra natura a giustificare, ancora una volta, il suo passaggio in sala.
Titanic, undici Oscar e la promessa di garantire a qualunque rete televisiva ascolti più che dignitosi, tornerà al cinema. Ancora. La pellicola di James Cameron, in occasione dei suoi primi venticinque anni, avrà un ennesimo passaggio in sala. Debutterà al cinema, restaurata, il 9 febbraio. E Cameron ci ha provato a raccontare come l’approdo sia giustificato da una trama attuale. Ci ha provato a leggere fra le righe del naufragio un richiamo al nostro presente disgraziato. Lo ha detto. «C’è un importante sottotesto in Titanic», ha cominciato il regista nel corso di una conferenza stampa, «Ci sono persone che sopravvivono e persone che muoiono, ci sono ricchi e poveri e grandi disparità. Quasi tutte le persone della terza classe morirono», ha spiegato, raccontando il film come una metafora della disgrazia che attende la Terra nel caso in cui l’Occidente continui a fare orecchie da mercante di fronte al cambiamento climatico. «Un iceberg», lo ha definito Cameron. «Stiamo andando dritti verso quest’iceberg e, quando lo colpiremo, saranno i più poveri a soffrire», ha spiegato ed è indubitabile che Titanic possa essere letto così, come una storia con morale, come un monito che inviti l’uomo a non sopravvalutare se stesso e le proprie capacità. Ma è altrettanto indubitabile che la lettura intelligente e contemporanea e attuale del film non basti, da sola, a spiegarne l’eterno successo. È molto più semplice di così e non ci sono iceberg né tragedie né messaggi nascosti fra le righe, nella semplicità. C’è Jack, però. Il riscatto, una storia d’amore, Cenerentola a generi capovolti, con la morte a garantire quell’equilibrio maledettamente umano che la Disney ha rotto. Titanic non è la storia di un iceberg o della nave che gli è andata contro, non è la storia delle morti che lo schianto ha provocato, non nel film di James Cameron. Quello, il film, è la storia di Jack, di Leonardo DiCaprio: romanticismo per adulti, mescolato sapientemente alla crudeltà dell’ordinario. Tutto qui. Titanic è tutto qui, nell’amore (pure un po’ banale, se vogliamo) che il tempo non può consumare, nell’empatia che sa provocare, nella bellezza di qualcosa che sa Dio se sul Titanic possa essere accaduto davvero.
Continua a leggereRiduci
Undici Oscar e la promessa di garantire a qualunque rete televisiva ascolti più che dignitosi: la pellicola di James Cameron avrà un ennesimo passaggio in sala con un nuovo debutto in versione restaurata il 9 febbraio.Ci sono due categorie di persone, al mondo: c’è chi ha avuto uno sbandamento, un innamoramento fulmineo per Jack e la sua Rose e c’è chi mente. Tertium non datur. Il successo di Titanic sta tutto qui, nella semplice e banale ripartizione dell’umanità. Sta qui, e perciò può dirsi eterno, perché prescindere dalle categorie, da quel che siamo stati e in cuor nostro sappiamo poter ritornare non è un’opzione percorribile. Siamo stati ragazzi e ragazzine, Titanic il film che ha dimostrato come, spesso, non sia la storia, la sua plausibilità, ma l’attore a far grande un titolo. Siamo stati spettatori in sala, decisi ad applaudire ogni apparizione di Jack (prima, e non ultima, quella in smoking, in cima alle scale). Siamo stati detrattori di Rose, del suo acciambellarsi egoista sulla porta che avrebbe potuto salvare entrambi. Siamo stati critici, quando si è venuti ai premi. Più critici ancora quando i social hanno cominciato a suonare la propria litania, e le ipotesi su come Jack avrebbe potuto sopravvivere rincorrersi una ad una. Siamo stati fan di Titanic. Tutti. Ed è la nostra natura a giustificare, ancora una volta, il suo passaggio in sala. Titanic, undici Oscar e la promessa di garantire a qualunque rete televisiva ascolti più che dignitosi, tornerà al cinema. Ancora. La pellicola di James Cameron, in occasione dei suoi primi venticinque anni, avrà un ennesimo passaggio in sala. Debutterà al cinema, restaurata, il 9 febbraio. E Cameron ci ha provato a raccontare come l’approdo sia giustificato da una trama attuale. Ci ha provato a leggere fra le righe del naufragio un richiamo al nostro presente disgraziato. Lo ha detto. «C’è un importante sottotesto in Titanic», ha cominciato il regista nel corso di una conferenza stampa, «Ci sono persone che sopravvivono e persone che muoiono, ci sono ricchi e poveri e grandi disparità. Quasi tutte le persone della terza classe morirono», ha spiegato, raccontando il film come una metafora della disgrazia che attende la Terra nel caso in cui l’Occidente continui a fare orecchie da mercante di fronte al cambiamento climatico. «Un iceberg», lo ha definito Cameron. «Stiamo andando dritti verso quest’iceberg e, quando lo colpiremo, saranno i più poveri a soffrire», ha spiegato ed è indubitabile che Titanic possa essere letto così, come una storia con morale, come un monito che inviti l’uomo a non sopravvalutare se stesso e le proprie capacità. Ma è altrettanto indubitabile che la lettura intelligente e contemporanea e attuale del film non basti, da sola, a spiegarne l’eterno successo. È molto più semplice di così e non ci sono iceberg né tragedie né messaggi nascosti fra le righe, nella semplicità. C’è Jack, però. Il riscatto, una storia d’amore, Cenerentola a generi capovolti, con la morte a garantire quell’equilibrio maledettamente umano che la Disney ha rotto. Titanic non è la storia di un iceberg o della nave che gli è andata contro, non è la storia delle morti che lo schianto ha provocato, non nel film di James Cameron. Quello, il film, è la storia di Jack, di Leonardo DiCaprio: romanticismo per adulti, mescolato sapientemente alla crudeltà dell’ordinario. Tutto qui. Titanic è tutto qui, nell’amore (pure un po’ banale, se vogliamo) che il tempo non può consumare, nell’empatia che sa provocare, nella bellezza di qualcosa che sa Dio se sul Titanic possa essere accaduto davvero.
(IStock)
Perché ottimismo? Questi giovani si sono definiti come gruppo informale di interazioni per la ricerca di un nuovo e forte potere cognitivo capace di fornire soluzioni ai problemi del cambio di mondo in atto. Il gruppo - caratterizzato dal motto «soluzioni e non problemi» - si è formato nello scorso biennio, con ora circa un centinaio di persone in rete, per costruire occasioni di apprendimento che andassero oltre i programmi scolastici. Non hanno voluto darsi né una struttura né un nome per evitare burocrazie e, soprattutto, divisioni politiche/partitiche. Ma come siete organizzati, ho chiesto? Risposta: attraverso un indirizzario, una chat e annunci ad invito aperto per programmi di studio. Voi dieci siete uno di questi (sotto)gruppi spontanei con una specifica missione di ricerca, quale? E perché siete venuti da me? Risposta: perché lei, oltre alla scenaristica di contingenza, si occupa con il suo think tank di scenari macro e di lungo termine, chiamati «analisi di destino». Quindi volete un’analisi di destino in relazione al cambiamento di mondo in atto? Risposta: anche, ma principalmente perché vogliamo capire cosa studiare nel nostro prossimo futuro universitario, noi accomunati dall’obiettivo di conquistare non solo un dottorato di ricerca, ma una competenza futurizzante reale. Volete diventare professori? Risposta: forse, ma l’obiettivo che ci accomuna è l’innovazione in qualunque luogo possa avere effetti sistemici, in particolare il «governo della profezia». Una triestina: adesso spero capisca che siamo venuti da lei perché nei suoi scritti sostiene che governare la profezia permette di estrarre capitale dal futuro per utilizzarlo in un presente allo scopo di costruire quel futuro stesso. Cosa dovremmo studiare e dove? Ho dato loro risposte, sottolineando anche l’importanza di una educazione morale oltre che tecnica perché il governo di una profezia, utile per la concentrazione di risorse finalizzate, implica un progetto di salvazione.
Qui la prima sorpresa. Un padovano mi spiega che proprio la consapevolezza tra i dieci colleghi che una salvezza collettiva/sistemica sia condizione per quella individuale ha generato l’attenzione del (sotto)gruppo per la metodologia di governo della profezia, in sintesi la manutenzione della speranza diffusa socialmente. Questo ci è ben chiaro - ha detto con enfasi corroborata da cenni di assenso di tutti - e mi permetta di anticipare la risposta ad una sua domanda: sì siamo cristiani, speriamo nella salvazione in Cielo, ma riteniamo nostra missione aumentare la probabilità di salvazione in Terra per più persone possibile. Abbiamo annotato che lei non è credente, ma anche che ha scritto come sia fondamentale credere in qualcosa capace di migliorare la condizione umana e di sostenere il cristianesimo pur non credendo nella sua offerta teologica. Così come lei raccomanda di governare la profezia per motivi tecnici di capitalizzazione del progresso, noi raccomandiamo di cercare l’armonizzazione tra i fattori di salvazione materiale. Non solo con la carità, ma con la tecnica. In tal senso la nostra ricerca di potere cognitivo è spinta da una missione morale. Dove la mia sorpresa? Ho chiesto, scettico, quanto fosse diffuso tra i loro coetanei questo senso di missione. Due risposte: molto più di quanto appaia; basta parlare con i nostri coetanei della rilevanza di ognuno di noi per darci un futuro degno e si riesce ad ottenere da loro attenzione. Nuovi missionari, ho scherzato. Reazione: no, tutti noi giovani cerchiamo un posto nella società, cadendo nella passività se non si trovano stimoli. Mi sono sentito studente di fronte al giovane che mi dava una lezione come fosse professore.
Seconda sorpresa è stata l’intensità con cui questi giovani cercavano non solo conoscenza, ma metodi per non perdere troppa informazione nel necessario processo di sintesi per poter maneggiare un’enorme massa di dati ed estrarne un significato non solo scientificamente confutabile, ma anche proiettabile in termini probabilistici. Ragazzi di liceo consapevoli di temi di ricerca evoluta tipicamente universitaria. Ho chiesto e mi hanno risposto che seguono i corsi universitari on line.
Non annoio il lettore con le tecnicalità di questo incontro, ma ci tengo a condividere quello che ho imparato io - vecchio professore universitario ancora attivo in ricerca - dalla lezione di questi giovani liceali, anche segnalazione per chi si occupa di politica educativa. In breve: a) sperimentare una riduzione dei tempi di formazione utilizzando reti ed intelligenza artificiale perché le nuove tecnologie permettono un’accelerazione ed espansione degli accessi conoscitivi; b) fornire strumenti di autoformazione fin dalla più giovane età che poi saranno utili per la formazione continua durante tutto il corso della vita; c) inserire nei programmi di educazione secondaria lezioni universitarie; d) aumentare i concorsi competitivi per nuove idee. Vedo già movimento verso questa direzione, ma ritengo vada accelerato per adeguare il potere cognitivo di massa alla rivoluzione tecnologica in atto, sempre più rapida. Tornando, in conclusione, al mio mestiere tipico segnalo che la competizione economica/commerciale tra sistemi economici nazionali sarà sempre più determinata dal potere cognitivo/tecnologico residente. L’incontro con i liceali detto sopra mi ha dato più ottimismo per il destino dell’Italia. E li ringrazio.
www.carlopelanda.com
Continua a leggereRiduci